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Sui cartoni animati (e non solo)

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Sono nato in anni in cui c’erano cartoni animati decenti. Certo, anche negli anni ’80 e ’90 (quand’ero bambino e adolescente) c’erano delle boiate, non era tutto perfetto; crescendo, ci si accorgeva dei difetti e delle ingenuità di certe serie, soprattutto perché dalle storie si esigeva di più perché si era maturati. È naturale, ripensando a quei cartoni animati, sorridere dei loro limiti e difetti: basti pensare a Holly & Benji, con il campo di calcio che sembrava posizionato sulla cima di una collina, dove occorrevano diverse puntate per raggiungere la porta avversaria, con la palla che diventava oblunga, luminosa e capace di lasciare la sua impronta in un muro di cemento, con gente che faceva mosse strane (la catapulta infernale, lanciarsi da un palo all’altro della porta); come non nominare i Cavalieri dello Zodiaco, con armature che non coprivano i punti vitali, che dopo lunghi voli a causa di un colpo subito si schiantavano sempre di faccia e che ripetevano spesso la frase “lo stesso colpo non funziona due volte” (ma se fosse così, visto il numero limitato di colpi dei personaggi, gli scontri sarebbero dovuti finire sempre in pareggio). I Gem Boy, prendendo in giro i cartoni animati di quel periodo, hanno creato dei veri e propri cavalli di battaglia.
un'immagine con i personaggi e i mezzi di Fortezza Superdimensionale Macross in Robobtech, uno dei cartoni animati degli anni 80In mezzo a loro c’erano però delle belle chicche, basti pensare a Fortezza Superdimensionale Macross (in Italia conosciuto grazie alla serie Robotech, di cui faceva parte), Evangelion, Patlabor, Maison Ikkoku (conosciuta in Italia anche come Cara dolce Kyoko), per non parlare di Gargoyles e di Duck Tales. Quali che fossero i gusti, tutti questi cartoni animati avevano un punto in comune, seppur appartenenti a generi differenti: avevano una storia da raccontare, sapevano emozionare. Che parlassero di quotidianità o di salvare il mondo, sapevano coinvolgere lo spettatore perché erano di spessore, erano fatte per colpire chi le guardava. Parlavano di sentimenti, di problemi da affrontare, scelte difficili da prendere, di avventure, combattimenti; anche se erano prodotti commerciali, atti a creare un guadagno, erano qualcosa di vivo, avevano qualcosa in sé che li rendeva particolari e amati.
In molti cartoni animati di oggi, soprattutto per i più piccoli, tutto questo non c’è più. Oggi ci sono Spongebob, Peppa Pig, adesso hanno fatto anche Trulli Tales, un cartone animato made in Italy ambientato tra i trulli della Puglia, atto a spingere la dieta mediterranea e i prodotti fatti in Italia, tra i quali l’olio di oliva. Oltre che disegnato male, questo cartone è senz’anima perché non è nato per narrare una storia, ma è stato creato con il fine di pubblicizzare e far vendere i prodotti del territorio italiano.
Come si è giunti a questo punto?
Mancanza di idee perché ormai si è visto di tutto e non si può creare nulla di nuovo? Si ritiene inutile impegnarsi nel creare qualcosa di buono perché tanto passato il momento della novità si cercherà altro, nel tipico spirito del consumismo sfrenato attuale? Perché l’unica cosa che conta è il denaro e tutto è in funzione di vendite e guadagni e chissenefrega di tutto il resto?
Una cosa è certa: certi cartoni animati del passato, seppur con difetti, sono diventati icone, mentre quelli di adesso passano senza lasciare traccia.
Perché?
Io penso che chi fa i cartoni animati di adesso si sia rincoglionito di brutto, oltre che a essersi venduto al consumismo. Non solo: tale gente crede anche che le persone sono dei coglioni a cui può essere propinato di tutto perché tanto non è capace distinguere un prodotto buono da uno scarso e quindi non si dà da fare per realizzare qualcosa di meglio perché tanto va bene tutto.
Solitamente sono più diplomatico nel scrivere certe cose, ma alle volte occorre essere brutali e dire chiaramente le cose come stanno.
Purtroppo la cosa non è limitata solo ai cartoni animati ma riguarda anche fumetti (basta vedere come DC Comics e Marvel negli ultimi anni stanno raschiando il fondo del barile riproponendo copioni già usati), film (ne parlava Bruno Bacelli in questo articolo), libri (se in Italia si vendono cose come quelle di Alessandro Di Battista, che ha pubblicato solo perché è un politico, non ci si deve meravigliare se l’editoria poi va in crisi). C’è da pensare che se fino a un certo punto la razza umana è andata verso l’evoluzione, ora sta involvendo, facendo registrare un calo nella sua intelligenza; si ha presente il film Idiocrazia?
Si può sembrare disfattisti, ma non siamo messi bene. E non si creda a chi dice il contrario: sta solo prendendo in giro, cercando di illudere e far star calme le persone. I problemi però restano, sono tanti e sono gravi: prima se ne prende atto, meglio è.

Il Guanto dell'Infinito (Infinity Gauntlet)

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Il Guanto dell'Infinito (The Infinity Gauntlet) è una serie a fumetti della Marvel di sei numeri pubblicata da luglio a dicembre 1991, realizzata da Jim Starlin (storia) e George Pérez/ Ron Lim(disegni)Il Guanto dell’Infinito (Infinity Gauntlet) è una serie a fumetti della Marvel di sei numeri pubblicata da luglio a dicembre 1991, realizzata da Jim Starlin (storia) e George Pérez/ Ron Lim(disegni) ed è su di essa che si basa il film il cui trailer sta girando da poco in rete, Avengers: The Infinity War. Si è già detto, ma lo si ribadisce, che film e fumetti sono due mondi differenti, con i primi che prendono spunto dai secondi e hanno una vita propria. Tradotto più semplicemente: sceneggiatori e registi fanno quello che gli pare. Avengers: Infinity War non è da meno.
Partiamo dal titolo, che è lo stesso della serie a fumetti The Infinity War sempre scritta da Jim Starlin e disegnata da Ron Lim (Pérez non ha fatto parte questa volta del progetto), e che è il diretto seguito di Il Guanto dell’Infinito(di questo se ne parlerà in un altro articolo). La storia su cui si basa il film però è quella di Il Guanto dell’Infinito e The Thanos Quest, con molte differenze, alcune importanti, ma evidentemente non ritenute tali da chi l’ha realizzato. Innanzitutto nel film ci sono molto meno personaggi e la scelta ha una sua logica, visto che il fumetto praticamente ha coinvolto tutti i personaggi Marvel creati fino agli anni ’90 e tanti di essi non sono comparsi in nessuna pellicola. Non ha logica invece (se le cose stanno come si è appreso finora) l’eliminazione di un personaggio cardine e cruciale ai fini delle vicende narrate. Al posto suo e dei suoi compagni della Guardia dell’Infinito (che compaiono nella serie The Infinity War) sono stati messi i Guardiani della Galassia (d’accordo che due dei personaggi della Guardia dell’Infinito fanno parte anche dei Guardiani della Galassia, ma sono due gruppi differenti e soprattutto, nella storia originale, i Guardiani della Galassia non ci sono).
Il Guanto dell'Infinito: Adam Warlock disegnato da George PérezDopo questa divagazione sulle differenze tra film e cartaceo, veniamo alla storia originale.

Thanos, uno degli Eterni del pianeta Titano, riesce a ottenere le sei Gemme dell’Infinito (Anima, Mente, Tempo, Realtà, Spazio, Potere; evento narrato nella miniserie The Thanos Quest) e a sfruttare tutto il loro potere costruendo un guanto dove incastonarle (da qui appunto il nome della serie). Con questo potere Thanos ha tutto ciò che desidera; è tutto ciò che desidera; niente e nessuno lo può contrastare. In poche parole è supremo. È Dio, come dice Mefisto, primo accolito del pazzo Titano.
L’allarme di quello che sta per capitare viene portato da Silver Surfer sulla Terra a Strange: per compiacere e conquistare la sua amata, Lady Morte, Thanos (richiamato dal regno dei morti proprio da lei per forgiare l’universo a suo piacimento) ha deciso di esaudire la sua volontà. Il pazzo Titano è fuori controllo e anche Lady Morte si è accorta di aver fatto un errore a lasciarsi convincere da lui nell’ottenere le sei Gemme: Thanos, guardando nel Pozzo dell’Infinito dell’amata, ha capito che potere poteva acquisire e cosa poteva diventare.
Silver Surfer e Drax il Distruttore hanno cercato di fermarlo, ma sono stati sconfitti facilmente e la loro essenza spirituale rubata dal potere della Gemma dell’Anima, finendo nel mondo metafisico all’interno di essa. Lì hanno incontrato il leader spirituale del Mondo dell’Anima, Adam Warlock (conosciuto nelle serie a lui dedicate realizzate da Roy Thomas e Jim Starlin), che fa tornare il loro spirito al corpo dal quale era stato strappato. Ma non sono gli unici a farlo: lo stesso Warlock, assieme a Gamora e Pip il Troll, torna nel mondo materiale, inserendo il loro spirito nel corpo di tre persone morte in un incidente.
Nonostante un potere infinito, Thanos non è padrone di tutto; nonostante quello che ha fatto, non riesce a ottenere l’amore di Lady Morte. Anzi, ottiene l’effetto contrario, perché lei si sente ingannata, si sente una schiava del suo amore, dato che ora Thanos ha un potere superiore al suo, capace di soggiogarla. Per conquistarla, dapprima il Titano crea un santuario perché sia venerata da tutti. Poi le dona la nipote Nebula, ridotta a un ammasso distrutto di carne e ossa e tenuta in uno stato tra la vita e la morte. Infine, ricordandosi del voto fattole, estingue la luce di metà della popolazione dell’universo.
Il Guanto dell'Infinito - Confronto finale disegnato da Ron LimAll’improvviso, sulla Terra, metà delle persone sparisce nel nulla, nessuno escluso, nemmeno i supereroi: Avengers, X-men, Alpha Flight, Fantastici Quattro, Excalibur.
Contattato da Warlock, Strange deve riunire tutti i supereroi e far accettare Adam come loro leader perché è l’unico in grado di poter sconfiggere Thanos e il suo potere illimitato. Ma non è l’unico fronte che si oppone alla minaccia: entità dell’universo come Galactus, Eternità, l’Osservatore, Eon, Kronos, Lord Caos e Padrone Ordine, lo Straniero, Amore e Odio, Celestiali, scendono in campo.
Ma il mero potere è la giusta risposta al grave problema che ha colpito l’universo? Come si può affrontare qualcuno di onnipotente?
Che cosa si nasconde dietro al piano del misterioso Warlock? Perché chi deve guidare in battaglia nutre dei dubbi nei suoi riguardi?
Il piano è disperato: quando i supereroi sono sconfitti, entrano in gioco le forze dell’universo, scatenando uno scontro dove gli stessi pianeti sono armi da usare contro Thanos. Nonostante gli sforzi, il Titano esce vittorioso da ogni battaglia. Ma Warlock sa, essendo vissuto nella Gemma dell’Anima quando Thanos la possedeva e conoscendo bene il cuore dell’avversario, che è solo questione di tempo prima che Thanos commetta un errore; un errore che Thanos inconsciamente vorrà commettere, come già accaduto in passato tutte le volte che è stato vicino a ottenere tutto il potere desiderato. Warlock conosce il Titano meglio di quanto lui conosca se stesso e sa che nel profondo della sua anima Thanos non ritiene di meritare un simile potere.
Quanto previsto avviene e Thanos perde il Guanto, preso dalla nipote Nebula che ora vuole vendicarsi. Anche lei però lo perde, non pronta a gestire un simile potere: alla fine sarà Warlock a divenirne il nuovo custode, riportando tutte le cose a com’erano prima degli eventi a cui Thanos ha dato il via.

Il Guanto dell’Infinito è un’avventura cosmica di tipo supereroistico, su questo non c’è dubbio, ma è pure qualcosa di più: è anche una lettura in alcune parti introspettiva, che rivela i tormenti che si celano nell’animo di alcuni personaggi (vedere i dialoghi tra Hulk e Wolverine e tra Thanos e Warlock), e che fa riflettere sul potere, una merce effimera, difficile da guadagnare, facile da perdere, come afferma Thanos in una delle ultime tavole.
Parlando di tavole, i disegni sono quelli tipici di inizio anni ’90 della Marvel. Dal numero 1 al numero 3 George Pérez è il disegnatore ufficiale; nel numero 4 lavora assieme a Ron Lim, che lo sostituisce poi completamente nei numeri 5 e 6. Il cambio non influisce sulla qualità del tratto, mantenendosi sempre su buoni livelli; certo, Lim non è così particolareggiato nei dettagli come Pérez, ma si rivela essere un ottimo sostituto.
Per chi ama le saghe galattiche, quasi asimoviane, Il Guanto dell’Infinito è una lettura consiglia, coinvolgente, avventurosa, ma anche capace di dare spunti di riflessione.

Le mappe del cielo

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Le mappe del cielo Le mappe del cieloè un romanzo di fantascienza di James Blish del 1971. Il tema è di quelli visti più volte: il pianeta sul quale si sta vivendo sta diventando invivibile e scomparirà prima dei tempi previsti (il sole di quel sistema sta per esplodere). I piani originali devono essere modificati e una flotta di astronavi, con a bordo una parte della popolazione, deve salpare alla ricerca di un altro sistema dove non far estinguere la specie; non mancherà il tentativo disperato di chi deve restare d’impossessarsi delle astronavi, ma il viaggio comincerà lo stesso. Un viaggio che durerà decine di anni, che vedrà chi è partito invecchiare e morire, lasciando il posto a una nuova generazione. In due occasioni verranno trovati dei pianeti adatti alle esigenze, ma per errore di valutazione o per la natura avversa, saranno abbandonati. La Javelin, l’astronave su cui viaggia Jorn, il protagonista, alla fine giungerà a trovare quanto cercato, anche se ad alcuni ormai non importa più.
Le mappe del cielo non immette nulla di nuovo nel panorama fantascientifico conosciuto: il sistema del paese d’origine dei personaggi è governato da un matriarcato e gli uomini hanno per animali domestici un parassita rettile che vive a contatto con la loro pelle per colmare il vuoto che le donne con il loro modo di comportarsi hanno creato; c’è il viaggio tra le stelle, la solitudine e la desolazione del viaggiare verso una meta che non si sa se si troverà. Niente a che vedere con autori del calibro di Asimov (tanto per citarne uno) che hanno saputo dare un’impronta al genere, ma una lettura scorrevole, piacevole e veloce (il romanzo è di 150 pagine).

Monstress Volume 2. Sangue

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Monstress volume 2 SangueMonstress Volume 2. Sangue inizia subito forte con Maika che fa strage di pecore a Thyria, l’adorata città dell’Imperatrice dei Flutti: per quanto non voglia ammetterlo con gli altri, il mostro che è dentro di lei è sveglio e ha fame. Ha sempre fame. Il braccio che le mancava dal gomito ora le manca fino alla spalla.
Accompagnata dalla piccola volpe e dal gatto Ren, si è recata in questa città perché vi è situata una base della madre, sperando di trovare indizi che facciano luce di un passato che non ricorda. Riesce nel suo intento: in uno scrigno nascosto nel muro trova una chiave d’osso.
Supportata dai Fratelli Imura, predoni che già in passato avevano aiutato lei e la madre, intraprende un viaggio per mare per raggiungere l’isola delle Ossa, un luogo nato sui resti di un dio morto.
Braccata dalla Corte del Crepuscolo, da quella dell’Alba, dalla Federazione umana, dalla Cumaea, ora sulle sue tracce ci sono anche le regine di Thyria, anche loro interessate a quello che porta con sé.
Tema centrale del secondo volume di Monstress, come già fa intuire il titolo, è il sangue e le capacità che è in grado di dare a chi lo possiede: una forza e un potere che fanno gola a tanti. Nuove rivelazioni vengono date da Marjorie Liu non solo su di esso: si scopre che Maika è legata alla Corte dell’Alba da una stretta parentela, che il bambino presente nella foto che la ragazza ha trovato è legato alle Regine di Sangue e anche per questo loro sono tanto interessate a lei.
Anche il mostro che è dentro di lei sta cercando di ricordare il proprio passato e proprio sull’isola delle Ossa scopre la paurosa azione che molto tempo prima ha messo in atto.
Monstress volume 2 Sangue - Verso l'isola delle Ossa-1Interessante e ben fatto è come mostrato il rapporto tra Maika e la madre, sui dubbi e la necessità della ragazza di scoprire il motivo delle azioni della madre, se lei provasse affetto per la figlia o fosse soltanto un mezzo per i suoi scopi. Altrettanto interessanti sono le reazioni del mostro nello scoprire quello che ha fatto e il suo legame con l’Imperatrice Sciamana, colei che ha creato la Maschera. Maschera che tutti cercano di avere e che nel finale rivelerà qualcosa d’importante per Maika. Finale che rivelerà anche un’altra piccola sorpresa, introducendo un nuovo tassello per la trama creata da Marjorie Liu.
Sul fronte dei disegni, Sana Takeda si mantiene sui livelli del volume precedente: colori sempre azzeccati (vedere le tavole dedicate per esempio all’arrivo di Maika sull’isola delle Ossa avvolta dalle nebbie), grande cura per i primi piani, le tavole a tutta pagina e gli animali. Takeda si dimostra a suo agio nel disegnare nuove creature come il Nocchiero, i fratelli Imura (con sembianze di tigri), i membri dell’equipaggio che accompagnano Maika nel suo viaggio (sembianze di squali e calamari), per non parlare delle sirene. Peccato per la frettolosità del tratto in alcune delle tavole più piccole che altrimenti avrebbero reso il lavoro di Takeda quasi perfetto. Ciò non toglie che la disegnatrice sappia essere veramente espressiva.
La qualità del volume, come d’altronde lo è per tutti i volumi degli Oscar Ink Mondadori, è buona: copertina rigida, carta opaca di buona qualità, rilegatura resistente. Unico neo, il prezzo del volume, che è sempre di 19 E come il primo, ma presenta quaranta pagine in meno (160 pagine contro le 200 e più di Monstress Volume 1. Rivelazione; in questo articolo la recensione del precedente volume). Questa è una scelta editoriale sbagliata, perché se i volumi che hanno più pagine come Shangri-la e Black Monday sempre della stessa collana (sempre con lo stesso formato per quanto riguarda il secondo, più grande il primo) hanno un prezzo superiore (22 E), quelli con una foliazione minore dovrebbero costare meno; 17 E sarebbe stato un prezzo equo per Monstress Volume 2. Sangue.
A parte questo, il secondo volume della serie creata da Marjorie Liu e Sana Takeda è una lettura che merita di essere fatta.

Monstress volume 2 Sangue - La Corte dell'Alba

Un nuovo mondo

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Shimalya controllò lo zaino: abiti di ricambio, sacco a pelo, tenda, un piccolo kit di pronto soccorso, un paio di borracce per l’acqua. Doveva viaggiare leggera per coprire la maggior distanza possibile prima di essere scoperta. Perché sapeva che ciò sarebbe avvenuto e allora l’avrebbero inseguita per riportarla indietro, come facevano con chi tentava di andarsene.
Diede un ultimo sguardo al piccolo monolocale: un letto, un tavolo, una sedia, un mobile per tenere l’indispensabile, un lavello e un cesso. Una casa come tutte le altre: essenziale e pratica. Ma completamente priva di bellezza. Non le sarebbe mancata.
Uscì nel corridoio, passando davanti a porte identiche alla sua. Scese le strette scale, imboccando il marciapiede spoglio. Nessun albero o lampione costeggiava la via, solo palazzi squadrati: scatole dentro scatole, dove l’importante era farci stare più gente possibile.
Avanzò nella notte, il cammino rischiarato da una luce malata e debole: nel cielo doveva esserci la luna, ma lo smog la celava completamente alla vista. Tutto era silenzio, tutto era immoto. Era una strana impressione essere sola in giro per la città: dava una sensazione di esultanza e libertà, ma anche di angoscia, come se fosse in una città fantasma oppure fosse l’ultimo essere vivente sul pianeta. E forse era davvero così: i suoi compagni non sembravano più esseri umani, ma macchine che eseguivano sempre le solite mansioni, senza ricercare nulla di nuovo.
Raggiunse gli ultimi edifici della città e si voltò indietro per l’ultima volta. Un gesto inutile, perché sapeva che non c’era nulla che meritasse di essere ricordato, ma ugualmente necessario per renderla ancora più consapevole della scelta che stava facendo.
Ci sono momenti in cui ci si deve fermare, in cui bisogna lasciare andare, arrendersi all’evidenza che il mondo in cui si vive non ha possibilità di cambiamento ed è privo di speranza.
Strade, palazzi: tutto era grigio, come i vestiti che indossava. Qualsiasi cosa considerata superflua era stata eliminata. I libri e i dipinti lasciati dai loro antenati erano usati per accendere fuochi. Le statue ridotte in piccoli pezzi per essere usate nella copertura delle strade. Bellezza e cultura erano termini che non erano più usati, banditi come una malattia; il linguaggio era stato limitato all’indispensabile, usando solo ciò che serviva alle mansioni da eseguire.
Arriva il tempo in cui la porta del nostro mondo va chiusa alle spalle, perché la casa che tanto ha ospitato non è più un rifugio, ma una fredda prigione, dove non c’è niente se non sbarre. Una casa fatta di assenza, abitata solo da fantasmi, che smorza la luce e toglie calore, facendo avvizzire la vita.
Fantasmi dal tocco gelido che fermano il cuore.
Fantasmi dalla voce di tomba, che chiamano a scendere con loro nel sepolcro.

“Avevi ragione, Bardo: questa non è vita, ma un adagiarsi in una morte anticipata.”
Il sepolcro è per i morti, non per i vivi. Per i vivi c’è la strada, anche se non si conosce dove porterà; ma dovunque essa conduca, sarà sempre vita.
Shimalya si voltò: davanti a lei c’era la distesa di campi coltivati. Riprese il viaggio con maggiore lena.

Era in cammino da sei giorni e l’ansia cominciava a farsi largo in lei. Non certo per l’acqua e il cibo: essendo ancora nelle aree coltivate, ne trovava in abbondanza. Temeva, anzi ne era convinta, che avessero capito che era fuggita e si fossero messi alla sua ricerca.
“Indietro non ci torno: non voglio più fare la vita di prima.” Si guardò intorno con apprensione, maledicendosi per non aver seguito Bardo quando poteva farlo. “In che direzione ti sei diretto? Non so dove andare, so solo dove non voglio tornare.”
Una colomba passò sopra il suo capo, volando lontano dalla strada; la seguì, mossa da un pensiero irrazionale ma che in un qualche modo sapeva essere giusto. Passò in mezzo ai campi, le spighe di grano che le carezzavano le gambe; la colomba era sempre davanti a lei, come se la stesse guidando.
Shimalya arrivò sulla cima della collina e si fermò: il volatile si era diretto verso la foresta e vi si era addentrato. Bloccata da una forza invisibile, Shimalya fissò il verde delle chiome degli alberi e la fitta penombra che dominava sotto di esse: nessuno si avvicinava alla foresta. Era come se fosse un mondo alieno, un luogo da evitare a tutti i costi. Nessuno sapeva cosa si celava in essa, ma tutti ne avevano paura. Bardo le aveva detto che c’era stato un tempo in cui i loro antenati addirittura vi vivevano.
“Magari è lì che ti sei diretto” pensò Shimalya mentre cercava di tenere a bada l’inquietudine. “E forse ci hai trovato la morte.” Il suo corpo cercò d’istinto di farla allontanare da essa, ma lei lo costrinse a obbedirle. “Meglio la morte, che la vita fatta finora.”
Lentamente cominciò la discesa, la foresta che si faceva sempre più grande, finché non torreggiò su di lei.
Alle volte occorre perdersi per trovare ciò che si cerca.
Shimalya fece un profondo respiro. “Mi sono fidata di te fino adesso, Bardo, e continuerò a farlo.”
S’inoltrò in mezzo agli alberi: la penombra non era così spaventosa come aveva temuto, anzi era qualcosa di piacevole e rilassante. Tutto intorno a lei c’erano profumi e rumori che la avvolgevano in maniera accogliente e piacevole. “Perché abbiamo avuto paura di un luogo simile?” continuava a chiedersi mentre si avventura in quel mondo nuovo.
Spuntò in una radura e lì trovò qualcosa d’inaspettato ad attenderla: una porta. Si avvicinò e la guardò con stupore: se ne stava in piedi in mezzo al nulla, ed era sempre la stessa, che la guardasse da davanti o da dietro. Ci girò intorno, studiandola. “Magari se busso…”.
Stava per mettere in atto il suo pensiero, quando una voce maschile la fermò. «Non verrà nessuno ad aprirla, perché non c’è nessuno dall’altra parte ad attendere. Questa è una porta che può essere vista e aperta da chi è capace di trovare.»
Shimalya si voltò di scatto: ai bordi della radura, seduto su un sasso, un uomo la guardava sorridendo. “Da dove sbuca? Prima non c’era…”
«Bardo mi ha detto che un giorno saresti arrivata, Shimalya.»
«E come faceva a saperlo?»
«Tu eri l’unica, di tutte le persone che conosceva, che non si sarebbe adattata alla vita in cui siete cresciuti, che avrebbe compreso che questo mondo non le sarebbe più bastato perché ormai conosceva tutto quello che aveva da dare. Sapeva che prima o poi avresti ricercato qualcosa di nuovo per continuare a essere viva.»
Shimalya lo guardò titubante. «Anche lui è arrivato qua?»
«Sì.»
«Anche lui ha aperto la porta?»
«Sì.»
Shimalya tornò a fissare la porta. «Che cosa c’è dietro di essa?»
«Quello che stai cercando: un nuovo mondo.»
«Se la varco, potrò raggiungere Bardo?»
«Potresti, ma non te lo consiglio.»
«Perché?»
«Non è ancora il tempo: Bardo è in un mondo cardine, impegnato in una dura lotta e tu non hai ancora l’esperienza per qualcosa del genere.»
«Ma hai detto che dietro la porta c’è…»
«Un nuovo mondo, uno degli infiniti esistenti.» L’uomo si alzò e si diresse verso di lei, aprendo la porta e facendo cenno di seguirla. Sbucarono in un campo dall’erba rosa. «Devi sapere che trovando la porta sei divenuta un’Osservatrice dei Mondi.»
«E questo cosa significa?»
«Che hai trovato quello che volevi. Scoprirai mondi nuovi, li conoscerai e apprenderai le sue storie, così da poterle raccontare nei tuoi viaggi.»
«Perché dovrei farlo?»
«Perché le storie danno la speranza di andare avanti.»
Shimalya seguì l’uomo che si stava dirigendo verso un gruppo di alberi viola galleggianti diversi metri sopra il suolo; dai loro rami pendevano delle scale di corda e tra le fronde scorgeva delle piccole casupole fatte di liane. Non sapeva chi avrebbe incontrato, ma non vedeva l’ora di conoscerlo. Allungò il passo, superando l’uomo: per la prima volta nella sua esistenza si sentiva viva.

Promozione 24-28 novembre

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Dal 24 al 28 novembre, L’Ultimo Demone e Strade Nascoste saranno in promozione sui vari store con uno sconto del 25 %.

On writing

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On writing di Stephen KingOn writing di Stephen King può essere considerato un manuale di scrittura atto ad aiutare chi vuole intraprendere lo stesso percorso dello scrittore statunitense?
Sì e no.
No, se ci si aspetta che vengano rivelati i trucchi e i segreti per costruire un testo che conquisti i lettori e faccia vendere milioni di copie. Se ci si pensa, questa è solo un’illusione, e chi asserisce il contrario probabilmente sta cercando di tirare acqua al suo mulino e spillare dei soldi ai malcapitati che si fanno abbagliare da false promesse: non esistono formule magiche per il successo. E se della scrittura interessa solo questo, allora è meglio lasciare perdere.
Sì, se si è alle prime armi e si vuole conoscere meglio cosa spinge a scrivere e come farlo; chi ha già un po’ di esperienza riconosce la bontà e la veridicità di quanto affermato da King.
On writing si presenta come una lettura scorrevole, dove King racconta un po’ della sua vita, dell’incidente che gli è quasi costato la vita e dà delle dritte utili sul fronte della scrittura: dritte molto semplici, ma essenziali per chi vuol essere scrittore.
Innanzitutto, se si vuole diventare scrittori si devono fare due cose soprattutto: leggere molto e scrivere molto.
Leggere molto e in modo vario aiuta a conoscere stili diversi e capire cosa funziona e cosa non funziona in un testo: non ci vuole un esperto nel comprendere se un testo coinvolge o meno. Anche dai libri scadenti si può imparare, più che da quelli buoni: si evitano di commettere certi errori.
Scrivere molto aiuta a capire cosa usare in un testo per renderlo leggibile e interessante: è in questo modo che si comprende la grande utilità della sintesi (dalla prima stesura occorre eliminare solitamente il 10%). E a questo punto si collega quello dell’ispirazione, che può essere trovata solo se si lavora sodo. King raffigura l’ispirazione come un tizio terra terra, che gli piace stare in cantina, lasciando allo scrittore il lavoro di fatica mentre lui se ne sta in panciolle a fumare sigari, ammirare trofei e ignorando l’autore (o meglio, facendo finta); ma se ci si fa il mazzo, prima o poi questo tizio tirerà fuori il suo sacchetto di magie e comincerà a usarle.
Poi avere un luogo dove scrivere indisturbati, così da poter chiudere la porta e tenere il mondo fuori (inclusi telefoni, cellulari, internet) e poter concentrarsi solo su quello che si vuole scrivere. Avere un ambiente lavorativo sereno aiuta: concentrarsi in un posto dove angosce e interruzioni improvvise e continue sono una costante è molto difficile, se non snervante e debilitante. Provare per credere.
Infine c’è un punto fondamentale che tanti scrittori o aspiranti scrittori, specie in Italia, hanno dimenticato: essere onesti e ricercare la verità. Non importa di quale genere si voglia scrivere, purché sia una propria passione; la si potrà sfumare, diluire, dargli all’apparenza aspetti diversi, ma deve essere qualcosa che appassiona e si ama. Allontanarsi da ciò, preferendo altro per far colpo sugli altri o per arricchirsi, sarebbe un abbaglio. In primis, perché la missione di scrittori consiste nell’individuare la verità all’interno del labirinto di menzogne della vostra storia, non essere tacciati di disonestà intellettuale nel nome del dio denaro (1). Se tanti generi avvizziscono (come successo con il fantasy in Italia) è perché ci sono stati autori ed editori che, invece di scrivere una storia che sentivano propria, hanno plagiato opere che hanno venduto molto, sperando di ricalcare lo stesso successo di fama e di soldi, senza capire che stavano realizzando qualcosa priva di qualsiasi emozione e sincerità di base. Le imitazioni concepite a tavolino non funzionano: è questo che tanti addetti ai lavori dovrebbero mettersi in testa.
Quanto scritto finora è un breve riassunto di On writing e riporta quelli che seconde me sono i punti principali da tenere conto per uno scrittore; certo, c’è anche la padronanza e la conoscenza della grammatica della lingua in cui si scrive, ma questa è una cosa che andrebbe data per scontata se si vuole essere scrittori (ma visto quello che si legge in giro, tanto scontata non è). Ci sono suggerimenti utili, ma la cosa più importante che secondo me King fa capire è che ognuno deve trovare la propria strada di scrittore da solo, la vorando sodo, ascoltando suggerimenti validi quando ci sono, ma evitando di spendere tempo e soldi in corsi o scuole di scrittura creativa, che non servono a evolvere nel percorso che si è scelto.
On writing è un libro che consiglio di leggere perché molto utile per comprendere cosa sia lo scrivere storie; senza contare che ha delle parti davvero divertenti (King sa essere critico e pungente su certe cose in maniera esilarante).

1. On Writing. Stephen King. Pickwick 2017, Pag.147.

Berserk 72-77

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Qualche anno è passato (era l’aprile del 2013) da quando ho scritto l’articolo (1) sul manga Berserk di Kentaro Miura per la rivista Fantasy Magazine e nel frattempo l’autore non è andato molto avanti con la storia; la lentezza del mangaka (ma non è l’unico nel settore) ormai è ben conosciuta e la parentesi dedicata al lavoro non perfettamente riuscito di Gigantomachia non ha certo aiutato nel far progredire le avventure di Gatsu e compagni.
L’opera del mangaka si è sempre ispirata a film o elementi che caratterizzavano un determinato periodo: ne sono stati ottimi esempio i primi volumi del manga, con atmosfere cupe e personaggi che s’ispiravano alla famosa serie di Hellraiser. Come non citare L’armata delle tenebre, dove era evidente che Miura per Gatsu si è ispirato a Ash nella scena in cui si trancia un braccio da solo e poi lo sostituisce con uno artificiale di metallo. Per non parlare di I pirati dei Caraibi, che ha ispirato le avventure per mare di Gatsu deciso a raggiungere l’isola degli Elfi per far tornare sana di mente Caska.
Berserk è sempre stata un’opera di genere fantastico, ambientata in un mondo fatto di regni e castelli che ricorda il periodo rinascimentale, ma tendente prevalentemente all’orrore; seppur rimangano i temi cupi, essi hanno un’impronta meno marcata per lasciare più spazio a un’impronta fantasy che dal numero 47 della serie regolare italiana, pubblicato nell’aprile 2003. Tale data non è un caso, perché è in questo periodo che il fantasy ha un suo boom grazie soprattutto alla trilogia cinematografica di Peter Jackson su Il Signore degli Anelli. Chi ha seguito il manga si è accorto che parte della drammaticità dei primi volumi è andata perduta; l’elfo Pak è diventato sempre più elemento comico e di alleggerimento delle varie situazioni, mentre gli scontri, seppur ardui e con un prezzo da pagare, sono apparsi meno ardui e disperati: l’unico in cui Gatsu è parso davvero in difficoltà è quando si è scontrato Gurnbeld, elemento della nuova Squadra dei Falchi (Gatsu, privo di armatura, era già provato dall’incontro/scontro con un membro della Mano di Dio), ma niente a che vedere comunque con quelli del Conte Lumacone o di Lucine. Se la storia ha perso forza rispetto alla prima parte, c’è però da dire che i disegni si sono fatti ancora più curati, dettagli e belli: un vero e proprio spettacolo per gli occhi.
Copertina di Berserk n.77 di Kentaro MiuraCom’è andata avanti la storia di Berserk dopo la scrittura di quegli articoli, che comprendevano l’intero arco narrativo fino al numero 72?
Dopo la sconfitta del Dio del Mare grazie all’iuto delle sirene, Gatsu e i suoi compagni (Caska, Silke, Farnese, Serpico, Pak, Ibarella, Isidoro, Isma, Roderick, Magnifico, continuano il loro viaggio per mare per raggiungere l’isola del re degli elfi. Nel mentre, Rickert giunge assieme a Erika a Windom: la capitale è rinata, raggiungendo una magnificenza e una ricchezza mai avute prima; senza contare che popoli prima in lotta tra loro ora convivono pacificamente. La luce di Falconia, il nuovo regno creato da Grifis, è grande, ma è altrettanto grande l’ombra che si cela in essa. Dinanzi alla scoperta di essa, Rickert si rende conto di ciò che ha fatto l’uomo che ha tanto ammirato, del perché abbia sacrificato la vecchia Squadra dei Falchi, e si rende conto che non è più quello che vuole seguire, anche se non riesce a odiarlo come fa Gatsu. Il rifiuto a restare ha però delle conseguenze: coloro che servono Grifis decidono di eliminarlo. Un intervento di qualcuno un tempo nemico evita il peggio e Rickert ed Erika, con i nuovi alleati, fuggono da Falconia diretti verso il villaggio segreto dei Barkilaka.
Nel frattempo Gatsu e il suo gruppo raggiungono l’isola degli elfi, trovandosi fin da subito a combatter con i suoi guardiani, spaventapasseri armati di falci, zucche zannute e fantocci di vimini. Lo scontro è duro, ma non impari e l’intervento di Shilke fa venire fuori chi guida gli artefatti animati: delle streghe come lei. Come si scopre, l’isola, oltre che la nazione degli elfi e di altre creature magiche, è anche il luogo dove vivono streghe e stregoni, preposti alla sua difesa. Uno dei Venerabili Maestri li accoglie e li informa del Grido del Mondo Spirituale, causato dal Falco di luce che sta distruggendo i sigilli terrestri, ovvero i Boschi degli Spiriti, luoghi dove colossali alberi crescono affondando le loro radici spirituali nell’Albero del Mondo, ostacolandone la crescita e impedendo che i suoi rami raggiungano il mondo reale; è così che si scopre la ragione dell’attacco alla casa di Flora, dove la maestra di Silke ha trovato la morte e Gatsu si è scontrato con la nuova Squadra dei Falchi. Distruggendo i sigilli, il Falco ha aumentato la forza dell’Albero che alterato la realtà: in cielo è sempre possibile vedere dei rami protesi, che altro non sono che quelli del leggendario Albero del Mondo che unisce paradiso, terra e inferi. Le sue azioni hanno creato una Strada del Drago, una gigantesca spaccatura che attraversa in profondità il mondo reale e spirituale e che conduce nelle profondità del mondo degli spiriti, ripristinando l’antico caos. Tutto questo perché il sogno di avere un suo regno, anzi di creare un unico regno, diventi realtà.
Come si evolveranno le vicende dopo l’incontro con il sovrano degli elfi lo si vedrà nei prossimi numeri, ma non mi sento di escludere che l’isola, dove cresce uno dei maggiori Boschi degli Spiriti, venga presa d’assedio dalle forze di Grifis e si arrivi a una sanguinosa battaglia tra Apostoli e Maghi, nonché un confronto tra Grifis e Gatsu. Una cosa che se avverrà, non sarà certo a breve, vista la modalità con cui lavora Miura.

1.
http://www.fantasymagazine.it/rubriche/18849/la-bonta-di-un-opera-non-sta-solo-nell-orig/

http://www.fantasymagazine.it/rubriche/18857/la-bonta-di-un-opera-non-sta-solo-nell-orig/

http://www.fantasymagazine.it/18858/la-bonta-di-un-opera-non-sta-solo-nell-originalita-berserk-34

http://www.fantasymagazine.it/rubriche/18859/la-bonta-di-un-opera-non-sta-solo-nell-orig/

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