Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste

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Il magazzino dei mondi 2

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Promozione 24-28 novembre

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Dal 24 al 28 novembre, L’Ultimo Demone e Strade Nascoste saranno in promozione sui vari store con uno sconto del 25 %.

Intervista su Leggere Distopico.

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Per chi fosse interessato, segnalo che sul sito Leggere Distopico c’è una mia intervista inerente L’Ultimo Potere e L’ultimo Demone.
E già che ci si è, se interessa il genere distopico e post-apocalittico, suggerisco di dare un’occhiata agli altri articoli di Leggere Distopico: sono interessanti.

Promozione d'ottobre

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Per tutto il mese di ottobre Strade Nascoste, L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone e Jonathan Livingston e il Vangelo saranno in promozione sugli store con uno sconto del 50%, ovvero potranno essere acquistati a 0.99 E anziché 1.99 E.

Colpa

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Cosa…avevo fatto al mio cane?
Avrei dovuto giocare più con lui.
Avrei dovuto portarlo più spesso a passeggiare.
Avrei dovuto fargli respirare di più l’odore dei guardrail, dei cordoli e dei pali elettrici…fino a stancarsi e tirarlo…con la forza….
Avrei dovuto volergli bene senza paura…

Questi sono i pensieri di Okutsu, un personaggio di Il cane che guarda le stelle di Takashi Murakami, quando ritorna a pensare al cane che ha avuto da giovane, nati soprattutto al momento della sua morte. Chi non ha vissuto con un cane, non ha passato del tempo con lui, non è stato legato a lui, difficilmente può comprendere i sentimenti che si provano alla sua scomparsa, ma anche quando sta male, quando non si può passare con lui il tempo che meriterebbe.
I cani ci amano in modo sincero, da farci quasi sentire in colpa, è scritto sulla quarta di copertina riprendendo una frase del manga: questa è una cosa vera. Spesso ci si trova a sentirsi in colpa per non esserci quanto si vorrebbe, per non essere riusciti a fare di più per lui.
Ho affrontato questa tematica anni fa in un brano di Non siete intoccabili: il romanzo non era abbastanza maturo per sviluppare a dovere la trama che avevo intenzione di narrare (sarebbe maturato dopo la stesura di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone) e quindi molte parti sono state revisionate e riscritte. Tuttavia ce ne sono alcune che sono state mantenute: quella che segue è una di quelle.

Il viaggio durò tutto il pomeriggio e la sera scese presto, trovandoli ancora sulla strada.
«Ci dobbiamo fermare» disse dopo un lungo mutismo Mark.
«Perché?» chiese Masha colta alla sprovvista.
Mark indicò una spia sul cruscotto. «L’acqua del radiatore.»
«Un guasto?» Masha si mosse a disagio sul sedile.
«Te lo saprò dire fra due minuti.»
Immessosi nella corsia d’emergenza, Mark attivò le quattro frecce e scese a controllare. Con il cofano sollevato, Masha non riusciva a vedere nulla, ma non se la sentì di scendere e guardare.
Trascorsero pochi attimi. Il cofano si richiuse e Mark tornò a bordo.
«Allora?» chiese ansiosa.
«Nulla di grave: il livello dell’acqua è basso. Occorre aggiungerne un po’.» Mark tolse il freno a mano e ripartì.
Un cartellone pubblicitario sfrecciò alla loro destra.
«Il prossimo autogrill è fra quaranta chilometri. Come facciamo?» fece notare Masha preoccupata.
Mark azionò la freccia direzionale. «Prendiamo quest’uscita e ci dirigiamo verso quel gruppo di luci. Forse troveremo quel che ci serve.»
La rampa li condusse in un lungo viale alberato dove i pioppi si alternavano ai lampioni. Ampi spazi aperti si scorgevano ai lati delle corsie.
Il gruppo d’abitazioni, non più di una decina di piccole palazzine, comparve dietro la curva. Solo quando entrarono nel piazzale del parcheggio, si accorsero del boschetto che cresceva alle sue spalle. A parte la bolla di luce in cui si trovavano, tutto il resto era tenebra. L’autostrada da poco lasciata non era altro che rumori indistinti e lontani.
Si guardarono intorno, notando che erano gli unici nei paraggi.
Masha fissò l’insegna presente su una delle palazzine, non riuscendo a distinguere la scritta a causa della nebbia. «E adesso? Dove la troviamo l’acqua? E soprattutto dove la mettiamo?»
«Quella bottiglia di plastica lì per terra è perfetta. E per trovare il resto, potremmo provare là.» Indicò la porta a vetri sotto l’insegna. «È una clinica veterinaria. Avranno sicuramente dell’acqua.»
«Ma sarà aperta?»
Dalla clinica uscì un uomo che tra le braccia trasportava un grosso fagotto avvolto in un sacco nero del pattume; lentamente raggiunse l’auto parcheggiata in fondo al piazzale. Sostenendo con una sola mano il peso, aprì il bagagliaio e con cura adagiò quanto aveva trasportato.
«Direi di sì» disse Mark. «Vai tu: faccio fare due passi al cane.»
«Ok.»
Mark la osservò mentre scompariva all’interno dell’edificio, riportando poi la sua attenzione sull’altro uomo nel parcheggio. “È l’individuo che quel branco di balordi voleva pestare.” Rimase a guardare mentre sistemava il bagaglio all’interno dell’auto, cercando di dargli la migliore sistemazione possibile. Solo allora si accorse che in un angolo del bagagliaio era riposto un coniglio di peluche, spostato poi mestamente vicino al sacco nero. Ogni azione era fatta con garbo e gentilezza, o forse era dovuta alla stanchezza che traspariva dallo sguardo dell’uomo. Quale che fosse lo stato delle cose, in quell’angolo di parcheggio si respirava un’atmosfera fatta di commiato triste e ineluttabile. Sotto cieche stelle risuonavano un dolore e una tristezza che ammutolivano bocca e mente, facendo chinare il capo in segno di rispetto.
Mark abbassò lo sguardo, osservando il cucciolo che fissava intensamente la scena. L’animale volse il muso verso di lui per qualche istante prima di riportare l’attenzione sull’altro uomo.
«Salve.» Mark ruppe il silenzio avvicinandosi all’uomo. «Serata uggiosa.»
Il corpo dell’altro ebbe un guizzo per la sorpresa. «Già, non è delle migliori.» Rimase a fissare con sguardo vuoto il vano dell’auto.
Mark seguì la direzione dei suoi occhi, anche se non ce n’era bisogno: aveva capito quello che era successo non appena l’altro era uscito dalla clinica. «È stato qualcosa d’improvviso, non è vero?»
«Già.» C’era tristezza e rimorso nelle parole dell’uomo. «Pancreatite fulminante» disse a fatica. «Tutto sembrava come sempre: le passeggiate, i giochi. Poi ha preso a mangiare meno e a bere sempre di più; ha perso peso. Dopo ha cominciato a rigettare tutto quello che mandava giù.»
Era chiaro che gli faceva male parlarne, ma continuò. «L’ho portato in clinica per farlo visitare ed è stato subito ricoverato per la patologia riscontrata dagli esami. Lui non voleva restare, voleva tornare a casa: non è mai stato lontano da noi, c’era sempre qualcuno della famiglia con lui. Si sentiva abbandonato, glielo leggevo negli occhi, ma non potevo fare diversamente. Anche se mi si spezzava il cuore, lo facevo perché si salvasse. Credevo di fare la cosa giusta, che con la corretta cura poteva tutto tornare come prima. Credevo di stare facendo tutto il possibile per il suo bene, invece mi sbagliavo.» Un groppo alla gola lo costrinse a interrompere il discorso; prese alcuni respiri profondi per calmarsi. «Tutte le sere negli orari di visita andavo a trovarlo e stavo con lui il tempo che era consentito. Era uno strazio vederlo sdraiato in quel piccolo vano dietro la rete metallica assieme ai macchinari per monitorare e immettere nell’organismo le sostanze per curarlo. Per buona parte del tempo non mi riconosceva, lo vedevo nei suoi occhi da sedato, ma quando i calmanti finivano il loro effetto ritornava in sé e si metteva a uggiolare, lamentandosi in continuazione. Sembrava continuamente dirmi “portami a casa, portami a casa”, ma io non potevo farlo, perché portarlo a casa sarebbe significato farlo morire di sicuro. Io avevo ancora speranza.» Strinse i pugni impotente. «Mi hanno telefonato questa sera dicendo che non era riuscito a superare una crisi cardiaca sopravvenuta a causa di uno scompenso.» Chiuse gli occhi. «Lui sapeva che stava morendo e l’unica cosa che voleva era tornare a casa e morire vicino alla sua famiglia. Non l’ho capito. Non l’ho voluto capire, aggrappato alla mia speranza. Così è morto, magari anche ammazzato, in un luogo estraneo, in compagnia d’estranei, abbandonato. Ora so cosa si prova a tradire qualcuno.»
«Non avresti potuto far nulla per salvarlo. So che è uno strazio vedere il proprio cane soffrire in quella maniera: ci si sente morire dentro e la cosa che non ci si riesce a perdonare è l’impotenza di fronte agli eventi. Purtroppo è il prezzo di essere solo uomini» disse Mark a voce bassa.
L’uomo fece cenno di sì.
«Gli piacevano i conigli.» Mark abbozzò un sorriso indicando il peluche.
«Erano i suoi preferiti. Gliel’avevo portato pensando che così non si sentisse abbandonato, che sapesse che gli eravamo vicini.» L’uomo sospirò stancamente. «Adorava osservare i conigli che stavano nei prati vicini a casa: sarebbe rimasto a guardarli per ore. Non ha mai fatto del male a uno solo di loro, anzi una volta s’è preso un morso sul naso da una femmina perché era andato a guardare la sua cucciolata.» Per un attimo nel suo sguardo comparve un sorriso. «La sera prima che lo portassi in clinica è rimasto a fissarli diversamente dal solito, come sapesse che non li avrebbe più rivisti.»
Mark sentì il cucciolo appoggiargli una zampa sul piede: chinandosi, lo prese in braccio, mentre i loro sguardi s’incontrarono per un’ultima volta.
«Tieni.» Porse il cane all’uomo. «L’ho trovato per strada, in cerca di qualcuno: penso che tu sia la persona adatta.» Osservò mentre l’altro titubante lo prendeva. «Non dimenticherai la perdita, certe cose non si dimenticano, ma supererai questo periodo: lui saprà esserti d’aiuto, vedrai.»
L’uomo guardò il cucciolo, accarezzandogli il pelo della schiena. «È un animale stupendo; somiglia un po’ a un lupo.»
Mark sorrise. «Forse in lui c’è un po’ del suo spirito.»
L’uomo gli porse una mano. «Grazie di tutto.»
Mark gliela strinse. «Grazie a te per occuparti di lui.» Con un ultimo cenno di saluto si accomiatò.
«Perché gli hai dato il cane?» gli chiese Masha rimasta ferma nei pressi dell’auto a osservare la scena.
«Quel cucciolo non ha parte nella storia cui noi due stiamo ora andando incontro» spiegò Mark cominciando a versare l’acqua della bottiglia nel radiatore.
«Ho immaginato che questa fosse la ragione, ma perché proprio a lui?»
«Ha rispetto per la vita.» Mark chiuse il cofano.
«Come fai a essere così sicuro di uno sconosciuto?»
«L’ho capito dal modo in cui ha trattato il corpo del cane che ha perso da poco.»

Desiderio

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Desiderio è il racconto con cui ho partecipato alla terza tappa del contest Ferragosto d’Inchiostro 2017 di Writer’s Dream. Come le precedenti tappa, il tema era libero, purché si usasse uno degli incipit e uno dei finali messi a disposizione dallo staff; Desiderio è la continuazione di Mostri e mostra il punto di vista di un personaggio qui incontrato.

Camminava in mezzo ai campi, assorto in chissà quali pensieri. Non fece caso al piccolo orso che lo seguiva, né alla biscia che lo osservava avvolta a un ramo. Fu il pinguino, però, a riportarlo alla realtà.
“Sanno che nel mondo reale non farò passi falsi, perciò cercano d’entrarmi nella mente mentre dormo, utilizzando il Mondo dei Sogni.” Il vecchio continuò a camminare disinvolto. “Astuto tentare di carpirmi informazioni ritenendo che l’inconscio possa tradirmi; ma io non sono sprovveduto come quella strega. Sprovveduta, ma è stata utile: le sue azioni mi hanno permesso di raccogliere elementi interessanti.”
Si mise a fischiettare mentre lanciava rapide occhiate all’orso che si grattava la schiena contro un albero e al pinguino che zampettava su un lago ghiacciato spuntato in mezzo al campo; della biscia nessuna traccia. “Aspetteranno un pezzo prima che gli riveli qualcosa: non sono gli unici a sapersi muovere nel Mondo dei Sogni.”
Fece un profondo respiro e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, si risvegliò nel letto della camera di motel che aveva preso per quella notte. Accanto a lui la ragazza giaceva immobile. Osservò il suo seno nudo alla ricerca di movimento. “L’ho prosciugata del tutto: avrei dovuto controllarmi di più.” I suoi occhi si soffermarono sui capezzoli che poche ore prima aveva succhiato con avidità. “Peccato: ci sapeva fare.” Emise un sospiro osservando le lunghe gambe tornite e le natiche bianche e sode come uova di struzzo. “Una sciacquetta come tante, ma una sciacquetta di prima qualità.” Un ghigno comparve sul suo viso. “Se avesse avuto un po’ più di cervello, non sarebbe stato così facile circuirla. E invece…una battuta, un drink, un paio di banconote e portarla a letto è stato un gioco da ragazzi. Sicuramente riteneva di fare soldi facili con una sveltina da due minuti. “Cosa vuoi che combini ormai questo vecchio: gliela faccio annusare un po’, mi ci struscio addosso e bum! Già cotto: chissà da quant’è che non vede un po’ di pelo” avrà pensato. E invece…”
Sogghignò al ricordo della faccia di lei quando aveva visto di cosa era capace e di come la sua espressione era mutata da sbigottimento a piacere crescente. Sudava, gemeva, ansimava e, nonostante fosse ormai stremata, lo incitava a continuare. Una volta colmatosi della sua energia sessuale, si era staccato da lei; era convinto che si sarebbe ripresa, ma per il suo cuore e la sua mente lo sforzo doveva essere stato troppo.
Diede uno sguardo agli occhi fissi della ragazza. “Completamente bruciata. Ma in fondo non è colpa mia: è quello che voleva. Anche lei era una lussuriosa; anche lei era una schiava di questo vizio.” Si massaggiò il collo, compiaciuto. “Questa era la sua debolezza. Ma per me è diverso: la lussuria mi dà forza e più mi addentro in essa, più acquisisco potere. Presto ne avrò a sufficienza per raggiungere l’obiettivo.” Si alzò in piedi, dirigendosi verso l’armadio: tirò fuori la divisa militare, posando lo sguardo sulle medaglie affisse su di essa. Molti uomini ritenevano che fossero il mezzo grazie al quale rimorchiava facilmente le donne, ma per lui rappresentavano solo la menzogna che era diventata la sua vita. Il sorriso svanì dal suo volto.
L’avevano chiamato audace, anima indomita. L’unica cosa che aveva saputo fare era sopravvivere e non l’aveva neppure voluto: quel giorno avrebbe voluto morire come tutti gli altri, ma aveva avuto la sfortuna di non beccarsi neppure una pallottola e gli era mancato il coraggio di piantarsene una in testa. Tutti i suoi compagni erano un ammasso di carne sanguinolenta, falcidiati dalle mitragliatrici o fatti a pezzi dalle granate. Una giornata lunga un inferno, dove aveva creduto d’impazzire in mezzo a tutte quelle urla ed esplosioni. Quando era giunta la sera, solo in due erano ancora vivi sul campo tra nemici e alleati: lui e il suo migliore amico, privato delle gambe da una mina.
«Te la caverai. Tu vivrai» non faceva che dirgli tenendolo tra le braccia; aveva continuato a ripetere quelle parole fino all’alba, quando erano arrivati i rinforzi.
«Lascialo andare: è morto da ore!» non facevano che urlare mentre cercavano di staccarlo dall’amico.
Quel che successe dopo era qualcosa di frammentato e confuso. Ricordava che la propaganda militare non si era fatta sfuggire l’occasione di creare un eroe, stravolgendo e ingigantendo i fatti: su qualunque media, in qualsiasi occasione, non facevano che dire che lui, unico sopravvissuto del plotone, aveva continuato a combattere per ore, uccidendo i nemici rimasti e conquistando un importante punto strategico.
«Un eroe» sussurrò posando le dita sulle medaglie. Proprio lui, che in quello scontro non aveva sparato un solo colpo, rannicchiato per tutto il tempo in una buca a tremare. Si era fatto usare senza accorgersene, facendosi fotografare, rilasciando interviste dove ripeteva quello che gli era stato ordinato di dire.
Poi la guerra era finita e non era più servito; solo quando non c’era stato più nessuno che lo guidasse, si era reso conto di cosa era realmente successo. La verità lo spezzò. Il dolore non gli diede tregua. Né l’alcool né la droga riuscivano a placarlo; solo quando faceva sesso riusciva a sedarlo. Si buttò tra le braccia di decine di donne, lasciandosi andare alla lussuria più sfrenata per non ricordare, per dimenticarsi di se stesso. Fu allora, ormai legato indissolubilmente alla lussuria, quando ormai non poteva più tornare indietro, che Liluth, signore di quel vizio, si rivelò e gli mostrò una nuova realtà, un mondo nascosto, e gli spiegò come il vizio era potere, un potere che permetteva d’ottenere tutto quello che si voleva; gli insegnò come addentrarsi sempre più in esso e acquisire sempre più forza. Fu allora che gli disse che era prigioniero e che, se voleva esaudire quello che desiderava, doveva scoprire dove avevano confinato il suo spirito e raccogliere energia sessuale sufficiente a dargli la forza per sorgere di nuovo.
Lanciò un’occhiata al cadavere sul letto. “Ce ne saranno ancora tante come lei prima che acquisisca il potere necessario per liberare Liluth e far sì che entri in me e io diventi lui.”
Mentre s’infilava i pantaloni, ripensò alla strega. “Avrebbe potuto darmi una grande quantità d’energia: la lussuria scorreva potente in lei. Così potente da essere una Posseduta, come me. Avrei potuto cercare di farmela, ma si sarebbe accorta che c’era molto più del semplice godimento in ballo. No, non potevo rivelare come funzionava il potere che veniva da Liluth: sarebbe diventata troppo pericolosa.” Prese ad abbottonarsi la camicia. “Quella sciocca era convinta che fosse il sangue delle vittime a dare forza al Demone e che lui, per ringraziarla, gliene concedesse una parte. Non immaginava che il potere in lei cresceva tutte le volte che fotteva le ragazze che rapiva; avesse capito questo, ora sarebbe più forte di me. Ora lei sarebbe viva e io morto.” Si sistemò la cravatta. “Ma non l’ha fatto e sono io quello che continua a vivere. Sono io l’unico che rimane sul campo di battaglia.” Fece una smorfia. “Proprio come allora. Ma quando avrà liberato Liluth e avrò tutto il suo potere, le cose cambieranno.” Tirò fuori dalla tasca una vecchia foto. «Tu vivrai» disse all’immagine dell’amico che gli sorrideva seduto su un carro armato.
Mentre si allontanava dal motel, una voce nella sua mente non faceva che sussurrargli sempre le stesse cose. “Sarebbe stato meglio se ti fossi sparato in testa quel giorno: non hai fatto altro che portare sofferenza a tutti quelli che hai incontrato. Non sei che un mezzo che altri sfruttano, adesso come allora, e da ciò non ne è venuto, e non ne verrà, nulla di buono. L’unica cosa che hai ottenuto è perderti per sempre.” Serrò le labbra, ricacciando la voce nel pozzo più buio della sua anima.
Adesso era inutile avere rimpianti. Aveva scelto e di questa scelta avrebbe dovuto vivere. E pagarne le conseguenze.

Mostri

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Mostri è il racconto con cui ho partecipato alla seconda tappa del contest Ferragosto d’Inchiostro 2017 di Writer’s Dream. Come la precedente tappa, il tema era libero, purché si usasse uno degli incipit e uno dei finali messi a disposizione dallo staff; Mostri è la continuazione di Il Rosso e il Nero e mostra il punto di vista di un personaggio qui incontrato.

C’era una volta una principessa che viveva in un castello incantato. Era bella, buona e gentile e tutti vivevano in pace e armonia. Poi la principessa impazzì e diede inizio al massacro.
Questo poteva essere l’inizio di una delle sue favole preferite da piccola; le erano sempre piaciute le storie cupe e macabre: avrebbe voluto farne parte. I lieti fine la irritavano, perché nella vita reale le cose non finivano mai bene; gli eroi li detestava, perché erano figure false, costruite per illudere i bambini e farli sottomettere alla morale degli adulti. Adorava stare dalla parte del mostro; forse perché s’identificava in lui. Forse perché già allora era consapevole d’essere come lui. Sì, un mostro, proprio come la etichettava la maggior parte della gente. Era chiamata anche in un altro modo: strega. Due termini differenti, ma entrambi pronunciati con lo stesso disprezzo, lo stesso timore, lo stesso odio. Ma non li vedeva come qualcosa di negativo, anzi, erano un vanto, perché far paura significava essere rispettati. Lo diceva sempre la sua maestra: meglio carnefici che vittime. E aveva ragione. Dannatamente ragione: a essere vittime si stava da schifo.
Se i fianchi e le gambe non le avessero fatto un male d’inferno, avrebbe trovato quasi divertente come alle volte la sorte esaudiva i desideri: era la protagonista di una delle storie che tanto apprezzava. Solo che le cose non erano andate come sognato. Certo, si trovava in un castello incantato, pieno di poteri, di essenze soprannaturali; il suo proprietario, anche se non era una principessa, era stato pazzo come lei e aveva compiuto massacri in quel luogo per una vita intera. Così tanti ed efferati che aveva stravolto la sua natura, impregnando la sua essenza di dolore, orrore, paura in maniera tale che, anche se non esisteva più nel Mondo Materiale, continuava a persistere nel Mondo Spirituale.
“Ero così sicura di me, così eccitata dalla ricompensa che il mio signore mi avrebbe elargito una volta liberato, che non mi sono accorta della trappola. Eppure non mi sono sbagliata: lui c’era, conosco bene la sua aura. Come hanno fatto quei due maledetti a incastrarmi?” la sua mente lavorava febbrilmente mentre correva.
«Oh, guarda Nero…pensa che siamo dei semplici umani» aveva detto il gatto prima di rivelare la sua vera natura.
“Avrei dovuto sospettare che come guardiani avrebbero messo degli spiriti potenti. Talmente potenti da celare la loro aura ai mei poteri.” Ora però era tardi per recriminare. “Devo trovare una breccia nella barriera per tornare nel Mondo Materiale: è l’unico modo che ho per sopravvivere.”
Un cancello si aprì all’improvviso vomitando nel corridoio un nugolo di topi con la schiena piena di uncini. Squittendo impazziti si appallottolarono su se stessi e si lanciarono su di lei in uno stridente sferragliare di metallo. Il potere scaturì dalle sue mani, mandando gli spiriti a spiaccicarsi sulle pareti. Barcollò, avvertendo un senso di vertigine. “Sono ore che non faccio che correre e combattere, forse giorni.”
Catene munite di coltelli si scagliarono su di lei dal soffitto. Levò un muro di vento a sua difesa. Superò i resti metallici, ignorando le macchie rossastre che si stavano allargando sulla camicia.
«La carne, la carne.» Alle sue spalle il brusio degli spiriti non cessava mai, mentre i corridoi si susseguivano sempre uguali davanti a lei. “Devo continuare a salire: prima o poi troverò l’uscita.” Si gettò a capofitto su una rampa di scale; sbucò in un’ampia sala con un massiccio portone sul fondo. “L’uscita!” Scagliò il proprio potere contro le armature che si stavano staccando dalle pareti. Tutto intorno a lei divenne un vorticare di lame e fiamme.
E poi fu fuori, correndo a perdifiato nel cortile spoglio; la colorazione rossastra degli ambienti del castello lasciò posto al buio trasparente dello spazio aperto. Lanciò un’occhiata alle sue spalle: il castello incombeva su di lei, le nere mura che luccicavano di sangue, le guglie dentate con appesi scheletri urlanti e sbatacchianti.
Avvertì uno strattone alle caviglie e si ritrovò distesa al suolo. Tentacoli pieni di spine salirono lungo i polpacci e le cosce, insinuandosi sotto la gonna; il pizzo delle mutande non oppose nessuna resistenza. Sentì la punta acuminata e dura dei tentacoli cominciare a infilarsi nelle sue fessure. Un’ondata di puro terrore la travolse: scagliò il potere tutt’intorno in maniera incontrollata. I tentacoli schizzarono lontano, ricadendo sul terreno in un groviglio contorto. Si allontanò dallo spirito, incespicando e rotolando più volte a terra mentre cercava di rimettersi in piedi. Un’ondata di calore si allargò lungo le gambe. “Cazzo, me la sono fatta addosso” pensò mentre gli occhi si velavano e le lacrime scorrevano sulle guance. “No, non sono come loro: io sono più forte, molto più forte.” Ma i brividi che scuotevano il suo corpo dicevano che era proprio come le ragazzine con le quali si trastullava. Le vedeva nude e terrorizzate legate sopra il tavolo, urlanti e imploranti mentre le violava in ogni dove con qualsiasi cosa le veniva in mente. Ricordava il suo sussurro mentre avvicinava le labbra alle loro orecchie. “Non devi aver paura di questo: le donne sono fatte per prendere dentro di sé qualcosa di lungo e duro. Devi cominciare ad aver paura quando ti sventrerò in onore del mio signore.” Si eccitava vedendo il loro panico aumentare fino a farle impazzire.
Si rimise in piedi e corse dentro la foresta; i tremiti e le lacrime la accompagnarono a lungo: ora sapeva cosa si provava a essere stuprate.
Gli alberi attorno a lei si muovevano anche se non spirava vento, protendendo rami simili a dita per ghermirla. Alle sue spalle sentiva i sibili e lo sferragliare degli inseguitori, oltre all’incessante «La carne, la carne.»
«Da questa parte!»
Si voltò di scatto verso la voce: a una cinquantina di metri sulla sua sinistra scorse una sagoma umana che si stagliava in mezzo a una breccia nella barriera. “Il vecchio schifoso!” sentì la speranza pervaderla. “Se sopravvivo, gli darò anche l’anima!”
Una massa informe di spiriti si riversò famelica sullo stretto passaggio. Lampi brillarono davanti all’apertura, mentre la sua luce spariva soverchiata dalla schiera.
«…la città…» riuscì a sentire in mezzo allo stridere degli spiriti. «…prendi la breccia che si trova…» L’implosione coprì ogni altra parola.
Senza voltarsi riprese a correre, incurante degli arbusti che la sferzavano. Uscì dalla foresta sotto un cupo cielo verde-azzurro; in lontananza le luci della città brillavano con ferocia. Puntò dritto verso di essa, ormai sostenuta solo dall’adrenalina e dalla volontà.
Raggiunse la periferia cercando freneticamente con lo sguardo la breccia salvifica, ma ovunque guardava non faceva che scorgere spiriti. Spiriti fatti di lacci e siringhe, spiriti fatti di lattine e cocci di vetro: tutti si voltavano a guardarla con bramosia. Corse lungo i marciapiedi, tenendosi lontana dai palazzi che avevano per portoni voragini senza fine. Scorse due baluginii davanti a sé: uno in mezzo alla strada e uno oltre la recinzione contorta di un parco marcescente.
Un ululato risuonò alle sue spalle. Con le ultime forze si lanciò sulla strada, verso la breccia più vicina. “Sono salva!” pensò mentre la varcava e andava incontro alla luce.

Il vecchio arrancava e sbuffava: la corsa per lasciare la foresta e raggiungere la città era stata un tormento. “Devo arrivare là prima di lei. Devo fare in modo che prenda la breccia giusta: ho bisogno di sapere cosa ha scoperto!” Maledisse l’auto che si era guastata. E maledisse l’anca sciancata che non gli dava pace, ma non poteva fermarsi, non poteva permettere che tutto andasse perduto perché non era riuscito ad avvisarla in tempo. “Ormai ci sono…” Due auto della polizia lo superarono proprio in quell’istante.
Le macchine si fermarono con i lampeggianti accesi lungo il bordo del marciapiede. Il vecchio guardò e scosse la testa: troppo tardi.

Il Rosso e il Nero

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Il Rosso e il Nero è il racconto con cui ho partecipato alla prima tappa del contest Ferragosto d’Inchiostro 2017 di Writer’s Dream. In questa occasione il tema era libero, purché si usasse uno degli incipit e uno dei finali messi a disposizione dallo staff; avendo tale libertà, ne ho approfittato per creare una storia legata a un’ambientazione che ho già mostrato in Strade Nascoste e L’Ultimo Demone.

La volpe fece appena due passi lungo il fosso. Magra, la coda abbassata, annusava il terreno. Alzò il muso e lo girò verso la casa. Il Rosso, in piedi sul muretto, la teneva sott’occhio. I loro sguardi si incrociarono. Dal campo, due gatti si avventarono contro di lei e la costrinsero a fuggire.
Il Rosso la osservò saltare oltre il fosso che lambiva il bosco e sparire in una macchia di rovi. I due gatti passeggiarono nervosamente lungo la riva alcuni minuti prima di fare dietrofront e sdraiarsi all’ombra del grande faggio che cresceva in mezzo al campo. Assicuratosi che non ci fossero altri movimenti nelle vicinanze, saltò giù dal muretto e si diresse verso la casa, evitando le pozzanghere del vialetto. Aprì la porta senza far rumore, beandosi della frescura che i grossi muri di pietra mantenevano all’interno della stanza.
«Abbiamo avuto visite» con l’indice della mano destra il Nero indicò l’angolo più lontano della stanza.
«Non ha avuto nemmeno il tempo di gridare» costatò il Rosso non avendo sentito il minimo suono provenire dalla casa.
«Credeva che dormissi: è stato il suo primo errore.»
«E il secondo?»
«Mi ha scambiato per un cane» fece una smorfia di disappunto. «Un cane! Come se solo i cani possono starsene sdraiati davanti al fuoco di un camino.»
«I topi sono furbi, ma non sanno cogliere le sfumature. Non come i gatti» i baffi del Rosso si allungarono mentre sorrideva compiaciuto. Poi emise un sospiro. «Non potevi buttarlo fuori una volta eliminato? Deve venire sicuramente da una fogna: senti che puzza.»
«Certo che potevo» ammise il Nero. «Ma significava rivelare che il loro infiltrato era stato scoperto; in questo modo possono credere che il loro piano sta funzionando.»
«Un’astuzia degna di un lupo» il Rosso si sedette sulla poltrona dirimpetto a quella del Nero. «Sospettano che sia qui: una di loro gironzolava attorno alla casa.»
«Che aspetto aveva questa volta?»
«Una volpe» disse con nonchalance il Rosso. «Come se non fossimo capaci di accorgerci di un travestimento così mal fatto. Ci sarebbe da sentirsi offesi per come ci stanno sottovalutando.»
«Forse vogliono che pensiamo questo» il Nero incrociò le mani davanti al petto. «Forse fa tutto parte dei loro piani. In ogni caso, non fa alcuna differenza.»
«Quando pensi che agiranno?»
«Questa notte, quando il loro potere sarà più forte. Disponi i tuoi intorno alla casa. La sorveglianza deve essere massima.»
Il Rosso fece un cenno d’assenso. «E adesso aspettiamo.»
«E adesso aspettiamo» confermò il Nero.

Scrutò con attenzione l’area sottostante. Quattro gatti passeggiavano sopra il muretto di sassi, uno per lato, lanciando continue occhiate a destra e a sinistra, muovendosi silenziosi; altri quattro se ne stavano nascosti negli anfratti più bui del limitare del bosco, completamente immobili, gli occhi socchiusi ma vigili, per non rivelare la loro presenza.
Si sporse un poco in avanti per avere una visuale migliore della casa, dove la sorveglianza era più stretta: c’erano otto gatti, due per ogni angolo.
Con movimenti furtivi scese dall’albero. Strisciò in mezzo all’erba, evitando foglie e rami secchi. Si fermò vicino al muretto, scrutando la sua sommità; aspettò che il gatto che vi stava camminando sopra la superasse e poi vi si arrampicò sopra, scivolando rapidamente dall’altra parte. S’acquattò vicino a un basso cespuglio, osservando i movimenti dei gatti dinanzi a lei; con cautela prese ad avanzare, appiattendosi il più possibile contro il terreno. S’immobilizzò di scatto quando una cicala prese a frinire a poca distanza da lei; quattro paia d’occhi brillarono nell’oscurità, scrutando con attenzione il giardino. I minuti trascorsero lenti come se fossero ore; respirava appena, timorosa che il minimo movimento potesse farla scoprire. I gatti tornarono a portare la loro attenzione sulla porta e sulle finestre.
Con circospezione riprese ad avanzare, raggiungendo la parete della casa che non aveva nessuna apertura; vi si arrampicò sopra usando il tubo della grondaia per celare la sua presenza. Raggiunto il tetto, controllò che lì non ci fossero gatti. Assicuratasi d’essere sola, raggiunse il comignolo del camino: non un filo di fumo saliva da esso. Con circospezione lo toccò, sentendo che la pietra ormai era fredda. Scivolò al suo interno, procedendo nel buio più completo per un paio di metri. Sbirciò oltre il bordo dell’architrave: nella stanza non c’era nessuno. Raggiunse il pavimento, spostandosi rasente al muro per arrivare alla porta in fondo alla stanza. Lanciò un ultimo sguardo dietro di sé: c’erano solo la credenza e le due vecchie poltrone. Strisciò sotto la porta, ritrovandosi in un ambiente completamente avvolto dalle tenebre.
“È senza dubbio qui: solo lui può possedere una simile aura.”
Abbandonò le sembianze di lucertola, riassumendo quelle umane. Un cenno della mano e fece comparire una piccola sfera luminosa; con disappunto prese a spazzare via la fuliggine dai capelli biondi.
«Quello dev’essere l’ultimo dei tuoi pensieri» disse una voce alle sue spalle.
Si voltò di scatto, trovandosi dinanzi un uomo dai capelli rossi e uno dai capelli neri. “Non ho percepito la loro presenza…ma com’è possibile…” un sorriso si allargò sul suo viso “Sono dei semplici umani.”
L’uomo dai capelli rossi ricambiò il sorriso. «Oh, guarda Nero…pensa che siamo dei semplici umani.»
Il sorriso sparì dal volto della donna.
Il Nero si staccò dalla parete. «Non è più tempo di giocare al gatto col topo, Rosso.»
L’altro sospirò. «Peccato: era divertente. Almeno per noi» sorrise sornione. «Molto meno per te, strega.»
L’aria nella stanza ondeggiò. Le pareti oscillarono alcuni istanti prima di allontanarsi e innalzarsi; cancelli comparvero in esse, affacciandosi su stanze piene di lame e catene. L’ambiente assunse una cupa colorazione rossastra.
La strega fece un passo indietro, guardandosi attorno allibita. «Ma cosa…»
«Vedi, secoli fa qui sorgeva un castello, un luogo di violenza e tortura. Ora di esso e del suo sadico proprietario non rimane più nulla, ma certe cose lasciano un segno indelebile nel Mondo Spirituale, dando vita a vere e proprie piaghe. O inferni, come dite voi umani» spiegò con calma il Rosso.
La strega volse lo sguardo di nuovo su di loro, solo che al posto dei due uomini c’erano un gatto rosso e un lupo nero. Sbiancò di colpo. «Tu sei uno dei figli dello Spirito del Grande Lupo» deglutì a fatica la strega. «E tu…»
«Io sono un gatto» disse sornione il Rosso. «E tanto basta.»
«Quello che stai cercando non è qui; non lo è mai stato» intervenne il Nero. «Come altre della tua specie sei caduta nella nostra trappola. Come succederà ancora, dato che non avrai possibilità d’avvertire le tue simili.»
I cancelli alle pareti si aprirono. Un tintinnio metallico prese ad aleggiare nel lungo corridoio. Mani uncinate afferrarono le sbarre. Coltelli raschiarono le pareti.
«Sai, quello che anelano di più gli Spiriti è la carne» disse il Rosso prima di varcare l’apertura che il Nero aveva creato nella barriera tra il Mondo Materiale e quello Spirituale.
«Anche questa è fatta» il Rosso si stiracchiò assumendo di nuovo sembianze umane quando furono tornati nella stanza. Poi seguì il Nero fuori dalla casa, raggiungendo il centro del cortile dietro di essa; si fermarono a un paio di metri dalla quercia che vi cresceva. Il Nero volse lo sguardo al cielo: la luna stava per sorgere, la sua luce l’unica capace di dare una possibilità di fuga a quanto rinchiuso nell’albero. La corteccia si contorse, mentre un volto distorto dall’odio premeva contro di essa per uscire. Per ore il Demone mugghiò furioso nei suoi tentativi di fuga, facendo scricchiolò sinistramente il legno; poi tutto tacque quando la luna sparì oltre il bosco.
La quercia aveva resistito ancora una volta. Ma il volto del Demone rimase scolpito sul suo tronco.
Il Rosso e il Nero si scambiarono una lunga occhiata silenziosa, perché non c’era bisogno di parole per esprimere quello che provavano.
Quell’albero faceva davvero paura.

Limiti e paure

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In L’Ultimo Demone c’è un brano, postato anche su Le Strade dei Mondi sotto forma di racconto con il nome di Il Dio del LimiteMuro, un modo per tenere lontana la paura, che parla di muri, di limiti e confini; è messo sotto forma di favola, ha una connotazione fantastica, ma di fantastico, se ci si pensa, ha solo l’aspetto, perché parla di realtà. La realtà che viviamo ogni giorno. Anche se a tanti non piace ammetterlo, ormai la vita delle persone è dominata dalla paura; anche se assume tanti aspetti (la paura degli altri, la paura di perdere il lavoro, i diritti), essa è sempre la stessa e sta divenendo sempre più forte, si allarga a macchia d’olio. Se si osserva si ha sempre meno fiducia negli altri, si guarda con sospetto chi è diverso, spesso lo si vede come una minaccia. E quando ci si sente minacciati, spesso una delle reazioni che si attuano è quella di aggredire. Emblema sotto gli occhi di tutti di tale realtà è il presidente degli Stati Uniti, Trump (ma si potrebbe dire lo stesso di Erdogan per quanto riguarda la Turchia), con i muri fisici e non (basti pensare al muro con il Messico o ai limiti d’accesso per le persone agli Stati Uniti o ai dazi commerciali per quanto riguarda le merci di altri paesi) che vuole ergere. Trump non è un dio, anche se con il modo che ha di fare si può pensare che lui si ritenga davvero tale, ma di certo è un creatore di limiti, oltre che un creatore di paure, tensioni e anche conflitti; il fatto che non sia l’unico, ma che ci siano altri potenti come lui che fanno alla stessa maniera, non fa presagire a nulla di buono. Arroganza, presunzione, mania di controllo, sete di potere, dimostrare la propria superiorità, disprezzo e mancanza di rispetto per gli altri: tutti questi sono elementi che vanno a spiegare questo modo di fare. Se però ci si pensa, questo agire è dettato dalla paura; una paura di fondo che magari non è neppure riconosciuta, ma che ha il controllo dell’individuo, le cui conseguenze si ripercuotono anche sugli altri. Finché ci sarà paura, non ci sarà modo che si possano creare e sviluppare elementi positivi. Questo contesto ben è rappresentato da una frase presente in L’ombra dello scorpione di Stephen King: “L’amore non cresce bene in un posto dove c’è solo paura, così come la piante non crescono bene in un posto dove c’è sempre buio.”

L'Ultimo Demone revisionato.

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Sugli store online è stata caricata la versione corretta e rivista di L’Ultimo Demone, secondo romanzo della serie I Tempi della Caduta. La revisione effettuata è andata a correggere quei refusi che erano stati segnalati nella recensione fatta da Annalisa Sutto, che ancora ringrazio per aver così permesso di migliorare il lavoro fatto; qualcuno potrebbe obiettare che erano piccoli dettagli, ma spesso sono proprio i dettagli a rendere migliori le cose. Spero di essere riuscito a trovarli tutti; di certo ora ce n’è un numero minore che nella precedente versione.