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L'Ultimo Demone - I. Vagabondo

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Le dita passarono sulla superficie opaca del metallo, frastagliata da graffi e ammaccature. Medaglia: un tempo così la chiamavano gli uomini; un modo per riconoscere il valore dei proprio simili, un simbolo per conferire rinomanza a chi si distingueva dagli altri.
Serrò le dita sull’oggetto, quasi lo volesse sgretolare. “Come se un piccolo pezzo di metallo possa dimostrare l’integrità, il coraggio di un uomo. Il valore non ha bisogno di riconoscimenti: il valore dà valore a se stesso, non necessita d’altro, solo d’essere usato al momento giusto nel luogo giusto. Questo è essere un uomo; il resto è puro e semplice ego che ha bisogno di parole, applausi, per sentirsi vivo, per conoscere il proprio valore. Ma chi ha avuto bisogno di questo non aveva valore, faceva semplicemente parte di un gioco cui molti avevano preso parte, sostenendosi a vicenda: un continuo scambio di compiacimenti che non faceva altro che offuscare la capacità di osservare e comprendere la realtà. Strati su strati di falsità che hanno portato cecità e con essa il disastro.”
Sentì sulla pelle le punte smussate della medaglia: la rappresentazione di una stella, segno dell’aspirazione a qualcosa di elevato.
“Quanta ipocrisia e presunzione. Ma che cosa c’è da aspettarsi da popolazioni che non hanno saputo quanto stavano facendo, che hanno vissuto ignare anche dei loro veri desideri, al punto che sono arrivate ad affogarli come tanti inermi gattini?”
Lasciò cadere la medaglia nella mano del suo proprietario, come se fosse rimasta in attesa che gli fosse restituita. Il metallo picchiettò sulle ossa scarnificate e spezzate con un rumore vuoto.
“Formano davvero una coppia perfetta con il paesaggio: cose morte in un ambiente morto, dove la desolazione si estende oltre l’orizzonte.”
Nessuno. Non c’era nessun essere vivente per chilometri.
“Nessuno eccetto me.”
La costatazione gli fece storcere la bocca in quello che un tempo era un sorriso, quando ancora era capace di sorridere e soprattutto aveva senso farlo. “È ironico che proprio io faccia un pensiero del genere. Ma se non io, chi altro può farlo? Chi meglio di me, dato il nome che ho scelto di portare?”
«Sanjuro, tu devi andare verso oriente.»
“Oriente. La terra dei Draghi. La Terra dei Demoni. Così i miti e le leggende descrivevano queste regioni: fantasie, allegorie di tradizioni e culture antiche per dare senso a ciò cui non si riusciva a dare spiegazione. Peccato che la realtà sia riuscita a superarli e le creature delle storie siano apparse davvero sulla Terra e ne abbiano assunto il comando.”
«Non vuoi che venga con te, Maestro?»
«Ciò che vogliamo non corrisponde a ciò che dobbiamo fare: le forze su quel fronte non sono sufficienti per contrastare ciò che si verificherà.»
«Quindi sarà in quel punto che si avrà la maggior concentrazione di energie demoniache.»
«Sì, ci sarà una vergenza. E sarà necessario che tu sia là.»
«Pensi che potrà essere trovata la fine, dopo tutto questo tempo?»
«I cerchi sono fatti per chiudersi, non importa quanto siano grandi.»
«Hai visto questo nella Visione?»
«È una delle possibilità tra le tante.»
«E se si verificasse, questa volta sarebbe davvero finita? Riusciremo a far cessare definitivamente la loro esistenza e cominciare una nuova era?»
«Sei stanco?»
«Perché fai domande di cui conosci già la risposta?»
Maestro lo scrutò a lungo. «Se riusciremo a fare le cose giuste, il nemico verrà sconfitto. Quanto al suo scomparire per sempre, non so dare risposta: va oltre la mia comprensione. Tuttavia, c’è la possibilità che il passato non si ripeta, perché la vita è come un’ellisse. E nonostante le sue spire possano essere lente a salire, è inevitabile che questo avvenga; occorre solo avere pazienza perché i tempi maturino.»
«Se la sono presa comoda. E di certo gli uomini non hanno dato una mano.»
«Burattini e burattinai.»
Aveva sorriso all’osservazione di Maestro. 
«Puoi usare tutte le metafore del mondo, ma sono sempre gli uomini la causa del male. Chiamali mostri, demoni, usa i termini che preferisci, ma sono loro i creatori del male che ci sta perseguitando.»
Maestro aveva continuato a fissarlo. «Ancora non hai ripreso fiducia nell’umanità?»
«E come può esserci fiducia in lei dopo quanto è stato?»
«E allora perché combatti ancora?»
«Perché non farlo significa permettere che altro male sia perpetrato. Stare fermi equivale a dare consenso a quanto viene fatto: è quello che è stato fatto tanto a lungo e per il quale ci troviamo nella situazione attuale. Per avere le comodità del loro tempo, per mantenere il loro quieto vivere, gli uomini si sono fatti comprare, sono divenuti dei mercenari senza bandiera; hanno smesso di credere pure in loro stessi. E per cosa poi? Per della melma che li ha soffocati.»
Ma il motivo per cui combatteva non era quello. O per lo meno, non era solo quello.
Combatteva perché era l’unica scelta che ancora aveva, l’unica possibilità rimasta che poteva portare a una via d’uscita. “Dopo molto tempo, ho di nuovo il mio scopo.”
Spazzando via la polvere dalle ginocchia, si rimise in piedi, stringendo le palpebre per proteggere gli occhi dal sole e scrutare l’orizzonte. “Avanti, bisogna andare sempre avanti, come un passero nella tempesta. Come un vagabondo. Un vagabondo che non appartiene a nessun luogo.”
Riprese il cammino nel deserto sconfinato, la sabbia rovente che grattava le suole degli stivali consumati, mentre nella sua mente una canzone, già vecchia quando era giovane, su un vagabondo e su Dio, scorreva su una lenta melodia che non aveva dimenticato.
Le falcate della sua ombra solcavano le dune, distendendosi mentre il sole cominciava la sua discesa a occidente.
“Dio se n’è andato: ne ha avuto abbastanza del mondo, sua creazione impazzita. Soprattutto ne ha avuto abbastanza degli uomini. Evidentemente ha puntato troppo su di loro e ne è rimasto deluso: succede sempre così quando si conta troppo su qualcuno.” Il passo si allungò. “Ecco cos’è rimasto della fiducia: un deserto. Un luogo che nemmeno gli animali spazzini frequentano, perché è solo un posto dove andare a morire e non lasciare traccia della propria presenza nel mondo.”
Lo scheletro di un gigantesco animale collassò su se stesso. Le pietre crepitarono nell’aria rovente e nuove crepe andarono a formarsi sulla loro superficie. Tutto attorno risuonava di morte. Ma per lui le regole dei vivi e dei morti non valevano, venendo attraversate come se niente fosse.

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