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I tempi cambiano, questo è un dato di fatto. E ogni tempo ha le sue mode, i suoi modi di fare, i suoi tocchi caratteristici che lo distinguono da un altro. E’ così in ogni campo, cinema e letteratura compresi.
In particolar modo viene da soffermarsi sul genere horror. Le figure che tanto hanno fatto da protagoniste per secoli a storie paurose sono state di streghe, demoni, lupi famelici, spiriti maligni, vampiri: creature classiche del genere.
Il cinema dai suoi albori ha puntato su di esse.
I film dedicati ai vampiri sono stati decine, dal famoso Nosferatu il vampiro in bianco e nero di Friedrick Wilherlm Murnau a Dracula di Bran Stoker di Francis Ford Coppola, da Intervista col Vampiro di Neil Jordan tratto dall’omonimo romanzo a L’ultimo uomo sulla Terra di Ubaldo Ragogna ispirato a Io sono leggenda di Richard Matheson, passando attraverso a pellicole come Ragazzi perduti di Joel Schumacher, Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow, Dal tramonto all’alba di Robert Rodríguez.
Per non parlare di spiriti e demoni, che infestavano case, basti osservare le famose serie di pellicole su La Casa e Poltergheist; non vanno poi dimenticati tutti quei film che hanno trovato in L’esorcista il loro capostipite.
Con gli anni sono state presentati nuovi mostri oltre ai classici lupi mannari e Frankestein, quali a esempio il famoso Freddy Krueger di Nightmare e i Supplizianti di Hellraiser. Ma si è sviluppata anche la figura del mostro che non attinge al paranormale, volendo mostrare come l’uomo alle volte è il vero orrore con cui avere a che fare, dove le radici del male affondano nella sua mente e nell’ambiente che lo circonda, come mostrato nei film Non aprite quella porta, Venerdì 13 e Halloween (i primi delle rispettive serie: i successivi si sono discostati dal tema originale).
Benché di tipologie diverse, i mostri in questione hanno punti in comune: hanno connotazioni precise, si distinguono, emergono con forza nella storia perché sono caratteristici. Questo perché per anni (per non dire per secoli) si è avuta la convinzione che il male fosse qualcosa di superiore, non appartenente al mondo della gente comune, il cui arrivo era capace di stravolgere ogni cosa.
Negli ultimi anni, a parte i remake di film già conosciuti, si è tornato a puntare su un genere di mostri resi famosi dal regista George Romero: gli zombi.
Questi non-morti sono feroci, ma non hanno intelligenza e questo è un loro grosso limite, rendendoli tra i mostri più deboli. Almeno presi singolarmente: la loro pericolosità sta nel numero. Un’infestazione di zombi si diffonde con grande rapidità, il contagio è tremendo. Se se ne uccide uno, ne saltano fuori dieci; qualsiasi sia l’ostacolo continuano ad avanzare, fissi su un obiettivo. Sono brutali e non conoscono pietà perché non provano nessuna emozione; sono mostri privi di sentimenti, per questo non hanno carisma, ridotte a essere creature praticamente uguali tra loro, atte a ripetere sempre e solo i meccanismi di base della sopravvivenza.
Il fatto che di questi tempi si punti tanto su di loro, è una scelta che non è casuale, perché gli zombi rispecchiano una società dove nessuno più emerge, dove si è tutti uguali, e non per una raggiunta parità di diritti e libertà (che anzi è sempre più lontana), ma perché c’è appiattimento. Tutto è un conformarsi verso il basso, a essere svuotati di valori e pensieri, di criticità e libertà di ragionamento.
Una volta il mostro era qualcosa di unico, che emergeva, si distingueva. Ora il mostro è la massa e il suo adeguarsi al non pensare.

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