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Derive nel calcio

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Lo sport, specie il calcio, ha imboccato strade che di sportivo hanno ben poco. Una di queste derive riguarda la gran quantità di soldi che circola al suo interno, partendo dagli stipendi spropositati da calciatori, allenatori e dirigenti, fino ad arrivare agli investimenti che fanno i vari sponsor sulle squadre e ai diritti tv.
Non bastasse questo, si sta vedendo da tempo come altre pericolose derive si sono insinuate in seno a esso: come si è visto, quest’anno in Italia ci sono stati cori razzisti contro Lukaku, Dalbert, Balotelli, ma non è solo il nostro paese a esserne colpito. Ci sono stati sempre contro Lukaku in Slavia Praga – Inter (fatti negati poi dalla società straniera), in Bulgaria – Inghilterra, per non parlare dei saluti militari della nazionale turca.
Questo però non riguarda solo le serie maggiori, ma anche quelle minori: non si risparmia nessuno. A Siracusa ci sono stati cori razzisti contro 11enne del Congo. Il portiere Omar Daffe dell’Agazzanese è stato espulso perché ha abbandonato il campo dopo essere stato insultato più volte in maniera razzista; in segno di solidarietà, tutti i suoi compagni sono usciti dal campo. Purtroppo, invece d’intervenire contro il razzismo, come avrebbe già dovuto fare (e non ha fatto) la terna arbitrale sul campo, il giudice sportivo ha pensato bene di applicare il regolamento, squalificando per un turno il portiere, facendo perdere a tavolino la partita alla sua squadra e infliggendogli un punto di penalizzazione in classifica; oltre al danno la beffa, anzi, un messaggio che sembra stare dalla parte di chi insulta e contro chi si ribella.
Purtoppo i fatti negatici non finiscono qui.
La giocatrice anglo-nigeriana Eni Aluko della Juventus lascia la squadra e Torino per le continue discriminazioni subite.
L’ad della Lega serie A De Siervo ha chiesto di spegnere i microfoni per non far sentire i cori razzisti allo stadio; l’ad si è poi giustificato che è stato fatto per evitare l’emulazione di tali gesti, di non trasformare in eroi chi compie gesti razzisti.
Non è negando questi fatti, non facendoli sentire, che si risolve il problema: il razzismo esiste e non è che ignorandolo lo si elimina. Fare finta in niente, lasciar correre, serve a dare più forza a quelle persone che ritengo loro diritto offendere gli altri: tanti ultras reputano che insultare gli altri faccia parte del gioco, faccia parte della libertà d’espressione e che condannare il loro modo di fare sia una repressione di un loro sacrosanto diritto. Queste persone si ritengono padroni dello stadio, di decidere anche per gli altri, come successo a Roma quando i capi ultras della Lazio decisero che le donne non potevano stare nelle prime dieci fila della curva, di condizionare le decisioni societarie (come successo nel caso Malcom allo Zenit).
Tutte queste sono derive pericolose cui ci si deve opporre, cui si deve reagire, non lasciar correre o far passare sotto silenzio o negare con teorie stravanganti (quanto fatto dalla curva nord interista).