Jonathan Livingston e il Vangelo

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La casa del buio

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La casa del buioLa casa del buio è un romanzo scritto da Stephen King e Peter Straub nel 2001 e vede tornare in azione Jack “Viaggiante” Sawyer, protagonista di Il Talismano, solo che questa volta non è più un bambino, ma un adulto che si è ritirato, benché giovane, dalla carriera d’investigatore. Ora vive a French Landing, un piccolo paese tranquillo, almeno fino a quando non comincia a fare la sua comparsa Il Pescatore, un serial killer che rapisce bambini per seviziarli e mangiarli. Ben presto la quiete della cittadina viene infranta e la gente del posto comincia a vivere nella paura e nella psicosi; la polizia brancola nel buio, le indagini non portano a nulla e l’assassino è una figura inafferrabile. Jack, seppur ne avrebbe fatto volentieri a meno, si ritrova coinvolto nel caso e la pista che segue lo porta a indagare su una vecchia casa abbandonata che pochi possono vedere, avvolta da un buio malefico, piena di orrori e legata a un mondo che non è il nostro. Per scoprire l’identità dell’assassino e soprattutto chi c’è dietro di lui dovrà di nuovo avere a che fare con i Territori e con una sua vecchia conoscenza, Parkus. Ma non sarà l’unico mondo in cui dovrà addentrarsi: per salvare una vittima del Pescatore ancora viva si addentrerà in un luogo oscuro dove bambini con particolari capacità sono stati rapiti per servire il Re Rosso e infrangere i Vettori.
La casa del buio è un romanzo gradevole, non certo un capolavoro, la cui lettura è consigliata per chi vuole leggere la conclusione delle avventure di Jack Sawyer e trovare altri dettagli legati alla famosa serie della Torre Nera.

Limiti e paure

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In L’Ultimo Demone c’è un brano, postato anche su Le Strade dei Mondi sotto forma di racconto con il nome di Il Dio del LimiteMuro, un modo per tenere lontana la paura, che parla di muri, di limiti e confini; è messo sotto forma di favola, ha una connotazione fantastica, ma di fantastico, se ci si pensa, ha solo l’aspetto, perché parla di realtà. La realtà che viviamo ogni giorno. Anche se a tanti non piace ammetterlo, ormai la vita delle persone è dominata dalla paura; anche se assume tanti aspetti (la paura degli altri, la paura di perdere il lavoro, i diritti), essa è sempre la stessa e sta divenendo sempre più forte, si allarga a macchia d’olio. Se si osserva si ha sempre meno fiducia negli altri, si guarda con sospetto chi è diverso, spesso lo si vede come una minaccia. E quando ci si sente minacciati, spesso una delle reazioni che si attuano è quella di aggredire. Emblema sotto gli occhi di tutti di tale realtà è il presidente degli Stati Uniti, Trump (ma si potrebbe dire lo stesso di Erdogan per quanto riguarda la Turchia), con i muri fisici e non (basti pensare al muro con il Messico o ai limiti d’accesso per le persone agli Stati Uniti o ai dazi commerciali per quanto riguarda le merci di altri paesi) che vuole ergere. Trump non è un dio, anche se con il modo che ha di fare si può pensare che lui si ritenga davvero tale, ma di certo è un creatore di limiti, oltre che un creatore di paure, tensioni e anche conflitti; il fatto che non sia l’unico, ma che ci siano altri potenti come lui che fanno alla stessa maniera, non fa presagire a nulla di buono. Arroganza, presunzione, mania di controllo, sete di potere, dimostrare la propria superiorità, disprezzo e mancanza di rispetto per gli altri: tutti questi sono elementi che vanno a spiegare questo modo di fare. Se però ci si pensa, questo agire è dettato dalla paura; una paura di fondo che magari non è neppure riconosciuta, ma che ha il controllo dell’individuo, le cui conseguenze si ripercuotono anche sugli altri. Finché ci sarà paura, non ci sarà modo che si possano creare e sviluppare elementi positivi. Questo contesto ben è rappresentato da una frase presente in L’ombra dello scorpione di Stephen King: “L’amore non cresce bene in un posto dove c’è solo paura, così come la piante non crescono bene in un posto dove c’è sempre buio.”

Fantasy: un genere ancora sconosciuto.

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Nonostante tutti i mezzi d’informazione e la diffusione che si è avuta negli anni passati, ancora oggi non si ha del tutto chiaro che cosa sia il fantasy. Purtroppo vige in tanti la mentalità che sia un genere di serie b, adatto a un pubblico adolescenziale; un giudizio questo limitato e si sta ancora andando bene, perché certi danno un giudizio ancora più negativo.
Ho scritto diversi pezzi sia su Le Strade dei Mondi, sia su Fantasy Magazine su questo argomento (qui e qui due articoli dedicati a esso), ma non sono stato certo l’unico. Ma nonostante in tanti si siano impegnati a far conoscere il fantasy, tanti pregiudizi continuano a perdurare.
Per questo, il tempo dedicato alla conoscenza non è mai troppo: suggerisco la lettura dell’articolo scritto da Domenico Russo, Il genere fantastico, questo sconosciuto: oltre a proporre definizioni e storia del fantasy, dà anche una classificazione dei vari rami in cui questo genere si suddivide. Un articolo ben fatto, che dovrebbe chiarire le idee a chi ancora ha dei dubbi sul fantasy e sul fantastico.
Nel caso ci fossero però dei Tommaso che non credono a quanto scritto finché non toccano con mano, allora non resta che suggerirgli di leggere alcuni libri e mostrare che il genere non è roba solo per bambini e adolescenti.

Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien.

It e la serie della Torre Nera di Stephen King.La Torre Nera, la famosa serie di Stephen King: ottimo esempio di opera fantasy e non solo

La storia infinita di Michael Ende.

1Q84 di Haruki Murakami (qui e qui per saperne di più).

La fattoria degli animali di George Orwell.

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach.

Io sono leggenda di Richard Matheson.

La casa del tempo sospeso di Mariam Petrosjan.

Di letture valide per capire quanto sono validi e di spessore il fantasy e il fantastico ce ne sono tante altre, ma per cominciare i libri sopra riportati vanno più che bene.

Jonathan Livingston e il Vangelo

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Jonathan Livingston e il VangeloJonathan Livingston e il Vangelo, a differenza degli altri lavori che ho realizzato, non è un’opera di narrativa ma di saggistica. L’idea è nata diversi anni fa, quando ancora stavo lavorando a Strade Nascoste – Storie di Asklivion: rileggendo Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach è risultato evidente che proponeva lo stesso messaggio del Vangelo. Il messaggio originale intendo, quello di libertà, non quello che alle volte viene piegato per favorire il tornaconto di qualcuno  (non per niente Papa Francesco si sta impegnando perché la Chiesa ritrovi questo spirito, dato che troppe volte si è allontanata da un cammino che ha proposto cose ben diverse da quelle riportate nel Vangelo). Non è stata una cosa pensata o programmata: è qualcosa che è nato sul momento. In poco tempo è stato facile associare i brani di Il gabbiano Jonathan Livingston a quelli equivalenti del Vangelo e sviluppare un breve commento che mostrasse il significato insiti in quei pezzi. La stesura della struttura di come si presenta ora Jonathan Livingston e il Vangelo è stata realizzata in pochi giorni: si trattava di una bozza per sapere in che direzione far andare il progetto. Il progetto però non è stato sviluppato subito.
Perché?
Quello che si ha ora davanti non era stato pensato per essere un libro: doveva servire come spunti di riflessione. Inoltre, nel periodo in cui ho realizzato la bozza, come già scritto, stavo portando avanti altri lavori e quindi tempo ed energie erano impiegate altrove. La verità però è anche un’altra: i tempi non erano maturi per sviluppare approfonditamente Jonathan Livingston e il Vangelo. O forse è più appropriato dire che io non ero maturo a sufficienza per un’opera del genere. Nonostante ci fossero già delle basi, avvertivo che mancava ancora qualcosa per poter realizzare un lavoro soddisfacente e quel qualcosa era esperienza di vita, che avrebbe portato a far sviluppare la consapevolezza necessaria per scrivere un simile libro. Così, solo dopo qualche anno, quando stavo iniziando a dare il via al ciclo di I Tempi della Caduta, ho effettuato la prima stesura. Anche dopo le prime revisioni, mentre aspettavo risposte agli invii di sinossi e lettere di presentazioni, ho continuato ad approfondire e sviluppare certi argomenti trattati: le esperienze fatte, la crescita personale da esse conseguite, hanno portato ad ampliare il lavoro. In questo hanno contribuito anche le letture che ho fatto e quanto scritto sul sito che gestisco, Le Strade dei Mondi: come ho avuto modo di scrivere su Jonathan Livingston e il Vangelo, da tutto e da tutti si può imparare e si può crescere.
Anche se dal numero di pagine può non sembrare, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato un lavoro lungo, che ha dovuto saper attendere, perché per poter giungere a compimento era necessario che i tempi arrivassero a maturazione. Tutte le cose hanno i loro tempi, bisogna solo saper aspettare, anche se nella società di oggi, sempre di corsa, che vuole tutto e subito, questo modo di fare è inconcepibile: è uno dei mali della società. Una società sempre protesa al materialismo, che non ne vuole sapere di riflessione e meditazione, di calma, vedendole come cose inutili, delle perdite di tempo. Eppure, se non ci si ferma a riflettere e non si assimilano le lezioni che la vita ha da dare, dandogli il tempo di cui si necessitano, si ripetono errori già visti.
Jonathan Livingston e il Vangelo è questo: la condivisione di riflessioni fatte sulla vita e quello a cui è correlata partendo da due opere che hanno tanto da dare perché sono libri sacri. Sì, anche Il gabbiano Jonathan Livingston può essere considerato tale, dato che un libro è sacro perché ha la capacità d’insegnare e arricchire chi legge le sue pagine, a prescindere del riconoscimento dato da un’autorità religiosa. Un insegnamento valido indipendentemente dal tempo in cui è scritto e dalla nazionalità di chi lo realizza, che permette a una persona di migliorare la propria vita.
Ma l’opera scritta non prende spunto solo da essi: per il suo sviluppo hanno dato il loro contributo altri libri, per non parlare di film, ma anche opere teatrali, canzoni e fumetti. Stephen King, Guy Gavriel Kay, George Orwell, Patrick Suskind, sono alcuni degli autori le cui opere sono servite per mostrare certi aspetti della vita. Almeno, questi sono alcuni di quelli che sono serviti a me: con tutto quello che è stato scritto nel mondo, ce ne sono tanti altri da cui prendere ispirazione e imparare. Ma non bisogna fermarsi ai libri, perché c’è sempre da apprendere, da tutto: piante, fiori, bambini, animali, fiumi, monti. Tutto può aiutare a trovare se stessi. In fondo, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato scritto per questo. E far capire che di maestri ce ne sono tanti, a partire da se stessi e che forse è il più importante, e il più difficile, da riconoscere.

(Alla pagina download è possibile scaricare un’anteprima gratuita dell’opera.)

Analogie 2: Trump come Greg Stillson?

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Analogie 2: Trump come Greg Stillson?Ne avevo già parlato in un articolo diversi anni fa, quando ci furono le precedenti elezioni americane; allora le cose andarono diversamente e non vinse chi si temeva. Non è andata così questa volta e i timori di allora ora sono più forti, dato che si vedono le stesse analogie tra Trump e Greg Stillson, il candidato al Senato del film La Zona Morta (1983, diretto da David Cronenberg), tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. I modi di fare e la politica di Trump sono preoccupanti (che punta al conflitto, all’odio e alla discriminazione), diretti in una direzione che non preannuncia nulla di buono: anche nel libro di King il personaggio si presentava come il rappresentante di tutti, disponibile verso chiunque, ma in realtà, a parte il potere e il compiacimento di possederlo, a Stillson non importava nulla della gente, ma solo di se stesso; se fosse stato lasciato fare, avrebbe condotto a un tremendo conflitto mondiale. Il fato non si verificò perché si riuscì a fermarlo.

La realtà è diversa dal libro e non perché non c’è nessuno con poteri paranormali, ma perché non c’è volontà di far andare le cose per il meglio: è chiaro che non si andrà incontro a qualcosa di buono. Ancora non si è compreso che non dovrebbe essere permesso a imprenditori di ricoprire ruoli politici e il motivo è semplice: troppo potere concentrato nelle mani di uno solo. La maggior parte delle persone non vuole comprendere questa realtà, o non dando importanza alla cosa o convinta distortamente che questi individui siano davvero le figure giuste per far funzionare le cose. Ma in un periodo sempre più esasperato, dove prende sempre più piede l’intolleranza, dove la giustizia viene calpestata per far spazio alla corruzione e al malaffare e la gente compie in numero sempre maggiore gesti di omicidio/suicidio, ci si rende conto che il mondo sta sprofondando nella follia; è come se ci fosse una sorta di presenza che condiziona e spinge per far esplodere violenze e atrocità. Forse It, la famosa creatura dell’omonimo romanzo di King, esiste davvero. O forse si tratta della Bestia di cui si parla nell’Apocalisse di Giovanni (capitoli 12 e 13), che tanta ammirazione fa nascere negli uomini. Una cosa però è certa: la storia ha insegnato più volte simili lezioni e tutte le volte non si è appreso nulla da esse.

IT - Alcune riflessioni sull'uscita del film

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It è il romanzo capolavoro scritto da Stephen King nel 1986. Per chi non conoscesse la trama, la storia inizia nel 1957 nella cittadina americana di Derry con una barchetta di carta, un tombino, un clown e un bambino ucciso brutalmente. Una morte violenta, ma che non è certo l’unica che deturpa la quiete della comunità, come alcuni hanno modo di accorgersi. E quelli che si accorgono davvero di quanto sta accadendo non sono altro che ragazzi poco più che bambini, un gruppo che si fa chiamare i Perdenti e che si trova unito in una lotta contro qualcosa di più grande di loro, un male che periodicamente si risveglia per nutrirsi e quando lo fa, fa dilagare la follia e la violenza di cui è portare. Ben Hanscom, Eddie Kaspbrak, Bill Denbrough, Richie Tozier, Stan Uris, Beverly Marsh, e Mike Hanlon sono gli unici a opporsi a IT, l’essere spietato che ha fatto di Derry la sua casa. La cosa non va bene al mostro, che prende a perseguitare i membri del gruppo, ma questo non basta a fermarli: affrontano la malefica creatura, sconfiggendola ma non uccidendola. I ragazzi temono che ritornerà e allora fanno un giuramento di affrontarlo nuovamente se tornerà a saltare fuori.
Passano ventisette anni. Tutti hanno lasciato Derry e hanno avuto successo; tutti tranne Mike, che è rimasto nella cittadina ed è l’unico che non ha dimenticato il mostro e il passato: lui è la memoria del gruppo ed è quello che li ricerca per farli tornare e affrontare IT. Uno di loro non reggerà a questo ritorno, ma gli altri andranno avanti nella lotta, perché sanno che non avranno un’altra possibilità per fermarlo.
It

Questa è a grandi linee la storia narrata da King, ma la trama del romanzo è molto più profonda e articolata e solo leggendola nella sua interezza si può comprendere l’ampiezza del lavoro dello scrittore, di quanto va a fondo nel caratterizzare i personaggi e scavare nella realtà di Derry e dell’animo umano. It è molto più di un romanzo dell’orrore: è una storia di consapevolezza, che parla della crescita, dell’amicizia, della memoria e della perdita; è qualcosa di una bellezza difficile da spiegare a parole, ma è qualcosa che rimane dentro.
Proprio per questo, per le sue tante sfaccettature e sfumature, è difficile pensare che una trasposizione per il grande schermo (nel 2016 dovrebbero iniziare le riprese per due film dedicati a IT) possa riuscire a suscitare le emozioni che il romanzo è capace di creare, e soprattutto possa riuscire a cogliere il vero significato del libro: occorrerebbe una grande sensibilità, aver colto appieno il suo spirito.
I dubbi che sorgono in questi casi sono diversi: ne parlo in questo articolo su Letture Fantastiche, dove faccio alcune riflessioni ed esprimo alcuni timori sull’uscita della pellicola tratta dal romanzo di King. Riuscirà il regista (e chi ha realizzato il copione) a mostrare quanto contenuto nel libro? Il compito preso in consegna non è cosa da poco e non è esente da rischi, come non è esente da ricompense: se si riesce nell’intento, si può realizzare un capolavoro. Altrimenti si perde una grande occasione.

Il Ritmatista

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Il RitmatistaSu Letture Fantastiche è possibile leggere la recensione che ho fatto su Il Ritmatista, ultimo romanzo pubblicato in Italia da Brandon Sanderson. Il giudizio dato è positivo: è uno young adult bello, ben strutturato e che non scade in banali atteggiamenti adolescenziali presenti in molti romanzi del genere (come succede anche in un’altra serie realizzata dall’autore, la trilogia dedicata agli Eliminatori). Buona la trama, il sistema magico e la caratterizzazione dei personaggi; con poche pennellate Sanderson riesce a creare un quadro coinvolgente e credibile, dando vita a un’ambientazione che ricorda quella di fine Ottocento, sia nel modo di vestire, sia nella tecnologia usata, solo che in questo caso non si usa olio o petrolio per le lampade o vapore per far muovere i treni, ma tutto funziona grazie a un complesso sistema d’ingranaggi. Per chi vuole approfondire, lascio il resto alla lettura dell’articolo.
Qui invece voglio approfondire la questione della fascetta presente in Il Ritmatista, di cui ho già parlato nel pezzo, ma in cui non mi sono addentrato perché questa si tratta di una riflessione personale e che esula dal giudizio oggettivo che deve essere una recensione su un prodotto. Nell’articolo ho scritto che le fascette alle volte possono far avere un risultato opposto di quello voluto, ovvero spingere il lettore a non comprare il volume perché infastiditi dalle affermazioni che si leggono: non è stato il mio caso, perché, conoscendo il modo di scrivere dell’autore, non mi soffermo su quello che leggo sulle fascette per valutare le sue opere, però ne sono rimasto infastidito.
Sì, alle volte le affermazioni che si leggono infastidiscono perché sono stupide, sparate sensazionalistiche che sembra quasi che considerino i lettori degli sprovveduti che sono ignari di tutto e credono a tutto; è vero che il fantasy è un genere di nicchia, che Sanderson può non essere conosciuto come altri suoi colleghi, ma fare certe affermazioni è irritante. Non si può paragonare Sanderson a Stephen King e J.K.Rowling, dato che scrivono cose molto diverse, avendo approcci molto diversi. Rowling è divenuta famosa grazie alla saga di Harry Potter e ha avuto un successo planetario, ma questo non significa che sia migliore di Sanderson, anzi: Sanderson ha un’immaginazione molto più ampia e variegata, ha dimostrato di saper scrivere ottimi libri con diverse ambientazioni (cosa in cui Rowling ha fallito). Soprattutto, ha dimostrato di saper caratterizzare i suoi personaggi e di creare trame coerenti e prive di buchi narrativi, cosa che non è riuscita alla scrittrice inglese.
Il paragone poi con King è pietoso. I due scrittori scrivono storie e hanno approcci totalmente differenti, quindi fare un confronto tra i due è quasi improponibile. Forse è proprio questa la cosa che mi ha dato più fastidio. O forse il fatto che avevo appena terminato la rilettura di quel capolavoro che è It; sarà un’associazione strana, ma quanto letto ha fatto sorgere un paragone tra It e Il Ritmatista, due opere totalmente diverse, con un approccio e uno scopo che non potrebbero essere più lontani. Inutile dire che, per quanto il romanzo di Sanderson mi sia piaciuto, ne uscirebbe completamente perdente dal confronto con l’opera di King.
Come già scritto nella recensione, un consiglio agli addetti ai lavori, che pensano e decidono su come proporre un prodotto: evitare di usare le fascette. Si farebbe un favore all’autore e all’opera che ha realizzato.

Immaginazione e fantasia come difesa dagli orrori del mondo

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a Conquista dello Scettro - Stephen R. Donaldson, un esempio di come l'immaginazione può essere un mezzo per mantenere la propria integritàIl primo è un film del regista Guillermo Del Toro del 2006, il secondo è un romanzo di Stephen R. Donaldson del 1978, primo volume della trilogia Le Cronache di Thomas Covenant l’Incredulo. Il labirinto del fauno ha come protagonista una bambina, Ofelia; La conquista dello scettro un adulto, Thomas Covenant. In entrambe le opere è presente l’elemento fantastico, ma se in Il labirinto del fauno la bambina crede fortemente in ciò che vede e vive, in La conquista dello scettro Covenant ritiene che la Landa, il mondo in cui è finito dopo un incidente, sia un’invenzione della sua mente, un sogno che sta facendo mentre è incosciente (non per niente viene soprannominato l’Incredulo).
Se ci si sofferma su questi punti, le due opere sono molto diverse per storia e ambientazione. Ma se si va oltre la superficie, ci si accorge che hanno elementi in comune.

Questo è l’inizio dell’articolo Immaginazione e fantasia come difesa dagli orrori del mondo pubblicato su Letture Fantastiche: prendendo spunto da queste due opere (ma non solo queste) ho voluto mostrare come l’immaginazione e la fantasia possono essere una difesa contro gli orrori del mondo. Questo non significa rifugiarsi nel mondo dei sogni per sfuggire alla realtà e non affrontarla, ma avere un mezzo per mantenere la propria integrità e sanità mentale.

It. Chi è?

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It è il romanzo capolavoro scritto da Stephen King nel 1986. Ma chi è esattamente It, l’antagonista dei sette del gruppo dei Perdenti che imperversa a Derry, cittadina del Maine?
It è un mostro che uccide adulti e bambini, che compare nelle varie epoche periodicamente con le sembianze di un clown. Chi ben conosce la figura del clown sa che non è l’individuo divertente, comico, che fa ridere: il clown è qualcosa d’inquietante, che incarna la follia, l’irrazionalità, tutto ciò che non ha senso e gli istinti più primordiali.
it--It non è solo un mostro sotto le sembianze di clown, è un mostro particolare: è un mutaforma, capace di assumere le sembianze di ciò che fa più paura alla persona che ha davanti. Per alcuni può essere una mummia, un licantropo, un vampiro, il mostro di Frankenstein, un lebbroso; per altri può essere addirittura una persona cara che però li terrorizza.
Fermarsi a questo sarebbe riduttivo, perché It è ancora più di questo: è un’entità aliena giunta sulla Terra quando il mondo era giovane, quando ancora non c’era l’uomo. Un’entità antichissima come la Tartaruga, la sua nemesi; solo chi ha creato entrambe è più antico. Essendo giunto sulla Terra, It ha assunto una forma fisica (e pertanto deve sottostare alle leggi del mondo in cui abita, avendo in questo modo un punto debole e potendo così essere sconfitto), ma la verità è che forse il vero io di It non ha una forma, ma è una luce che non fa luce, è una luce che oscura, capace di distruggere la mente di chi ha la sfortuna di vederla nella sua vera essenza.
King è stato molto bravo nel dare molti volti a It, nel rendere sfaccettata questa creatura, e non si è fermato a questi aspetti: con It è riuscito a incarnare una realtà della vita ormai molto diffusa e che ben viene descritta dal seguente brano.

Derry è IT. Mi capite?…Dovunque andiamo…quando IT ci assalirà, la gente non vedrà, non sentirà, non saprà. Vi rendete conto che è così? (1)

King mostra come la cittadina di Derry sia un’estensione di It, come si sia talmente radicato in essa da condizionare le persone e farle divenire alleate, complici. It ha trovato terreno fertile in quegli individui dove la cattiveria, lo scarso equilibrio mentale, la malvagità erano fiorenti e le ha usate come strumenti portatori di violenza e morte. In Derry ci sono state vere e proprie stragi, delitti efferati, ma sono passati come se niente fosse, nell’indifferenza più totale, dove la gente ha chiuso gli occhi o si è voltata dall’altra parte per non vedere. Da parte di molti cittadini c’è stata una condiscendenza non da poco, per la quale sono stati anche ripagati, avendo avuto fortuna nei propri affari e una certa ricchezza: è stato un po’ come vendere la propria anima al diavolo.
Se ci si pensa, King sta dicendo ai lettori che It è sempre esistito perché It in realtà non è il mostro venuto da lontano, dallo spazio profondo, ma è una mentalità umana, è quella che se ne frega delle conseguenze di certe azioni, quella che l’importante è poter vivere tranquilli, che finché capita agli altri va tutto bene. È il menefreghismo delle persone che per non avere guai passano oltre a chi è in difficoltà. È l’egoismo che permette che il male dilaghi, che fa pensare solo ai propri interessi, a guardare solo al proprio giardino, disinteressandosi di tutto il resto, anche se questo può portare alla rovina dell’intero paese.
Se si osserva, questa è una parte della realtà che viviamo, nel piccolo come nel grande. La gente passa oltre a chi è in difficoltà perché non vuole guai, non vuole pensieri. Le multinazionali, i governi, pensano solo al loro interesse, poco importa se questo porterà a disastri che rovineranno l’ambiente, se faranno sorgere conflitti.
IT esiste ed è sempre esistito. E continuerà a esistere finché persisterà una certa mentalità umana.

 

  1. IT. Stephen King. Sperling&Kupfer Economica 2009. Pag.1085