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L'Ultimo Nemico

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Muffa. Polvere. Acqua stagnante.
Gli odori che lo facevano sentire a casa, che rendevano qualsiasi luogo il posto che lui battezzava come propria dimora.
Scivolando lungo il corridoio silenzioso, scese le scale, imboccando cunicoli sempre più stretti e sempre più pervasi da ombre, fino a quando non si mutarono in tenebre. Avvolto dal buio abbandonò il travestimento, lasciando che la pallida pelle si mutasse in squame nere e verdi e che le proprie cellule modificassero la struttura del corpo. Sentì le membra, le viscere cambiare; fu un sollievo tornare a essere se stesso, soprattutto non avere più a che fare con quelle maledette ghiandole sudorifere. Non riusciva a capire come gli umani potessero sopportare d’avere addosso umori così acri e disgustosi: puzzavano peggio delle bestie, nonostante coprissero le loro emanazioni con ogni tipo di profumo. Erano repellenti, loro e il loro maledetto mondo pieno di fumi di scappamento, ciminiere, spazzatura, vicoli stretti e palazzi ammassati dove il vento non poteva nemmeno passare e portare un po’ d’aria pulita. Per non parlare delle loro città claustrofobiche, così strette e pigiate che facevano mancare il respiro a ogni passo, così piene di luci abbaglianti e accecanti; se non fossero state un territorio di caccia così illimitato, sarebbero state da abbandonare all’istante.
Sibilando compiaciuto, si fece accarezzare e cullare dalla densa tenebra, gettando in un angolo lo zaino che conteneva i resti della sua vittima, i pezzi più prelibati portati a casa per essere consumati con calma.
La luce si accese, illuminando lo scantinato.
Strabuzzando gli occhi, il Camaleonte si guardò intorno con aria allarmata.
L’uomo si staccò dalla parete dell’interruttore, portandosi di fronte alla porta e bloccando l’unica via d’uscita.
«Di nuovo tu.» Sibilò il Camaleonte.
«Di nuovo io.» Confermò il Cacciatore.
Il Camaleonte spazzò nervosamente il pavimento con la coda. «Non hai nessun altro a cui dare la caccia?»
«Siamo gli ultimi delle rispettive specie: a parte te e me, non rimane nessun altro.» Il Cacciatore lo fissò con un’espressione indecifrabile.
«Impossibile.» Ribatté il Camaleonte.
Il Cacciatore sorrise di scherno. «Gli uomini non credono più nella magia, nei mostri. Con la loro scienza, il loro raziocinio, credono di poter spiegare ogni cosa. Se ci sono degli efferati omicidi, è stato sicuramente un serial killer, che classificano con tanto di profilo psicologico. Se spariscono dei bambini, il dito è da puntare sui pedofili che sono diventati più numerosi. Se un uomo entra in un supermercato e fa una strage, la causa è da ricercare nello stress o nella povertà che l’ha reso un disadattato.» Scosse il capo con amaro divertimento. «Sono divenuti degli esperti nel trovare ragioni per giustificare l’incomprensibile. E l’hanno fatto per sopprimere la paura. Quella paura che lo sconosciuto da sempre genera, che non li fa dormire la notte, che non li fa passeggiare tranquilli nei vicoli oscuri. Quella paura che li fa credere nei Mostri. Quella paura che gli fa sperare che esistano creature come i Cacciatori che li difendano e li salvino.» La bocca si storse in un sorriso crudele. «Uccidendo la paura e la speranza hanno ucciso anche noi, uno alla volta. E’ stato un processo lungo, ma alla fine ci sono riusciti e ci hanno tolto di mezzo.»
Il mostro sputò per terra. «Sono solo umani: sono le nostre prede, sono…»
«Sono la nostra fonte d’energia, sono i nostri creatori. I miti, le favole, le storie: sono stati loro a creare il Mondo Nascosto, a darne materializzazione. Un mondo dentro un mondo. Un mondo che è entrato a far parte della realtà e l’ha modificata.» Il Cacciatore si sporse in avanti, ammiccando. «Poi è giunta la tecnologia e la conoscenza si è diffusa, ha eliminato il mistero e con esso anche la paura: hanno ritenuto che tutto avesse giustificazione, tutto fosse spiegabile. Si sono dimenticati di noi e noi ci siamo indeboliti. Siamo divenuti come dinosauri, residui di un’epoca che non c’è più. Un’epoca che si è voluta dimenticare.»
«Come possono dimenticarci?» Sibilò il Camaleonte, le squame che fremevano di sdegno. «Siamo noi che li uccidiamo, noi che infestiamo le loro abitazioni, rendendo la loro vita un inferno.»
Il Cacciatore sbuffò. «Da quanto non vedono più uno di voi? L’ultimo è stato nei paesi del Nord, quando ci fu la caccia alla bestia che scorrazzava per le foreste, massacrando quanti vi si avventuravano: le forze dell’ordine dissero che si trattava di un grizzly reso pazzo dalla malattia, ma sappiamo entrambi che quello fu l’ultimo licantropo a essere abbattuto.» I suoi occhi si fecero duri come il ghiaccio. «Ora restiamo solo tu e io.»
Il mostro s’accucciò sulle zampe posteriori, pronto a scattare. «Cosa ti fa pensare che riuscirai a prendermi? Sono sempre riuscito a fuggire alle tue trappole: sarà così anche stavolta.»
Il Cacciatore scosse il capo, il sorriso sparito, lasciando sulle labbra un’espressione amara. «Non questa volta: questa volta è l’ultima.» Fece un passo avanti, trapassando il Camaleonte con uno sguardo privo d’emozioni. «Se sei riuscito a scappare finora, è perché io l’ho permesso, perché nelle trappole escogitate c’era sempre una via di fuga e facevo in modo che tu la trovassi. E’ solo per questo che sei ancora vivo.»
Il mostro dimenò la coda: disappunto, rabbia, perplessità. «Perché?»
«Perché tu completi me stesso: tu sei la mia ragione di vita. Inseguirti, darti la caccia, scoprire come ti adattavi a un nuovo ambiente, come ti mimetizzavi in esso: mi faceva sentire vivo, dava alla mia esistenza uno scopo. Sai cos’è peggiore del dolore, della paura?» L’ombra di un tremito passò sul volto del Cacciatore. «Essere consapevoli che la propria vita non serve a nulla, non ha alcun senso: è qualcosa capace di far impazzire.»
Il mostro smise di dimenare la coda. «Che ne è stato del codice di voi Cacciatori, del proteggere gli indifesi, gli innocenti? Non era questa la vostra ragione di vita?»
Il torace del Cacciatore fu scosso da una risata. «I Paladini si sono estinti, come tutti gli altri di noi, e con loro gli ideali di protezione e altruismo: dopo, non c’è più rimasto nulla di etico. Per un pezzo vi abbiamo dato la caccia per soldi, poi per semplice sopravvivenza perché siete sempre stati più numerosi di noi; ma poi anche le vostre fila si sono fatte più rade, la vostra presenza meno pericolosa. Vi abbiamo dato la caccia per divertimento, perché non sapevamo che altro fare, perché non volevamo integrarci in una società del genere e condurre un’esistenza piatta e priva di significato, fatta solo di routine, privati della sferzata vitale dell’adrenalina.» Sputò per terra con astio. «Perché mi devo preoccupare di gente a cui non importa nulla di me, che non sa nemmeno che esisto? Gente stupida e ignorante, che non s’accorge nemmeno della rovina che sta portando ovunque vada.» Scrollò le spalle. «L’unica cosa importante è avere una ragione per stare in questo mondo del cavolo, dare un senso alle giornate: cosa m’importa se qualcuno di loro fa una brutta fine per colpa tua? Avremo qualche bastardo di meno a spalare fango su questa terra e il pianeta sarà un luogo migliore per tutti.»
«E allora perché dici che questa volta sarà l’ultima, se il mio predare rende un favore al mondo?»
Una gran stanchezza calò sulle spalle del Cacciatore. «Sono vecchio, con il tempo sono diventato malato: il cancro si è mangiato il mio corpo un pezzo alla volta. Ancora pochi mesi e mi spegnerò in un letto d’ospedale, come uno qualsiasi di loro: uno dei tanti che non è più nemmeno in grado d’andare in bagno, costretto a farsela nelle mutande e a sguazzare nei propri escrementi fino a quando qualcuno non lo cambia. Uno dei tanti obbligato a morire da solo, dimenticato da tutti. Uno dei tanti da aggiungere alla lista dei necrologi. La mia morte è prossima, inevitabile: per questo è ora che il cerchio si chiuda, che il predatore elimini la sua preda.» Le labbra si arricciarono in un magro sorriso. «Non mi va di vedere la mia vita che si spegne senza un significato: voglio che la mia morte abbia un senso, che avvenga facendo quello che ho fatto per tutta la vita. E dato che all’inferno ci debbo andare, voglio essere io a decidere su quale treno andarci.»
Gli occhi del Camaleonte si socchiusero in due nere fessure. «Io non ho intenzione di morire.»
«Ma tu morirai, come qualsiasi altra creatura.» Ribatté mellifluo il Cacciatore. «E se fossi costretto ad affrontare la morte in solitudine, scopriresti quale spaventoso abisso è la consapevolezza di morire senza avere nessuno al fianco che si ricorda di te e sa chi sei.» Strinse i pugni. «Stai venendo trattato con dignità, avendo il rispetto che nessun umano mai ti darà: il rispetto di chi ti considera come un suo pari.» Le mani cominciarono a brillare di Potere. «Il nostro tempo è finito.»
Il Camaleonte si gettò in avanti, gli artigli protesi.
Il lampo brillò, l’aria pervasa dall’odore di carne bruciata.
Il Cacciatore fissò gli occhi del Camaleonte spegnersi, divenendo due pezzi di materia inanimata. Lasciò che il corpo s’accasciasse sul pavimento, fissando lo squarcio che il Potere aveva aperto nel petto: era morto all’istante, senza soffrire.
Con un sospiro, si lasciò scivolare al suo fianco, chinando il capo a fissare il proprio ventre sanguinante, lacerato dagli artigli: sarebbe stata questione di minuti, poi la morte sarebbe giunta anche per lui e sarebbe andato a raggiungere quanti l’avevano preceduto. Il cerchio era chiuso, un’epoca finiva e con essa tutto quello che era stato e aveva rappresentato.
Mentre la vista si offuscava, per l’ultima volta posò lo sguardo sul Camaleonte, il suo mondo, la sua ragione d’essere. “Ci siamo combattuti, abbiamo lottato su fronti opposti, ma non abbiamo capito che il vero nemico è il mondo, la società là fuori.” Chiuse gli occhi e si lasciò andare contro la parete, traendo l’ultimo respiro. “L’ultimo nemico, l’unico vero nemico che dovevamo battere e che non siamo riusciti a sconfiggere.”

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