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The Sky Crawlers

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the sky crawlersThe Sky Crawlers è un film di fantascienza di Mamoru Oshii del 2008. Ambientato in una Terra alternativa, presenta un’ambientazione che ricorda quella della Seconda Guerra Mondiale per quanto riguarda il modo di vestire, i mezzi usati; più o meno la tecnologia è quella di quel periodo storico, salvo il fatto che l’ingegneria genetica è più avanzata al punto d’aver dato vita ai kildren, adolescenti che non invecchiano mai, rimanendo in eterno in questo stato. L’unico modo per loro di morire è di essere uccisi in combattimento ed è per questo che vengono usati per pilotare aerei da guerra.
Una guerra che è in mano a compagnie private che combattono per gli stati che li assoldano attraverso i kildren. Una guerra che ha eliminato le altre guerre, dove la sete di sangue è sedata da un conflitto bellico che è diventato un gioco, uno show televisivo. Uno spettacolo crudele, che sembra ripetersi all’infinito, con i suoi protagonisti che vivono in un presente che non cambia mai, che si perpetra nella ripetitività dei gesti: una scelta, quella del regista, che non è casuale e che serve per comprendere appieno ciò che s’intuisce già dall’inizio (vedere una delle prime scene, quando Yuichi Kannami arriva alla base aerea, e quella subito dopo i titoli di coda).

Visivamente ottimo, come ottima è la colonna sonora, spettacolare nelle scene dei combattimenti aerei, inizialmente può spiazzare per i volti inespressivi dei kildren, ma presto si capisce che la scelta è funzionale alla vita che conducono. La loro è un’esistenza priva di passato, non ricordano nulla di ciò che è stato. Non hanno futuro, il loro scopo è solo quello di combattere ancora e ancora. Hanno solo un presente sempre uguale, facendo trascorrere una giornata dopo l’altra in attesa dell’ennesimo combattimento, sapendo che potrebbe essere l’ultimo. O forse no. Di certo vivono come se non ci fosse un domani, partecipando a una finzione dove tutti sanno (o quasi) ma non vogliono dire come stanno realmente le cose.
The Sky Crawlers non è un film adrenalinico, ma una pellicola introspettiva che si prende il suo tempo per far giungere il suo messaggio allo spettatore. Scoprire la natura dei kildren, il legame che c’è tra loro e il Professore (un pilota della compagnia privata Lautern che abbatte uno dietro l’altro quelli della Rostock, praticamente imbattibile, riconoscibile dal suo aereo con una pantera disegnata sopra), il legame tra Yuichi e Kusanagi, il perché tanti appaiono così tristi quando guardano i kildren (emblematico quando la meccanica della base parla di “vite spezzate”).
Per chi o cosa combattono i kildren? Perché uccidono? Queste sono le domande che pone Suito Kusanagi mentre è a cena con Yuichi Kannami, entrambi kildren, entrambi parte dello stesso gioco. La risposta di Yuichi (i più non ci pensano, lo ritengono un mestiere come un altro) può sembrare cinica e brutale, ma fa capire come il combattere, l’uccidere, sia divenuta talmente un’abitudine da essere considerata come una cosa normale, che non colpisce più di tanto, dove vince il più forte e si possono far aumentare i profitti. La guerra è vista come un business, un fare interessi economici, dove conta ottenere profitto e non si guarda il costo di vite umane, perché a morire sono soltanto i kildren, sono gli unici a pagarne il prezzo. Ma in fondo che prezzo può essere, quando si scopre qual è la loro natura? Eppure un prezzo c’è ed è spaventoso, perché si perde la propria identità, il proprio equilibrio e Kusanagi lo sa bene: si va incontro a un dolore spaventoso, che solo con l’assenza di sentimenti si può provare a resistere. Ma una vita priva di sentimenti è una vita di disperazione, dove è meglio andare incontro alla morte, se solo si potesse scegliere: sì, perché i kildren non sono padroni della propria vita, ma sono nelle mani di multinazionali che dispongono di loro come vogliono per i propri interessi e anche il morire è qualcosa che non può essere concesso perché va contro il profitto. Una disamina dura, come lo è quella di Kusanagi sull’umanità e sulla guerra.

“Nella sua storia, l’umanità non ha mai voluto né potuto eliminare la guerra perché è la sua esistenza a dare senso e realtà alla vita degli esseri umani. Avere sempre delle guerre in corso in qualche parte del mondo ha una sua specifica funzione: quella di alimentare l’illusione di pace della nostra società. Ma la guerra deve essere reale, non può sembrare una finzione. Leggere delle guerre del passato non basta. La narrazione rischia di trasformarle in favole e annullarne l’effetto. Se la gente non vede morti veri in televisione, se la sofferenza non viene mostrata, se la guerra non la tocca da vicino e le fa paura, la pace non può essere mantenuta. E il suo stesso significato viene dimenticato. La gente ha bisogno della guerra per sentirsi viva. Proprio come noi ci sentiamo vivi quando combattiamo nei cieli. E poiché la nostra guerra è un gioco che per sua stessa natura non deve finire mai, come tutti i giochi ha bisogno di regole. Per esempio, deve esserci un nemico che non può essere sconfitto. “

Un bellissimo dialogo che fa capire tante cose; tra le tante, la decisione nel finale di Yuichi di combattere contro il Professore e abbatterlo, credendo così di porre fine a una guerra destinata a durare per sempre, figlia di una società che così pensa di aver risolto un problema che l’umanità si porta dietro da quando è nata. Un ribellarsi contro un destino già scritto e poter scegliere la propria via.

“Hai sempre la possibilità di cambiare la strada che percorri ogni giorno. Anche se la strada è la stessa, puoi vedere cose diverse. Non è abbastanza per vivere? O invece…non può essere abbastanza? Anche se la strada è la stessa, puoi vedere cose diverse. Non è abbastanza…per continuare a vivere?”

Yuichi sembra avere trovato la risposta al suo vivere. E può essere una risposta anche per quella parte di umanità che ripete costantemente il solito modo di passare la vita: andare al lavoro, in ferie, mettere al mondo figli, crescerli. Se ci si pensa, non sono poi tante le differenza tra il modo di vivere dei kildren e quello dell’umanità (il non crescere e ripetere sempre i soliti gesti).

Ghost in the Shell

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Ghost in the ShellGhost in the Shell è un film d’animazione giapponese di fantascienza del 1995 di Mamoru Oshii. Siamo nel 2029, su una Terra dove la tecnologia ha raggiunto livelli molto elevati: tutto è informatico e anche la maggior parte delle persone ha innesti cibernetici nel proprio corpo, al punto che alcuni sono praticamente dei cyborg completi. Arti potenziati e corazzati, cervello con un alto livello di elaborazione dati: l’essere umano sembra essere riuscito a superare i propri limiti. Eppure le cose non sono migliorate: ci sono ancora le guerre, la criminalità è sempre diffusa, c’è povertà, disuguaglianza, intrighi politici, corruzione, le multinazionali fanno sempre il loro interesse, anche in modo sporco.
Benché ricco di mistero, intrigo, investigazione e azione, Ghost in the Shell è una pellicola introspettiva, che pone riflessioni sul concetto di anima e dell’identità e unicità dell’individuo. Proprio sull’anima (il ghost), l’opera pone il suo accento: qualcosa d’inspiegabile che permette di avvertire sensazioni particolari che esulano dalla razionalità. Ed è proprio dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale che nasce qualcosa che va oltre il concepibile, qualcosa che si riteneva appartenente solamente agli esseri umani, e sul quale si ritrova a indagare Motoko Kusanagi, membro della nona sezione di polizia, con un livello d’innesti tale che del proprio corpo non è rimasto nulla, al punto che se dovesse lasciare la polizia non le rimarrebbe niente, dato che esso è di sua proprietà. L’unica cosa che le rimane è il pensiero e la coscienza (sulla quale riflette spesso) e forse è per questo che attira l’attenzione del Burattinaio, un hacker di cui non si conosce l’identità, ma che ha già colpito più volte. In un susseguirsi di scoperte, Kusanagi e il suo collega Batou si ritrovano coinvolti in una storia che tanti cercano di tenere nascosta.
Ghost in the Shell, oltre a una buona realizzazione tecnica e un buon ritmo narrativo, sviluppa temi e dilemmi che da sempre accompagnano l’uomo: da dove viene l’anima (interessante il paragonare la rete neurale del cervello umano alla rete informatica e come dalla loro complessità possa nascere qualcosa di cosciente e consapevole), l’impatto che ha la tecnologia sull’essere umano, i suoi punti forza e le sue debolezze, l’utilizzo che si può fare di essa e la sua regolamentazione, come l’uomo può perdere se stesso a causa di essa ed essere manipolato da altri, l’evoluzione, la capacità di riproduzione. Le tematiche messe in campo da Ghost in the Shell sono tante e sono varie, toccando i temi più vari dalla tecnologia all’etica alla religione, atte a dare spazio a un messaggio dove si fa intendere che c’è un infinito mondo di rivelazioni per chi vuole veramente scoprire ed evolvere. Emblematico di ciò è una frase di Kusanagi che riporta un brano della Prima lettera ai Corinzi 13,11-12: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto“.

Fiori d'estate 2

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Fiori d'estate 2

Fiori d'estate 2

Principessa Mononoke

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Principessa MononokePrincipessa Mononoke è un film del 1997 di Hayao Miyazaki ambientato nel periodo Muromachi, che, tra mito e realtà, ruota attorno alla lotta tra uomo e natura. Da una parte c’è la città Tataraba, guidata da Lady Eboshi, un centro proto-siderurgico che produce nuove armi da fuoco ed estrae enormi quantità di ferro dalla montagna. Dall’altra San, la principessa spettro o principessa degli spiriti vendicativi, allevata da Moro, una grande lupa che può essere considerata una divinità della foresta, che combatte a fianco degli animali per fermare la distruzione che portano gli uomini per ottenere le risorse della natura. In mezzo Ashitaka, in viaggio per trovare un rimedio alla maledizione che l’ha colpito e lo sta portando alla morte dopo che ha ucciso un grande cinghiale, un dio maligno proveniente dalla foresta di San e sorto a causa delle azioni degli abitanti di Tataraba.
Proprio quest’ultimo si troverà a essere anello di congiunzione tra due mondi agli antipodi e in lotta tra loro. Ospitato dalla gente di Tataraba (ed entrato nelle loro simpatie) dopo aver salvato un paio di guardie dirette verso la città, s’innamora di San e da lei viene salvato, trovandosi coinvolto in una lotta tra la preservazione della natura e il suo rispetto, e il desiderio di accumulare ricchezze.
Visivamente spettacolare, con i paesaggi ispirati alle foreste di Yakushima, trae ispirazione, oltre che dal periodo Muromachi, anche da quello Jōmon e dalla popolazione degli Emishi. Un film che vuol mostrare l’incompatibilità tra il mondo della natura e l’avanzare della civilizzazione industriale moderna, dove è facile stare dalla parte della natura, ma dove si riesce anche a comprendere la parte degli uomini che fanno quello che possono per sopravvivere, per non essere schiacciati ed emarginati dalla macchina economica che sempre più prende piede e s’ingrandisce. Lady Eboshi, che appare fredda, calcolatrice e spietata nei confronti degli animali della foresta, è invece molto protettiva e comprensiva verso gli abitanti della sua città, e si preoccupa che abbiano di che sfamarsi e condurre un’esistenza dignitosa.
D’altro canto è ugualmente comprensibile la rabbia degli animali, uccisi e con le loro case distrutte a causa dell’ingordigia umana, non riuscendo assolutamente a comprendere il loro modo di agire.
Se si riescono a comprendere queste due parti, risulta invece difficile, se non impossibile, provare empatia per il monaco Jiko, Lord Asano e i suoi uomini, mossi solamente da cupidigia e ingordigia: il primo ha il compito di portare all’imperatore la testa del Dio Bestia (che si dice rende immortali), il secondo vuole allungare le proprie grinfie sulla città di Tataraba; entrambi sono esempi lampanti dell’ottusità e della stupidità umana.
Più violento e crudo degli altri film di Miyazaki (si vedono arti e teste mozzati), Principessa Mononoke vuole mostrare un’epoca di caos e cambiamento, con il mito che lascia il posto a un’era dove rimane poco di un passato magico. Un film non immediato come altri lavori del regista, di più difficile comprensione per chi non conosce l’antica tradizione e cultura giapponese con le sue credenze in spiriti, dei, creature varie e maledizioni, ma il tratto di Miyazaki, sia nella regia, sia nei disegni, rimane inconfondibile; manca la parte inerente al volo (elemento fortemente presente in altre opere), ma è facile per chi ha visto Nausicaa della Valle del Vento notare somiglianze nella foresta in cui Ashitaka entra per la prima volta e la foresta sotterranea in cui Nausicaa finisce quando scampa all’attacco degli insetti. Come per altri film di questo regista, la visione di questa pellicola è consigliata.

Strade

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Paperdinastia – La grande storia dei paperi più famosi del mondo

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Alle volte, sistemando le proprie cose in cantina, può succedere che si ritrovi qualcosa che si era dimenticato di possedere. È quanto mi è capitato quando mi son trovato tra le mani il volume Paperdinastia – La grande storia dei paperi più famosi del mondo pubblicato nel 2000 da The Walt Disney Company Italia, comprensivo di La Saga di Paperone (dodici capitoli per 212 pagine) e di altre sei storie aggiuntive che vanno ad arricchire il racconto della vita di Paperone e dei suoi cari.
A pensarci un attimo non sembra un caso aver ritrovato, vivendo nell’Era dell’Economia, un volume che racconta la storia del papero più ricco del mondo, che ha fatto di tutto per arricchirsi, al punto da costruire un deposito dove tenere banconote e monete per farci tuffi e bagni (sono solo una parte del suo immenso patrimonio, gli “spicci” che usa per il suo diletto).
Ma Paperone De’ Paperoni non è certo come tanti imprenditori ed economisti del nostro tempo. Paperone non è un figlietto di papà che ha avuto tutto pronto (a differenza del suo rivale Rockerduck, che in questo volume fa una breve comparsa), non è stato un raccomandato, non ha usato sotterfugi per emergere: Paperone si è arricchito col sacrificio, l’impegno, l’onestà. Partendo dalla Scozia, sua terra natale, e lasciando l’affetto dei famigliari del clan De’ Paperoni, Paperone viaggia per il mondo in cerca di fortuna. Prima giunge in America, dove lavora sul Mississippi sul battello dello zio Angus e conosce Cacciavite Pitagorico e la Banda Bassatti, per poi spostarsi nelle Terre Maledette come cowboy, imparare a fare il minatore presso la Collina dell’Anaconda. Poi si sposta a Transvaal, nel cuore dell’Africa Meridionale, e successivamente in Australia, sempre in cerca di quella fortuna che pare continuamente sfuggirli di mano per un verso o per l’altro. Ma è proprio in Australia, dall’incontro con uno sciamano, che Paperone avrà l’intuizione che si rivelerà essere l’inizio della sua ascesa: recarsi nello Yukon. È facendo il cercatore d’oro nel Fosso dell’Agonia Bianca che si arricchisce, mette insieme il suo primo milione di dollari. Dopo una breve capatina in Scozia per questioni familiari, ritorna in America a Paperopoli con le sue due sorelle: è qui che costruirà il suo famoso deposito, ed è qui che intreccia la parentela con Nonna Papera, dato che sua sorella Ortensia si mette insieme al figlio di quest’ultima (un amore a prima vista; e dalla loro unione nascerà il famoso e indimenticabile Paolino Paperino). Sempre in giro per il mondo alla ricerca di avventure per accumulare ricchezze e tesori, Paperone diviene il riccastro (come viene definito da tanti) conosciuto in tutto il mondo, allontanandosi dalla famiglia, fino a quando, dopo tanti anni, si riavvicina ai parenti (presumibilmente) rimasti, Paperino e i tre nipotini Qui, Quo e Qua, e con loro riprende a vivere mille avventure dopo che si era ritirato a lungo a vita privata.
Don Rosa (Keno Don Hugo Rosa) scrive e disegna un’opera di largo respiro che mostra la vita del papero più ricco del mondo, utilizzando i tanti indizi lasciati da Carl Barks nelle innumerevoli storie realizzate. Non solo dà vita a tavole di gran bellezza artistica, ricche di dettagli, ma è capace di narrare le vicende con molteplici sfumature, dall’ironia alla toccante poesia, alla struggente malinconia (da vedere i capitoli Il miliardario di Colle Fosco e Cuori dello Yukon); per non parlare dei tanti fatti, luoghi e personaggi storici realmente esistiti che usa (la rivendicazione della miniera di rame della Collina dell’Anaconda, la leggenda di Drennan Whyte, la cittadina di Sopracciglio della Scimmia, Murdo MacKenzie, Theodore Roosevelt, l’introduzione della luce elettrica e la costruzione della Statua della Libertà a New York, solo per citare alcuni dei riferimenti che Don Rosa usa).
Un’opera quella di Don Rosa che è davvero una piccola grande chicca non solo per il mondo Disney, ma anche per quello dei fumetti, nella quale con grande maestria si mostra la crescita di un personaggio come Paperone, come è arrivato a essere quello che è e come dietro una facciata di durezza si nasconde un mondo di sogni e ricordi, che sono la vera ricchezza a cui davvero il “riccastro” tiene (vedere l’ultimo capitolo L’Ultima slitta per Dawson).

Una tavola di Paperdinastia

I colori delle nuvole

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I colori delle nuvole

I colori delle nuvole

I colori delle nuvole

I colori delle nuvole

I colori delle nuvole

Nausicaä della Valle del Vento

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Nausicaä della Valle del VentoNausicaä della Valle del Vento è una delle opere più famose di Hayao Miyazaki, realizzata sia come manga sia come film d’animazione. Come spesso succede negli adattamenti tra cartaceo e pellicola ci sono delle differenze e delle semplificazioni, ma questo non toglie bontà alla versione cinematografica.
Realizzato nel 1984, il film mantiene tuttora un apparato grafico bello e godibile, con il tratto dei disegni che ben caratterizza le opere di Miyazaki: i lineamenti dei personaggi sono facilmente riconoscibili in quasi tutti i suoi film. Così come lo sono le tematiche: l’amore e il rispetto per la natura, la civiltà che la rovina e porta distruzione, il desiderio di potere dell’uomo, il volo, i bellissimi paesaggi dove dominano le nuvole.
La storia e l’ambientazione create da Miyazaki sono di grande impatto. Si è in un mondo devastato da una spaventosa guerra termonucleare: sono passati mille anni da questo spaventoso evento e la terra non si è ancora ripresa. Poche sono le aree dove le persone possono vivere senza essere uccise dalle spore velenose emesse dalle piante della Giungla Tossica in continua espansione, abitata da giganteschi insetti. I resti della popolazione umana vivono in un precario equilibrio, rotto quando dei regni rivali, Tolmechia e Pejite, scatenano un nuovo conflitto per il possesso di un residuo dell’antica tecnologia passata: un Soldato Titano, uno degli esseri che ha portato l’umanità vicina all’annientamento totale e che vuole essere usato per distruggere la Giungla Tossica, senza comprendere qual è la sua reale importanza. Solo un piccolo gruppo di persone guidato da Nausicaa, una ragazzina della Valle del Vento con la capacità di comunicare con gli animali, conosce la verità e cerca d’evitare la catastrofe, lottando contro la cecità e l’ottusità umana.
Il film è stato uno dei precursori che ha mostrato come i cartoni animati possono essere un mezzo per parlare dell’attualità e dei suoi problemi. I suoi messaggi antimilitaristici, della comprensione del prossimo, dell’accettare culture differenti, del degrado che l’uomo porta alla natura, sono evidenti, come anche è evidente il messaggio cristologico finale, dove alle volte si necessita di un sacrificio per far giungere le persone alla comprensione. Qualcuno ha obiettato che questi messaggi sono anche troppo evidenti e calcati, ormai semplicistici, eppure è un punto di vista che non rende giustizia a un film veramente buono: troppo abituata a produzioni dove la violenza e il cinismo regnano sovrani (e spesso sono gratuiti e ci si compiace di usarli), la maggior parte delle persone non riesce ad apprezzare una storia di grande impatto. Memorabili alcune scene: una nave volante che si schianta nella Valle del Vento dopo essere attaccata da centinaia d’insetti, Nausicaa che libera dalle catene una ragazza in punto di morte, i Soldati Titani che devastano il mondo.
Il film è stato fonte d’ispirazione per altre pellicole, ma anche videogiochi, su tutti la serie di Final Fantasy, dove i chocobo, animali che fungono da cavalcature e praticamente presenti in ogni titolo della serie, sono ispirate a una creatura di Nausicaä della Valle del Vento. In Final Fantasy VII, le Weapon, gigantesche creature che fungono da guardiani del mondo e si risvegliano quando l’uomo scatena certe forze, si rifanno al fatto che gli animali della pellicola si scatenano contro gli umani quando compiono atti aggressivi nei confronti della natura.
Una pellicola da non perdere.

La polvere dei sogni, nono volume di Il Libro Malazan dei Caduti

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La polvere dei sogniIn La polvere dei Sogni, Steven Erikson ha scritto questa nota: “Sebbene non possa definirmi uno scrittore di tomi fermaporta, ho sempre pensato che la conclusione de Il LIBRO MALAZAN DEI CADUTI richiedesse qualcosa di più di quanto potesse offrire la moderna tecnologia in materia di rilegatura. Fino ad oggi ho sempre evitato di scrivere romanzi con il cosiddetto finale in sospeso, essenzialmente perché, in veste di lettore, ho sempre odiato dovere aspettare per scoprire come va a finire. Ahimè, La Polvere dei Sogni è la prima parte di un romanzo in due volumi, che si concluderà con Il Dio Storpio. Pertanto, se pensate di trovare la conclusione di storie nella storia resterete delusi. La Polvere dei Sogni non presenta la struttura tradizionale di un romanzo, e la mancanza di un Epilogo ne è la testimonianza. Pertanto, non mi resta che chiedervi di essere pazienti. So che potete farcela. Dopotutto, avete aspettato fino ad ora, no?”
Chi ha seguito la saga Malazan, ha avuto modo di costatare che i suoi libri sono autoconclusivi: sebbene le vicende siano tutte collegate tra loro, Erikson prende un gruppo di personaggi e sviluppa le vicende che lo riguardano in una determinata zona e lasso di tempo, dandogli un inizio e una fine, senza lasciare il finale il sospeso. Certo è un finale che può essere continuato, e infatti nei volumi seguenti quello che si è letto sui personaggi viene ripreso, per arrivare a dare compimento al grande quadro d’insieme che lo scrittore ha preparato. Questo, se ce ne fosse ancora bisogno, a dimostrazione della professionalità e della correttezza dell’autore.
Altra nota che Erikson ha voluto fare è la dedica a Stephen R. Donaldson, scrittore di libri fantasy conosciuto in Italia per la pubblicazione di due trilogie dedicate a Thomas Covenant: già in un’intervista aveva voluto sottolineare l’importanza avuta dal collega in quello che ha scritto.
Fatte queste annotazioni, vediamo che cosa succede in La polvere dei sogni. Come ormai si è capito, ci si sta avvicinando alla convergenza finale e si chiarisce sempre più il quadro complessivo e tutti gli elementi messi in campo. Ci sono le macchinazioni degli dei antichi che non se ne vogliono stare con le mani in mano e vogliono tornare ai fasti del passato. Ci sono i Malazan e i Letherii che si ritrovano a essere alleati, che si vedono impegnati all’inizio in una lettura di grande pathos. C’è Tool e i barghast che guida. Per non dimenticare poi Toc.
E poi ci sono i K’Chain Che’Malle, la specie dalle sembianze di gigantesche lucertole già incontrata altre volte nei volumi precedenti. Ma se prima si erano viste solamente le loro azioni sul campo di battaglia e la pazzia della sua Matrona, in questo romanzo Erikson fa capire le motivazioni che li spingono ad agire, come pensano, cosa provano, a cosa mirano. Ora si capisce perché due di loro avevano seguito e appoggiato Maschera Rossa e perché lo avevano eliminato, ritenendolo inadatto al compito che gli avevano affidato. Un compito ora affidato a Kalyth, l’ultima degli Elan, adesso Destriante dei K’Chain Che’Malle.
La polvere dei sogni è introspettivo, riflessivo, filosofico ed epico come gli altri volumi scritti da Erikson; è qualcosa di grandioso come gli altri romanzi della saga Malazan, con un finale che presenta uno degli scontri più adrenalinici, epici e monumentali descritti in un romanzo. Un romanzo che parla di divisioni, solitudini, perdite, capace d’illuminare con pensieri che rivelano la natura del potere, della ricchezza, della saggezza, delle credenze, delle religioni. Toccante, evocativo, denso di attesa, di magia (come non restare affascinati dalle varie letture delle Mattonelle e del Mazzo o di come la magia sia legata alla vita), che però riesce anche a strappare un sorriso nelle scene dove Tehol e Ublala Pung sono protagonisti.
Notevole. Non immediato, ma notevole come sempre.