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Sfruttare meglio le proprio letture

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lettureA molti lettori capita di farsi abbagliare da una copertina accattivante (che però non significa che sia bella) o di farsi ingannare da una pubblicità, un incipit, una frase d’impatto. Non sono in molti quelli che prima di acquistare un libro fanno ricerche per capire se un’opera rientra nei propri gusti, se il genere o il tema trattato è di proprio interesse, oppure, andando in libreria, si prendono la briga di leggere dei brani per capire se lo stile dell’autore o il contenuto piace. Nella maggior parte dei casi, la gente, se acquista un libro, sceglie i best seller oppure ciò che in quel momento va di moda (per esempio si può pensare a Il codice da Vinci di Dan Brown o alla schiera di volumi sulla cucina usciti di recente), a dimostrazione che i più seguono la maggioranza, nella convinzione che in questo si celi la giustezza della scelta.
Se uno però non vuole seguire la massa, come fa a scegliere un libro valido senza incappare in qualche delusione?
Il consiglio dato sopra di leggere qualche brano prima dell’acquisto è quello a mio avviso il più valido: fare esperienza in prima persona, senza contare troppo sul giudizio altrui (alle volte può andare bene, ma dipende sempre se l’altro è stato obiettivo e soprattutto ha gusti simili ai propri). Ultimamente mi è capitata tra le mani una vecchia edizione di Selezione dal Reader’s Digest del 1962, dove in un articolo (Sfruttate meglio le vostre letture di John Kord Lagemann) vengono dati alcuni validi consigli su come scegliere e sfruttare al meglio le ore dedicate alla lettura.
Può capitare che un libro abbia un inizio che non coinvolga (molti editori, editor e gente del settore affermano che se un libro non prende dalla prima frase allora significa che è da scartare, che non è valido: sinceramente ho sempre ritenuto questa cosa una gran cavolata, troppo limitata, troppo superficiale per giudicare il valore di un’opera; cosa che però non mi sorprende, dato il tipo di società che si è andata a creare) e faccia stentare ad andare avanti: a questo punto, o si lascia perdere il libro, oppure, come consiglia l’autore dell’articolo, si comincia a leggere l’opera più avanti, per poi tornare in principio. C’è chi storce il naso dinanzi a questo consiglio, ritenendo che l’unico modo possibile per leggere sia di cominciare dall’inizio, si tratti di semplice romanzo o un’intera saga (fosse stato così, parlando di fantasy, avrei abbandonato autori come Robert Jordan, Terry Brooks, Margaret Weis e Tracy Hickmann dato che con i primi volumi delle loro saghe, L’occhio del mondo, La spada di Shannara e L’ala del drago, non erano riusciti a coinvolgermi; cominciando invece con i libri non iniziali delle varie serie, sono riuscito ad apprezzare i loro lavori e a non perdermi qualcosa di valido); ma per capire se quello che ha da dire l’autore è d’interesse, occorre andare dritti al cuore del suo lavoro, capire che cosa vuole comunicare e se questo può interessare.
Anche seguendo questi consigli, alle volte può succedere che non ci sia proprio verso d’ingranare con un libro: probabilmente non si è nella condizione d’animo adatta per leggere quel tipo di opera o semplicemente non è il tempo adatto per leggere quel particolare tipo di libro. L’unica cosa da fare è mettere il libro da parte e aspettare il momento opportuno.
Leggere più libri contemporaneamente, magari dello stesso argomento, può essere utile per “illuminarsi”; come può essere utile prendere nota di brani (e relativo numero di pagina dove trovarli) che hanno colpito.
Un ottimo consiglio dato dall’articolo è quello d’evitare l’errore di “credere che soltanto i libri frivoli, scemi o scritti male costituiscano una lettura divertente. La mediocrità non è mai divertente e nulla è più pesante di un libro troppo leggero.
Altro ottimo consiglio, che si rifà a quanto scritto all’inizio, è domandarsi quali argomenti interessano di più da leggere, senza farsi condizionare dagli altri.
Come è ottimo il suggerimento di non farsi prendere dalla fretta: spesso la gente si fa traviare dall’idea che la rapidità di lettura sia un segno d’intelligenza; allo stesso modo si ritiene che più libri si legge, più si è intelligenti. In questi anni, con i vari social dedicati ai libri, si erano create vere e proprie gare a chi finiva più velocemente un libro, a chi leggeva più romanzi. Una cosa che ho sempre ritenuto sterile e inutile, che faceva perdere il vero senso del leggere. Vivendo in questa società sempre atta a voler dominare, a dimostrare la propria superiorità, a dare alimento al proprio ego, comprendo cosa spinge molti (adattatasi a essa) ad agire in questo modo, ma non ne voglio far parte perché lo trovo assurdo. Andare veloci, accumulare, non ha senso; un libro va assaporato, bisogna godersi ciò che sa dare. Non tutti i libri possono essere letti allo stesso modo, alla stessa velocità; alcuni possono essere letti velocemente, altri più lentamente. Se un libro piace, coinvolge, va letto lentamente, per godersi il piacere che ha da dare, cercare di protrarlo, perché se lo si finisce subito, si brucia il piacere e il divertimento. Anche nel leggere si possono vedere i frutti del consumismo, atto a bruciare e a spingere sempre a comprare e spendere per fare sì che la macchina dell’economia non si fermi mai e crei profitto per chi la controlla.
Nell’articolo si afferma che la lettura acuisce tutti gli altri piaceri della vita. Un’affermazione che è vera, basta però che, come si è scritto sopra, non si vada di fretta, non si “competa”, e si sappia assaporare quanto si legge.
Si afferma anche che i libri accomunano la gente, dato che possano aiutare le persone a comunicare tra loro, specie si ci si ritrova a confrontarsi con quello che ha fatto provare la lettura di uno stesso libro.
In definitiva, si può concludere allo stesso modo in cui finisce l’articolo: non perdere mai un’occasione di leggere.

Fiori di primavera

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Fiori di primavera

Fiori di primavera

Fiori di primavera

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Non dimenticare d'essere bambini

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«…Questa sera ho ricevuto una telefonata da un vecchio amico, un certo Mike Hanlon. Mi ero completamente dimenticato di lui, Ricky Lee, ma non è questo che mi ha spaventato. In fondo ero solo un ragazzo quando lo conoscevo e i ragazzi sono abbastanza smemorati. Non trovi? Ma sì. Puoi scommetterci la testa. No, quel che mi ha spaventato è stato che ero sceso per venire qui quando mi sono accorto che non mi ero solo dimenticato di Mike. Mi ero dimenticato di tutto quel che significa essere ragazzo.» (1)

Tanto tempo fa, quando eravamo bambini, il nostro universo andava prendendo una certa forma; ed eravamo certamente noi a dargliela (chi altro?); e anche se allora eravamo molto piccoli, quella forma era più grande di ciò che poi ci hanno obbligato a vedere, a capire, e a diventare. Lo era, sì; ed è facile dimostrarlo: i giorni e le notti, la luce e i colori, gli affetti e le sensazioni di allora, ci sconvolgerebbero per la loro intensità, se potessimo riviverli oggi. (2)

Quanto si guadagna e quanto si perde crescendo? Dipende da come si vive. Quello che però spesso accade è che si dimentica quello che è stato, che si è provato. Alle volte è una cosa naturale, altre volte è una cosa voluta. Restare ancorati al passato è sbagliato perché non fa vivere il presente, ma anche dimenticare il passato è qualcosa di sbagliato, perché fa dimenticare sia le cose belle e quanto di positivo hanno dato, sia gli errori e le lezioni che da essi c’è da apprendere.
Quello che spesso si perde è quel punto di vista che rendeva il mondo un posto pieno di opportunità e speranza, di scoperte e promesse. E lo si perde perché società, istituzioni, fanno credere che sia qualcosa d’immaturo, d’infantile, perché sognare è qualcosa da deboli, mentre nel mondo occorre essere duri, spietati, furbi e saper colpire e sfruttare i punti deboli degli altri. “Bisogna ragionare da adulti, occuparsi delle cose concrete”, è quello che tanti insegnano. Ma non si accorgono che così facendo ci s’impoverisce. Sognare però non significa stare con la testa fra le nuvole, infilare la testa nella sabbia per non vedere la realtà: significa semplicemente seguire le proprie ispirazioni e non quelle imposte dagli altri (che hanno sempre un tornaconto a far sì che ci si adegui, mentre l’individuo ha più che altro da perderci). Significa ritrovare se stessi e come si era, quell’essere bambini che rendeva le cose diverse, alle volte speciali e faceva essere più vicini e uniti agli altri.

1. It. Stephen King. Sperling&Kupfer Economica 2009 Pag.87
2. Agenda degli angeli (L’Angelo delle antiche promesse). Igor Sibaldi. Frassinelli. 2012

Gli occhi del drago

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gli occhi del dragoGli occhi del drago di Stephen King può essere definita una favola di stampo classico. Ci sono re, principi, maghi, draghi, il tutto ambientato in un regno di stampo medioevale con castelli, cavalieri: King non realizza nulla che non si sia già visto, ma lo fa con il suo tipico modo, dove non è tutto bianco e nero, dove i personaggi hanno lati sia positivi sia negativi (tranne forse uno).
King porta il lettore nel regno di Delain, dove governa re Roland: non un re cattivo, ma nemmeno un re illuminato, anzi un re un po’ lento e non certo molto intelligente e furbo, atto a farsi condizionare, specie dal suo consigliere, il mago Flagg. Sì, proprio Flagg, il gran bastardo già incontrato in altre storie di King, quali la Torre Nera e L’ombra dello scorpione: che cosa ci fa qui a Delain? Quello che fa sempre: macchinazioni e danni per raggiungere il potere. Perché, come si sarà già capito, non è un normale essere umano come appare, ma è l’incarnazione del male, del lato oscuro della vita, che non guarda in faccia a nessuno e non risparmia nessuno.
Si sa da subito che è lui il cattivo che sta dietro tutte vicende che accadono a Delain, alle morti che colpiscono il regno, contro il quale nessuno sembra poter far qualcosa perché ha a sua disposizione potenti forze oscure. Non ci sono maghi buoni o cavalieri dalle spade e armature magiche a contrapporsi alle sue mire, ma ci sono persone con un forte senso di giustizia che vogliono far emergere la verità e smascherare il vero colpevole.
Di fronte a questo, il lettore potrebbe perdere interesse alla storia, sapendo già tutti i fatti e intuendo come andrà a finire, ma è il modo in cui King descrive i personaggi e come gli fa vivere le varie situazioni che non fa mollare la presa a chi legge. Si rimane incollati alle pagine per vedere come il principe Peter riuscirà a fuggire dall’Obelisco, come suo fratello Thomas vive quello che ha visto attraverso gli occhi del drago (quello che dà il titolo al romanzo), come Thomas, Dennis e quanti lottano contro il mago metteranno in atto il loro piano per farla pagare a Flagg.
Non si è certo di fronte a uno dei capolavori di King, ma di certo Gli occhi del drago è una buona storia.

Ultimi raggi di sole

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Ultimi raggi di sole

Scrivere

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scrivereScrivere è divenuto nella società attuale qualcosa che ha perso molto del suo valore. Attualmente, dai più, lo scrivere è utilizzato per realizzare sms, twit, commenti su facebook, trattando per lo più argomenti banali e superficiali, quando non si tratta di vere e proprie cavolate o discussioni assolutamente sterili.
Scrivere è molto più di questo, ma viene banalizzato, quando potrebbe essere un potente mezzo della parola. Purtroppo si vuole ridurre il suo valore per adattarsi alla società, appiattendosi alla media della massa, convinti che altrimenti non si possa essere compresi. Per questo il numero di vocaboli usati nello scrivere viene sempre più abbassato perché i più hanno una conoscenza limitata di essi. Le frasi devono essere corte, non superare le due righe. “;” e “:” non devono essere usati. Questi sono solo alcuni esempi delle semplificazioni apportate allo scrivere, perché si ritiene che facendo così ci si avvicini al lettore. Molti esperti (o persone che si considerano tali perché leggono un po’ più degli altri o ricoprono certi ruoli) si adeguano a questo modo di fare, reputando che fare diversamente sia non rendere comprensibile quanto si scrive ai lettori, sia creare qualcosa di troppo complesso. Avere conoscenza dei termini della propria lingua e usare i suoi mezzi per scrivere non è rendere i testi di difficile comprensione, non è scrivere in modo difficile. Non è che se la maggior parte delle persone ignorano molte cose, occorre adeguarsi a esse: scrivere con tutto quello che mette a disposizione una lingua non è scrivere in maniera complicata. Chi scrive deve farlo in maniera comprensibile, questo è certo, ma non ci si deve adeguare al basso livello di conoscenza dei più.
Purtroppo, nella società attuale, ormai è chiaro che c’è una sorta di regressione, d’involuzione: invece di puntare a evolvere, di prendere a modello ciò che è un po’ più in alto, si prende a esempio il basso livello, perché nella mentalità attuale pare che non sia importante avere conoscenza, anzi, sembra quasi che l’ignorare sia un valore positivo. Studi scientifici dimostrano inoltre che l’uso massivo della tecnologia (pc, smartphone, iphone), oltre al non scrivere più a mano, abbassi il livello d’intelligenza (uno spunto di riflessione da questo articolo).
La situazione è molto triste e ne è esempio il caso che è stato creato da politici e media con il termine “petaloso”. Sì, si è voluto creare un caso, dare risonanza e popolarità a qualcosa che non meritava alcuna visibilità, che è segno di voler essere protagonisti senza avere alcun merito. Una ricerca d’attenzione fastidiosa su un fatto che in passato ci si sarebbe lasciato alle spalle senza averci fatto caso.
Lo scrivere non è questo pessimo esempio dato da istituzioni e politici (e non solo da loro). Lo scrivere non è inventare nuovi termini quando non si conoscono nemmeno quelli di base.
Purtroppo, si ribadisce ancora, dello scrivere si è perso molto e si continua ancora a perdere. Come si è perso quello che è il ruolo dello scrittore. Ora come ora lo scrittore viene reputato solamente uno che scrive storie per vendere e fare soldi; ma lo scrittore è molto più di questo.
guy gavriel kayNe è stato esempio in questi ultimi giorni Guy Gavriel Kay che sul suo profilo facebook ha contestato molto elegantemente le sparate di Trump (Elizabeth Swainston, who is very smart and has a scary-good memory (and who maintained this FB page with Alec Lynch for a long time), reminded me today of this quote from TIGANA, Brandin speaking of Alberico. She made the Trump analogy, yes.
“I hate that man down there,” he said quietly. “I hate everything he stands for. There is no passion in him, no love, no pride. Only ambition. Nothing matters but that. Nothing in the world can move him to pity or grief but his own fate. Everything is a tool, an instrument. He wants the Emperor’s Tiara, everyone knows it, but he doesn’t want it for anything. He only wants. I doubt anything in his life has ever moved him to feel anything for anyone else…love, loss, anything.”
).
Una scelta giusta che dimostra l’intelligenza di Kay, perché una persona intelligente non fa passare il modo di fare di simili individui. Perché è giusto che ci sia una resistenza intellettuale da parte di persone in ambito letterario, che fanno cultura. Per me è questo che Kay fa con le sue opere: cultura. E la cultura serve non solo a creare qualcosa di bello e piacevole, ma anche a creare una coscienza, una consapevolezza che porta alla responsabilità dell’individuo. Ce n’è tanto bisogno contro figure come Trump: penso che senza entrare in politica, tanti scrittori (e non solo loro) dovrebbero parlare e far rendere conto di certe realtà. E’ tempo di ritrovare certi aspetti dello scrivere, perché in esso c’è molto di più di quello in uso attualmente.

Neverwas - La favola che non c'è

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Neverwas - La favola che non c'èNeverwas – La favola che non c’è è un film del 2005 che vede come protagonista indiretto un libro per bambini, Neverwas appunto, che ha venduto milioni di copie. Tale libro è una favola con tanti elementi tipici del fantasy: il re, la strega, il castello, il cavaliere. Un libro capace di far sognare e dare speranza a tante persone, di far trovare una luce nei momenti più bui dell’esistenza.
Speranza che sembra non essere presente nella vita di Zach, psicologo che prende a lavorare nella clinica dove il padre è stato ricoverato quando lui era piccolo, le cui cure però non sono riuscite ad aiutarlo. Zach rimane profondamente segnato dalla morte del padre, di non essere riuscito a stargli vicino, spaventato da una malattia che non è riuscito a comprendere; forse è per questo che ha deciso d’intraprendere gli studi di psicologia, così da poter aiutare chi è colpito da malattie mentali. Anche se ha dei dubbi, è per risolvere il trauma che l’ha tanto segnato che sceglie di lavorare nel luogo dove il padre è stato curato, per affrontare un passato doloroso e venirne a patti.
E il passato avrà delle sorprese da riserbargli. Prima con l’incontro con Maggie, una sua vicina d’infanzia appassionata dei libri scritti dal padre di Zach, soprattutto Neverwas, cui è profondamente legata. Poi con l’incontro con Gabriel, un paziente della clinica dove lavora, che sembra conoscerlo da molto tempo.

(A seguire SPOILER sulla trama).

Zack con lo svolgersi degli eventi scoprirà risvolti inaspettati. Maggie è una giornalista tornata nei luoghi d’infanzia per scrivere un pezzo sul padre di Zach e mostrare quanto sia stato importante il lavoro dello scrittore per i suoi lettori. Gabriel è stato amico del padre di Zach quando erano ricoverati insieme nella clinica ed è stato alle storie che lui raccontava che il padre di Zach si è ispirato, perché Neverwas è il mondo di Gabriel, nel quale è vissuto (emblematica è una frase del padre di Zach in un’intervista: “Ci sono storie che hanno bisogno solo di un narratore”), un luogo nel quale rifugiarsi dall’oscurità del mondo. Come si scoprirà attraverso dei flashback, Gabriel ha avuto un’infanzia difficile, perseguitato dal padre e fatto vivere rinchiuso in una cantina buia: solo grazie alla propria immaginazione, al vivere in un mondo fantastico ispirato a luoghi che conosce, riesce a non impazzire del tutto, a trovare una ragione per resistere alla disperazione e trovare una speranza per continuare a vivere.
Studiando a fondo il caso di Gabriel e il libro Neverwas scritto dal padre (non a caso il protagonista del libro è proprio Zach), Zach scoprirà i veri sentimenti del padre verso di lui e riuscirà a venire a patti con un passato che l’ha perseguitato con sensi di colpa. Seguendo Gabriel fuggito dalla clinica e aiutato dalla mappa del libro, Zach scoprirà che Neverwas è un luogo a poca distanza da lui; un luogo reso speciale da Gabriel, dove vi ha costruito il suo castello, il rifugio dove difendersi dall’oscurità delle esperienze passate e dalla malattia che l’ha colpito. Aiutando Gabriel, Zach aiuterà se stesso e troverà quella pace a lungo inseguita.

Film sottovalutato all’uscita, e se vogliamo anche banalizzato, in realtà Neverwas è una pellicola intelligente che parla di conflitti e incomprensioni tra padre e figlio, della difficoltà per i bambini di accettare e comprendere le malattie (specie se colpiscono i genitori), dei disturbi mentali, di quanto sia labile il confine tra fantasticare e impazzire. Ma soprattutto lascia un messaggio di speranza, di come la fantasia possa essere uno scudo contro la durezza e la brutalità del mondo, come essa possa permettere di resistere alle esperienze più dure; cosa già vista anche in Il labirinto del fauno (e sicuramente meglio realizzata e più d’impatto nella pellicola di Del Toro), ma questo non toglie che Neverwas sia una buona storia che merita di essere vista.

cominciare dalle cose che non vanno

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Per migliorare, occorre sempre cominciare dalle cose che non vanno: intervenire dove già non si hanno dei problemi per migliorare ulteriormente è qualcosa di inutile, oltreché dannoso, dato che se non si prende atto dei punti deboli, questi si possono ingrandire andando a causare intralcio, quando non danno.
Purtroppo, nella società attuale (ma anche nel passato), le persone hanno spesso preferito non intervenire dove c’era bisogno, facendo finta che il problema fosse di poco conto, quando non lo si è volutamente ignorato, come se non esistesse, relegandolo nell’angolo più buio della coscienza. I danni, purtroppo, sono stati tanti e non di poco conto.
Perché questo modo di fare? Per non affrontare lati spiacevoli, per non prendersi responsabilità, ma anche per mancanza di conoscenza e, per non si sa bene quale motivo, la presunzione che i problemi prima o poi si risolvessero da soli, oppure che se ne stessero buoni buoni in un angolo. Purtroppo ignorare le cose che non vanno o sottovalutarle non è mai una scelta saggia, ma molti lo fanno. Eppure di esempi di come agire nel modo corretto ce ne sono diversi.
La psicologia (se fatta nel modo giusto) si basa proprio, per migliorare lo stato del paziente, sul lavorare sui conflitti che alterano l’equilibrio mentale ed emozionale dell’individuo, studiando i comportamenti erronei, i blocchi, le paure, i traumi; lavorando sulle esperienze che hanno segnato una persona, su quegli elementi custoditi nell’inconscio che vanno a limitarla, la psicologia va a cercare di risolvere le cose che non vanno e che generano ostacoli e menomazioni.
Il viaggio di DAnte  comincia all'Inferno, ottimo esempio di dove cominciare con le cose che non vannoDante Alighieri con La Divina Commedia (che non è solo un esempio di letteratura e immaginazione) fa esattamente la stessa identica cosa: fa cominciare il suo viaggio fantastico all’inferno, perché esso è il luogo dove sono raggruppate tutte le cose che non vanno, tutti quei lati erronei che fanno perdere il senno e l’anima all’essere umano. Un viaggio attraverso i vizi che serve a far riconoscere all’uomo tutti quegli aspetti di sé che lo abbrutiscono, lo rendono bestiale e anche peggio: lo rendono demoniaco (questa è una delle basi che ho voluto usare nella realizzazione di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone). Solamente dopo un viaggio all’inferno, attraverso il riconoscimento di tutte quelle cose che non vanno nell’uomo, è possibile proseguire per il Purgatorio e poi per il Paradiso: senza la comprensione degli sbagli, tutto diventa inutile, perché non c’è catarsi, non c’è liberazione, non c’è evoluzione. Senza discendere nell’oscurità, nel fango, non è possibile risollevarsi e migliorarsi.