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Ron - Un amico fuori programma

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Ron - Un amico fuori programmaRon – Un amico fuori programma è un film d’animazione del 2021 per bambini e ragazzi che, oltre a essere divertente, trovo anche intelligente per i temi che tratta e come li tratta.
In un futuro neanche tanto lontano dal nostro, vengono creati dei robottini, chiamati B-bot, per essere da compagnia ai ragazzini e aiutarli a fare amicizia attraverso i social; tutto è connesso, tutto è legato alla rete, dove si passano ore e ore a fare e vedere video, a cercare di avere più visualizzazioni possibili, perché più si è popolari, più si hanno amici.
L’unico a essere fuori da tutto questo è Barney Pudowski, dato che non possiede un B-bot; non ha mai avuto molti amici, ma i pochi che aveva lo hanno mollato perché presi, come tutti gli altri ragazzini, dal proprio B-bot. Almeno fino a quando il padre e la nonna non gliene prendono uno, che però risulta essere difettoso; il B-bot, che Barney chiama Ron, non è collegato alla rete e sviluppa un protocollo (o meglio, una personalità) propria, con tutti i guai, le gag e gli inconvenienti che si possono immaginare. La presenza di Ron mette in allarme la Bubble, la gigantesca industria che produce i B-bot, perché teme che la sua difettosità faccia una cattiva pubblicità all’azienda e danneggi i suoi affari; inizia così una caccia serrata al robottino, con Barney e Ron che fuggono nella foresta, dove non possono essere trovati dato che non ci sono telecamere per rintracciarli. Ma la notte all’aperto e al freddo hanno ripercussioni su Barney che soffre d’asma e Ron, con le batterie ormai scariche, lo salva, riportandolo verso la città e venendo così catturato.
Assieme alla famiglia, Barney andrà a salvarlo e facendo così aiuterà non solo il robottino, ma farà molto di più.
Solitudine nonostante un mondo che permette contatti illimitati, il pericolo delle tecnologia nella mani d’imprenditori senza scrupoli che pensano solo al profitto e usano i dati degli utenti per pubblicità mirate, dispositivi tecologici che controllano indiscriminatamente la vita di chi li possiede, sono alcuni degli elementi che spiccano in Ron – Un amico fuori programma, una pellicola nata per l’intrattenimento che critica anche il mondo della rete e dei social, dove visibilità e fama sono spesso fin troppo sopravvalutati, come dice una delle amiche ritrovate di Barney.
Consiglio caldamente di vedere Ron – Un amico fuori programma: non sarà un capolavoro, ma è qualcosa che fa pensare, cosa non molto frequente di questi tempi.

Fare un passo indietro per andare avanti

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Dopo l’ubricatura di tecnologia avuta negli ultimi anni, dove pareva che oramai si dovesse fare tutto con essa, qualcuno sta cominciando a capire che forse è meglio fare un passo indietro, che tutto ciò che è nuovo non è necessariamente completamente buono. Sia chiaro, non si sta demonizzando in nessuna maniera la tecnologia, ma l’uso sbagliato che ne viene fatto, perché essa, se usata con consapevolezza, è un ottimo supporto. Ma se per esempio si usa la IA perché pensi e faccia le cose al posto nostro, ritrovandosi così a usare sempre meno la testa, allora non ci siamo; utilizzare l’IA per scrivere libri, per realizzare copertine, immagini, video e persino musica, con risultati come quello riportato in questo video, non è decisamente il massimo della vita, anzi, dimostra quanti passi indietro l’evoluzione umana sta facendo (qualcuno farà notare che fare idiozie è di tutti i tempi, ma ora stanno prendendo sempre più piede). E non è a questi passi indietro cui ci si riferisce, perché non ci si rivolge all’involuzione, ma al ritornare al bivio in cui ci si era trovati poco tempo fa e prendere una strada diversa; la cosa è rivolta a chiunque, ma in special modo ai giovani, i più colpiti da un uso errato della tecnologia, sia nel privato, sia nella scuola. Che i social siano stati usati male e abbiano fatto danno partendo dalle fake news è un dato di fatto, ma ci si sta accorgendo che anche il troppo uso della tecnologia nei luoghi di apprendimento sta arrecando problemi quali difficoltà a scrivere a mano, a capire frasi più lunghe di due righe, a prestare attenzione; già qualche anno fa in un intervento svoltosi presso l’Istituto di Biochimica dell’Università di Padova, Paolo Crepet denunciava che “Se apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto, una parte del cervello (quella della concentrazione) ti si è atrofizzata”. Il problema di molti giovani è che non ce la fanno più a leggere: non riescono a restare concentrati, non riescono ad affrontare testi lunghi, perché non più abituati a leggere, troppo abituati a scrollare, a guardare video brevi dove l’attenzione dura pochi istanti e non ne serve molta per i contenuti perché sono semplici e immediati. Chi fino a poco tempo fa proponeva qualcosa di più complesso, approfondito, ricercato, veniva additato come poco comunicativo, poco attento al “pubblico di lettori”: l’imperativo era che bisognava adeguarsi a chi leggeva, mettersi (abbassarsi) al suo livello, modificando punteggiatura, uso di termini, lunghezza della frasi (tutto ciò non è niente d’inventato, è qualcosa di cui ho avuto esperienza personalmente e con cui ho sempre combattuto, perché se è vero che occorre essere chiari a chi ci si rivolge, è anche vero che è chi legge che deve sforzarsi a evolvere se è qualche gradino indietro).
Crepet, riguardo la scrittura, dice una cosa interessante. “La scrittura è una forma di pensiero. Ma se non leggi, come fai a scrivere? E se non pensi, che cosa scrivi? Scrivere male è pensare male. Scrivere poco è pensare poco. E chi pensa poco, finisce per essere facilmente governato.” (1)
Purtroppo, tutto ciò è vero perché in molti non sono più capaci di distinguere una propaganda da un pensiero, non sono più in grado di argomentare una posizione avendo delegato tutto al consenso, alla rete, che ha dato voce a tanti senza che si avesse qualcosa da dire. Crepet dice che il pensiero critico non si eredita ma si costruisce, e richiede tempo, fatica, confronto. Purtroppo oggi la fatica è vista come un problema da evitare, non come una soglia da superare perché si è scambiato il benessere per anestesia, la libertà per comodità. (1)
Il problema è che tutto ciò non riguarda solo studenti, ma tutti quanti, imprenditori e governanti inclusi. E i risultati si vedono e non sono buoni. “Il cervello è come un muscolo” è una delle frasi conclusive dell’intervento di Crepet: una linea di pensiero che condivido, come ho già detto nella prefazione del mio ultimo lavoro “Ritrovare la capacità di pensiero”:

“Pensare è un’attività che si basa sullo stesso principio del saper risolvere problemi algebrici e dell’avere una muscolatura tonica: si sviluppa e si mantiene con un’attività costante. Non si tratta di un dono divino e neppure un privilegio riservato a pochi eletti, ma è un qualcosa che appartiene a tutti quanti. Il livello di pensiero che si può raggiungere dipende dall’abitudine, dalla frequenza e dalla diversità dei modi con cui lo si usa: risolvere problemi pratici, leggere libri dagli argomenti più diversi, ma soprattutto osservare la realtà in modo obiettivo e distaccato senza esserne coinvolti (che è forse la parte più difficile da mettere in atto).
Ma se capire come sviluppare la capacità di pensiero è importante, lo è ancora di più conoscere perché il pensare è qualcosa che occorre mantenere attivo e ben allenato: se non si hanno buone capacità di pensare, si finisce per essere manipolati, influenzati e sfruttati da ciò che accade attorno a noi. Eliminare del tutto tali manipolazioni, influenze e sfruttamenti è qualcosa di davvero difficile da attuare, ma sicuramente si può limitare il loro raggio d’azione e d’influenza.”

Per questo sono concorde con il fare un passo indietro che sta facendo nelle scuole la Danimarca, facendo tornare in classe libri, quaderni, penne, matite e gomme per cancellare, perché è necessario ritornare a saper pensare. Il sistema didattico che verrà seguito utilizzerà i computer soltanto sotto il controllo dei docenti e per compiti specifici, mentre —analogamente a quanto deciso dall’Australia— la fruizione dei social network sarà vietata ai minori di quindici anni, come sarà vietata la presenza in classe degli smartphone.
La scelta danese non è frutto di un luddismo di ritorno, ma è basata sull’esperienza sul campo condotta nell’ultimo decennio. Sommando il tempo trascorso a scuola davanti a un computer a quello richiesto dai compiti e poi a quello impiegato nel tempo libero non è difficile capire che per la maggior parte del tempo un adolescente ha come interlocutore uno schermo e non un essere umano. L’osservazione degli studenti da parte dei docenti ha accresciuto la preoccupazione per il troppo tempo trascorso dagli adolescenti davanti a uno schermo, cosa che è stata associata a isolamento, distrazione e bassi rendimenti scolastici. Per non parlare dell’impatto negativo dell’uso di piattaforme sulla salute mentale degli adolescenti, come rilevato di recente anche dal Joint Research Centre della Commissione Europea. Viene così meno uno dei luoghi comuni più diffusi nel mondo della scuola, e cioè che il “digitale” avrebbe rivoluzionato la didattica, consentendo di migliorare la qualità della formazione e offrendo opportunità di apprendimento che i sistemi tradizionali non potevano minimamente garantire. Il messaggio che arriva dalla Danimarca non è quello di demonizzare la tecnologia nella didattica e di esorcizzarla in nome dei “vecchi tempi”, quanto piuttosto, quello di utilizzare gli strumenti (informatici) invece di esserne utilizzati, rifiutando la logica binaria del “tutto o niente”.” (2)

1. https://www.orizzontescuola.it/se-apri-un-libro-e-ti-accorgi-che-dopo-una-pagina-sei-gia-distratto-una-parte-del-cervello-quella-della-concentrazione-ti-si-e-atrofizzata/
2. https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/01/09/news/danimarca_scuola_digitale_tablet_stop_smartphone-425085269/

A Quiet Place – Giorno 1

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A Quiet Place – Giorno 1Certi film si basano sulla sorpresa: quando essa viene a mancare, buona parte della loro efficacia viene a mancare. Questo vale anche per la serie A quiet Place: il primo film ha un’ottima riuscita, il secondo un po’ meno. Cosa dire allora del terzo, A Quiet Place – Giorno 1?
Personalmente, non mi ha fatto paura (trovare una pellicola che lo faccia ormai è arduo) e non mi ha sopreso affatto, dato che già si sapeva con cosa si aveva a che fare, bisognava solo vedere come veniva mostrata la comparsa delle creature e si può dire che non ci si è impegnati tanti: degli oggetti provenienti dallo spazio cadono sulla terra e gli alieni invasori cominciano a fare stragi. Allora perché ritengo A Quiet Place – Giorno 1 un film davvero ben fatto?
Perché ha voluto mostrare in mezzo all’orrore, al sangue, alla violenza, la ricerca di quello che si è perduta, una vita normale, una vita passata, e ci riesce ottimamente attraverso il personaggio di Samira (Sam), malata terminale di cancro che sta vivendo gli ultimi suoi giorni. Sam vive in una casa di cura alla periferia di New York, assieme al suo gatto Frodo cui è molto legata (si tratta di un animale di assistenza). Si ritrova coinvolta nell’attacco delle creature mentre assieme ad al pazienti sta assistendo a uno spettacolo di burattini; lì incontra uno studente inglese, Eric, che prende a seguirla ovunque va. Sempre attenti a non far rumore (ciò che attira le creauture) si muovono all’interno della città perché Sam, sapendo che ormai il suo tempo è alla fine, vuole ritornare nella sua casa di origie as Harlm; Eric, nonostante Sam cerchi di dissuaderlo ad andare con lei, l’aiuta a realizzare il suo desiderio.
Per me, le scene in cui Eric e Samira ballano insieme, condividono una pizza, Eric che si prende cura di Samira e va a cercare i medicinali per alleviare i suoi dolori, hanno dato un tocco particolare al film, sono il suo punto forte. Sinceramente non considero A Quiet Place – Giorno 1 un film horror, e neppure di fantascienza, ma è sicuramente un’ottima pellicola drammatica che merita di essere vista; sicuramente buona parte del merito è dovuta alla bella interpretazione data da Lupita Nyong’o di Sam, che riesce a dare quel tocco dolce e malinconico che accompagna praticamente tutta la pellicola.
A Quiet Place – Giorno 1 è la storia degli ultimi giorni di una persona che sta morendo e cerca in mezzo a un’invasione aliena di ritrovare quei luoghi, quelle cose quotidiane che l’avevano resa felice. Ed è una storia che merita di essere vista.

The Flash

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The FlashThe Flash è un film del 2023, il tredicesimo del mondo DC Comics e devo dire che è uno dei pochi film di questo mondo cui mi viene da dare un giudizio positivo. Sinceramente non posso dire se rimane fedele ai fumetti, dato che non ho letto praticamente nulla su questo personaggio; quello che conosco di Flash è legato alla prima serie televisiva degli anni 90 con una sola stagione (quella con John Wesley Shipp nella parte di Barry Allen), e alla seconda serie realizzata tra il 2014 e il 2023 (Grant Gustin interpreta Barry Allen mentre in ruoli differenti compare anche John Wesley Shipp; prime stagioni molto belle ma poi calate molto verso il finale), oltre a qualche cartone animato in cui compariva (ma più che altro si parlava di Justice League).
La storia di The Flash è cronologicamente datata dopo il film Justice League, ed è incentrata sul personaggio di Barry Allen, che ora è nella polizia scentifica, ancora alla ricerca di trovare un modo per scagionare suo padre dalla falsa accusa di aver ucciso sua madre. Piccola parentesi: non so nulla della storia canonica (quella dei fumetti), ma questa parte è uno dei fulcri della seconda serie televisiva.
Involontariamente, Barry mentre corre a supervelocità viaggia inavvertitamente per poco indietro nel tempo. Sconvolto dalla cosa, ne parla con Bruce Wayne, che lo sconsiglia dal viaggiare nel tempo perché non si sa cosa possono portare i cambiamenti, accettando che le esperienze vissute li hanno fatti divenire quello che ora sono.
Barry naturalmente non lo ascolta e viaggia indietro nel tempo, arrivando in una relatà alternativa del 2013 in cui la madre è ancora viva; lì incontra il sé stesso di quell’anno, venendo così costretto a confrontarsi con l’immaturità che aveva in quel periodo e come gli altri lo vedevano. Non so com’è il il supereroe dei fumetti, ma nella versione interpretata da Ezra Miller Flash è molto macchietta, diciamo che hanno voluto creare il personaggio spensierato del gruppo DC, essendoci già molto seri Superman, Batman e Wonderwoman; una figura spensierata, che prende tutto alla leggera, col sorriso, almeno fino a un certo punto di The Flash, ovvero l’incontro con se stesso: da questo momento in poi Barry comincia a cambiare, a capire il peso delle responsabilità, delle conseguenze delle scelte.
Per riuscire a venire a capo della situazione in cui si trova (lui ha perso i poteri mentre li faceva acquisire al sé più giovane e intanto c’è l’invasione del Generale Zodd) chiede aiuto a Bruce Wayne, ma si trova davanti a qualcosa di inaspettato: non è il Bruce Wayne che conosce, ma una versione più vecchia (interpretata da Michael Keaton, già in questo ruolo in altri due film sull’uomo pipistrello) che, ascoltata la sua storia, decide di aiutarlo. Insieme vanno alla ricerca di Superman (che reputano si trovi in Siberia), l’unico che può fermare Zodd; in realtà, al suo posto c’è Kara, sua cugina. Nonostante la sfiducia di Kara verso gli umani (l’hanno tenuta prigioniera facendo esperimenti su di lei), la Kriptoniana decide di affiancare i due Flash e Batman nella lotta contro Zodd, anche se ciò costerà la vita a lei a all’uomo pipistrello. I due Barry, potendo viaggiare nel tempo, decidono di cambiare gli eventi, ma si troveranno davanti al problema che la morte di Kara sia un evento che non può essere cambiato.
E qui mi fermo per non spoilerare il finale. Un finale che tutto sommato non mi è dispiaciuto, come non mi è dispiaciuto tutto The Flash, che, rispetto ad altri film DC, ha avuto il merito di non annoiarmi; certo non è perfetto, certo si possono sollevare obiezioni sui viaggi nel tempo (e quando questi non hanno fatto levare critiche), ma ha raggiunto il suo scopo intrattenitivo.