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Misure di giudizio differenti

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Donald Sterling, patron della squadra NBA dei Los Angeles Clippers,è stato sospeso a vita a seguito delle frasi razziste che ha pronunciato: non potrà più avere alcun ruolo nella squadra, assistere alle sue partite e dovrà pagare una multa di 2.5 milioni di dollari.
Appena comparse sui quotidiani le sue frasi, subito è scattata la protesta da parte dei giocatori della squadra, di quelli delle altre franchigie e di tanti altri personaggi non appartenenti allo sport: una protesta unanime, che ha portato a una presa di posizione netta e decisa. Certo non è dovuto a una questione solo di etica e di rispetto: non fossero stati presi provvedimenti, un eventuale sciopero dei giocatori avrebbe portato a una grossa perdita economica, oltre ai danni d’immagine sul lasciar correre che avrebbero portato ad altre perdite.
Gli Stati Uniti non sono un paese perfetto, sono pieni anche loro di contraddizioni e ingiustizie, di scelte opinabili e criticabili, ma su certe questioni sono intransigenti, come in questo caso, ma anche sull’evasione fiscale a esempio, reato condannato molto più di un omicidio, dato che è ritenuto più grave perché va a colpire la collettività e non solo i singoli.
Fosse accaduta in Italia una cosa del genere, ce la si sarebbe cavata con qualche battutina idiota, con un qualche “avrete capito male”, con un qualche “Chi? Io!? Ma se sono il primo amico degli uomini di colore, anzi i miei migliori amici sono proprio le persone che hanno la pelle più abbronzata” e poi si sarebbe continuato come se niente fosse, dove tutto rimane come prima.
Anzi, una cosa del genere è accaduta: basti vedere le frasi di Berlusconi sul fatto che i tedeschi negano l’esistenza dei lager: che esistano individui che negano tale realtà incontestabile è un fatto, ma molti criticano e condannano questa verità, adesso come allora.
In un paese dove tutto è caos, dove si può offendere liberamente senza subire conseguenze (anzi, è chi viene insultato a pagare), dove i manini sono la regola, dove l’equità non esiste e si sta sempre dalla parte dei ricchi, di chi ha posizioni di potere, dei raccomandati, non ci si deve meravigliare che possedendo una mentalità così furbesca, atta alla prevaricazione e al malaffare, non si vada da nessuna parte, ma si sprofondi sempre di più.

Le Spade del Giorno e della Notte

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Le spade del giorno e della notteSono tante le domande sorte sulla sperimentazione genetica, specie sulla clonazione umana, non solo riguardanti la moralità e l’etica su come muoversi in queste circostanze, ma anche su come sono i nati in questo modo: se sono completamente identici alla creatura dalla quale vengono le cellule usate, se hanno lo stesso carattere e le stesse inclinazioni, se possiedono gli stessi ricordi, se possiedono un’anima.
A tali domande non c’è risposta, perché la clonazione, da quel che si sa, nella realtà non è stata ancora fatta. Ma la letteratura, specie la fantascienza ha affrontato più volte tale questione: romanzi, film, fumetti. Anche il fantasy si è cimentato in tale questione con Le Spade del Giorno e della Notte di David Gemmell: nel romanzo, attraverso l’uso di potenti artefatti e magia, si riportano in vita personaggi famosi delle sue opere come Skilgannon il Dannato e Druss la Leggenda. Dopo secoli dalla loro scomparsa, i due eroi rivedono la luce grazie ai resti trovati nelle tombe dove giacevano per combattere l’Eterna (anche lei una Rinata), la spietata imperatrice che domina sulle terre che hanno reso famose le storie dei Drenai, anche lei riportata in vita grazie al magico processo e apparentemente immortale, una sorta di vampiro che aveva fatto sprofondare il mondo nel caos e nell’orrore la cui anima ha perso il conto del numero di corpi che ha indossato e scartato. (1)
Gemmell offre spunti interessanti di riflessione: chi viene clonato ha lo stesso aspetto e le stesse capacità delle persone originarie da cui provengono le cellule, ma sviluppano una personalità propria, hanno una propria anima. Perché chi è stato vivo nel passato possa essere vivo anche nel presente occorre riportare indietro anche la propria anima, andando a prendere il posto di quella già presente nel corpo rinato, come succede con Skilgannon, la cui anima vagava nel Vuoto (luogo dove sta il suo “gemello” a seguito dello scambio) a causa delle azioni compiute quando era in vita. Cosa diversa accade a Druss (dato che non si è riusciti a ritrovare la sua anima perché andata oltre grazie alle scelte fatte in vita) e il suo clone, Harad, vive inconsapevole del potenziale celato in lui, delle sue origini e del fatto che si trova a proprio agio con un’ascia in mano; solo nei momenti di difficoltà, l’anima di Druss, famoso per il suo senso di giustizia, prende il posto di quella di Harad per essere d’aiuto, preservando, grazie all’esperienza accumulata, la vita del giovane. Entrambi i personaggi hanno i propri dilemmi da affrontare: il secondo deve fare i conti con l’ombra di chi l’ha preceduto, il primo è costretto a lottare con la persona che ha amato per fermare ciò che lei è diventata.
In una storia epica che fa riemergere fasti e miti del passato quali l’ascia di Druss, l’Armatura di Bronzo, le spade di Skilgannon, i discendenti dei Drenai, ci si trova a riflettere sulle conseguenze che hanno le azioni, sui dilemmi morali di certi modi di agire, sul fare la cosa giusta anche se si va contro i propri sentimenti, su fin dove la sperimentazione si può spingere per la scoperta e il progresso e come considerare le creature nate da essa quali a esempio i Jiamad (incroci tra animali e persone che stanno morendo o che sono state condannate per i loro crimini): questi ultimi sono semplici oggetti utili per i fini per i quali sono stati creati o sono creature con sentimenti, valori da seguire?
Fiducia, rispetto, empatia, umanità. Sono elementi molto forti nel romanzo. Come è forte la presenza del rimpianto e del riscatto che una persona può provare, perché sono le scelte che vengono compiute a dire che cosa è un essere vivente, che lo distinguono dagli altri, a prescindere dalle proprie origini, dalla propria natura: si può essere mostri anche essendo umani, mentre creature considerate dei demoni perché incrociate con animali possono essere molto più umane e onorevoli di tanti uomini. Da questo punto nasce la riflessione su che cos’è il male e da dove ha origine: il male, nacque nel cuore del primo uomo. Non si può trovare in un leopardo o in un orso, o in un passero, o in un falco. Lo portiamo dentro di noi. Si trova negli uomini. (2)
Una persona è malvagia in base alle azioni che compie, ma può essere giudicata tale anche solamente per il tornaconto di chi sta al potere perché vuole eliminare antagonisti scomodi o semplicemente perché non stanno dalla sua parte o perché dicono la verità, quando invece si vuole che la verità sia messa a tacere. Ma se il male esiste da quando esiste l’uomo, che cos’è che può alimentarlo, farlo crescere fino a causare immani tragedie? Sicuramente la mancanza di morale, di limiti che educhino le scelte delle persone: se non ci sono dei paletti che bloccano certe spinte, il dono del libero arbitrio diventa una maledizione, portatrice solo di rovina.
«Tutti noi portiamo il seme del male nei nostri cuori e molle nostre anime» gli aveva detto. «Anche i più puri, anche i più santi. Fa parte della condizione umana, è innato. Non possiamo sradicarlo. Tutto quello che possiamo fare, al massimo, è impedirgli di germinare.»
«E come possiamo riuscirci?» le aveva chiesto.
«Non dandogli sostentamento. Il seme fiorirà se viene nutrito con l’odio o la malignità. Germoglia come un cancro negli oscuri recessi dell’anima.»
«E se l’abbiamo già nutrito? È ormai troppo tardi?»
«Non è mai troppo tardi, Olek. Tu hai già cominciato a potarlo, a farlo morire di fame. Ma Jianna non lo farà mai, temo.»
Lui aveva sentito il suo cuore farsi pesante. «C’è così tanta bontà in lei, sai? Potrebbe essere gentile, leale, coraggiosa.»
«E mostruosa, omicida, agghiacciante» aveva aggiunto lei. «È la maledizione del potere assoluto, Olek. Non c’è nessuno che possa ammonirti, nessuna legge tranne quelle che tu tesso promulghi. Ci piace credere che il male sia qualcosa di Viale, perfino di estraneo. Ci piace pensare che i tiranni sano diversi da noi. Che siano disumani, in qualche modo. Ma non è così. Non sono altro che degli esseri scatenati, senza vincoli; liberi di fare quello che vogliono. Non accade tesso di vedere gente che si arrabbia con il proprio vicino e, per un istante, medita di fagli del male? Accade in ogni momento. Cosa li frena dall’attaccare? Di solito è la paura di ripercussioni, di essere puniti o incarcerati. Quali ripercussioni deve affrontare Jianna per le sue malefatte? Nessuna. Quanto più terrificante diventa, tanto più potente appare.» (3)
La libertà senza controllo può diventare un male. Ma anche il troppo controllo, voler tenere tutto sotto costante vigilanza, può essere un male. Allora com’è possibile che ci sia il bene? Usando elementi come equità, empatia, buon senso, imparando dalle esperienze e soprattutto combattere contro ciò che porta sofferenza e disparità, contro ciò che crea pregiudizi, disprezzo e rancore: solo in questo modo si può pensare che un giorno ci possa essere una possibilità di cambiamento per l’umanità. (4)
1 – Le Spade del Giorno e della Notte, pag. 209
2 –  Le Spade del Giorno e della Notte, pag. 401
3 –  Le Spade del Giorno e della Notte, pag. 203
4 – Le Spade del Giorno e della Notte, pag. 401

Sul dopo Liberazione

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Tutte le volte che gli occidentali si indignano ascoltando notizie di crimini contro l’umanità, tutte le volte, cioè, che in quelle notizie si sforzano di vedere qualcosa che contrasta con quel che di lodevole essi credono di avere dentro di sé, stanno in realtà proteggendo la carica d’odio che hanno ereditato dalla generazione attiva tra il ’40 e il ’45, e che da allora hanno imparato a nascondere a se stessi.
Farebbero molto meglio a considerare quei crimini come qualcosa di normale per loro, figli e nipoti di coloro che avevano commesso o tollerato sessanta milioni di vittime in sei anni. Perlomeno non mentirebbero a se stessi. Non sarebbero impegnati in continue autocensure più o meno segrete. L’uomo occidentale, cresciuto tra i reduci, i traumatizzati, i colpevoli, i testimoni indifferenti o impotenti e gli amnestici della Seconda Guerra Mondiale, non può che essere un violento o, qualora si sforzi di negarlo, un ipocrita, sulle cui labbra parole come «amore», «fratellanza», «pace» suonano sempre false, moralistiche, banalmente didattiche.
Non vi è sforzo più costoso, per la psiche umana, del non voler accorgersi di qualcosa. Ed è ciò che, negli ultimi sessant’anni, ha impedito agli occidentali sia di riflettere seriamente sul proprio presente e sul proprio futuro, sia di creare valori nuovi, o di ascoltare i pochi che tentavano di crearne o di riscoprire i valori antichi. Da tale sforzo, gli occidentali appaiono oggi sfiniti.
L’unico principio etico condiviso da tutte le popolazioni della C.O. è, oggi, lo stesso che potrebbe avere un criminale angosciato: «Speriamo di tirare avanti ancora un po’, prima che me la facciano pagare». E al contempo, l’effetto degli impulsi distruttivi che quelle popolazioni nascondono a se stesse diventa sempre più evidente: proprio grazie allo sviluppo tecnologico voluto, diffuso e imposto ovunque dall’Occidente, l’umanità intera è costretta a sperare di tirare avanti ancora un po’, prima che gran parte del pianeta diventi inabitabile.

(Libro delle Epoche – Igor Sibaldi – pag.140,141)

25 aprile

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250px-Partigiani_sfilano_per_le_strade_di_milano25 aprile 1945: Milano e Torino liberate. Giorno che verrà scelto per la commemorazione della Liberazione d’Italia. Liberazione dal dominio tedesco, fine di venti anni di dittatura fascista e della guerra. Un giorno fatto per ricordare il passato, del costo che ha avuto e per cosa si è lottato: la libertà. Quella libertà di cui ora non si conosce neppure il valore, dove l’unico significato che gli si attribuisce è quello di poter insultare, dire tutto quello che si vuole senza patire nessuna conseguenza.
Si è perso il vero senso della libertà, tutto è divenuto caos e sopraffazione. Tutto è prepotenza e spregio, e dove vigono questi due elementi la giustizia e l’equità scompaiono: i fatti si piegano agli interessi di chi ricopre ruoli, posizioni di potere, i fatti vengono piegati a chi ha certi interessi, grandi o piccoli che siano, in qualsiasi ambito, grande o piccolo che sia.
In un contesto del genere, si capisce bene una cosa: le lezioni del passato non sono servite a nulla. Non si è imparato nulla, non si è andati avanti, ma nel grande come nel piccolo si cerca di sopraffare, di voler eliminare chi denuncia le cose che non vanno. Più di settanta anni fa c’era una guerra e si conosceva il nemico che si doveva combattere perché lo si vedeva, lo si poteva toccare. Anche adesso c’è una guerra, ma è una guerra invisibile che si combatte tutti i giorni; una lotta contro un nemico invisibile che si cela dietro maschere fatti di sorrisi vuoti e falsi, di facciate che promettono tranquillità e tolleranza, ma solo se ci si sottomette e ci si adegua, perché se non lo si fa, si mostra l’odio e il disprezzo che si tenta di celare, ma che salta fuori tutte le volte che si vuole mostrare la verità, tutte le volte che si vuole parità ed uguaglianza di trattamento.
Dovrebbe essere un giorno di festa, ma non lo è, perché siamo sempre in lotta, sempre in guerra: l’unica cosa che si può fare è resistere. Ma non si può festeggiare. Soprattutto in un giorno in cui i parenti delle vittime della tragedia della Thyssenkrupp si vedono negare la giustizia che da anni stanno aspettando e che si meritano.

Il piccolo ranocchio

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Gli inganni di Locke Lamora

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Gli inganni di Locke Lamora è il romanzo d’esordio nel 2006 di Scott Lynch. Ambientato in una città rinascimentale, Camorr, che ricorda Venezia, ma con aspetti che la rendono molto più ricca, sfarzosa e violenta, vede raccontare le macchinazioni, i colpi di genio di un gruppo di truffatori, i Bastardi Galatuomini. Un gruppo piccolo a confronto delle altre bande malavitose che scorrazzano per Camorr (il fatto che manchi la “a” finale deve essere stato voluto per ricordare una parola italiana tristemente famosa e per rendere ancora più forte la consapevolezza di che tipo di città si ha davanti), formato da cinque elementi: Locke Lamora (la mente geniale del gruppo), Jean Tannen (l’esperto di combattimento), Calo e Galdo Sanza (i gemelli comprimari) e Cimice (l’apprendista di Locke). Una banda all’apparenza come le altre, ma dietro la facciata si nasconde una realtà ben diversa: non sono assassini come altri elementi della malavita, sono individui dediti ai furti, ma si tratta di furti architettati attraverso truffe a dir poco teatrali, dove è quasi impossibile capire l’illusione creata dalla realtà. Altra differenza con tutte le altre bande è che rubano ai nobili, andando a infrangere la Pace Segreta stretta tra l’aristocrazia e la malavita, il patto che prevede che nessun appartenente della prima sia toccato da chi fa parte della seconda.
E’ interessante scoprire la complessità dei piani congeniati da Locke e di come riesca a raggirare l’inconsapevole nobiltà; come è interessante scoprire il senso di famiglia che si respira nel gruppo, formatosi grazie ai legami sorti dal fatto di essere tutti orfani e di essere stati addestrati da padre Catena, anche lui un furfante dedito alla truffa, che quando era in vita si faceva spacciare per un sacerdote cieco di Perelandro. Con una narrazione che viaggia su due binari distinti, ma legati tra loro, Lynch mostra gli sviluppi del presente e i fatti del passato per raccontare la storia dei protagonisti in maniera coinvolgente e intrigante, spingendo ad andare avanti nello scoprire una trama con molti colpi di scena. Una storia che vedrà scorrere sempre più sangue con la comparsa del Re Grigio, figura misteriosa che mira ai vertici della malavita, dove la vendetta diverrà la vera protagonista tra agguati, avvelenamenti e colpi di magia. Chi si aspetta che la magia sia qualcosa di spettacolare e palese come può avvenire nei romanzi di Weis e Hickman o di Erikson, rimarrà deluso: nel romanzo è qualcosa di più sottile e meno appariscente degli esempi sopra citati, dove gli unici che la conoscono sono i membri di una gilda (i maghi dell’Alleanza Karthain) che vengono assoldati a prezzi esorbitanti come mercenari.
Gli inganni di Locke Lamora è un’ottima lettura, ben realizzata, con personaggi ben caratterizzati e trama ben congeniata, mostrando il mondo della malavita e il sottobosco che c’è dietro la facciata di una grande città. Una lettura piacevole, che fa sorgere una riflessione: è evidente che Lynch abbia volto lo sguardo all’Italia, sia per quanto riguarda l’ispirazione a Venezia (una città con molti canali), sia per quanto riguarda l’uso dei nomi dei personaggi. Una riflessione amara, perché l’immagine che si ha all’estero dell’Italia nella maggior parte dei casi è quella di un popolo corrotto, “furbetto”, atto all’intrigo e all’inganno, oltre che all’essere colluso con la malavita. Purtroppo l’associazione Italia=Mafia è qualcosa che all’estero è molto diffusa, un’etichetta difficile da scalzare e che mostra la considerazione che si ha del paese in cui si vive a causa di losche figure che inquinano quello che toccano con i loro intrallazzi.

Il merito della mediocrità

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Da Arduim in poi, però, tutto era sprofondato in una tale melma d’incapacità che, invece di decidere chi fosse maggiormente degno del voto, si tendeva a cercare chi fosse più semplicemente scarso e meno pessimo, meno stolidamente inetto, meno drammaticamente incapace, e si votava per quello. La mediocrità era diventata un merito e l’incapacità la regola.

L’Ultimo Orco, pag. 60. Silvana de Mari.

Brano di un’opera di fantasia, è specchio dell’ultimo ventennio in cui l’Italia versa, non solo in ambito politico, ma in tutto il modo di fare che caratterizza il paese.

Caprifoglio

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La svastica sul sole

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Che cosa sarebbe successo se la Seconda Guerra Mondiale fosse stata vinta dalle forze dell’Asse, invece che dagli Alleati?
Che naturalmente Germania e Giappone avrebbero dettato loro le condizioni della vittoria, imponendo le loro leggi, il loro credo: questo è il quadro che fa Philip K. Dick con La svastica sul sole (The man in the high castle), romanzo ucronico pubblicato nel 1962, mostrando una versione diversa della storia; una storia che ha preso una direzione differente grazie al riuscito attentato del 15 febbraio 1933 al presidente americano Franklin D. Roosevelt.
Nel libro, l’Italia, nonostante fosse dalla parte dei vincitori, come già accaduto nella Prima Guerra Mondiale, ha avuto una ben misera fetta della torta (se non solo le briciole), a differenza delle altre due potenze che praticamente si sono spartite il mondo intero. Gli Stati Uniti sono stati divisi in tre stati: la costa orientale controllata dai tedeschi, quella occidentale controllata dai giapponesi e gli Stati delle Montagne Rocciose che fungono da cuscinetto tra gli altri due. L’Africa è stata sottoposta a un programma di sterminio radicale e ovunque il pensiero nazista domina, con il governo tedesco che dà una caccia spietata agli ebrei, dovunque essi si trovano: per scampare a tale fato, chi è di questa nazionalità, deve nascondersi e cambiare identità nella speranza di sfuggire ai controlli. La Germania, non contenta del suo dominio sul mondo, sta realizzando razzi per arrivare su Marte.
L’autore però, più che concentrarsi nel riflettere sui sistemi di governo tedeschi e nipponici (diversi su certi aspetti, ma pur sempre dispotici), si sofferma sugli effetti che tali sistemi hanno sui singoli individui, su come i primi mortificano e schiacciano l’io, rendendo la vita una continua umiliazione nell’essere sempre calpestati, sempre costretti a inchinarsi a qualcosa di più grande, a obbedirgli e seguire le sue leggi come se fossero le migliori possibili. Sistemi che basano la loro forza sulla paura, l’obbedienza e l’ignoranza e che fanno di tutto per mantenere tale stato delle cose, mettendo in campo ogni mezzo per difenderlo, cercando di sradicare qualsiasi cosa possa essere un pericolo per le sue basi.
E cosa può esserci di più pericoloso di un libro che faccia riflettere, che insinui il dubbio nella mente di chi lo legge? Discreto, sempre in secondo piano, ma è proprio La cavalletta non si alzerà più, romanzo realizzato da Hawthorne Abendsen, il vero protagonista del romanzo: un libro nel libro, un’opera di fantapolitica che mostra una realtà alternativa a quella di La svastica sul sole e che è quella che i lettori del mondo reale conoscono, ovvero la sconfitta delle Germania Nazista. Un’intuizione avuta da Abendsen grazie all’uso dell’I Ching, il libro cinese degli oracoli, altro protagonista discreto, ma sempre presente del romanzo.
E’ attorno a loro che ruotano le vicende. E’ vero, ci sono intrighi, giochi di potere, sopraffazioni, la voglia di riscatto e di cominciare una nuova vita dei vari personaggi mostrati, ma più di tutti sono i libri i protagonisti.
Perché questa scelta da parte dell’autore?
Perché i libri hanno potere, un potere che i regimi hanno sempre temuto e cercato di distruggere: in essi è insito il potere della parola, capace d’ispirare, di dare speranza e soprattutto di rendere gli individui coscienti e pertanto liberi. Così è da sempre e così sarà ancora, nonostante tutti i tentativi dei potenti di distruggerli e metterli a tacere.