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Fare un passo indietro per andare avanti

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Dopo l’ubricatura di tecnologia avuta negli ultimi anni, dove pareva che oramai si dovesse fare tutto con essa, qualcuno sta cominciando a capire che forse è meglio fare un passo indietro, che tutto ciò che è nuovo non è necessariamente completamente buono. Sia chiaro, non si sta demonizzando in nessuna maniera la tecnologia, ma l’uso sbagliato che ne viene fatto, perché essa, se usata con consapevolezza, è un ottimo supporto. Ma se per esempio si usa la IA perché pensi e faccia le cose al posto nostro, ritrovandosi così a usare sempre meno la testa, allora non ci siamo; utilizzare l’IA per scrivere libri, per realizzare copertine, immagini, video e persino musica, con risultati come quello riportato in questo video, non è decisamente il massimo della vita, anzi, dimostra quanti passi indietro l’evoluzione umana sta facendo (qualcuno farà notare che fare idiozie è di tutti i tempi, ma ora stanno prendendo sempre più piede). E non è a questi passi indietro cui ci si riferisce, perché non ci si rivolge all’involuzione, ma al ritornare al bivio in cui ci si era trovati poco tempo fa e prendere una strada diversa; la cosa è rivolta a chiunque, ma in special modo ai giovani, i più colpiti da un uso errato della tecnologia, sia nel privato, sia nella scuola. Che i social siano stati usati male e abbiano fatto danno partendo dalle fake news è un dato di fatto, ma ci si sta accorgendo che anche il troppo uso della tecnologia nei luoghi di apprendimento sta arrecando problemi quali difficoltà a scrivere a mano, a capire frasi più lunghe di due righe, a prestare attenzione; già qualche anno fa in un intervento svoltosi presso l’Istituto di Biochimica dell’Università di Padova, Paolo Crepet denunciava che “Se apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto, una parte del cervello (quella della concentrazione) ti si è atrofizzata”. Il problema di molti giovani è che non ce la fanno più a leggere: non riescono a restare concentrati, non riescono ad affrontare testi lunghi, perché non più abituati a leggere, troppo abituati a scrollare, a guardare video brevi dove l’attenzione dura pochi istanti e non ne serve molta per i contenuti perché sono semplici e immediati. Chi fino a poco tempo fa proponeva qualcosa di più complesso, approfondito, ricercato, veniva additato come poco comunicativo, poco attento al “pubblico di lettori”: l’imperativo era che bisognava adeguarsi a chi leggeva, mettersi (abbassarsi) al suo livello, modificando punteggiatura, uso di termini, lunghezza della frasi (tutto ciò non è niente d’inventato, è qualcosa di cui ho avuto esperienza personalmente e con cui ho sempre combattuto, perché se è vero che occorre essere chiari a chi ci si rivolge, è anche vero che è chi legge che deve sforzarsi a evolvere se è qualche gradino indietro).
Crepet, riguardo la scrittura, dice una cosa interessante. “La scrittura è una forma di pensiero. Ma se non leggi, come fai a scrivere? E se non pensi, che cosa scrivi? Scrivere male è pensare male. Scrivere poco è pensare poco. E chi pensa poco, finisce per essere facilmente governato.” (1)
Purtroppo, tutto ciò è vero perché in molti non sono più capaci di distinguere una propaganda da un pensiero, non sono più in grado di argomentare una posizione avendo delegato tutto al consenso, alla rete, che ha dato voce a tanti senza che si avesse qualcosa da dire. Crepet dice che il pensiero critico non si eredita ma si costruisce, e richiede tempo, fatica, confronto. Purtroppo oggi la fatica è vista come un problema da evitare, non come una soglia da superare perché si è scambiato il benessere per anestesia, la libertà per comodità. (1)
Il problema è che tutto ciò non riguarda solo studenti, ma tutti quanti, imprenditori e governanti inclusi. E i risultati si vedono e non sono buoni. “Il cervello è come un muscolo” è una delle frasi conclusive dell’intervento di Crepet: una linea di pensiero che condivido, come ho già detto nella prefazione del mio ultimo lavoro “Ritrovare la capacità di pensiero”:

“Pensare è un’attività che si basa sullo stesso principio del saper risolvere problemi algebrici e dell’avere una muscolatura tonica: si sviluppa e si mantiene con un’attività costante. Non si tratta di un dono divino e neppure un privilegio riservato a pochi eletti, ma è un qualcosa che appartiene a tutti quanti. Il livello di pensiero che si può raggiungere dipende dall’abitudine, dalla frequenza e dalla diversità dei modi con cui lo si usa: risolvere problemi pratici, leggere libri dagli argomenti più diversi, ma soprattutto osservare la realtà in modo obiettivo e distaccato senza esserne coinvolti (che è forse la parte più difficile da mettere in atto).
Ma se capire come sviluppare la capacità di pensiero è importante, lo è ancora di più conoscere perché il pensare è qualcosa che occorre mantenere attivo e ben allenato: se non si hanno buone capacità di pensare, si finisce per essere manipolati, influenzati e sfruttati da ciò che accade attorno a noi. Eliminare del tutto tali manipolazioni, influenze e sfruttamenti è qualcosa di davvero difficile da attuare, ma sicuramente si può limitare il loro raggio d’azione e d’influenza.”

Per questo sono concorde con il fare un passo indietro che sta facendo nelle scuole la Danimarca, facendo tornare in classe libri, quaderni, penne, matite e gomme per cancellare, perché è necessario ritornare a saper pensare. Il sistema didattico che verrà seguito utilizzerà i computer soltanto sotto il controllo dei docenti e per compiti specifici, mentre —analogamente a quanto deciso dall’Australia— la fruizione dei social network sarà vietata ai minori di quindici anni, come sarà vietata la presenza in classe degli smartphone.
La scelta danese non è frutto di un luddismo di ritorno, ma è basata sull’esperienza sul campo condotta nell’ultimo decennio. Sommando il tempo trascorso a scuola davanti a un computer a quello richiesto dai compiti e poi a quello impiegato nel tempo libero non è difficile capire che per la maggior parte del tempo un adolescente ha come interlocutore uno schermo e non un essere umano. L’osservazione degli studenti da parte dei docenti ha accresciuto la preoccupazione per il troppo tempo trascorso dagli adolescenti davanti a uno schermo, cosa che è stata associata a isolamento, distrazione e bassi rendimenti scolastici. Per non parlare dell’impatto negativo dell’uso di piattaforme sulla salute mentale degli adolescenti, come rilevato di recente anche dal Joint Research Centre della Commissione Europea. Viene così meno uno dei luoghi comuni più diffusi nel mondo della scuola, e cioè che il “digitale” avrebbe rivoluzionato la didattica, consentendo di migliorare la qualità della formazione e offrendo opportunità di apprendimento che i sistemi tradizionali non potevano minimamente garantire. Il messaggio che arriva dalla Danimarca non è quello di demonizzare la tecnologia nella didattica e di esorcizzarla in nome dei “vecchi tempi”, quanto piuttosto, quello di utilizzare gli strumenti (informatici) invece di esserne utilizzati, rifiutando la logica binaria del “tutto o niente”.” (2)

1. https://www.orizzontescuola.it/se-apri-un-libro-e-ti-accorgi-che-dopo-una-pagina-sei-gia-distratto-una-parte-del-cervello-quella-della-concentrazione-ti-si-e-atrofizzata/
2. https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/01/09/news/danimarca_scuola_digitale_tablet_stop_smartphone-425085269/