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L’Ultimo Potere – Secondo Atto – XXII Luci e ombre (parte 4)

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Una pioggia d’argilla si riversò nella sala quando le prime fila furono raggiunte dall’ondata di Potere. Nuove statue sorsero pronte a combattere da ogni schizzo arrivato a terra.
Guerriero scagliò un’onda d’urto che schiacciò le creature, fendendo la schiera come burro, come un profeta che separava le acque. Ma come se il profeta fosse già passato, le schiere si chiusero nuovamente, compattandosi all’istante.
Ogni colpo scagliato contro l’intrico di braccia protese era un mantenere la posizione, uno stallo che non faceva andare da nessuna parte. Un equilibrio che non sarebbe potuto durare a lungo.
Due falci d’energia saettarono nell’aria, affettando una colonna in due punti. Il gigantesco pezzo d’argilla crollò al suolo, piegandosi ma non spezzandosi, schiacciando statue come mosche.
Guerriero e Ombrosa corsero sulla rampa creata, eludendo l’accerchiamento.
Le creature d’argilla sciamarono al loro inseguimento, grigie cavallette che si muovevano come una sola cosa. Guerriero fece comparire una barriera di lame energetiche alle sue spalle che affettò gli inseguitori, guadagnando secondi preziosi.
Senza più ostacoli, corsero a rotta di collo verso l’uscita.
Le statue s’inabissarono nel pavimento alle loro spalle solo per riemergere davanti a loro, come funghi che crescevano a velocità straordinaria.
L’istinto fece evitare a Guerriero il colpo dal basso che stava per centrarlo alle gambe. Ma non bastò a scansare il pugno della creatura apparsa a poche spanne di distanza.
Sbalzato all’indietro, Guerriero inarcò le reni nella caduta, convogliando il Potere nelle braccia per attutire l’impatto con il terreno e mantenersi in equilibrio su di esse. Mulinando le gambe come eliche, scatenò un vortice di lame azzurre che decapitò gli aggressori gettatisi su di lui.
Un’ulteriore torsione dei reni lo portò a ritornare sulle gambe, accucciato come una fiera pronta a ripartire all’attacco. Le mani guizzarono in avanti, scatenando una raffica di proiettili infiammati in un attacco simile a quello che aveva visto utilizzare da Ombrosa nella lotta contro Veleno.
Le creature ebbero uno spasmo mentre si seccavano, rimanendo pietrificate nell’ultima azione che stavano compiendo.
Guerriero sorrise crudelmente.
Ecco il punto debole che cercava. L’argilla non era forse un componente della terracotta? E il calore del fuoco non modificava il molle impasto, rendendolo un materiale duro, ma allo stesso fragile?
Un’onda d’urto e le statue essiccate andarono in mille pezzi.
E non si rialzarono più.
«Vediamo ora come la metti.» Mormorò compiaciuto.
Il grido piangente e stizzito riecheggiò tra le pareti della volta. I due umani si sostennero a vicenda cercando di mantenere l’equilibrio.
Il pavimento si gonfiò come se fosse un pallone di gomma. Scosse elastiche si propagarono da ogni angolo della grotta, scontrandosi e rimbalzando come se la terra si fosse mutata in un mare in tempesta, dirigendosi verso il medesimo punto. Come tante serpi che s’aggrovigliavano spinte dagli ormoni dell’accoppiamento, grumi d’argilla s’accavallarono fino ad amalgamarsi in una massa che si espandeva senza posa.
Una testa simile a un uovo emerse dall’impasto che prendeva forma: un capo lucido, privo di lineamenti, con un unico gigantesco occhio che sprigionava odio dalla pupilla dilatata.
Membra si formarono, forme di muscoli guizzarono.
Il mare d’argilla in burrasca si chetò, restando in fremente attesa.
Guerriero e Ombrosa indietreggiarono involontariamente.
Il ciclope li fissò come un adulto che si ritrovava davanti i propri balocchi dell’infanzia e decideva che era tempo di disfarsene.
Falci d’energia saettarono contro la montagna vivente che avanzava.
Il gigante se li scrollò di dosso, la pelle argillosa segnata da insignificanti graffi che venivano assorbiti all’istante.
Guerriero sprigionò una fiammata che avvolse la creatura in una sfera rovente.
Il ciclope uscì dall’inferno di fiamme, l’argilla della superficie crepata e accartocciata in sfoglie che si sfaldavano nell’aria come cenere. La pelle grigia si riformò all’istante, liscia e lucida come se niente fosse.
La creatura aprì le braccia verso l’esterno, reclinando il capo all’indietro.
«A terra!» Urlò Guerriero, afferrando Ombrosa per le spalle e gettandola al suolo.
Una scarica di palle d’argilla saettò sulle loro teste, bucando i pilastri alle loro spalle.
“Ha copiato l’attacco che ho effettuato prima.” Sconvolto, Guerriero vide i fori lasciati dai colpi evitati di un soffio.
Il ciclope si mise di nuovo in posizione per colpire.
Guerriero levò una barriera, pronto a ricevere l’assalto.
Percepì qualcosa di grosso che saettava di lato e il movimento del ciclope che veniva sbalzato lontano. Uno schianto acquoso e la creatura monoculare si ritrovò ad annaspare al suolo, impalata da una colonna di cemento.
Cemento.
Non c’era nulla di cemento nella dimensione in cui erano finiti. Tutto era stato mutato in argilla. Questo significava…
Dallo squarcio aperto nel gigantesco muro d’argilla, una figura avanzava tenendo imbracciata sulle spalle una colonna identica a quella che aveva centrato il ciclope. Una folta peluria nera usciva dagli strappi degli abiti logori e sgualciti.
“Nessun essere umano può sollevare un peso del genere.” Pensò Guerriero cercando di scrollarsi di dosso lo stupore e di reagire. “Questo significa…”
La figura si voltò.
«Cerca il creatore.»
Guerriero si ritrovò bloccato, incapace di reagire.
Che cosa ci faceva in quel luogo il Necrofago?
«Cerca il creatore.» Ripeté il Demone.
«Che cosa?» Mormorò stranito Guerriero.
«Se vuoi sconfiggere la creatura, trova il creatore.» Negli occhi luccicanti di follia del Necrofago bruciava una fiammante lucidità. Posò lo sguardo sul ciclope che stava scivolando attraverso la trave che l’aveva impalato per liberarsi.
«Come faccio a trovarlo?» Guerriero Chiese con fare pressante.
Il Necrofago non gli stava più prestando attenzione, cominciando ad avviarsi verso la creatura che si era rimessa in piedi. «C’è sempre un filo che lega creatura e creatore.»
Guerriero non seppe se essere più stupito per le parole del Demone o per quello che aveva sotto gli occhi.
Un essere che avrebbe dovuto combattere lo stava aiutando, affrontando il suo avversario con un pilone usato per costruire palazzi come spranga; un oggetto troppo grande, troppo grezzo per essere maneggiato con tanta facilità. Solo un folle avrebbe potuto sognare una scena simile.
Ma lui la vedeva e pertanto sapeva che era reale. Che fosse divenuto folle pure lui? Che quanto vedeva non fosse che un delirio della sua mente, infine crollata sotto il peso degli orrori vissuti?
Nel Necrofago c’era follia, lo aveva detto Maestro e l’aveva costatato lui stesso guardandolo in volto; un miscuglio d’Ossessioni e Vizi che avevano scatenato l’instabilità mentale e fatto sorgere un essere di puro male.
Quello che stava accadendo non aveva senso.
I Demoni cacciavano gli umani. Gli umani si difendevano dai Demoni.
Perché tutto quello allora? Perché?
Il pilone calò sulla spalla del ciclope, affondando con facilità.
Il braccio d’argilla cadde al suolo, liquefacendosi e ricongiungendosi con il resto del corpo. Un nuovo arto si riformò dove il vecchio era stato amputato.
Ogni colpo mutilava la creatura gigantesca.
Ogni volta il ciclope si rigenerava.
Esterrefatto Guerriero fissò il mulinello di colpi.
«Sputi sulla fortuna?» La voce di Ombrosa lo fece trasalire. «Approfitta dell’attimo!»
Una sferzata lo riportò di nuovo con i piedi per terra.
Nonostante gli assalti che portava, il Necrofago non riusciva ad avere la meglio sul ciclope. La battaglia poteva giungere a conclusione solo in un modo: doveva trovare il filo che collegava creatore e creatura.
L’argilla.
Ma l’argilla era dappertutto e così poteva essere chi stava lavorando nell’ombra.
Come poteva individuarlo?
L’argilla apparteneva alla terra: chi stava muovendo le fila di quella dimensione era al suo interno?
Cominciò a ricercare lungo la superficie del pavimento.
Alle spalle del ciclope scorse una pulsazione.
Serrò gli occhi per focalizzare meglio l’immagine.
La pulsazione si ripeté con maggiore chiarezza.
Aveva visto il filo. Era come se una grossa giugulare scorresse sotto l’argilla, arrivando fino al ciclope: un cordone ombelicale che dava vita alla creatura. Il Potere lo seguì, deflagrando con forza e sventrando un punto della parete occidentale.
In una pioggia di polvere e detriti, una creatura ruzzolò fuori del rifugio in cui era rimasta nascosta per tutto quel tempo.
Guerriero levò il braccio per far partire un altro colpo.
Sentì una mano posarsi sulla spalla e premere.
Guerriero si fermò vedendo lo sguardo stanco di Ombrosa, il silenzio improvvisamente calato sull’area.
Il combattimento era finito.
Il ciclope era una massa informe e inerme.
Il Necrofago lo fissava con il pilone poggiato su una spalla.
Perché aveva l’impressione che il Demone avesse la stessa espressione di Ombrosa? Non era possibile, era qualcosa di…
Ma la verità gli stava davanti limpida come acqua di sorgente.
Perché c’era tristezza e malinconica compassione? Perché?
I suoi occhi s’abbassarono a guardare il suolo.
E allora seppe.
Un corpo rachitico, bianco come un verme se ne stava rannicchiato in mezzo ai detriti. Membra simili a bacchetti erano strette attorno a un torace dove si potevano contare le ossa. Scapole sporgenti risaltavano sulla schiena curva come un uncino.
Un orrido volto sollevò lo sguardo su di lui. Lineamenti sgraziati, cranio lucido e spelacchiato, profondi occhi viola.
Occhi colmi di paura.
Occhi di bambino.
«Che cosa…»
«Un Mezzodemone.» Mormorò tristemente Ombrosa, facendo scivolare la propria mano sulla sua chiusa a pugno. Le dita sottili la dischiusero, andando a intrecciarsi con quelle dell’uomo. «Il risultato dell’unione tra un umano e un Demone.»
«E’ un…»
«Mostro?» Ombrosa fissò la figura stesa a terra con compassione e tristezza. «No, solo un emarginato, un essere non voluto da nessuna parte.»
Guerriero cercò di calmarsi, rallentando la frequenza del respiro. «Ci ha attaccati. Ha tentato di ucciderci.»
Ombrosa scosse il capo lentamente. «Non siamo mai stati in pericolo. Almeno finché non hai attaccato.»
Guerriero si voltò di scatto, punto nel vivo. «Cosa hai detto?»
Un mesto sorriso ricambiò lo sguardo inviperito dell’uomo. «Lui non voleva altro che giocare con noi.» Gli strinse con forza la mano. «Aveva bisogno di compagnia: è sempre solo in questi luoghi, come compagni i suoi costrutti. Un bambino che gioca con i burattini, ma che ha tanto bisogno d’affetto.»
«Un Demone?» Sbottò iroso Guerriero.
«E’ anche umano, non lo capisci? E’ stato abbandonato. E’ confuso, non conosce altro oltre al suo mondo. Arrivando nella sua casa, l’abbiamo sconvolto, ma allo stesso tempo voleva che ci accorgessimo di lui. E l’ha fatto nell’unico modo che conosce.» Mormorò Ombrosa con una tristezza quasi dolorosa. «Ha dimenticato il volto di suo padre.»
«Non l’ha mai conosciuto.» Il Necrofago s’era avvicinato, la mano che lisciava la barba incolta.
Guerriero trasalì alla vicinanza del Demone, ma Ombrosa gli impedì d’indietreggiare.
«Non capisco.» Borbottò l’uomo.
«Davvero non ci riesci?» La donna inarcò un sopracciglio. «Non comprendi il bisogno d’incontrare i propri simili quando si è isolati? Non riesci ad avvertire la necessità quasi fisica di avere dei compagni con cui vivere? E’ così per gli adulti; lo è ancora di più per un bambino che è sempre restato solo. E’ una necessità a cui non si può fare a meno. Ed è una sofferenza se non si riesce a soddisfarla.»
«Ha attaccato. Lo neghi?» Sibilò Guerriero.
«Solo perché si è sentito respinto e ferito. E’ stata una reazione, non un’intenzione.» Ombrosa accentuò la stretta sulla mano. «Lui voleva soltanto che noi lo accettassimo, non voleva sentirsi più solo.»
“Lui non ci ha aggrediti.”
Questo significava solo una cosa.
Era stato lui che aveva portato l’inferno in quel posto.
Era stato lui il mostro che aveva creato distruzione.
Lui, non un Demone.
Lui e nessun altro.
Sentì crollare le ultime certezze che possedeva. Non c’era più niente di chiaro; tutto era diventato ombra.
Lui, come un Demone.
Un tremito scosse i suoi muscoli.
Aveva attaccato un bambino. Aveva tentato di ucciderlo, senza pensare.
Un bambino che voleva soltanto attenzioni, che desiderava una compagnia che mai aveva avuto e che non conosceva altro modo per chiederla se non seguire la sua natura distorta e confusa, rinchiuso e isolato senza mai avere nessun contatto. Quella creatura non conosceva nulla del mondo, non sapeva nulla. Era qualcosa di vergine e lui l’aveva traumatizzata.
Inspirò.
La solitudine.
Quella compagna che tanto bene conosceva.
Un bambino solo e abbandonato.
In un istante vide le cose in modo diverso.
La rabbia svanì e fu solo pietà e amarezza.
Osservò il volto metà umano e metà di molle argilla cadente, simile a moccoli di cera sciolta.
La creatura tremava sotto il suo sguardo.
Lo vedeva come un mostro.
Come poteva essere altrimenti, dato che aveva tentato di eliminarlo?
Espirò.
Bambino e Demone uniti senza scelta, separati in un unico essere.
Compassione e ribrezzo. E impossibilità di comprendere quanto visto.
Come poteva un essere così contorto, creare cose così meravigliose?
Nessun mostro poteva ricercare e creare la bellezza, lo ammoniva una voce che la mente non voleva ascoltare.
Eppure la realtà negava quella convinzione.
Lo splendore della creazione era stato sotto i suoi occhi. Chi era capace di creare qualcosa di bello, non poteva essere corrotto dal male; nessun essere malvagio era in grado di creare e preservare la bellezza, solo portare distruzione.
Era un dato di fatto.
Nonostante questo, non riusciva ad accettarlo. La bruttezza del bimbo rachitico era un segno inequivocabile dei Demoni: non riusciva a capacitarsi che in lui non potesse esistere il male.
Ma che cos’era il male?
Non stava per portare lui stesso distruzione, senza avere un giusto motivo? E poi, occorreva davvero un giusto motivo per elargire rovina?
Non poteva elevarsi a giudice. L’essere non aveva colpa: aveva lottato per la sopravvivenza, come aveva fatto lui. Non poteva esserci punizione per questo. Non poteva esserci giudizio per voler vivere.
«E’ solo un bimbo.» Sottolineò Ombrosa, come se gli leggesse il pensiero.
Guerriero assentì. «Ma non può venire con noi.»
«Resterò io con lui.» Li sorprese il Necrofago offrendosi spontaneamente.
“Forse è la volta buona che me lo tolgo di torno.” Avere nei dintorni un Demone non gli era mai andato a genio; liberarsene era davvero un sollievo.
Ma che cosa poteva venir fuori da un Necrofago che si prendeva la responsabilità di un Mezzodemone?
In mezzo a quello che sembrava un antico tempio greco, contornati da immagini di dei e figure mitologiche, l’immagine di quelle due creature vicine gli pareva perfettamente naturale.
Scosse il capo. Forse stava impazzendo pure lui.
«Fate quello che volete.» Bofonchiò.
Ombrosa gli strinse la mano riconoscente, chinandosi sorridendo verso il piccolo.
«Vuoi restare con lui?» Chiese indicando il Necrofago.
Il Mezzodemone osservò a lungo il Demone, prima di fissarla con i suoi profondi occhi viola sbarrati. Guerriero non avrebbe creduto possibile che in un essere così mal messo, fosse racchiusa tanta vita e intelligenza.
Il bambino fece un cenno d’assenso deciso. Il sorriso della donna s’allargò.
Guerriero la tirò verso l’uscita della galleria: senza più labirinti e ostacoli da superare, l’apertura verso il mondo esterno era visibile a poche centinaia di metri di distanza. La luce che filtrava dalle colline rocciose oltre l’asfalto si faceva sempre più luminosa, rischiarando la penombra a ogni passo che muovevano verso l’uscita.
Ripensò ai due che si erano lasciati alle spalle.
Una luce nelle tenebre.
Che potesse uscire qualcosa di buono da un incontro d’esseri come loro?
Ammiccò quando fu di nuovo sotto l’azzurro accecante del cielo del deserto.
Dopo l’esperienza della grotta, i confini del mondo e delle cose non erano più nitidi come prima. O forse lo erano più di prima.
Luci e ombre.
In lontananza due figure camminavano verso l’orizzonte.
Era tempo di raggiungere Maestro.

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