Strade Nascoste – Racconti

Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Potere

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Il magazzino dei mondi 2

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Riflessi sull'acqua

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fiori di primavera

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Sognando un altro tempo

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Questa notte ho fatto un sogno. Ho sognato un altro tempo. Nel sogno avevamo entrambi quindici anni. Prati e boschi erano verdi, il sole batteva sui vetri delle finestre. Il canto degli uccelli accompagnava i nostri passi, uno al fianco dell’altra.
Esco da casa e respiro profondamente. La pioggia ha portato via l’afa, facendo tornare l’estate una bella stagione e non un inferno cocente.
Il cielo è di un limpido azzurro. All’orizzonte ci sono nuvole bianche grandi come montagne. Una lieve brezza soffia sui campi.
Il sole fa brillare le gocce di pioggia sulle foglie.
“È davvero una bellissima giornata: fa pensare che tutto sia possibile.”
Mi sento rinvigorito. Anzi, ringiovanito: mi sembra di essere tornato all’adolescenza. Sono senza pensieri, come se tutto il mondo fosse a mia disposizione per essere scoperto. La sensazione è così forte che quasi intimorisce: è qualcosa di straordinario, si può dire addirittura magico.
Fischietto percorrendo il vialetto. Apro il garage e prendo la bicicletta. Infilo gli auricolari dell’iPod nelle orecchie, inforco i pedali e parto. Il sogno della notte continua ad accompagnarmi; forse è lui a guidarmi e io lo lascio fare.
La strada scorre veloce sotto di me. Le colline si fanno più grandi mentre mi ci avvicino. I boschi e i prati sono di un verde vivo. L’aria è permeata del profumo di erba appena tagliata e del fieno lasciato nei campi a seccare.
All’incrocio svolto a sinistra. Il rettilineo si stende dinanzi a me. Lo stesso tragitto di allora. È come se il tempo non fosse andato avanti: le stesse case, gli stessi alberi. Nulla è cambiato, come nel sogno.
Spingo con più forza sui pedali, guadagnando velocità.
“Marika, sto arrivando.”
Provo le stesse sensazioni di quando la andavo a trovare: l’attesa dell’incontro, la fretta di arrivare, il cuore che accelera nel vederla…
So che lei non abita più in questa zona, ma questo non ha importanza: sono tornato indietro nel tempo, quando le cose possono ancora andare diversamente. Sono felice. Il mondo mi appare un luogo magnifico dove stare.
Imbocco una strada laterale costeggiata da villette. Casa sua è in fondo alla via. Tutto è come allora: il cancello di legno, le aiuole con i lillà, le tapparelle del primo piano sempre abbassate. Mi avvicino e guardo il campanello: c’è ancora il cognome dei suoi genitori.
Sono tentato di suonarlo, ma lascio stare: lei non è più qui, dice una parte di me. Ma per un’altra parte di me lo è.
Guardo oltre la siepe e vedo il me più giovane che l’abbraccia; lei gli sorride. Un sorriso solare, che riscalda il cuore. Sento il profumo dello shampoo che usa, la morbidezza della sua pelle e le risate che facciamo prendendo in giro i professori.
Nella via non passa nessuno. Resto seduto sulla bicicletta, ascoltando le nostre confidenze, i silenzi mentre stiamo sdraiati sotto l’albero tenendoci per mano, gli sguardi che ci lanciamo mentre aiutiamo sua madre a sistemare il giardino.
Riprendo a pedalare, con calma: non ho fretta di tornare. Imbocco la via più lunga, percorrendo il viale alberato che costeggia il centro sportivo, dove risuonano le grida di ragazzi che giocano a calcio. Proprio come allora, quando Marika mi accompagnava per un pezzo di strada. Sento di nuovo il profumo del suo shampoo. Mi volto e vedo lei e il me più giovane passeggiare mano nella mano sul marciapiede.
“Oggi è davvero tutto possibile.”
Alzo lo sguardo al cielo: lo stesso azzurro di allora. Lo stesso…

Apro gli occhi e vedo il cielo davanti a me. Solo che non è lo stesso di un attimo fa: è più scuro. Mi rendo conto d’essere sdraiato per terra. Provo ad abbassare la testa. Qualcuno mi dice di non muovermi, di stare calmo.
“Perché dovrei agitarmi?” vorrei dire, ma mi accorgo di non riuscire a parlare.
Un luccichio mi colpisce gli occhi: mi volto lentamente verso di esso. Il sole si riflette sul telaio della mia bici a pochi metri da me.
Lì vicino ci sono due carabinieri che parlano con alcune persone: dicono che il ragazzo che mi ha investito, e che è scappato, non si è fermato al semaforo rosso, che sono stato mandato a schiantarmi contro un albero.
Arriva l’ambulanza, i paramedici scendono e si avvicinano di corsa, invitando la piccola folla sul marciapiede a stare lontana. S’inginocchiano accanto a me e chiedono se riesco a sentirli.
Sto per rispondergli di sì, ma poi la vedo.
Ha i capelli più corti, il viso si è fatto più affusolato, ma non posso sbagliarmi.
Marika.
È a pochi passi da me, tra le persone ferme a guardare; uomini, donne…ci sono due ragazzini che mi stanno facendo un video. Tutti hanno occhi per me, ma io li ho solo per lei.
Osservo il suo volto: preoccupazione, dispiacere…le emozioni che si provano quando si vede una persona che ha avuto un incidente. Nient’altro: non mi ha riconosciuto.
Sorrido. Forse penso solo di farlo: mi sembra di avere il volto paralizzato.
Sento che il mio cuore per un attimo si è fermato e poi ha ripreso a battere, quasi con più forza di prima. Ho cercato per tanti anni di dimenticare questo sentimento, ma certe cose non possono cambiare e oggi la vita ha voluto dimostrarmelo.
Sento i paramedici parlarmi. «Resta con noi!»
Mi verrebbe da dirgli «Dove volete che vada?» ma non m’interessa: la mia attenzione è tutta su Marika.
Il freddo che provavo si sta dissipando, sostituito da un lieve tepore che pian piano si diffonde nel mio petto.
Ora usi il rossetto e non il lucidalabbra, hai qualche ruga vicino alle palpebre, un piercing al naso, ma sei sempre la stessa…
Sento una fitta al cuore.
No, non lo sei.
E non è per l’anello che porti all’anulare sinistro. O perché ti appoggi alla spalla di tuo marito. No, non è questo che mi ha fatto capire che sei diversa: una parte di me sapeva che ti saresti sposata. È una cosa normale: tanti lo fanno.
Ma io no e ora so perché, come so perché le mie relazioni sono tutte fallite. In fondo l’ho sempre saputo, solo che non l’ho mai voluto ammettere. In tutti questi anni ho cercato di lasciarmi questo sentimento alle spalle, convinto che si sarebbe sciolto se mi fossi impegnato ad avanzare, facendo spazio a qualcos’altro. La mia volontà, così forte in tanti aspetti della mia vita, nulla ha potuto contro di lui: mi sono illuso di poterlo vincere. Ma lui è sempre stato con me: alle volte sopito, alle volte solamente silenzioso, ma sempre in attesa del momento in cui ti avrei rivisto, perché in lui era riposta la speranza che incontrandoti di nuovo le cose sarebbero andate diversamente rispetto al passato.
Ora la speranza è sparita, sostituita dalla consapevolezza che tutto ciò nel presente è irrealizzabile. L’ho capito guardandoti gli occhi: sono cambiati, non c’è più quella luce che ricordavo.
È incredibile come in certi momenti si riescano a cogliere così tanti particolari, percependo tutto più chiaramente.
Tu sei andata avanti. Io mi sono illuso di fare lo stesso, quando invece mi sono fermato, aggrappato a un tempo che non c’è più. La verità è che per tutti questi anni non sono rimasto innamorato di te, ma del periodo in cui siamo stati insieme, legato alle emozioni di allora. Ho sempre sperato di poterlo rivivere.
Un sorriso mi affiora sulle labbra.
Forse questa volta lo faccio davvero, ma non deve essermi riuscito bene, visto come si agitano i paramedici: devono averlo scambiato per una smorfia di dolore.
«Non sto soffrendo» vorrei rassicurarli se ne avessi la forza.
Lancio un ultimo sguardo a Marika: vedo che socchiude le labbra e le sue pupille si dilatano.
Sento gli occhi chiudersi e i paramedici scuotermi con forza, più agitati di prima. “Tranquilli, va tutto bene.”
Mi lascio andare, scivolando in un tempo in cui io e lei siamo ancora giovani e stiamo al fianco uno dell’altra.

Promozione aprile

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Dal 6 al 20 aprile, L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone, Strade Nascoste e Strade Nascoste – Racconti saranno in promozione sui vari store con uno sconto del 25 % (ovvero saranno in vendita a 1.49 E).

Un po' di primavera (finalmente)

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E’ stato un inverno lungo, ma ora la primavera comincia a fare capolino, finalmente.

fiori di primavera

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Il mestiere dello scrittore

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Il mestiere dello scrittoreDi Il mestiere dello scrittore di Haruki Murakami ho già parlato in due precedenti articoli (Sull’importanza dell’educazione e Il fallimento del boom del fantasy). Occorre chiarire subito una cosa: non si tratta di un manuale di scrittura. Non vengono dati insegnamenti su come scrivere un romanzo, non c’è la ricetta magica per divenire scrittori di successo che tanti aspiranti autori ricercano: questa è un’illusione che occorrerebbe togliersi subito dalla mente se si vuole intraprendere questa strada.
Tuttavia, c’è tanto da imparare da Haruki Murakami, dal racconto che fa delle sua esperienza. Il rapporto che ha con la scrittura, con i premi letterari, il suo modo di lavorare: lo spirito di Il mestiere dello scrittore è far riflettere, rendere consapevoli di tante cose: dell’impegno che ci vuole per migliorarsi, dell’importanza del leggere tanto, su che cos’è l’originalità, sulle cose che non vanno nella società.
Haruki Murakami ha tanto da dire al lettore, ma la cosa principale che chi vuole essere scrittore deve comprendere è che ognuno deve trovare la propria strada da solo, non può ripercorrere quella percorsa da un altro perché per lui potrebbe non essere valida: questo è un errore che in tanti commettono cercando di andare per imitazione e che va assolutamente vietato. Certo, possono esserci dei punti in comune, ma deve avvenire naturalmente, non essere qualcosa di voluto.
Come fatto per On Writing di Stephen King, è una lettura che consiglio caldamente.

Il fallimento del boom del fantasy

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Qualche anno fa c’è stato il boom del fantasy in Italia.
Fu un periodo, per il settore, di grande esaltazione: in tanti ci si sono buttati, in tanti hanno scritto romanzi appartenenti a questa categoria. Le case editrici sfornavano fantasy a tutto spiano. In tanti inneggiavano a una ribalta del genere. A chi faceva notare che le cose non sarebbero durate se non si fosse cercata maggiore qualità, veniva detto di stare zitto, di non fare il menagramo, di smettere di voler male all’editoria vedendola come un male.
Un estratto di Il mestiere dello scrittore che spiega il fallimento del boom del fantasyL’editoria non era il male, ma la mentalità che l’aveva pervasa sì, perché si mancava di conoscenza, di preparazione, s’improvvisava e si agiva senza pensare; si è seguita la moda, si è cavalcata l’onda del momento, poi tutto è finito e il mercato del fantasy è stato bruciato, tornando qualcosa di nicchia. Le cause sono state tante, ma uno degli errori più grossi è stato il voler seguire la moda, scrivendo seguendo indagini di mercato.
Il fantasy vende? Allora bisogna scrivere fantasy, non importa come.
Naturalmente questa è stata la scelta sbagliata. Il motivo lo spiega chiaramente Haruki Murakami in Il mestiere dello scrittore.

Un romanzo è qualcosa che scaturisce spontaneamente dall’animo dell’autore, non si può cambiare strategia con tanta disinvoltura. Non lo si può scrivere con un obiettivo in mente, dopo aver fatto delle ricerche di mercato. Ammettendo che qualcuno ci riesca, un’opera nata in modo così superficiale non riuscirà a conquistare un gran numero di lettori. E anche se avesse successo per un certo periodo, né l’opera né l’autore resisterebbero a lungo, verrebbero presto dimenticati. Abraham Lincoln ha lasciato queste parole: «Si possono ingannare molte persone per breve tempo. Si possono anche ingannare poche persone a lungo. Ma non è possibile ingannare molte persone per molto tempo». Credo che la stessa cosa si possa dire del romanzo. Ci sono tante cose a questo mondo che trovano conferma col tempo, soltanto col tempo. (1)

1. Il mestiere dello scrittore. Haruki Murakami. Einaudi Super Et, pag. 174-175.

L'Alba

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«Sveglia! È l’Alba!»
Questo è il messaggio che mi ha inviato su WhatsApp un mio ex commilitone questa mattina; mi ero completamente dimenticato che oggi è l’anniversario del nostro congedo. Sono già trascorsi vent’anni da quando ho terminato il militare; gli stessi anni che avevo quando sono partito per la leva obbligatoria.
Com’è passato in fretta il tempo.
Sono andato a ricercare le foto di allora.
L'AlbaC’erano quelle del CAR, dove eravamo tutti rasati e sbarbati, perfettamente inquadrati e implotonati. “Massicci e incazzati!” ci urlavano contro i caporali per darsi un tono, per sembrare duri, ma neanche loro ci credevano: erano ragazzi come noi, mandati a fare qualcosa che avrebbero volentieri evitato, che cercavano di calarsi in un ruolo che non avevano scelto, che dava più grane che soddisfazioni.
Quelle del viaggio in treno quando ci hanno trasferiti in un’altra caserma. Facevamo i sughi in drop: era la metà di giugno e già faceva un caldo cane. Per di più non c’era nemmeno l’aria condizionata, in quel catorcio di regionale.
Quelle delle nostre libere uscite, in giro per la città la domenica pomeriggio a far finta di visitare monumenti, cercando in realtà di rimorchiare le turiste straniere. Sì, perché le donne di casa nostra, sapendo cosa eravamo, ci evitavano, conoscendo quello cui puntavamo. Beh, non tutte ci evitavano: qualcuna ci stava pure. Un mio amico proprio in quel periodo ha incontrato quella che sarebbe diventata sua moglie: ora hanno tre bambini, due maschi e una femmina.
Poi c’è l’ultima, quella dell’Alba.
«La naia è finita! Adesso comincia la vita!»
Già, la vita.
Guardo con attenzione l’immagine.
Siamo seduti ai piedi di una fontana, in un parco vicino alla caserma. Sorridiamo tutti. I nostri occhi sono pieni di sogni da realizzare, di speranze.
Sogni, speranze, che la vita ha pian piano spento, fino a farli diventare polvere: di essi rimane poco più dell’ombra del ricordo. Quasi non rammento più le sensazioni che mi dava il pensare al futuro, a quello che avrei potuto fare, a quello che avrei voluto raggiungere e costruire. La vita mi ha ridimensionato, mi ha costretto a fare i conti con la realtà. Ha costretto tutti noi ad affrontarla e a piegarci ai suoi compromessi.
Sorrido, ma è un sorriso mesto e malinconico. Di quei ragazzi non rimane che qualche foto. Al loro posto ci sono uomini ingrigiti e stanchi, sconfitti dalla vita.
«Buon anniversario, ragazzi. Ovunque siate, continuate a sognare» sussurro mentre ripongo nell’armadio l’album delle foto.

Sull'importanza dell'educazione

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In un precedente articolo, affrontando l’argomento del calo di lettori in Italia, ho parlato di quanto questo dipenda dall’educazione e sull’importanza che essa abbia.
In un contesto differente (si parla del Giappone), Haruki Murakami fa un discorso analogo improntato proprio su quanto è rilevante la questione educazione. Una riflessione lucida e profonda tratta dal capitolo “A proposito della scuola” presente nel libro Il mestiere dello scrittore, che suggerisco caldamente di leggere.

Sull'importanza dell'educazione. Una riflessione basata su un brano tratto da Il mestiere dello scrittore di Haruki Murakami…all’epoca (ai tempi della scuola) per me leggere era più importante di qualsiasi cosa. Al mondo, inutile dirlo, ci sono un sacco di libri dal contenuto profondo, ben più emozionanti dei libri di testo. Libri che, pagina dopo pagina, ti entrano dentro. Ed è il motivo per cui non avevo mai voglia d’impegnarmi a studiare per gli esami…. La conoscenza acquisita macchinalmente in maniera non sistematica, col passare del tempo si dilegua da sé, svanisce, aspirata da qualche parte… sì, un luogo in penombra che è come il cimitero della conoscenza. Perché non è necessario conservarla indefinitamente nella memoria.
Invece ciò che resta nel cuore, senza svanire col passare degli anni, è molto più prezioso.… Ma non è un genere di conoscenza che abbia effetto immediato. Per rivelare in pieno il suo valore, ha bisogno di tempo. E disgraziatamente non ha alcun nesso con il risultato degli esami.

Negli ultimi anni di liceo ero in grado di leggere i romanzi inglesi in lingua originale…. Non per questo però i miei risultati in inglese sono migliorati.
…Tanti miei compagni avevano risultati ben migliori dei miei in inglese, eppure nessuno di loro era in grado di leggere un romanzo intero in lingua originale. Mentre io lo facevo senza difficoltà e con gran piacere. Ma allora perché i miei voti non miglioravano? Dopo aver fatto mille congetture, ho capito che lo scopo delle lezioni di inglese al liceo non era di insegnare agli allievi la lingua viva, pratica.
Allora qual era? Prima e innanzi tutto, ottenere un punteggio alto ai test d’ingresso all’università.

Ho l’impressione che fondamentalmente il sistema scolastico, e l’idea su cui si basa, in mezzo secolo non si sia evoluto… In qualsiasi materia, c’è da credere che il sistema educativo di questo paese non favorisca lo sviluppo armonioso delle qualità individuali. Ancora oggi inculca la conoscenza seguendo pedestremente i libri di testo e vuole solo far acquisire la tecnica per passare i concorsi di ingresso al livello di insegnamento seguente. E il fatto che alcuni allievi siano ammessi o meno in questa o quella università è motivo di gioia o dolore per insegnanti e genitori. È deplorevole.
…ho l’impressione che 1’obiettivo del sistema scolastico giapponese, quale lo conosco io, sia di formare individui con un carattere «da cane», utili a un sistema cooperativo; anzi, che a volte vada ben oltre, che tenda a formare gente con un carattere «da pecora», gente che si lasci condurre in massa in un luogo designato.
Questa tendenza non appartiene soltanto al sistema educativo, ma credo che si estenda anche al sistema sociale giapponese, basato sulla struttura delle imprese e della burocrazia. E tutto questo – la grande importanza attribuita ai valori espressi in numeri e all’efficacia immediata, la propensione utilitaristica alla «memorizzazione meccanica» – genera danni profondi in diversi campi. Per un certo periodo questo sistema utilitaristico ha funzionato molto bene….tuttavia, quando lo sviluppo economico era ormai alle spalle, quando la bolla è scoppiata sgonfiandosi di colpo, il sistema sociale che spingeva ad «avanzare tutti insieme verso la meta, come una sola flotta» ha terminato di svolgere il suo ruolo…. In qualunque società, naturalmente è necessario che ci sia consenso. Altrimenti le cose non funzionano. Al tempo stesso, bisogna anche rispettare l’eccezione, cioè l’esistenza di un gruppo relativamente limitato che si pone a una certa distanza dal consenso. Inserirlo nel proprio campo visivo. In una società evoluta questo equilibrio è essenziale. Perché dal modo di gestirlo nascono ampiezza di vedute, profondità e capacità introspettiva. Nel Giappone attuale però non mi sembra che la barra del timone sia rivolta in questa direzione, non abbastanza.
Ad esempio, riguardo all’incidente nucleare avvenuto a Fukushima nel marzo del 2011…A causa di quell’incidente nucleare, decine di migliaia di persone hanno dovuto lasciare le loro case e si trovano ora in una condizione senza via d’uscita, senza speranza di poter mai tornare alla loro terra. È una cosa che fa male al cuore. Ciò che ha portato a questo stato di cose, a prima vista è una disgrazia naturale al di là di ogni previsione, e alcune coincidenze gravi e sfortunate. Tuttavia, ciò che ha innalzato l’incidente al livello di una tragedia, a mio avviso è un difetto strutturale del sistema sociale presente e lo squilibrio che ne deriva. L’assenza di responsabilità all’interno del sistema, la totale incapacità di discernimento. L’efficacia perseguita senza ipotizzare la sofferenza di altre persone è un’efficacia nociva per mancanza di immaginazione.
La produzione di energia nucleare è stata promossa come politica nazionale sulla base di un solo argomento, «è utile all’economia», senza che ci venisse data la possibilità di esprimersi a favore o contro, e i rischi impliciti sono stati tenuti nascosti intenzionalmente (rischi che si sono però avverati in varie forme). Il conto questa volta abbiamo dovuto pagarlo noi. Se non facciamo luce sull’aggressività che si trova al cuore di questo sistema sociale, se non mettiamo in chiaro i fattori problematici e non li risolviamo alla radice, causeremo di nuovo lo stesso genere di tragedia.
L’idea che il Giappone, privo di materie prime, abbia bisogno dell’energia nucleare ha forse una sua ragion d’essere. Io per principio sono contrario, ma se venisse attentamente amministrata da qualcuno degno di fiducia, se la gestione venisse severamente sorvegliata da una terza parte all’altezza del compito, se il pubblico fosse informato con precisione, ci sarebbe forse spazio, in una certa misura, per una discussione. Ma un dispositivo che può provocare danni fatali come quelli causati dall’energia nucleare, un sistema potenzialmente tanto pericoloso da distruggere un paese intero (l’incidente di Cernobyl è di fatto una delle cause che hanno portato alla disgregazione dell’Unione Sovietica), quando è controllato da un’impresa commerciale basata sulla «priorità dell’efficacia» e sull’«importanza dei valori espressi in numeri», quando viene indirizzato o guidato da un’organizzazione burocratica che ha perso l’empatia con la natura umana e si regge sulla memorizzazione macchinale e la trasmissione dall’alto verso il basso, allora il pericolo è tale da far rizzare i capelli. Il risultato cui porterà sarà di distorcere la natura, causare danni fisici alla popolazione, far perdere la fiducia nello Stato e privare tanta gente dell’ambiente in cui ha sempre vissuto. Ed è quello che è successo a Fukushima.
Il discorso si è allargato, ma quello che voglio dire è che le contraddizioni del sistema educativo sono direttamente legate alle contraddizioni del sistema sociale. E viceversa. In ogni caso, siamo arrivati a un punto in cui non è più possibile trascurare queste contraddizioni.

I sintomi patologici (credo li si possa chiamare così) di un luogo educativo del genere sono soltanto il riflesso dei sintomi patologici del sistema sociale. La società nel suo insieme ha un suo vigore, e se gli obiettivi sono fissati saldamente, i problemi che si verificano nel sistema scolastico si possono superare con la forza inerente al sistema stesso. Ma se la società perde il suo vigore e qua e là si manifesta un senso di soffocamento, è nei luoghi educativi che questo avviene nella maniera più appariscente e svolge l’azione più forte. La scuola, le aule scolastiche. Perché i bambini, come i canarini che una volta venivano portati nelle miniere, sono le creature che riescono a percepire per prime, con molta sensibilità, la tossicità dell’atmosfera.

Riguardo ai profondi problemi educativi che ingenera una società di questo tipo, priva di sufficienti «vie di fuga», dobbiamo trovare soluzioni nuove. Cioè, andando con ordine, creare luoghi in cui cercarle, queste soluzioni.
Quali?
Luoghi dove l’individuo e il sistema possano muoversi in reciproca libertà e trovare, portando avanti negoziazioni fluide, utili punti di contatto. Spazi dove ciascuno possa stendere liberamente braccia e gambe e respirare a fondo. Dove allontanarsi dal sistema, dalla gerarchia, dall’efficienza, dal bullismo. In parole povere, un rifugio provvisorio, semplice e accogliente. Dove chiunque sia libero di entrare e uscire quando vuole. Una serena zona intermedia tra l’individuo e il gruppo, dove la scelta della posizione da prendere venga lasciata alla discrezione del singolo. Li chiamerei «luoghi per la rinascita dell’individuo»…. sarebbe bello che questi luoghi sorgessero qua e là spontaneamente.
L’ipotesi peggiore è che un organismo tipo un ministero delle Scienze li imponga dall’alto come un sistema. Noi qui stiamo parlando di «rinascita dell’individuo», quindi se il governo cercasse di trovare una soluzione sistematica, si arriverebbe a un vero e proprio capovolgimento del problema, a una specie di farsa.

Tornando a me, ricordo che quando andavo a scuola l’aiuto più valido mi veniva dai quei pochi buoni amici che mi ero fatto, e dai tanti libri che leggevo.
Libri di tutti i generi… penso che il fatto di leggere libri di generi diversi abbia relativizzato il mio campo visivo, cosa che per me adolescente ha avuto un’importanza immensa. Mi immedesimavo nei personaggi, andavo e venivo liberamente con la fantasia attraverso il tempo e lo spazio, vedevo paesaggi straordinari, lasciavo scorrere nella mia mente fiumi di parole, e così il mio punto di vista si è più o meno diversificato. E ho anche acquisito la capacità di considerare me stesso, che osservavo il mondo da varie posizioni, con una certa obiettività…. Se non ci fossero stati i libri, se non ne avessi letti tanti, probabilmente avrei condotto un’esistenza più arida e indifferente alle cose. Insomma per me l’atto in sé di leggere ha costituito una grande scuola. Una scuola costruita a mia misura, organizzata a mio solo beneficio, dove ho imparato di mia volontà tante cose importanti. Senza regole fastidiose, valutazioni espresse in cifre, competizione per classificarsi in graduatoria. E naturalmente senza alcun bullismo. Ho potuto, pur facendo parte di un grande «sistema», preservare quello mio personale e diverso.
L’immagine che ho di uno « spazio di rinascita individuale», è qualcosa che ci va molto vicino. Non si limita alla lettura. Un bambino che non si adatti alla scuola attuale, che non abbia alcun interesse per quello che studia in classe, se avesse a disposizione uno «spazio di rinascita individuale» fatto su misura per lui e vi trovasse qualcosa che gli piaccia, consono alla sua personalità, e se riuscisse a far durare quest’opportunità seguendo il proprio ritmo, credo che sarebbe capace di espugnare «le mura del sistema». Perché questo avvenga, tuttavia, è necessario che il bambino faccia parte di un gruppo in grado di comprendere e valutare il suo spirito (il suo modo di vivere in quanto individuo), cioè che abbia l’appoggio della famiglia.

In qualsiasi epoca, in qualsiasi società, l’immaginazione ha un ruolo essenziale.
Una delle cose che si trovano all’estremità opposta dell’immaginazione è l’efficienza. Ciò che ha scacciato dalla loro terra decine di migliaia di persone a Fukushima, se andiamo a cercare all’origine, è il valore attribuito all’efficienza: l’energia nucleare è efficiente, quindi è buona. Quest’idea, e la falsità del mito della sicurezza che ne è risultato, hanno messo il paese in queste condizioni tragiche, hanno prodotto questo disastro da cui non è possibile risollevarsi. Credo si possa dire che è stata una mancanza di immaginazione da parte nostra. Ma non è troppo tardi. Possiamo fare resistenza a questa mentalità pericolosa e di corte vedute, ma dobbiamo impiantare dentro di noi il perno di un pensiero libero. Poi protenderlo verso la comunità.
Intendiamoci, ciò che io chiedo alla scuola non è di sviluppare l’immaginazione dei bambini. Non oso sperare tanto. Si dica quel che si vuole, ma questa è una cosa che possono fare solo i bambini stessi. Non gli insegnanti né gli strumenti scolastici. Tanto meno il governo e le politiche educative. Non tutti i bambini possono avere una grande immaginazione. Così come alcuni sono bravi nella corsa e altri no, ci sono bambini dotati di fantasia e altri no – probabilmente manifesteranno talento per qualche altra cosa. È ovvio. Questo è il mondo. Se noi adottiamo uno slogan fisso – «sviluppiamo la fantasia dei bambini» -, di nuovo otterremo risultati distorti.
Ciò che chiedo alla scuola, è di « non soffocare la fantasia nei bambini che ne hanno», nient’altro. Sarebbe sufficiente. Lasciare ad ogni personalità abbastanza spazio per sopravvivere. In questo modo la scuola diventerebbe un luogo più libero e completo. Al tempo stesso lo diventerebbe, di pari passo, anche la società.
(1)

1. Il mestiere dello scrittore. Haruki Murakami. Einaudi Super Et 2018, pag. 116-131.

Childe Alfredo alla Torre Nera giungerà

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L’aria fu squarciata da un suono acuto e lacerante.
Alfredo si alzò in piedi di scatto, gli occhi duri e taglienti puntati sulle colline all’orizzonte. «Siamo chiamati» si voltò verso Giulio e Marzio. «Dobbiamo andare.»
Marzio fece uno sbuffo mentre si stiracchiava la schiena. «D’accordo che è finito il turno, ma con calma: sono sfinito.»
Alfredo lo fissò gelidamente. «Il corno di Gilead ha suonato: non c’è tempo da perdere.»
Giulio si poggiò una mano sulla fronte. «Santo cielo…ricomincia.»
Marzio spostò lo sguardo dall’uno all’altro dei suoi amici. «Eh?» chiese perplesso.
Alfredo inclinò il capo di lato, piantandoglisi davanti a gambe larghe. «Sei della stirpe di Sheemie Ruiz?»
Marzio stava per ripetere l’“eh” di prima, ma seguì il suggerimento di Giulio che gli facendo cenno di negare. «No» disse titubante.
«E allora smettila di fare il ritardato» gli intimò Alfredo.
«E tu smettila di sparare stronzate» rimbeccò Marzio.
«Io non sparo stronzate. Io sparo con la mente.»
Giulio si mise tutte e due le mani nei capelli.
Marzio sbarrò ancora di più gli occhi. «Ma che caz…» Venne interrotto da Alfredo che gli piantò l’indice sul petto.
«Hai dimenticato il volto di tuo padre, la mia parola in pegno. Non sei degno di accompagnarmi nella ricerca della Torre Nera.» Detto questo, Alfredo si voltò e s’allontanò velocemente da loro.
«La Torre Nera?» domandò sempre più perplesso Marzio a Giulio.
Giulio trasse un profondo respiro. «Quella del film uscito tempo fa nelle sale, tratto dai romanzi di Stephen King; dopo aver visto la pellicola, Alfredo ha recuperato tutti i volumi della serie cartacea, li ha letti e da allora gli ha preso la fissa d’essere uno di quei pistoleri.»
Marzio rimase a fissare l’amico per qualche istante prima di mettersi a sghignazzare di brutto. «Un pistolero…un pistolone, sarebbe meglio dire.»
«C’è poco da ridere» disse serio Giulio. «L’altro ieri si è quasi preso una denuncia per stalking: ha pedinato per tutto il giorno un prete; era convinto che fosse l’uomo in nero e che seguendolo lo avrebbe condotto dal Re Rosso.»
«Chi?» fece Marzio.
«Uno dei personaggi dei romanzi.» Giulio liquidò in fretta la precisazione. «E il giorno prima ha rischiato d’essere arrestato perché voleva aggredire un giardiniere che stava lavorando in un parco: diceva che era uno degli emissari di Farson mandato a distruggere la rosa.»
L’espressione di Marzio era a metà tra il divertito e lo stranito, come se l’altro stesse cercando di spacciargli per vera una barzelletta.
«Non è una balla: c’ero» disse seriamente Giulio.
«Cazzarola…» mormorò Marzio. «S’è rincoglionito come quello famoso, quello spagnolo dei mulini a vento…»
«Don Chisciotte.»
«Ecco, bravo, proprio lui.» Marzio fece schioccare le dita. «Ma che tu sappia, Alfredo sta facendo uso di droghe?»
«No, è lucidissimo. Beh, per modo di dire. Ma non si sta drogando. Fino a poco tempo fa era normalissimo e poi ha cominciato a sbarellare con questa storia di pistoleri, torri e compagnia bella.»
«Chissà cosa succede nella mente delle persone alle volte…» si domandò pensieroso Marzio.
Mentre i due continuavano a parlare, Alfredo era già lontano da loro. Aveva attraversato il parcheggio a passo risoluto, raggiungendo la fermata degli autobus e prendendo quello con il numero diciannove.
“Diciannove, come la parola maledetta: non ci sono dubbi, è questo il segno da seguire.” Alfredo si sedette vicino al finestrino. “La parola che apre la mente, che fa sapere che cosa c’è oltre. Anche se sapere farà impazzire: così ha scritto Walter. Ma io sarò più forte, io resisterò, anche se alla lunga il cervello mangerà se stesso.”
L’autobus correva veloce sulla strada. Alfredo lanciò una rapida occhiata agli altri passeggeri: gente con lo sguardo inebetito perso oltre i finestrini. Provò un moto di disgusto. “Sono della genia dei lenti mutanti.”
Poi s’irrigidì quando il mezzo si fermò alla fermata e vide chi salì.
“Così incrociamo i fantasmi che ci perseguiteranno negli anni futuri.”
L’anziana avanzò appoggiandosi alla stampella, tenendo nell’altro braccio una sportina di plastica bianca; al suo interno si scorgeva una rotondità rosea.
“Credevo ti avessero spedito all’inferno, Rhea del Cöos. Tu e la tua maledetta sfera.” Strinse i pugni fino a farsi sbiancare le nocche.
L’anziana si diresse verso di lui. «Posso sedermi accanto a lei?» chiese sorridendo.
Alfredo la scrutò freddamente. «Fai del tuo peggio» sibilò.
L’anziana tentennò alcuni istanti, ma poi si sedette vicino a lui. «Lei dove è diretto?» domandò dopo qualche istante.
Alfredo sentì i nervi tendersi. «Alla Torre Nera.»
«La Torre Nera? È un nuovo ristorante? Non l’ho mai sentito prima. L’unica torre che conosco è Torre Annunziata; sa, là c’ho dei parenti e ogni estate li vado a trovare.» L’anziana parlava come un fiume in piena. « È così bello laggiù il mare, sa? Dovrebbe andarci, ci fanno un pesce…»
Alfredo si volse di scatto verso di lei. «Smettila di prenderti gioco di me, maledetta strega: sai benissimo di cosa sto parlando. Ti diverti perché sai che non ho con me le mie pistole. Ma aspetta che le riabbia e ti piazzo una pallottola in fronte, rispedendoti nel buco dal quale sei strisciata fuori.»
L’anziana sbarrò gli occhi dalla sorpresa, poi si alzò più velocemente che poté, portandosi il più lontano possibile da lui.
Alfredo scese alla fermata davanti alla stazione dei treni. Attraversò il piazzale e si diresse verso i binari.
“Sei stato furbo a venire qua, Blaine il Mono, ma mimetizzarti non ti servirà: troverò il modo di smascherarti. E mi condurrai alla Torre Nera.”
Stava girovagando da una decina di minuti, quando un sorriso gli si dipinse sul volto.
“Certe monete false saltano fuori in continuazione.”
Osservò l’uomo con il completo nero scendere la scalinata alla sua destra.
“Speravi di avermi seminato, Walter, ma io so vedere oltre i tuoi sortilegi.”
Alfredo lo pedinò tenendosi a diversi passi di distanza, senza mai perderlo d’occhio. Si mosse senza fretta, pregustando il momento: Walter sarebbe stato preso e Walter avrebbe parlato.
“È solo questione di fede. È solo questione di tempo” pensò risoluto. “E allora Childe Alfredo alla Torre Nera giungerà.”
L’uomo in completo nero salì sul treno e Alfredo lo seguì.