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Fiori d'estate 2

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Principessa Mononoke

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Principessa MononokePrincipessa Mononoke è un film del 1997 di Hayao Miyazaki ambientato nel periodo Muromachi, che, tra mito e realtà, ruota attorno alla lotta tra uomo e natura. Da una parte c’è la città Tataraba, guidata da Lady Eboshi, un centro proto-siderurgico che produce nuove armi da fuoco ed estrae enormi quantità di ferro dalla montagna. Dall’altra San, la principessa spettro o principessa degli spiriti vendicativi, allevata da Moro, una grande lupa che può essere considerata una divinità della foresta, che combatte a fianco degli animali per fermare la distruzione che portano gli uomini per ottenere le risorse della natura. In mezzo Ashitaka, in viaggio per trovare un rimedio alla maledizione che l’ha colpito e lo sta portando alla morte dopo che ha ucciso un grande cinghiale, un dio maligno proveniente dalla foresta di San e sorto a causa delle azioni degli abitanti di Tataraba.
Proprio quest’ultimo si troverà a essere anello di congiunzione tra due mondi agli antipodi e in lotta tra loro. Ospitato dalla gente di Tataraba (ed entrato nelle loro simpatie) dopo aver salvato un paio di guardie dirette verso la città, s’innamora di San e da lei viene salvato, trovandosi coinvolto in una lotta tra la preservazione della natura e il suo rispetto, e il desiderio di accumulare ricchezze.
Visivamente spettacolare, con i paesaggi ispirati alle foreste di Yakushima, trae ispirazione, oltre che dal periodo Muromachi, anche da quello Jōmon e dalla popolazione degli Emishi. Un film che vuol mostrare l’incompatibilità tra il mondo della natura e l’avanzare della civilizzazione industriale moderna, dove è facile stare dalla parte della natura, ma dove si riesce anche a comprendere la parte degli uomini che fanno quello che possono per sopravvivere, per non essere schiacciati ed emarginati dalla macchina economica che sempre più prende piede e s’ingrandisce. Lady Eboshi, che appare fredda, calcolatrice e spietata nei confronti degli animali della foresta, è invece molto protettiva e comprensiva verso gli abitanti della sua città, e si preoccupa che abbiano di che sfamarsi e condurre un’esistenza dignitosa.
D’altro canto è ugualmente comprensibile la rabbia degli animali, uccisi e con le loro case distrutte a causa dell’ingordigia umana, non riuscendo assolutamente a comprendere il loro modo di agire.
Se si riescono a comprendere queste due parti, risulta invece difficile, se non impossibile, provare empatia per il monaco Jiko, Lord Asano e i suoi uomini, mossi solamente da cupidigia e ingordigia: il primo ha il compito di portare all’imperatore la testa del Dio Bestia (che si dice rende immortali), il secondo vuole allungare le proprie grinfie sulla città di Tataraba; entrambi sono esempi lampanti dell’ottusità e della stupidità umana.
Più violento e crudo degli altri film di Miyazaki (si vedono arti e teste mozzati), Principessa Mononoke vuole mostrare un’epoca di caos e cambiamento, con il mito che lascia il posto a un’era dove rimane poco di un passato magico. Un film non immediato come altri lavori del regista, di più difficile comprensione per chi non conosce l’antica tradizione e cultura giapponese con le sue credenze in spiriti, dei, creature varie e maledizioni, ma il tratto di Miyazaki, sia nella regia, sia nei disegni, rimane inconfondibile; manca la parte inerente al volo (elemento fortemente presente in altre opere), ma è facile per chi ha visto Nausicaa della Valle del Vento notare somiglianze nella foresta in cui Ashitaka entra per la prima volta e la foresta sotterranea in cui Nausicaa finisce quando scampa all’attacco degli insetti. Come per altri film di questo regista, la visione di questa pellicola è consigliata.

Strade

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Paperdinastia – La grande storia dei paperi più famosi del mondo

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Alle volte, sistemando le proprie cose in cantina, può succedere che si ritrovi qualcosa che si era dimenticato di possedere. È quanto mi è capitato quando mi son trovato tra le mani il volume Paperdinastia – La grande storia dei paperi più famosi del mondo pubblicato nel 2000 da The Walt Disney Company Italia, comprensivo di La Saga di Paperone (dodici capitoli per 212 pagine) e di altre sei storie aggiuntive che vanno ad arricchire il racconto della vita di Paperone e dei suoi cari.
A pensarci un attimo non sembra un caso aver ritrovato, vivendo nell’Era dell’Economia, un volume che racconta la storia del papero più ricco del mondo, che ha fatto di tutto per arricchirsi, al punto da costruire un deposito dove tenere banconote e monete per farci tuffi e bagni (sono solo una parte del suo immenso patrimonio, gli “spicci” che usa per il suo diletto).
Ma Paperone De’ Paperoni non è certo come tanti imprenditori ed economisti del nostro tempo. Paperone non è un figlietto di papà che ha avuto tutto pronto (a differenza del suo rivale Rockerduck, che in questo volume fa una breve comparsa), non è stato un raccomandato, non ha usato sotterfugi per emergere: Paperone si è arricchito col sacrificio, l’impegno, l’onestà. Partendo dalla Scozia, sua terra natale, e lasciando l’affetto dei famigliari del clan De’ Paperoni, Paperone viaggia per il mondo in cerca di fortuna. Prima giunge in America, dove lavora sul Mississippi sul battello dello zio Angus e conosce Cacciavite Pitagorico e la Banda Bassatti, per poi spostarsi nelle Terre Maledette come cowboy, imparare a fare il minatore presso la Collina dell’Anaconda. Poi si sposta a Transvaal, nel cuore dell’Africa Meridionale, e successivamente in Australia, sempre in cerca di quella fortuna che pare continuamente sfuggirli di mano per un verso o per l’altro. Ma è proprio in Australia, dall’incontro con uno sciamano, che Paperone avrà l’intuizione che si rivelerà essere l’inizio della sua ascesa: recarsi nello Yukon. È facendo il cercatore d’oro nel Fosso dell’Agonia Bianca che si arricchisce, mette insieme il suo primo milione di dollari. Dopo una breve capatina in Scozia per questioni familiari, ritorna in America a Paperopoli con le sue due sorelle: è qui che costruirà il suo famoso deposito, ed è qui che intreccia la parentela con Nonna Papera, dato che sua sorella Ortensia si mette insieme al figlio di quest’ultima (un amore a prima vista; e dalla loro unione nascerà il famoso e indimenticabile Paolino Paperino). Sempre in giro per il mondo alla ricerca di avventure per accumulare ricchezze e tesori, Paperone diviene il riccastro (come viene definito da tanti) conosciuto in tutto il mondo, allontanandosi dalla famiglia, fino a quando, dopo tanti anni, si riavvicina ai parenti (presumibilmente) rimasti, Paperino e i tre nipotini Qui, Quo e Qua, e con loro riprende a vivere mille avventure dopo che si era ritirato a lungo a vita privata.
Don Rosa (Keno Don Hugo Rosa) scrive e disegna un’opera di largo respiro che mostra la vita del papero più ricco del mondo, utilizzando i tanti indizi lasciati da Carl Barks nelle innumerevoli storie realizzate. Non solo dà vita a tavole di gran bellezza artistica, ricche di dettagli, ma è capace di narrare le vicende con molteplici sfumature, dall’ironia alla toccante poesia, alla struggente malinconia (da vedere i capitoli Il miliardario di Colle Fosco e Cuori dello Yukon); per non parlare dei tanti fatti, luoghi e personaggi storici realmente esistiti che usa (la rivendicazione della miniera di rame della Collina dell’Anaconda, la leggenda di Drennan Whyte, la cittadina di Sopracciglio della Scimmia, Murdo MacKenzie, Theodore Roosevelt, l’introduzione della luce elettrica e la costruzione della Statua della Libertà a New York, solo per citare alcuni dei riferimenti che Don Rosa usa).
Un’opera quella di Don Rosa che è davvero una piccola grande chicca non solo per il mondo Disney, ma anche per quello dei fumetti, nella quale con grande maestria si mostra la crescita di un personaggio come Paperone, come è arrivato a essere quello che è e come dietro una facciata di durezza si nasconde un mondo di sogni e ricordi, che sono la vera ricchezza a cui davvero il “riccastro” tiene (vedere l’ultimo capitolo L’Ultima slitta per Dawson).

Una tavola di Paperdinastia

I colori delle nuvole

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I colori delle nuvole

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I colori delle nuvole

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I colori delle nuvole

Nausicaä della Valle del Vento

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Nausicaä della Valle del VentoNausicaä della Valle del Vento è una delle opere più famose di Hayao Miyazaki, realizzata sia come manga sia come film d’animazione. Come spesso succede negli adattamenti tra cartaceo e pellicola ci sono delle differenze e delle semplificazioni, ma questo non toglie bontà alla versione cinematografica.
Realizzato nel 1984, il film mantiene tuttora un apparato grafico bello e godibile, con il tratto dei disegni che ben caratterizza le opere di Miyazaki: i lineamenti dei personaggi sono facilmente riconoscibili in quasi tutti i suoi film. Così come lo sono le tematiche: l’amore e il rispetto per la natura, la civiltà che la rovina e porta distruzione, il desiderio di potere dell’uomo, il volo, i bellissimi paesaggi dove dominano le nuvole.
La storia e l’ambientazione create da Miyazaki sono di grande impatto. Si è in un mondo devastato da una spaventosa guerra termonucleare: sono passati mille anni da questo spaventoso evento e la terra non si è ancora ripresa. Poche sono le aree dove le persone possono vivere senza essere uccise dalle spore velenose emesse dalle piante della Giungla Tossica in continua espansione, abitata da giganteschi insetti. I resti della popolazione umana vivono in un precario equilibrio, rotto quando dei regni rivali, Tolmechia e Pejite, scatenano un nuovo conflitto per il possesso di un residuo dell’antica tecnologia passata: un Soldato Titano, uno degli esseri che ha portato l’umanità vicina all’annientamento totale e che vuole essere usato per distruggere la Giungla Tossica, senza comprendere qual è la sua reale importanza. Solo un piccolo gruppo di persone guidato da Nausicaa, una ragazzina della Valle del Vento con la capacità di comunicare con gli animali, conosce la verità e cerca d’evitare la catastrofe, lottando contro la cecità e l’ottusità umana.
Il film è stato uno dei precursori che ha mostrato come i cartoni animati possono essere un mezzo per parlare dell’attualità e dei suoi problemi. I suoi messaggi antimilitaristici, della comprensione del prossimo, dell’accettare culture differenti, del degrado che l’uomo porta alla natura, sono evidenti, come anche è evidente il messaggio cristologico finale, dove alle volte si necessita di un sacrificio per far giungere le persone alla comprensione. Qualcuno ha obiettato che questi messaggi sono anche troppo evidenti e calcati, ormai semplicistici, eppure è un punto di vista che non rende giustizia a un film veramente buono: troppo abituata a produzioni dove la violenza e il cinismo regnano sovrani (e spesso sono gratuiti e ci si compiace di usarli), la maggior parte delle persone non riesce ad apprezzare una storia di grande impatto. Memorabili alcune scene: una nave volante che si schianta nella Valle del Vento dopo essere attaccata da centinaia d’insetti, Nausicaa che libera dalle catene una ragazza in punto di morte, i Soldati Titani che devastano il mondo.
Il film è stato fonte d’ispirazione per altre pellicole, ma anche videogiochi, su tutti la serie di Final Fantasy, dove i chocobo, animali che fungono da cavalcature e praticamente presenti in ogni titolo della serie, sono ispirate a una creatura di Nausicaä della Valle del Vento. In Final Fantasy VII, le Weapon, gigantesche creature che fungono da guardiani del mondo e si risvegliano quando l’uomo scatena certe forze, si rifanno al fatto che gli animali della pellicola si scatenano contro gli umani quando compiono atti aggressivi nei confronti della natura.
Una pellicola da non perdere.

La polvere dei sogni, nono volume di Il Libro Malazan dei Caduti

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La polvere dei sogniIn La polvere dei Sogni, Steven Erikson ha scritto questa nota: “Sebbene non possa definirmi uno scrittore di tomi fermaporta, ho sempre pensato che la conclusione de Il LIBRO MALAZAN DEI CADUTI richiedesse qualcosa di più di quanto potesse offrire la moderna tecnologia in materia di rilegatura. Fino ad oggi ho sempre evitato di scrivere romanzi con il cosiddetto finale in sospeso, essenzialmente perché, in veste di lettore, ho sempre odiato dovere aspettare per scoprire come va a finire. Ahimè, La Polvere dei Sogni è la prima parte di un romanzo in due volumi, che si concluderà con Il Dio Storpio. Pertanto, se pensate di trovare la conclusione di storie nella storia resterete delusi. La Polvere dei Sogni non presenta la struttura tradizionale di un romanzo, e la mancanza di un Epilogo ne è la testimonianza. Pertanto, non mi resta che chiedervi di essere pazienti. So che potete farcela. Dopotutto, avete aspettato fino ad ora, no?”
Chi ha seguito la saga Malazan, ha avuto modo di costatare che i suoi libri sono autoconclusivi: sebbene le vicende siano tutte collegate tra loro, Erikson prende un gruppo di personaggi e sviluppa le vicende che lo riguardano in una determinata zona e lasso di tempo, dandogli un inizio e una fine, senza lasciare il finale il sospeso. Certo è un finale che può essere continuato, e infatti nei volumi seguenti quello che si è letto sui personaggi viene ripreso, per arrivare a dare compimento al grande quadro d’insieme che lo scrittore ha preparato. Questo, se ce ne fosse ancora bisogno, a dimostrazione della professionalità e della correttezza dell’autore.
Altra nota che Erikson ha voluto fare è la dedica a Stephen R. Donaldson, scrittore di libri fantasy conosciuto in Italia per la pubblicazione di due trilogie dedicate a Thomas Covenant: già in un’intervista aveva voluto sottolineare l’importanza avuta dal collega in quello che ha scritto.
Fatte queste annotazioni, vediamo che cosa succede in La polvere dei sogni. Come ormai si è capito, ci si sta avvicinando alla convergenza finale e si chiarisce sempre più il quadro complessivo e tutti gli elementi messi in campo. Ci sono le macchinazioni degli dei antichi che non se ne vogliono stare con le mani in mano e vogliono tornare ai fasti del passato. Ci sono i Malazan e i Letherii che si ritrovano a essere alleati, che si vedono impegnati all’inizio in una lettura di grande pathos. C’è Tool e i barghast che guida. Per non dimenticare poi Toc.
E poi ci sono i K’Chain Che’Malle, la specie dalle sembianze di gigantesche lucertole già incontrata altre volte nei volumi precedenti. Ma se prima si erano viste solamente le loro azioni sul campo di battaglia e la pazzia della sua Matrona, in questo romanzo Erikson fa capire le motivazioni che li spingono ad agire, come pensano, cosa provano, a cosa mirano. Ora si capisce perché due di loro avevano seguito e appoggiato Maschera Rossa e perché lo avevano eliminato, ritenendolo inadatto al compito che gli avevano affidato. Un compito ora affidato a Kalyth, l’ultima degli Elan, adesso Destriante dei K’Chain Che’Malle.
La polvere dei sogni è introspettivo, riflessivo, filosofico ed epico come gli altri volumi scritti da Erikson; è qualcosa di grandioso come gli altri romanzi della saga Malazan, con un finale che presenta uno degli scontri più adrenalinici, epici e monumentali descritti in un romanzo. Un romanzo che parla di divisioni, solitudini, perdite, capace d’illuminare con pensieri che rivelano la natura del potere, della ricchezza, della saggezza, delle credenze, delle religioni. Toccante, evocativo, denso di attesa, di magia (come non restare affascinati dalle varie letture delle Mattonelle e del Mazzo o di come la magia sia legata alla vita), che però riesce anche a strappare un sorriso nelle scene dove Tehol e Ublala Pung sono protagonisti.
Notevole. Non immediato, ma notevole come sempre.

La violenza non è una questione di sesso

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Le violenze che stanno accadendo ora alle donne (stupri, botte, omicidi) sono qualcosa di allucinante, allarmante e purtroppo sempre più dilagante. Un segnale della totale mancanza di rispetto per loro e per la vita. Purtroppo in giro si sente dire che è qualcosa che c’è sempre stato, che la storia è costellata di stupri e violenze sulle donne, ma una cosa, anche se perpetrata nel tempo, non è qualcosa di normale, a cui ci si deve abituare: una cosa sbagliata rimane sbagliata sempre e comunque, nel passato, nel presente e nel futuro. Si sente anche dire che se gli uomini fanno certe cose è perché sono stati provocati dalla femminilità, dagli atteggiamenti, dal modo di vestire delle donne: un ragionamento assurdo, che dimostra come, in un sistema e modi di fare sempre più folli e degenerati, si voglia far passare per normale ciò che normale non è. Cercare di sminuire un crimine, come spesso si fa in Italia, è qualcosa di totalmente sbagliato. Uomini che commettono simili reati non possono avere giustificazione e vanno condannati.
violenzaÈ facile (o almeno dovrebbe esserlo) giudicare la violenza quando è così immediata; più difficile quando è qualcosa di più sottile. Ci sono violenze verbali, psicologiche che hanno lo stesso potere distruttivo di una violenza fisica: anch’esse sono violenze e le donne le subiscono costantemente.
Ma non sono le uniche a subire simili violenze: ormai tutti nella nostra società le subisco. E le donne alle volte sono le fautrici di queste violenze, perché non esiste un sesso che è carnefice e l’altro che è vittima (anche se certe notizie fanno più scalpore di altre): non è il sesso di una persona che rende carnefice, ma come decide di vivere, quali scelte fa, quale morale (o nessuna morale) vuole seguire.
C’è un brano di Parole di Luce di Brandon Sanderson che fa riflettere su simile condizione:
Usare un viso affascinante per indurre gli uomini a fare ciò che vuoi non è diverso da un uomo che usa i muscoli per costringere una donna a fare come vuole lui. Entrambe le cose sono spregevoli e verranno meno con il passare dell’età.” (1)
Alcuni potrebbero obiettare che si tratta di due cose differenti, che non c’è paragone, che non si possono mettere sullo stesso piano. Alcuni potrebbero obiettare che nel caso delle donne si tratta d’intelligenza (a differenza degli uomini che sono considerati brutali a usare la forza fisica), perché usano le proprie caratteristiche per emergere, perché debbono fare così perché altrimenti verrebbero schiacciate in un mondo forte, loro che sono deboli e debbono fare in un qualche modo per riuscire a prevalere. Ma questo è un ragionamento offensivo, che manca di rispetto all’individuo, perché prima di essere uomini o donne si è individui, e di questo spesso ci si dimentica. La verità è che tutto ciò che spinge a far fare qualcosa all’altro contro la sua volontà, in qualsiasi forma esso si presenti, è da considerarsi una violenza. Su questo bisognerebbe riflettere e prendere coscienza.

1. pag. 255 di Parole di Luce. Brandon Sanderson. Fanucci 2014

Sesso: tra storia, spreco e vero significato

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Il sesso è una parte importante nell’esistenza: senza non potrebbe esserci la vita, è grazie a esso se può perpetrarsi.
Eppure ci sono state religioni che per secoli l’hanno perseguitato, l’hanno considerato un male, anche se necessario, condannando qualsiasi cosa vi fosse legata. Il sesso era visto come fonte di peccato, di tentazione, come elemento demoniaco, che poteva essere ammesso solo se fatto attraverso la sacralità del matrimonio e solo se volto al concepimento (il piacere era visto come un sinonimo della lussuria). I concetti qui esposti sono molto riassuntivi e limitativi di un argomento molto più lungo e complesso, ma rendono a grandi linee come il sesso molto spesso è stato visto nel passato da certe culture (esempio quelle cristiana ed ebraica). Un modo di vedere che si è protratto per secoli, facendo diventare il sesso un tabù (nel suo senso negativo, perché il tabù può avere anche una connotazione positiva, ed è legata al mistero, alla scoperta e alla comprensione a cui si arriva).
Per Sigmund Freud è stato uno dei punti più importanti dei suoi studi, dando una grossa impronta alla nascente psicologia.
Nella società attuale il sesso per molti è qualcosa di centrale, quasi ossessivoSeppur da sempre presente nella storia dell’uomo in uno dei lavori più antichi, negli ultimi decenni il sesso è diventato un vero e proprio business, creando un fatturato di milioni e milioni di euro (o di dollari, se si preferisce): il settore della pornografia ha trovato una grande ascesa con i suoi film, ma non solo con essi. Con la liberalizzazione sessuale si è creato un grande mercato che va dall’oggettistica alla creazione di nuove figure professionali (quali a esempio i sessuologi). In breve si è passati da un estremo all’altro: dal non poterne neanche parlare, allo sbandierarlo in continuazione in ogni luogo, facendolo diventare il centro di tutto. Tutto (dai libri, ai film, alla pubblicità, ai rapporti personali) punta al sesso, facendolo diventare un’ossessione, facendogli perdere il suo vero senso.
Il sesso, da elemento naturale, è diventato qualcosa di stravolto; seppure non si faccia che parlare di sesso (trasmissioni televisive, articoli su riviste) il significato del sesso viene smarrito, facendolo essere un semplice mezzo per il piacere fisico, quando invece potrebbe essere qualcosa di più. Ma più che di sesso si dovrebbe parlare di energia sessuale. Per questo, si prende a esempio l’angelologia della kabbalah e in particolar modo l’angelo (*) Pehaliyah.

Secondo l’angelologia, chi nasce in questi giorni (dalla sera del 27 giugno alla mattina del 2 luglio, n.d.M.T.) dispone di un’esuberanza sessuale talmente tenace, da non poterla soddisfare attraverso il sesso. E ne sarà ossessionato se non imparerà a sublimarla, cioè a trasformarla in un’altra forma di eros: nel desiderio di conquistare le menti e gli animi della gente.
Le prime lettere di PeHaliYah (PHL) ** mostrano la formula di tale trasformazione:

– Il tuo fascino (P)
– Diventa energia spirituale (H)
– Perché tu salga più in alto (L)

Bisogna dare atto al cristianesimo d’aver tenuto sempre in gran conto la formula pehaliana: insegnando a limitare il desiderio sessuale, il clero cristiano mirava proprio a un PHL, a una trasformazione dell’energia di quello che gli orientali chiamano «il secondo chakra». E tale drenaggio avveniva in vario modo, ma sempre con la garanzia di un vantaggio pratico: ai poveri, si prescriveva di far sesso il meno possibile, perché rimanessero loro sufficienti energie per il lavoro fisico; ai ricchi, si raccomandava la temperanza perché potessero dedicarsi meglio ad attività direttive, o intellettuali.
Attualmente, invece, nella CSC sta avvenendo per tutti il contrario: il fascino erotico viene imposto all’attenzione generale come il fascino per antonomasia. Si vedono rappresentati più corpi nudi, che non volti significativi: come se il linguaggio muto delle curve piacesse alla CSC, più del linguaggio parlato. È facile intuire perché. Ciò che in tal modo viene annullato è proprio il processo descritto dalla formula pehaliana: la possibilità cioè che una nostra energia porti più in là di dove si è arrivati ora (la CSC sa che più in là, per lei, c’è soltanto la fine: le istituzioni dell’Occidente possono dunque continuare a esistere solo se tutto rimane fermo).
Troppi ci cascano, per non sembrare diversi.
Alcuni si sono messi in mente che questa erotizzazione sia addirittura una liberazione da vecchi tabù. Anche voi la pensate così?
Purtroppo, i tabù sono rimasti, oggi, gli stessi di prima. Lo si vede anche soltanto dalle parole con cui, nella lingua corrente, si indicano gli atti sessuali e gli organi con cui li si compie. O sono espressioni triviali, o sono termini dotti. Nell’uno e nell’altro caso sono sintomi di un’insufficienza lessicale, di un disagio del linguaggio, dunque anche della mentalità della gente. E un disagio del genere si ha sempre, quando si parla di argomenti tabù.
L’unica cosa che tutto ciò ha tolto agli occidentali è bensì la sensibilità al tabù: li si è abituati a ignorare l’imbarazzo che causano le sue violazioni. È un danno considerevolissimo, dato che non ci si può abituare a non accorgersi di qualcosa, senza smettere di accorgersi di molto altro. E infatti quante cose che dovrebbero suscitare imbarazzo, nella CSC (in politica, in economia, nella vita culturale) sono diventate normali per tutti? (1)

Come si può vedere, come in tutte le cose, avere una maggiore conoscenza e consapevolezza di cosa è sesso (e quanto legato a esso) non può che aiutare a vivere meglio, evitando che vada sprecato quanto di buono ha da dare.

*Precisazione su cosa s’intende per angeli: nell’antichità s’indicavano energie del nostro universo che agiscono in tutto – e che nella nostra psiche diventano anche energie psichiche (2).
**Per difficoltà nel mettere i caratteri ebraici, si è usato solo la lettera corrispondente in italiano: nel libro da cui è tratto il brano sono presenti.
1,2. Agenda degli angeli. Igor Sibaldi. Frassinelli