Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste

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Il magazzino dei mondi 2

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Il Rosso e il Nero

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Il Rosso e il Nero è il racconto con cui ho partecipato alla prima tappa del contest Ferragosto d’Inchiostro 2017 di Writer’s Dream. In questa occasione il tema era libero, purché si usasse uno degli incipit e uno dei finali messi a disposizione dallo staff; avendo tale libertà, ne ho approfittato per creare una storia legata a un’ambientazione che ho già mostrato in Strade Nascoste e L’Ultimo Demone.

La volpe fece appena due passi lungo il fosso. Magra, la coda abbassata, annusava il terreno. Alzò il muso e lo girò verso la casa. Il Rosso, in piedi sul muretto, la teneva sott’occhio. I loro sguardi si incrociarono. Dal campo, due gatti si avventarono contro di lei e la costrinsero a fuggire.
Il Rosso la osservò saltare oltre il fosso che lambiva il bosco e sparire in una macchia di rovi. I due gatti passeggiarono nervosamente lungo la riva alcuni minuti prima di fare dietrofront e sdraiarsi all’ombra del grande faggio che cresceva in mezzo al campo. Assicuratosi che non ci fossero altri movimenti nelle vicinanze, saltò giù dal muretto e si diresse verso la casa, evitando le pozzanghere del vialetto. Aprì la porta senza far rumore, beandosi della frescura che i grossi muri di pietra mantenevano all’interno della stanza.
«Abbiamo avuto visite» con l’indice della mano destra il Nero indicò l’angolo più lontano della stanza.
«Non ha avuto nemmeno il tempo di gridare» costatò il Rosso non avendo sentito il minimo suono provenire dalla casa.
«Credeva che dormissi: è stato il suo primo errore.»
«E il secondo?»
«Mi ha scambiato per un cane» fece una smorfia di disappunto. «Un cane! Come se solo i cani possono starsene sdraiati davanti al fuoco di un camino.»
«I topi sono furbi, ma non sanno cogliere le sfumature. Non come i gatti» i baffi del Rosso si allungarono mentre sorrideva compiaciuto. Poi emise un sospiro. «Non potevi buttarlo fuori una volta eliminato? Deve venire sicuramente da una fogna: senti che puzza.»
«Certo che potevo» ammise il Nero. «Ma significava rivelare che il loro infiltrato era stato scoperto; in questo modo possono credere che il loro piano sta funzionando.»
«Un’astuzia degna di un lupo» il Rosso si sedette sulla poltrona dirimpetto a quella del Nero. «Sospettano che sia qui: una di loro gironzolava attorno alla casa.»
«Che aspetto aveva questa volta?»
«Una volpe» disse con nonchalance il Rosso. «Come se non fossimo capaci di accorgerci di un travestimento così mal fatto. Ci sarebbe da sentirsi offesi per come ci stanno sottovalutando.»
«Forse vogliono che pensiamo questo» il Nero incrociò le mani davanti al petto. «Forse fa tutto parte dei loro piani. In ogni caso, non fa alcuna differenza.»
«Quando pensi che agiranno?»
«Questa notte, quando il loro potere sarà più forte. Disponi i tuoi intorno alla casa. La sorveglianza deve essere massima.»
Il Rosso fece un cenno d’assenso. «E adesso aspettiamo.»
«E adesso aspettiamo» confermò il Nero.

Scrutò con attenzione l’area sottostante. Quattro gatti passeggiavano sopra il muretto di sassi, uno per lato, lanciando continue occhiate a destra e a sinistra, muovendosi silenziosi; altri quattro se ne stavano nascosti negli anfratti più bui del limitare del bosco, completamente immobili, gli occhi socchiusi ma vigili, per non rivelare la loro presenza.
Si sporse un poco in avanti per avere una visuale migliore della casa, dove la sorveglianza era più stretta: c’erano otto gatti, due per ogni angolo.
Con movimenti furtivi scese dall’albero. Strisciò in mezzo all’erba, evitando foglie e rami secchi. Si fermò vicino al muretto, scrutando la sua sommità; aspettò che il gatto che vi stava camminando sopra la superasse e poi vi si arrampicò sopra, scivolando rapidamente dall’altra parte. S’acquattò vicino a un basso cespuglio, osservando i movimenti dei gatti dinanzi a lei; con cautela prese ad avanzare, appiattendosi il più possibile contro il terreno. S’immobilizzò di scatto quando una cicala prese a frinire a poca distanza da lei; quattro paia d’occhi brillarono nell’oscurità, scrutando con attenzione il giardino. I minuti trascorsero lenti come se fossero ore; respirava appena, timorosa che il minimo movimento potesse farla scoprire. I gatti tornarono a portare la loro attenzione sulla porta e sulle finestre.
Con circospezione riprese ad avanzare, raggiungendo la parete della casa che non aveva nessuna apertura; vi si arrampicò sopra usando il tubo della grondaia per celare la sua presenza. Raggiunto il tetto, controllò che lì non ci fossero gatti. Assicuratasi d’essere sola, raggiunse il comignolo del camino: non un filo di fumo saliva da esso. Con circospezione lo toccò, sentendo che la pietra ormai era fredda. Scivolò al suo interno, procedendo nel buio più completo per un paio di metri. Sbirciò oltre il bordo dell’architrave: nella stanza non c’era nessuno. Raggiunse il pavimento, spostandosi rasente al muro per arrivare alla porta in fondo alla stanza. Lanciò un ultimo sguardo dietro di sé: c’erano solo la credenza e le due vecchie poltrone. Strisciò sotto la porta, ritrovandosi in un ambiente completamente avvolto dalle tenebre.
“È senza dubbio qui: solo lui può possedere una simile aura.”
Abbandonò le sembianze di lucertola, riassumendo quelle umane. Un cenno della mano e fece comparire una piccola sfera luminosa; con disappunto prese a spazzare via la fuliggine dai capelli biondi.
«Quello dev’essere l’ultimo dei tuoi pensieri» disse una voce alle sue spalle.
Si voltò di scatto, trovandosi dinanzi un uomo dai capelli rossi e uno dai capelli neri. “Non ho percepito la loro presenza…ma com’è possibile…” un sorriso si allargò sul suo viso “Sono dei semplici umani.”
L’uomo dai capelli rossi ricambiò il sorriso. «Oh, guarda Nero…pensa che siamo dei semplici umani.»
Il sorriso sparì dal volto della donna.
Il Nero si staccò dalla parete. «Non è più tempo di giocare al gatto col topo, Rosso.»
L’altro sospirò. «Peccato: era divertente. Almeno per noi» sorrise sornione. «Molto meno per te, strega.»
L’aria nella stanza ondeggiò. Le pareti oscillarono alcuni istanti prima di allontanarsi e innalzarsi; cancelli comparvero in esse, affacciandosi su stanze piene di lame e catene. L’ambiente assunse una cupa colorazione rossastra.
La strega fece un passo indietro, guardandosi attorno allibita. «Ma cosa…»
«Vedi, secoli fa qui sorgeva un castello, un luogo di violenza e tortura. Ora di esso e del suo sadico proprietario non rimane più nulla, ma certe cose lasciano un segno indelebile nel Mondo Spirituale, dando vita a vere e proprie piaghe. O inferni, come dite voi umani» spiegò con calma il Rosso.
La strega volse lo sguardo di nuovo su di loro, solo che al posto dei due uomini c’erano un gatto rosso e un lupo nero. Sbiancò di colpo. «Tu sei uno dei figli dello Spirito del Grande Lupo» deglutì a fatica la strega. «E tu…»
«Io sono un gatto» disse sornione il Rosso. «E tanto basta.»
«Quello che stai cercando non è qui; non lo è mai stato» intervenne il Nero. «Come altre della tua specie sei caduta nella nostra trappola. Come succederà ancora, dato che non avrai possibilità d’avvertire le tue simili.»
I cancelli alle pareti si aprirono. Un tintinnio metallico prese ad aleggiare nel lungo corridoio. Mani uncinate afferrarono le sbarre. Coltelli raschiarono le pareti.
«Sai, quello che anelano di più gli Spiriti è la carne» disse il Rosso prima di varcare l’apertura che il Nero aveva creato nella barriera tra il Mondo Materiale e quello Spirituale.
«Anche questa è fatta» il Rosso si stiracchiò assumendo di nuovo sembianze umane quando furono tornati nella stanza. Poi seguì il Nero fuori dalla casa, raggiungendo il centro del cortile dietro di essa; si fermarono a un paio di metri dalla quercia che vi cresceva. Il Nero volse lo sguardo al cielo: la luna stava per sorgere, la sua luce l’unica capace di dare una possibilità di fuga a quanto rinchiuso nell’albero. La corteccia si contorse, mentre un volto distorto dall’odio premeva contro di essa per uscire. Per ore il Demone mugghiò furioso nei suoi tentativi di fuga, facendo scricchiolò sinistramente il legno; poi tutto tacque quando la luna sparì oltre il bosco.
La quercia aveva resistito ancora una volta. Ma il volto del Demone rimase scolpito sul suo tronco.
Il Rosso e il Nero si scambiarono una lunga occhiata silenziosa, perché non c’era bisogno di parole per esprimere quello che provavano.
Quell’albero faceva davvero paura.

Limiti e paure

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In L’Ultimo Demone c’è un brano, postato anche su Le Strade dei Mondi sotto forma di racconto con il nome di Il Dio del LimiteMuro, un modo per tenere lontana la paura, che parla di muri, di limiti e confini; è messo sotto forma di favola, ha una connotazione fantastica, ma di fantastico, se ci si pensa, ha solo l’aspetto, perché parla di realtà. La realtà che viviamo ogni giorno. Anche se a tanti non piace ammetterlo, ormai la vita delle persone è dominata dalla paura; anche se assume tanti aspetti (la paura degli altri, la paura di perdere il lavoro, i diritti), essa è sempre la stessa e sta divenendo sempre più forte, si allarga a macchia d’olio. Se si osserva si ha sempre meno fiducia negli altri, si guarda con sospetto chi è diverso, spesso lo si vede come una minaccia. E quando ci si sente minacciati, spesso una delle reazioni che si attuano è quella di aggredire. Emblema sotto gli occhi di tutti di tale realtà è il presidente degli Stati Uniti, Trump (ma si potrebbe dire lo stesso di Erdogan per quanto riguarda la Turchia), con i muri fisici e non (basti pensare al muro con il Messico o ai limiti d’accesso per le persone agli Stati Uniti o ai dazi commerciali per quanto riguarda le merci di altri paesi) che vuole ergere. Trump non è un dio, anche se con il modo che ha di fare si può pensare che lui si ritenga davvero tale, ma di certo è un creatore di limiti, oltre che un creatore di paure, tensioni e anche conflitti; il fatto che non sia l’unico, ma che ci siano altri potenti come lui che fanno alla stessa maniera, non fa presagire a nulla di buono. Arroganza, presunzione, mania di controllo, sete di potere, dimostrare la propria superiorità, disprezzo e mancanza di rispetto per gli altri: tutti questi sono elementi che vanno a spiegare questo modo di fare. Se però ci si pensa, questo agire è dettato dalla paura; una paura di fondo che magari non è neppure riconosciuta, ma che ha il controllo dell’individuo, le cui conseguenze si ripercuotono anche sugli altri. Finché ci sarà paura, non ci sarà modo che si possano creare e sviluppare elementi positivi. Questo contesto ben è rappresentato da una frase presente in L’ombra dello scorpione di Stephen King: “L’amore non cresce bene in un posto dove c’è solo paura, così come la piante non crescono bene in un posto dove c’è sempre buio.”

L'Ultimo Demone revisionato.

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Sugli store online è stata caricata la versione corretta e rivista di L’Ultimo Demone, secondo romanzo della serie I Tempi della Caduta. La revisione effettuata è andata a correggere quei refusi che erano stati segnalati nella recensione fatta da Annalisa Sutto, che ancora ringrazio per aver così permesso di migliorare il lavoro fatto; qualcuno potrebbe obiettare che erano piccoli dettagli, ma spesso sono proprio i dettagli a rendere migliori le cose. Spero di essere riuscito a trovarli tutti; di certo ora ce n’è un numero minore che nella precedente versione.

Torneranno i fiori

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Fiamma se ne stava in disparte, lo sguardo perso fra le rocce, rigirando tra le mani un sassolino.
Era stanca, gli facevano male i piedi. Non facevano altro che camminare tutto il giorno, mangiando sempre gallette e la carne dei serpenti che Mangusta catturava, bevendo l’acqua che trovavano nei ruscelli e nelle pozze delle oasi. Avrebbe desiderato cambiare ogni tanto; le sarebbe piaciuto tornare ad assaggiare quelle piccole barrette dolci che avevano trovato nel magazzino di una città: Volpe aveva detto che erano fatte con cioccolato e caramello. Le erano piaciute davvero tanto. Ma dopo che erano dovuti fuggire da quel luogo, in nessun altro erano riusciti a trovare quelle barrette così buone; Volpe era riuscita a portarne alcune con sé, ma anche se gliele aveva date solo in occasioni speciali, da un pezzo erano finite.
“Magari nella città in cui stiamo andando possiamo trovarne” pensò speranzosa. Ma subito sospirò. “Finirà come sempre: arriveranno i mostri e noi dovremo scappare e saremo di nuovo nel deserto.” Sospirò nuovamente.
«Come siamo melanconici oggi» disse Bardo alle sue spalle.
«Sono annoiata» disse mogia la bambina.
«Meglio annoiarsi che avere paura» ribatté con un sorriso Bardo.
«Sì» fece poco convinta Fiamma. «Ma se non sono mostri, è sempre deserto: non c’è mai niente, nemmeno un fiore. Sono tutti sassi. E pure brutti.»
Bardo rovistò in una delle sue tasche, prendendo qualcosa e poi porgendolo alla bambina. «Non tutte le pietre sono brutte.»
«Che bella!» esclamò Fiamma tenendo tra le mani una pietra dalle mille sfaccettature. «Sembra una rosa!»
Bardo sorrise. «Infatti viene chiamata la rosa di ferro.»
«Cambia colore.» Fiamma la sollevò davanti agli occhi a bocca aperta, muovendola avanti e indietro. «Non ne avevo mai viste prima: dove l’hai trovata?»
«Bisogna sapere dove cercare: il mondo è pieno di pietre del genere. Anche più belle» spiegò Bardo. «Se ti piace, puoi tenerla.»
«Grazie!» Fiamma se la mise in tasca, tornando però ad assumere un’espressione sconfortata quando posò di nuovo gli occhi sulla piana deserta. «Mi mancano i fiori: è da tanto che non li vedo.»
«Non li vedi perché non si fanno vedere.»
«Come?» domandò stupita Fiamma.
«Hanno deciso di non farsi vedere.»
«Perché?»
«Per come si sono comportati gli uomini: non hanno fatto altro che strapparli, macinarli, avvelenarli. Non si soffermavano più a guardarli, ammirarli, annusarli: quando non li distruggevano, li ignoravano, come se fossero semplice erba» spiegò Bardo. «Devi sapere che i fiori sono molto narcisisti e altrettanto permalosi. Se a questo aggiungi che gli esseri umani nei loro riguardi hanno perpetrato veri e propri genocidi, puoi capire perché se la sono presa tanto: molte delle loro specie si sono estinte e i superstiti sono diminuiti di anno in anno, arrivando al punto che rischiavano di scomparire del tutto, divenendo solamente una leggenda.»
«Allora che cosa è successo?» domandò incuriosita Fiamma.
«Hanno deciso di riunirsi. C’è stato un gran consiglio, dove gli esponenti di ogni specie hanno parlato. E quando hanno deciso, hanno sparso i loro pollini al vento per comunicare la loro decisione a tutti i fiori del mondo.»
«E che cosa hanno deciso?» lo incalzò la bambina.
Fiori«Che non sarebbero più spuntati fino a quando l’uomo non fosse cambiato: sarebbero rimasti sottoterra, nascosti all’interno dei semi, in attesa del cambiamento dei tempi.»
«Per questo allora non se ne vedono più.»
«Esatto.»
«Ma non sono scomparsi del tutto» precisò Fiamma in cerca di conferma.
«In questo momento sono proprio sotto di te, addormentati nel loro lungo sonno.»
«E come faranno a sapere quando svegliarsi?»
«Quando verrà il momento giusto, lo sapranno: è un loro piccolo potere segreto.»
Fiamma abbassò lo sguardo, fissando la terra sotto i suoi piedi. «Credi che riuscirò a vederne di nuovo qualcuno nel nostro viaggio?» domandò seria dopo qualche tempo.
Bardo sorrise. «Ritengo che ci siano buone probabilità.»
Fiamma lo fissò per alcuni momenti, poi riprese fuori dalla tasca la rosa di ferro e si mise a rimirarla alla luce degli ultimi raggi.
Bardo levò lo sguardo sull’orizzonte. “Hanno detto che nel nostro tempo avremmo raccolto la loro eredità e che avremmo imparato da ciò che avremmo visto. Hanno detto che le stesse parole avrebbero avuto significati differenti, che anche la rettitudine avrebbe cambiato volto. Hanno detto che tutto che ciò che c’era di buono nel nostro tempo sarebbe caduto dalla grazia.” Lanciò un’occhiata a Fiamma che rimirava la pietra che aveva avuto in regalo. “Hanno detto che avremmo cercato il potere per dare vita a tutte le storie del passato e fare sì che il nuovo regno venisse.”
Si alzò seguendo Fiamma per andare attorno al fuoco appena acceso.
“E che ci saremmo riusciti. Adesso come in passato.”

La fine del paradiso

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Quando erano liceali, loro cinque andavano d’accordo in tutto e per tutto. Si accettavano reciprocamente così com’erano, si comprendevano l’un l’altro. In questo, ognuno di loro trovava una profonda felicità. Ma quella beatitudine non poteva continuare in eterno. Il paradiso, prima o poi lo si perde. Le persone crescono ognuna a velocità diversa, e prendono strade diverse. Col passare del tempo si era creata un’inevitabile disarmonia. Erano apparse le prime crepe. Crepe che alla fine non si potevano più considerare tanto sottili. (1)

 

Nella sua brevità, questo è un brano molto emblematico di L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Haruki Murakami, che ben mostra cosa si perde quando si cresce e la distanza che si crea tra le persone, anche con quelle a cui si era più legati. Un brano toccante e significativo, che diventa ancora più intenso se letto con sottofondo Le mal du pays, la musica che ha fatto da colonna sonora alla vita di Tsukuru; a un primo ascolto il pezzo può non coinvolgere, ma se lo si riascolta si riescono ad apprezzare le sue sfumature e la sua profondità.
Non vuole essere un paragone con Murakami, ma in L’Ultimo Demone ho fatto una riflessione simile: penso che tanti, prima o poi giungono a fare simili considerazioni. In fondo, questo è parte della vita.

 

Appollaiato su una roccia, Sanjuro osservava Mangusta, Fiamma e Lettore impegnati a costruire un piccolo castello con dei ramoscelli secchi. Un’immagine che sarebbe stata bella mantenere immutata nel tempo, perpetrandola per l’eternità: ma quel momento sarebbe divenuto presto solamente un ricordo e con il tempo il ricordo si sarebbe logorato per poi finire dimenticato.
“È così che va la vita: ci si lascia indietro sempre qualcosa di prezioso che non può essere recuperato. Anche la loro età, così bella e unica, passerà e non saranno più bambini innocenti ma uomini e donne con il loro carico di rimpianti, con il peso delle scelte a segnarli.”
Si poteva solo sperare che potessero crescere insieme, fare lo stesso percorso per avere qualcosa da condividere, per aiutarsi a vicenda fino a diventare degli adulti capaci di generare nuove vite e poterle crescere. Ma era una speranza vana, le cose sarebbero andate diversamente: crescendo si sarebbero separati prendendo ognuno strade differenti, allontanandosi non solo fisicamente, ma in una maniera che, se si fossero rincontrati, non si sarebbero più conosciuti; la complicità e l’empatia avute nel periodo vissuto insieme da bambini sarebbe stato qualcosa di morto, impossibile da riportare in vita. Sarebbero stati degli estranei con il ricordo di aver condiviso delle esperienze passate, ma così sbiadito che si sarebbero domandati com’era stato possibile aver avuto qualcosa in comune.
“È così che va la vita: non ci si può fare nulla. Accade e basta ed è difficile trovare un perché. Ci si può arrabbiare, spaccare la testa sopra, ma non si troverà una risposta.”

 

  1. Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Einaudi Super Et 2017, pag. 270.

Jonathan Livingston e il Vangelo

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Jonathan Livingston e il VangeloJonathan Livingston e il Vangelo, a differenza degli altri lavori che ho realizzato, non è un’opera di narrativa ma di saggistica. L’idea è nata diversi anni fa, quando ancora stavo lavorando a Strade Nascoste – Storie di Asklivion: rileggendo Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach è risultato evidente che proponeva lo stesso messaggio del Vangelo. Il messaggio originale intendo, quello di libertà, non quello che alle volte viene piegato per favorire il tornaconto di qualcuno  (non per niente Papa Francesco si sta impegnando perché la Chiesa ritrovi questo spirito, dato che troppe volte si è allontanata da un cammino che ha proposto cose ben diverse da quelle riportate nel Vangelo). Non è stata una cosa pensata o programmata: è qualcosa che è nato sul momento. In poco tempo è stato facile associare i brani di Il gabbiano Jonathan Livingston a quelli equivalenti del Vangelo e sviluppare un breve commento che mostrasse il significato insiti in quei pezzi. La stesura della struttura di come si presenta ora Jonathan Livingston e il Vangelo è stata realizzata in pochi giorni: si trattava di una bozza per sapere in che direzione far andare il progetto. Il progetto però non è stato sviluppato subito.
Perché?
Quello che si ha ora davanti non era stato pensato per essere un libro: doveva servire come spunti di riflessione. Inoltre, nel periodo in cui ho realizzato la bozza, come già scritto, stavo portando avanti altri lavori e quindi tempo ed energie erano impiegate altrove. La verità però è anche un’altra: i tempi non erano maturi per sviluppare approfonditamente Jonathan Livingston e il Vangelo. O forse è più appropriato dire che io non ero maturo a sufficienza per un’opera del genere. Nonostante ci fossero già delle basi, avvertivo che mancava ancora qualcosa per poter realizzare un lavoro soddisfacente e quel qualcosa era esperienza di vita, che avrebbe portato a far sviluppare la consapevolezza necessaria per scrivere un simile libro. Così, solo dopo qualche anno, quando stavo iniziando a dare il via al ciclo di I Tempi della Caduta, ho effettuato la prima stesura. Anche dopo le prime revisioni, mentre aspettavo risposte agli invii di sinossi e lettere di presentazioni, ho continuato ad approfondire e sviluppare certi argomenti trattati: le esperienze fatte, la crescita personale da esse conseguite, hanno portato ad ampliare il lavoro. In questo hanno contribuito anche le letture che ho fatto e quanto scritto sul sito che gestisco, Le Strade dei Mondi: come ho avuto modo di scrivere su Jonathan Livingston e il Vangelo, da tutto e da tutti si può imparare e si può crescere.
Anche se dal numero di pagine può non sembrare, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato un lavoro lungo, che ha dovuto saper attendere, perché per poter giungere a compimento era necessario che i tempi arrivassero a maturazione. Tutte le cose hanno i loro tempi, bisogna solo saper aspettare, anche se nella società di oggi, sempre di corsa, che vuole tutto e subito, questo modo di fare è inconcepibile: è uno dei mali della società. Una società sempre protesa al materialismo, che non ne vuole sapere di riflessione e meditazione, di calma, vedendole come cose inutili, delle perdite di tempo. Eppure, se non ci si ferma a riflettere e non si assimilano le lezioni che la vita ha da dare, dandogli il tempo di cui si necessitano, si ripetono errori già visti.
Jonathan Livingston e il Vangelo è questo: la condivisione di riflessioni fatte sulla vita e quello a cui è correlata partendo da due opere che hanno tanto da dare perché sono libri sacri. Sì, anche Il gabbiano Jonathan Livingston può essere considerato tale, dato che un libro è sacro perché ha la capacità d’insegnare e arricchire chi legge le sue pagine, a prescindere del riconoscimento dato da un’autorità religiosa. Un insegnamento valido indipendentemente dal tempo in cui è scritto e dalla nazionalità di chi lo realizza, che permette a una persona di migliorare la propria vita.
Ma l’opera scritta non prende spunto solo da essi: per il suo sviluppo hanno dato il loro contributo altri libri, per non parlare di film, ma anche opere teatrali, canzoni e fumetti. Stephen King, Guy Gavriel Kay, George Orwell, Patrick Suskind, sono alcuni degli autori le cui opere sono servite per mostrare certi aspetti della vita. Almeno, questi sono alcuni di quelli che sono serviti a me: con tutto quello che è stato scritto nel mondo, ce ne sono tanti altri da cui prendere ispirazione e imparare. Ma non bisogna fermarsi ai libri, perché c’è sempre da apprendere, da tutto: piante, fiori, bambini, animali, fiumi, monti. Tutto può aiutare a trovare se stessi. In fondo, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato scritto per questo. E far capire che di maestri ce ne sono tanti, a partire da se stessi e che forse è il più importante, e il più difficile, da riconoscere.

(Alla pagina download è possibile scaricare un’anteprima gratuita dell’opera.)

Archetipi- L’ombra.

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OmbraNella saga di I Tempi della Caduta è chiaro che i Demoni, i nemici dell’umanità e degli Usufruitori, incarnano l’archetipo dell’Ombra. Rappresentano tutti gli errori, le scelte sbagliate che sono state fatte, tutti gli atteggiamenti, le mentalità erronee, che sono stati portati avanti e che tanto deleteri sono risultati: tutti elementi di cui spesso si è ignari e per i quali occorre una grande consapevolezza per rendersene conto. In una società come la nostra, dove si è sempre di corsa, dove si dà grande importanza all’apparenza, dove il tempo per la riflessione e l’interiorità è considerato uno spreco, è facile essere assoggettati da forme distorte della psiche proprie o altrui. Questo sono i Vizi Capitali di cui parla la teologia cristiana (e che i Demoni incarnano traendone potere): forme distorte della personalità che possono prendere il sopravvento e oscurare la visione della realtà, il giudizio sulle cose, facendo prendere strade sbagliate e creando squilibri che non portano a nulla di buono. Quanto insegnato dalla religione cristiana viene visto come un divieto, un comandamento, un ordine a non fare certe cose, ma in realtà è un monito, un insegnamento a vivere in maniera migliore e più consapevole. Un insegnamento giusto ma spesso dato in modo sbagliato, che viene vissuto come imposizione, come richiesta d’obbedienza, portando spesso la gente a fare l’opposto di quanto detto perché si considera libera di fare quello che vuole. Ma questa non è libertà: questo è semplicemente seguire il caos, è reagire quasi per fare dispetto.
Purtroppo i risultati dimostrano quanto siano sbagliare queste scelte: i fatti sono sotto gli occhi di tutti ogni giorno. Omicidi. Suicidi. Abusi su bambini e anziani. Stalking. Stupri. Truffe. Insulti. Aumento delle dipendenze da gioco, tecnologia, sesso, droga, alcool. L’Ombra ha preso il sopravvento su tanti e tanti non fanno che continuare a ignorare i segnali che li mettono in guardia sul suo avanzare e dilagare; più la si ignora, più la si rifugge, più l’Ombra si rafforza. Nella sua saga di Terramare, Ursula K. Le Guin ha ben mostrato la figura di questo archetipo e del danno che può portare.
Per quanti esempi si possono mostrare, per quanti ragionamenti si possono fare, la via per vincere l’Ombra alla fine è sempre una: essere consapevoli. Di sé e della vita.

Il Dio del limite

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Limite. Questa è la parola che sempre più domina la nostra società. La libertà personale è sempre più imbrigliata in dettami, regole, divieti, restrizioni; si è sempre più sotto controllo, sempre più sottoposti a dover avere a che fare con un limite dopo l’altro; è come se gli uomini si divertissero a creare muri in continuazione. La realtà lo sta dimostrando e lo ha dimostrato: uno dei fatti più in vista ora è quello che riguarda i migranti, con diversi paesi che creano delle barriere per tenerli fuori; per non parlare di Trump, che vuole costruire un muro lungo tutto il confine che separa gli Stati Uniti dal Messico. In passato poi era capitato a certe etnie di essere obbligati a stare nei ghetti (ebrei) o non poter andare in certi luoghi (i neri negli Stati Uniti). Questi sono alcuni degli esempi più grossi, ma se ci si guarda è così nella vita quotidiana di ognuno: anche fare una semplice passeggiata ora è un problema, perché c’è sempre qualcuno che cerca d’imporre la propria volontà, di prevaricare e creare impedimento. Tutto questo dipende naturalmente dall’uomo e dal rapporto che ha con gli altri e con se stesso, ma che cosa esattamente spinge a fare questo?

 

Aggirandosi nei pressi della zona dove si erano stabiliti, Bardo trovò Lettore seduto sul gradino più basso della statua nell’angolo del palazzo. Stranamente era solo, solitamente lo si vedeva appresso a Mago, intento a fargli domande: se ne stava a fissare la statuina dello stregone che teneva sul palmo della mano.
«Ti vedo spesso parlare con Mago» esordì quando gli fu vicino. «Vuoi diventare anche tu un Usufruitore?»
Lettore sbuffò. «E come potrei? Tutto quello che mi hanno spiegato lui e Sanjuro sono solo parole per creare immagini: non servono a niente, solo a far perdere tempo.»
«Forse stai usando l’approccio sbagliato. O forse è ancora presto per te per prendere le vie del Potere» azzardò con calma Bardo.
Il bambino scosse il capo. «Non si tratta d’età: su questo sono stati chiari. È più una questione di comprensione, dicono.» Sbuffò di nuovo. «È come sbattere la testa in un muro.»
Bardo si batté una mano sulla coscia. «Ora è tutto chiaro. Hai incontrato il Dio del Limite.»
«Io non ho incontrato nessuno» protestò Lettore.
«Il fatto che tu non l’abbia visto, non significa che non l’hai incontrato» precisò Bardo. «Cosa normale, dato che si tratta di una divinità: pensi forse che vada in giro con una maglietta con scritto sopra “Salve, sono un Dio”?»
Lettore fece una risatina.
«Un dio, in quanto tale, va in giro senza farsi vedere e riconoscere, agendo nella maniera che preferisce.»
«Allora questo Dio del Limite è un dio malvagio.»
Bardo ci pensò su un attimo. «Non è malvagio: può definirsi…ottuso, ecco. È sempre mosso da buone intenzioni, peccato solo che non arrivi più in là di tanto in fatto d’intelligenza. Per carità, si applica, ci mette impegno, ma proprio non ce la fa. Non per niente il suo stesso nome rivela la sua natura.» Annuì. «Sì. E direi pure apprensivo e ansioso.»
«E per cosa?»
«Si può dire per tutto. Specie per quanto è legato agli uomini.»
«Cioè?»
«È sempre stato spaventato da quello che potevano fare e scoprire.»
«Di cosa aveva paura?»
Muro, un simbolo del limite«Che si potessero far male o far qualcosa di male: credo che in fondo l’immagine che più gli si avvicina sia quella di un padre iperprotettivo, che vieta al proprio figlio di fare qualsiasi cosa, tenendolo sotto una campana di vetro. Ti faccio un esempio.» Si sistemò più comodamente. «Se un bambino camminava sul margine di un fiume, si sporgeva troppo e finiva con il ruzzolare in acqua, senza che succedesse nulla salvo forse un ginocchio sbucciato, perché un rischio del genere non tornasse a verificarsi, il Dio del Limite con il suo potere erigeva un muro lungo tutto il margine, così che nessuno potesse più cadere giù. Ma lo faceva così alto che non si poteva vedere più né il fiume né il paesaggio oltre di esso.»
«Che esagerato» borbottò Lettore ripensando a quante volte gli adulti con lui si erano comportati pressoché alla stessa maniera.
«Ma questo è stato solo l’inizio» proseguì Bardo. «Cominciò a far sorgere muri ovunque: attorno alle foreste, perché un ramo poteva cadere in testa a qualcuno o perché gli animali potevano decidere d’attaccare l’uomo; ai mari, perché le onde potevano prenderli e portarli al largo. Poi prese ad alzare muri davanti ai sentieri che portavano alle montagne, ai deserti, ai burroni; arrivò ad alzare blocchi verso le strade più pericolose delle città, perché nessuno potesse più essere investito, e poi verso tutte le strade, confinando le persone all’interno delle loro proprietà, fino a quando decise che erano pericolosi anche i giardini e le finestre e i mobili, arrivando a far vivere gli uomini rinchiusi all’interno di cubi fatti solamente di muri di pietra perché non potessero dare seguito ai progetti e alle invenzioni che la loro mente creava.»
«Ma…erano in prigione!» sbottò Lettore. «E come facevano a vivere se non c’erano porte e finestre per potergli portare da mangiare?»
«Il Dio gli faceva arrivare nutrimento grazie al suo potere. Ma aveva sottovalutato la forza dell’immaginazione degli uomini, perché si era dimenticato che anche loro erano figli di Dei, figli di Creatori, e per quanti muri gli creasse attorno, non poteva imbrigliare la loro mente: così gli uomini riuscirono a superare tutte le barriere che gli venivano poste davanti.»
«E come fecero?»
«Privati di ogni contatto con il mondo esterno e i propri simili, gli uomini presero a fantasticare di mondi ed epoche differenti, delle vicende di chi vi abitava: nelle loro menti li vedevano all’opera, ascoltavano i loro discorsi, conoscevano i loro pensieri. Non avendo nulla da fare chiusi all’interno dei muri se non dormire e mangiare, presero a passare tutto il tempo nelle dimensioni che la loro mente gli faceva vedere. Credettero così fortemente in essi che cominciarono a disegnare con i resti del cibo quello che vedevano sulle pareti delle loro prigioni, riempendo ogni spazio del pavimento, del soffitto. Ma lo spazio che avevano a disposizione era troppo poco per contenere mondi interi, era troppo limitato per poterli vedere completamente. Tuttavia il desiderio di farli diventare parte della loro vita era talmente forte che abbatterono la barriera che teneva separati reale e immaginario, permettendogli di entrare all’interno dei dipinti che avevano realizzato.»
«Ma…questo è impossibile!» esclamò Lettore.
Bardo rise. «È la stessa cosa che disse il Dio del Limite quando decise d’andare a visitarli e non trovò nessuno, se non i dipinti. Gli uomini avevano creduto con così tanta forza in quello che la loro mente gli aveva mostrato che lo avevano reso reale: avevano creato dei nuovi mondi e subito dopo avevano realizzato il desiderio di vivere in essi, proprio come fanno i veri Creatori.» Tamburellò le dita sulla pietra. «Il Dio del Limite, proprio per la sua capacità di creare barriere e separazioni, non riuscì a comprendere come avevano fatto a fuggire; soprattutto non comprese come cose semplici e innocue come disegni avessero permesso agli uomini di liberarsi del suo controllo. Da quel che si sa, ci sta ancora pensando.» Scosse il capo divertito. «Non è riuscito a capire che il potere di tutto questo non stava nel mezzo, ma è sempre appartenuto all’uomo, e che è stato proprio lui, con il suo modo di fare, a permettergli d’accorgersene: il potere è nell’uomo e il modo per scoprire questa verità è avere fede e non porre limiti alla propria volontà. Erano delle semplici immagini quelle che aveva creato, ma esse erano la chiave per aprire i muri che lo bloccavano: la chiave per dare via libera a tutte quelle potenzialità che aveva permesso d’essere limitate da chi voleva dominarli e controllarli.»
«Tutto questo solamente usando l’immaginazione?» domandò stupito il bambino. «Sono entrati nei dipinti e i mondi cui avevano pensato hanno preso vita? E così i personaggi delle loro storie?»
«Saresti ancora più sorpreso se sapessi veramente cosa è in grado di fare l’immaginazione» disse Bardo.
Lettore restò un pezzo a riflettere sulla storia che aveva appena ascoltato. «Che ne è stato poi del Dio del Limite?»
Bardo sorrise. «Non gli è andato giù che gli uomini siano riusciti a scappare dal mondo creato su misura per loro…almeno tale lo riteneva: non concepiva come avessero voluto rinunciare alla sicurezza che avere dei muri intorno poteva dare. Così ha deciso d’andare a cercarli uno per uno, risoluto e convinto di doverli salvare dalla pazzia che si era impossessata di loro. Naturalmente si è scelto un compito improbo e la sconfitta subita ha minato il suo potere, ma non si arrende e tenta sempre in ogni modo di chiudere i suoi muri attorno a chi è così debole da farsi mettere le sue grinfie addosso.»
«E perché si è messo a caccia degli uomini che sono scappati?»
Bardo sollevò stupito le sopracciglia. «Mi stupisci con questa domanda, è tanto logico: perché nessuno accetta una sconfitta, specie se è ottuso. E poi perché si tratta di una questione di potere: più gente si sottomette al suo volere, più diventa potente. È così che funziona la maggior parte delle divinità: in base alla fede dei suoi credenti e al loro numero.»
«Ah» fece Lettore sorpreso. «Allora sono tutti così gli dei?»
«Solo la maggior parte» ammiccò Bardo. «I più hanno bisogno degli uomini per aumentare il loro potere e sopravvivere. C’è un segreto che li riguarda: se vengono dimenticati, se nessuno pensa più a loro, possono morire. Sono centinaia le divinità scomparse in questo modo, di cui nessuno ricorda più il nome.»
«E la minoranza?»
«Sono quelli più difficili da incontrare: non si rivelano mai spontaneamente, devono essere trovati e scoperti. Ma loro sono veri dei, la cui forza non viene mai meno, perché è centrata nella conoscenza di chi sono veramente.» Non era sicuro che il bambino potesse comprendere una cosa così semplice e allo stesso così difficile, ma non c’era altro modo per spiegarla.
Lettore distolse lo sguardo da lui, posandolo prima sulla statuina e poi sul cielo. «Sarebbe bello incontrare un dio del genere.»
Bardo gli posò una mano sulla spalla. «Non sperare d’incontrare un dio: cerca invece di esserlo.»

Luce e ombra

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Michele sconfigge Satana: la luce sconfigge le tenebreLeggendo le presentazioni di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone, se viene fatta un’analisi veloce può sembrare che si tratti della guerra ben conosciuta tra bene e male, dato che viene narrata la lotta contro i Demoni per salvare l’umanità. Leggendo i due romanzi ci si accorge che le cose non sono così semplici e che non c’è poi una separazione così marcata tra luce e oscurità (specie in L’Ultimo Demone), ma ci sono tante sfaccettature: un fatto che non è niente di nuovo, dato che ben si sa che non esiste nel mondo materiale nulla di completamente buono o completamente cattivo (questi valori assoluti esistono solamente nel mondo del pensiero; Gesù non per niente dice “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo” (Marco 10, 18) che sta nei cieli).
Simbolo TaoNon è solo nella religione cristiana che si parla di questa realtà: Igor Sibaldi in Agenda degli Angeli ne dà esempio parlando di MiYKa’eL (uno dei settantadue angeli della tradizione ebraica) e ponendo a confronto il dipinto dell’angelo Michele che sconfigge un diavolo e il simbolo del Tao perché non puoi vedere la luce se non vedendo accanto a essa anche l’ombra (1). Le due immagini sono molto chiare nel mostrare questa realtà (che non è l’unica: essi rappresentano altre cose, ma in questo caso si prende in considerazione quella pertinente all’argomento), insegnando che  si deve evitare di voler vedere in qualcosa solamente il buio, il male, la negatività, oppure solo la luce, il bene, la giustizia (1).
Tutto ciò ha un semplice scopo: far accorgere di come stanno le cose e non essere limitati (o intralciati) da idealizzazioni o pregiudizi, perché la verità non è mai qualcosa di unico e assoluto. La verità è che la verità è tante verità.

 

  1. Agenda degli Angeli. Igor Sibaldi. Frassinelli 2012