Jonathan Livingston e il Vangelo

Jonathan Livingston e il Vangelo

L’Ultimo Demone

L'Ultimo Demone

L’Ultimo Potere

L'Ultimo Potere

Strade Nascoste

Strade Nascoste

Inferno e Paradiso (racconto)

Non Siete Intoccabili (romanzo)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

365 storie d'amore

L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

365 racconti di Natale

Il magazzino dei mondi 2

Il magazzino dei mondi 2

365 racconti d’estate

Il magazzino dei mondi 2

Wikio vote

http://www.wikio.it

ottobre: 2017
L M M G V S D
« Set    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Archivio

Brîsa ciapér pr al cûl 10

No Gravatar

Ormai è palese che in questa società si voglia sfruttare chiunque, in qualsiasi luogo e contesto. Sembrava un’esagerazione quando scrivevo che si vuole che la gente lavori gratis, quasi un voler tornare ai tempi della schiavitù. Eppure, sempre più ci sono prove che dimostrano che quanto detto non sia un’esagerazione.
L’ultima in ordine di tempo è l’alternanza scuola/lavoro. Secondo il ministro Fedeli questo mezzo è “un’innovazione didattica importante. Uno strumento che offre agli studenti la possibilità di acquisire competenze trasversali e di orientarsi con più consapevolezza per il futuro di studi e lavoro”.
Ma che competenza e orientamento possono nascere nel lavorare gratis da sguattero per McDonalds?
L’unica cosa utile ce l’ha l’impresa, che ha manodopera praticamente gratuita, vedendo realizzato il sogno degli imprenditori: avere lavoratori che non costano nulla. Infatti alla fine verrà dato qualche credito allo studente che ha lavorato per lei.
Si vuole degradare lo studio a manodopera di basso costo per favorire (come sempre) enti, privati e impresi.
Sfruttamento. Sfruttamento. Sfruttamento
Che percorso può fare uno studente lì dentro? Che cosa può apprendere a parte pulire i tavoli e cuocere cibi già pronti?
Questa è l’istruzione che si vuole dare in futuro? Un’istruzione sempre più scadente e limitata?
Allora è vero che vogliono dare meno conoscenza e mezzi per pensare ai ragazzi, creando gente più ignorante e di conseguenza più manipolabile e controllabile.
Non se ne può più di queste continue prese in giro. Anzi, sono peggio che prese in giro perché non fanno altro che degradare e peggiorare la vita delle persone, dimostrano la considerazione che si hanno digli individui: meri oggetti da usare indiscriminatamente.
Chi pensa e decide queste cose dovrebbe essere licenziato in tronco, ricordandogli una cosa importante: il lavoro va sempre pagato. Senza distinzioni di sesso, età e nazionalità.
E, come sempre, Brîsa ciapér pr al cûl!

Un tempo per ogni cosa

No Gravatar

Un tempo per ogni cosa è un racconto con il quale ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 103 del sito Writer’s Dream.

Sento il cuore che pompa con forza, il sudore che scivola sulla fronte, finendomi su un occhio. Ansimo mentre accosto e mi fermo oltre la linea bianca della strada. Prendo la borraccia e bevo: piccoli e lenti sorsi, perché se bevo troppo e troppo velocemente alle volte arriva una stretta all’altezza dello sterno, come se ci fosse una mano invisibile che vuole chiudere il passaggio dell’acqua; una sensazione che dura poco, un paio di secondi, ma abbastanza da essere sgradevole.
Alzo lo sguardo: mancano una cinquantina di metri alla cima. Il tratto con pendenza maggiore, come se la salita non fosse stata già abbastanza dura di suo: ha cominciato a tirare da subito e non ha mai dato tregua, aumentando sempre più la sua ripidità.
Lascio andare un lungo sospiro: coraggio, devo ripartire. Spingo sui pedali, riprendendo a muovermi. Le ruote girano lentamente mentre sbuffo; ha davvero ragione quello che cantava Ma quanto è dura la salitaaaa…chissà se gli è venuto in mente mentre andava in bicicletta…com’è pure che si chiamava? Il nome mi sfugge…eppure è uno famoso… provo a pensarci ma niente; pazienza, guarderò su Google quando tornerò a casa.
Faccio un ultimo sforzo e raggiungo la cima. Guardo l’orologio: ci ho messo venti minuti a percorrere il tratto. Certo, ci avrei messo meno se avessi potuto fare dei fuori sella, ma il mio ginocchio non me l’avrebbe perdonato.
Ehi, sei per caso impazzito? Non sei più un giovincello per fare queste robe: lo sai bene che sono acciaccato e non posso sopportare certi sforzi. Ma tu a me non badi, pensi solo fare il fenomeno. Continua così e una di queste volte ti lascio a piedi; dopo sono cazzi tuoi.
In fondo non ha tutti i torti, non ho avuto molto riguardo per lui: anche quando mi lanciava dei segnali, non ci badavo.
Supero l’ultima curva e il paesaggio fatto di campi e colline mi si apre davanti. La strada ora scende in un susseguirsi di curve a gomito. Inizio la discesa, ma vado giù con i freni tirati: sudato come sono, non vorrei andando troppo veloce prendermi un colpo d’aria. Per questo, oltre alla tuta, mi sono messo anche una giacchetta leggera proprio per prevenirli.
Sarà meglio, perché se non mi tratti con i dovuti riguardi, lo sai che poi comincio ad andare come un fosso. E tu dopo sei nella merda. Letteralmente.
Non posso dare torto al mio intestino. Inoltre non mi diverto più a scendere come un matto lungo le discese, gobbando come un porco a ogni curva. Anzi, dopo aver visto un mio amico investito mentre sfrecciava in discesa, devo ammettere che la velocità mi spaventa.
Mollo i freni: ho raggiunto la pianura. Riprendo a pedalare, ma senza fretta. Oggi è una bellissima e luminosa giornata d’autunno: querce e faggi sono accesi di mille sfumature di giallo e di rosso. Il verde degli abeti sembra risplendere ancora di più. In cielo sottili nubi bianche veleggiano sfiorando la cima delle montagne in lontananza. Lungo il marciapiede ci sono i frutti caduti degli ippocastani.
Due caprioli, una madre e il suo piccolo, attraversano la strada. Si fermano in mezzo al campo alla mia sinistra, fissandomi come se fossi un animale strano. Non posso dire che non abbiano ragione: con il casco sembro l’Alien di Ridley Scott.
Osservo il loro allontanarsi mentre un gruppo di cinque ciclisti mi supera di slancio. Qualche anno fa la mia indole competitiva mi avrebbe spinto a mettermi sulla loro scia come un lupo che insegue la preda; ora li lascio andare per la loro strada. Proseguo al mio ritmo tranquillo, fermandomi ogni tanto a scattare qualche foto al paesaggio.
«Passa!»
«Ma che cazzo di lancio fai!»
«Dovevi scattare prima!»
Possono passare gli anni, gli interpreti, ma certe cose non cambiano mai. Imbocco la strada sterrata e raggiungo il parco antistante al campo di calcio: là un gruppo di giovani in pantaloncini e a torso nudo corre dietro a un pallone. Non è una giornata fredda, anzi, però stare in quel modo mi pare eccessivo. Sorrido. Si vede che non sono più quello di una volta. anch’io alla loro età facevo lo stesso. Forse era un po’ narciso, forse un po’ esibizionista, ma mi piaceva sentire il sole sulla pelle; soprattutto mi facevano piacere i complimenti.
Ma chi cazzo sei? Robocop?
Questa era la battuta che partiva quando mi toglievo la maglietta: le ore di palestra mi avevano fatto saltare fuori un bel paio di pettorali. E questo lo notavano anche le ragazze che venivano a vederci; eccome se lo notavano. I loro sguardi erano molto eloquenti e questo non poteva che farmi piacere. Qualche anno dopo non sarebbe stata la stessa cosa, dato che mi accorsi che di me vedevano solo quello: non era bello essere considerato un uomo oggetto.
Appoggio la bici a un albero, mi sfilo in casco e mi siedo sulla panchina più vicina; una decina di metri più in là dalla mia ce n’è un’altra con sopra un paio di vecchietti che guardano con la bocca storta i giovani.
«Proprio una bella roba!»
«Un’indecenza! Se ne stanno sotto il sole tutti svestiti, come se fossero dei maiali!»
«Ma sono dei maiali! Guarda come si mettono in mostra per quelle quattro poco di buono là!»
Volgo lo sguardo verso le gradinate una ventina di metri più in là: un gruppetto di ragazze ridacchia mentre si fanno vedere qualcosa sugli smartphone.
«Dio li fa, poi li accoppia! Guarda come sono vestite!»
«Che schifo! Ai miei tempi non si vedeva nemmeno la pelle della caviglia!»
Osservo meglio, ma non vedo nulla di strano: si vestono come ragazze della loro età. Sorrido davanti alla scena dei due vecchietti inviperiti: il tipico comportamento di chi disprezza qualcosa perché non lo può avere.
«Troie!» sbotta più forte del normale uno dei due.
Una ragazza alza lo sguardo dal cellulare e guarda a disagio i due; vedo che vorrebbe ribattere, ma lascia perdere.
«Hai visto quello che è arrivato adesso? Cosa viene a fare qui?»
«Te lo dico io: quelli che vengono qui sono o busoni o pedofili.»
«State parlando per caso di voi stessi?» dico candidamente voltandomi verso di loro.
Serrano la bocca come se avessero ingoiato un moscone. Poi si alzano in piedi scatto e si avviano verso la strada, non prima però di avermi lanciato un’occhiata di traverso; li saluto agitando una mano e sfoggiando il mio più smagliante sorriso da presa per il culo.
Faccio per tirare fuori il libro che ho nella tasca della giacca, ma vedo la ragazza che si era voltata verso i due avvicinarsi.
«Cosa ha detto a quei vecchiacci? Nessuno riesce mai a farli stare zitti.»
«Ho usato la loro stessa moneta.»
«Io non avrei avuto il coraggio di farlo.»
Avrà circa quindici anni. «Nemmeno io lo avevo alla tua età. Ma il bello della mia età è che te ne freghi di molte cose; soprattutto dai agli altri quello che si meritano, senza farti troppi scrupoli.»
«Forte…» volge lo sguardo verso la mia due ruote. «Le piace andare in bici?»
«Mi rilassa.»
Mi guarda per niente convinta. «Non è faticosa?»
«Alle volte: è un po’ come la vita.»
«Ah» fa perplessa: so che le sfugge il senso delle mie parole. E che le sfuggirà ancora per degli anni; ma con il tempo le comprenderà. «Ora la saluto: torno dalle mie amiche.»
«Ciao.»
Apro il libro, ma non comincio a leggere: penso alla vita e alle sue età. La fanciullezza con i suoi sogni. La gioventù con la sua carica d’energia. L’età adulta con la maturità acquisita dalle esperienze. La vecchiaia con il suo non dover più dimostrare niente a nessuno.
Alzo gli occhi e guardo i giovani: una volta stare in panchina e guardare gli altri giocare mi avrebbe fatto soffrire. Ora è qualcosa di confortante, perché capisco che c’è un tempo per ogni cosa. Non è poi così male non avere così tante energie da buttare via, perché ci si focalizza su ciò che è davvero importante. Sorrido mentre inizio a leggere: non tutto ciò che si perde è un male.

Marvels

No Gravatar

Marvels – L’Era degli Eroi, l'opera fumettistisca scritta da Kurt Busiek e disegnata da Alex RossIn questi ultimi tempi pare che il fumetto stia venendo rivalutato; tuttavia il cambiamento è lento e i pregiudizi sono duri a morire, specialmente quando si tratta del genere fantastico e supereroistico. Eppure, negli anni di opere che hanno dimostrato quanto questo tipo di narrazione possa essere profonda e di spessore ce ne sono state. Una di queste è Marvels – L’Era degli Eroi, scritta da Kurt Busiek e disegnata da Alex Ross. In quest’opera che confonde realtà e fantasia, i supereroi ci sono ma rimangono sullo sfondo, con protagonisti le persone comuni e le loro reazioni dinanzi a qualcosa di fuori dal comune, terrificante e meraviglioso: le Meraviglie (Marvels), come le chiama il fotografo Phil Sheldon. È attraverso di lui che vengono riportate le reazioni delle persone dinanzi alla comparsa dei supereroi; negli anni della sua carriera in ambito giornalistico vengono mostrati i sentimenti della gente comune dinanzi a qualcosa che va oltre il razionale. Dalla comparsa della prima Torcia Umana e quella di Namor agli X-Men, dai Fantastici Quattro a Capitan America e i Vendicatori, da Silver Surfer e Galactus a Spider-Man, Phil prova emozioni controverse: stupore, ammirazione, paura. Soprattutto però prova un senso di solitudine dinanzi a esseri viventi che non vengono compresi, ma che sono spesso accusati, perseguitati e costretti a vivere in solitudine per la loro diversità. Nello sguardo critico, che si fa però anche coinvolgere, di Phil non c’è l’epicità, l’esaltazione, delle imprese eroiche che spesso si crede di dover incontrare nei fumetti di supereroi: c’è spesso amarezza, delusione, per come il mondo agisce contro individui che non hanno avuta scelta, vuoi per nascita (Namor, la Torcia Umana, i Mutanti), vuoi per strani giochi del destino (Spider-man). Ma c’è anche paura che la sua famiglia venga coinvolta dalle lotte cui devono far fronte i supereroi o subisca la follia e l’isteria della gente impegnata a dare la caccia al diverso, come quando ospitano una bambina mutante.
Marvels, anche se appartiene al genere fantastico, è una storia che parla del reale; proprio per questo come disegnatore è stato scelto Alex Ross, famoso per il suo tratto iperrealistico. Con una gran cura per i dettagli, Ross per le sue tavole spesso ha fatto uso di persone per rendere al meglio i ritratti dei personaggi di Marvels, per riuscire a trasmettere l’umanità che si cela dietro una storia fantastica. Ma non è solo questo: mostra anche il cambiamento dei tempi, dato che la storia copre un arco di alcuni decenni. Si passa così dagli eroi che aiutano l’esercito americano a combattere i nemici della Seconda Guerra Mondiale (quindi visti come salvatori e liberatori), agli eroi caduti dal piedistallo, visti come a minaccia, che mostrano limiti e debolezze, segnando così la fine di un’innocenza che li voleva vedere perfetti e sempre vincitori.
Se a questo si aggiunge che le vicende di Phil Sheldon sono inserite perfettamente in storie realmente pubblicate dei supereroi, non si può non costatare che Marvels è una lettura davvero di spessore e che merita di essere fatta.

Essere ghianda

No Gravatar

È bello
Essere ghianda.
Non avere pensieri
Non avere preoccupazioni
Non avere incombenze.
Vivere senza badare al tempo
Limitandosi a crescere
Con calma
Senza pressioni.
E quando giunge il momento
Lasciarsi andare
E cadere in un volo veloce
Verso una fine
Che sarà un inizio.

essere ghianda

Promozione d'ottobre

No Gravatar

Per tutto il mese di ottobre Strade Nascoste, L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone e Jonathan Livingston e il Vangelo saranno in promozione sugli store con uno sconto del 50%, ovvero potranno essere acquistati a 0.99 E anziché 1.99 E.

L'umiliazione di un padre

No Gravatar

Racconto che ho scritto per il contest Mezzogiorno d’Inchiostro 102 di Writer’s Dream con tema L’umiliazione.

«Papà, quando mi compri il nuovo smartphone?»
«Se vai bene a scuola, allora ci penseremo.»
«Ho la sufficienza in tutte le materie.»
«La sufficienza non basta: devi avere almeno sette in tutte le materie. Se alla fine dell’anno scolastico avrai ottenuto questo risultato, allora vedremo di prendere lo smartphone.»
«La fine dell’anno scolastico?! Ma dovrò aspettare dei mesi!»
«Le cose bisogna guadagnarsele.»
«Ma ai miei amici i loro genitori l’hanno già comprato!»
«Loro fanno in un modo, io un altro.»
«Ma…»
«Niente ma: questo è quanto.»
Vidi Matteo fremere stizzito, i pugni chiusi, le labbra serrate. Fece per voltarsi e lasciare la stanza, ma poi ci ripensò. «La tua è una scusa perché non hai soldi per comprarlo.»
“Prima o poi l’argomento sarebbe stato toccato: Matteo non è uno stupido. Certo non occorre un genio per capire che la situazione è cambiata: è fin troppo chiaro.” Posai gli attrezzi con cui stavo riparando il lavandino e mi voltai a guardarlo negli occhi. «È vero, in questo periodo i soldi sono meno e quelli che ci sono servono per l’indispensabile: bollette, spese per la casa, la scuola, l’auto. Non ne rimangono per altro.»
«E tutto perché hai perso il lavoro.» Le parole di Matteo erano un’accusa spietata.
«Sì.» Non era bello da dire a voce alta, ma questa era la realtà.
«Allora trovane un altro!» La rabbia di mio figlio era appena trattenuta.
Capivo il suo stato d’animo: stare in mezzo a ragazzi con possibilità economiche migliori, essere quello che ha meno degli altri, può essere umiliante. E quando si ha a che fare con figli di papà che non si fanno scrupolo di farlo notare in continuazione, può esserlo ancora di più. Per questo ho sempre avuto remore nell’avere figli: non volevo che ripetessero la mia stessa esperienza. Nella mia famiglia d’origine solo mio padre lavorava, ma i miei non mi hanno mai fatto mancare l’indispensabile; anch’io avrei voluto di più, ma capivo che di più non potevano fare. Non lo capivano invece quelli con cui andavo a scuola, abituati ad avere tutto quello che chiedevano: per questo le denigrazioni e le prese in giro erano una costante. L’adolescenza può essere tante cose: l’età dei sogni e delle speranze, ma anche il periodo in cui si è più bastardi e crudeli. E oltre a umiliare, la bastardaggine può ferire in modi che segnano a lungo, lasciandoti diffidente e sfiduciato verso gli altri e il mondo.
Quando ho conosciuto Anna, vedendo che avevamo la stessa visione della vita, ho pensato che i miei timori potevano essere superati, che la storia non si ripetesse. Ci siamo impegnati perché a Matteo non mancasse nulla; ci abbiamo provato con tutta la nostra buona volontà. Ma spesso la vita se ne frega della buona volontà; soprattutto se ne fregano gli altri. In un mondo dove contano la riuscita, il prevalere e il prevaricare, il crescere un figlio perché diventi un individuo equilibrato, che sappia stare in piedi da solo e pensare con la propria testa, è qualcosa di molto difficile. Sarebbe più semplice dargli tutto quello che vuole come fanno in tanti, ma sarebbe uno sbaglio, perché non gli si fa capire il senso della conquista, della responsabilità; non gli si insegna il senso della vita, come affrontarla, come resistere ai suoi colpi, a tenere duro e a rialzarsi quando ti sbatte per terra. Non è facile far comprendere questi valori a chi è giovane, specie se ha a che fare con coetanei che simili valori non hanno avuto.
«Non è così semplice trovarlo.»
Come trovare le parole giuste senza che sembrino delle scuse?
La crisi ha portato la perdita di molti posti di lavoro e le politiche dei governi non hanno certo agevolato a creare nuova occupazione. Quando ero giovane, chi era alle prime armi come me faceva fatica a trovare un’occupazione perché le ditte cercavano lavoratori con anni d’esperienza; ora che sono vicino a cinquant’anni e ho accumulato esperienza, essa è diventata inutile, perché le ditte cercano giovani sotto i ventotto anni, visto che costano meno con le agevolazioni.
Con il senno di poi, avrei dovuto finire l’università; magari con una laurea avrei avuto maggiori sbocchi, soprattutto all’estero. Invece ho preferito lasciare gli studi e andare a lavorare: non sopportavo l’idea di farmi il mazzo e vedermi passare davanti della gente che aveva raccomandazioni o i cui genitori erano amici dei professori. Era una cosa che mi faceva incazzare: valere più di loro, sapere le cose meglio di loro e non avere i loro voti era qualcosa che mi faceva andare fuori di testa. Senza contare che protestare non sarebbe servito a nulla: la moltitudine dava il suo assenso silenzioso perché fare diversamente avrebbe portato solo a derisioni, a passare per invidiosi, nella migliore delle ipotesi; nella peggiore si sarebbe avuto la vita impossibile perché, anche se la verità era sotto gli occhi di tutti, non bisognava dirla. Tanti la pensavano come me, ma nessuno osava fare nulla, preferendo subire, cercando di tirare avanti alla meno peggio. La rassegnazione, il lasciar fare, quando in mano si avevano tutte le carte per cambiare la situazione, erano cose che non digerivo: per me erano uno sminuire il valore di una persona. Potevamo essere un fronte compatto se ci fossimo uniti: saremmo stati una forza non indifferente, che poteva essere ascoltata. Invece, tutti hanno preferito non combattere; hanno perso senza nemmeno giocare. Visto questo modo di fare, ho lasciato l’università disgustato. Ma mi sono sempre portato dietro un senso di sconfitta, di aver mancato l’occasione di poter fare qualcosa se mi fossi battuto.
Così è stato anche quando ho perso il lavoro.
Avevamo le prove che la ditta giocava sporco, faceva mobbing sulle persone di cui si voleva sbarazzare per ridurre i costi: potevamo agire, cambiare la situazione. Ma i miei colleghi erano rassegnati, hanno subito senza alzare la testa: non si sono voluti unire, non hanno voluto fare causa alla dirigenza per non avere grane, per continuare ad avere la vita tranquilla, convinti che tanto si sarebbe trovato un altro posto di lavoro. Così ci hanno sbattuto fuori come cani bastonati, lasciati a noi stessi perché anche il sindacato se n’è fregato visto che subivamo senza fare nulla. Avremmo potuto far valere i nostri diritti e avere ancora un lavoro; invece nessuno di quelli licenziati da allora ne ha più trovato uno.
“E adesso sono qui, un disoccupato ormai non più giovane che cerca di far ragionare un giovane arrabbiato perché non può essere come gli altri.”
«Beh, cerca di darti da fare!» Matteo aprì la porta, mandandola a sbattere contro il muro. «Non mi va di farmi prendere per il culo per colpa tua!» Si fermò nel corridoio. «Hanno ragione gli altri: non è bello essere figlio di un fallito» sibilò prima di scendere le scale.
Come spiegare al proprio figlio che ci sono cose più importanti dei soldi, che la vita è molto di più di quello che può comprare il denaro? Chi non passa attraverso questa esperienza non sa che boccone amaro è non riuscire a comunicare con lui, non trovare le parole perché eviti certi sbagli e comprenda determinate realtà. Non è facile accettare che i discorsi alle volte non servono, che solo vivendole personalmente si posso comprendere certe lezioni, perché l’esperienza non può essere trasmessa, ma solo acquisita vivendola. Anche se lo si desidera, non gli si possono evitare sofferenze e amarezze, non lo si può proteggere dal peggio che c’è nel mondo.
Questa, di tutte le esperienze affrontate, è la più dura da accettare. E solo un padre può capire quanto è umiliante.

Colpa

No Gravatar

Cosa…avevo fatto al mio cane?
Avrei dovuto giocare più con lui.
Avrei dovuto portarlo più spesso a passeggiare.
Avrei dovuto fargli respirare di più l’odore dei guardrail, dei cordoli e dei pali elettrici…fino a stancarsi e tirarlo…con la forza….
Avrei dovuto volergli bene senza paura…

Questi sono i pensieri di Okutsu, un personaggio di Il cane che guarda le stelle di Takashi Murakami, quando ritorna a pensare al cane che ha avuto da giovane, nati soprattutto al momento della sua morte. Chi non ha vissuto con un cane, non ha passato del tempo con lui, non è stato legato a lui, difficilmente può comprendere i sentimenti che si provano alla sua scomparsa, ma anche quando sta male, quando non si può passare con lui il tempo che meriterebbe.
I cani ci amano in modo sincero, da farci quasi sentire in colpa, è scritto sulla quarta di copertina riprendendo una frase del manga: questa è una cosa vera. Spesso ci si trova a sentirsi in colpa per non esserci quanto si vorrebbe, per non essere riusciti a fare di più per lui.
Ho affrontato questa tematica anni fa in un brano di Non siete intoccabili: il romanzo non era abbastanza maturo per sviluppare a dovere la trama che avevo intenzione di narrare (sarebbe maturato dopo la stesura di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone) e quindi molte parti sono state revisionate e riscritte. Tuttavia ce ne sono alcune che sono state mantenute: quella che segue è una di quelle.

Il viaggio durò tutto il pomeriggio e la sera scese presto, trovandoli ancora sulla strada.
«Ci dobbiamo fermare» disse dopo un lungo mutismo Mark.
«Perché?» chiese Masha colta alla sprovvista.
Mark indicò una spia sul cruscotto. «L’acqua del radiatore.»
«Un guasto?» Masha si mosse a disagio sul sedile.
«Te lo saprò dire fra due minuti.»
Immessosi nella corsia d’emergenza, Mark attivò le quattro frecce e scese a controllare. Con il cofano sollevato, Masha non riusciva a vedere nulla, ma non se la sentì di scendere e guardare.
Trascorsero pochi attimi. Il cofano si richiuse e Mark tornò a bordo.
«Allora?» chiese ansiosa.
«Nulla di grave: il livello dell’acqua è basso. Occorre aggiungerne un po’.» Mark tolse il freno a mano e ripartì.
Un cartellone pubblicitario sfrecciò alla loro destra.
«Il prossimo autogrill è fra quaranta chilometri. Come facciamo?» fece notare Masha preoccupata.
Mark azionò la freccia direzionale. «Prendiamo quest’uscita e ci dirigiamo verso quel gruppo di luci. Forse troveremo quel che ci serve.»
La rampa li condusse in un lungo viale alberato dove i pioppi si alternavano ai lampioni. Ampi spazi aperti si scorgevano ai lati delle corsie.
Il gruppo d’abitazioni, non più di una decina di piccole palazzine, comparve dietro la curva. Solo quando entrarono nel piazzale del parcheggio, si accorsero del boschetto che cresceva alle sue spalle. A parte la bolla di luce in cui si trovavano, tutto il resto era tenebra. L’autostrada da poco lasciata non era altro che rumori indistinti e lontani.
Si guardarono intorno, notando che erano gli unici nei paraggi.
Masha fissò l’insegna presente su una delle palazzine, non riuscendo a distinguere la scritta a causa della nebbia. «E adesso? Dove la troviamo l’acqua? E soprattutto dove la mettiamo?»
«Quella bottiglia di plastica lì per terra è perfetta. E per trovare il resto, potremmo provare là.» Indicò la porta a vetri sotto l’insegna. «È una clinica veterinaria. Avranno sicuramente dell’acqua.»
«Ma sarà aperta?»
Dalla clinica uscì un uomo che tra le braccia trasportava un grosso fagotto avvolto in un sacco nero del pattume; lentamente raggiunse l’auto parcheggiata in fondo al piazzale. Sostenendo con una sola mano il peso, aprì il bagagliaio e con cura adagiò quanto aveva trasportato.
«Direi di sì» disse Mark. «Vai tu: faccio fare due passi al cane.»
«Ok.»
Mark la osservò mentre scompariva all’interno dell’edificio, riportando poi la sua attenzione sull’altro uomo nel parcheggio. “È l’individuo che quel branco di balordi voleva pestare.” Rimase a guardare mentre sistemava il bagaglio all’interno dell’auto, cercando di dargli la migliore sistemazione possibile. Solo allora si accorse che in un angolo del bagagliaio era riposto un coniglio di peluche, spostato poi mestamente vicino al sacco nero. Ogni azione era fatta con garbo e gentilezza, o forse era dovuta alla stanchezza che traspariva dallo sguardo dell’uomo. Quale che fosse lo stato delle cose, in quell’angolo di parcheggio si respirava un’atmosfera fatta di commiato triste e ineluttabile. Sotto cieche stelle risuonavano un dolore e una tristezza che ammutolivano bocca e mente, facendo chinare il capo in segno di rispetto.
Mark abbassò lo sguardo, osservando il cucciolo che fissava intensamente la scena. L’animale volse il muso verso di lui per qualche istante prima di riportare l’attenzione sull’altro uomo.
«Salve.» Mark ruppe il silenzio avvicinandosi all’uomo. «Serata uggiosa.»
Il corpo dell’altro ebbe un guizzo per la sorpresa. «Già, non è delle migliori.» Rimase a fissare con sguardo vuoto il vano dell’auto.
Mark seguì la direzione dei suoi occhi, anche se non ce n’era bisogno: aveva capito quello che era successo non appena l’altro era uscito dalla clinica. «È stato qualcosa d’improvviso, non è vero?»
«Già.» C’era tristezza e rimorso nelle parole dell’uomo. «Pancreatite fulminante» disse a fatica. «Tutto sembrava come sempre: le passeggiate, i giochi. Poi ha preso a mangiare meno e a bere sempre di più; ha perso peso. Dopo ha cominciato a rigettare tutto quello che mandava giù.»
Era chiaro che gli faceva male parlarne, ma continuò. «L’ho portato in clinica per farlo visitare ed è stato subito ricoverato per la patologia riscontrata dagli esami. Lui non voleva restare, voleva tornare a casa: non è mai stato lontano da noi, c’era sempre qualcuno della famiglia con lui. Si sentiva abbandonato, glielo leggevo negli occhi, ma non potevo fare diversamente. Anche se mi si spezzava il cuore, lo facevo perché si salvasse. Credevo di fare la cosa giusta, che con la corretta cura poteva tutto tornare come prima. Credevo di stare facendo tutto il possibile per il suo bene, invece mi sbagliavo.» Un groppo alla gola lo costrinse a interrompere il discorso; prese alcuni respiri profondi per calmarsi. «Tutte le sere negli orari di visita andavo a trovarlo e stavo con lui il tempo che era consentito. Era uno strazio vederlo sdraiato in quel piccolo vano dietro la rete metallica assieme ai macchinari per monitorare e immettere nell’organismo le sostanze per curarlo. Per buona parte del tempo non mi riconosceva, lo vedevo nei suoi occhi da sedato, ma quando i calmanti finivano il loro effetto ritornava in sé e si metteva a uggiolare, lamentandosi in continuazione. Sembrava continuamente dirmi “portami a casa, portami a casa”, ma io non potevo farlo, perché portarlo a casa sarebbe significato farlo morire di sicuro. Io avevo ancora speranza.» Strinse i pugni impotente. «Mi hanno telefonato questa sera dicendo che non era riuscito a superare una crisi cardiaca sopravvenuta a causa di uno scompenso.» Chiuse gli occhi. «Lui sapeva che stava morendo e l’unica cosa che voleva era tornare a casa e morire vicino alla sua famiglia. Non l’ho capito. Non l’ho voluto capire, aggrappato alla mia speranza. Così è morto, magari anche ammazzato, in un luogo estraneo, in compagnia d’estranei, abbandonato. Ora so cosa si prova a tradire qualcuno.»
«Non avresti potuto far nulla per salvarlo. So che è uno strazio vedere il proprio cane soffrire in quella maniera: ci si sente morire dentro e la cosa che non ci si riesce a perdonare è l’impotenza di fronte agli eventi. Purtroppo è il prezzo di essere solo uomini» disse Mark a voce bassa.
L’uomo fece cenno di sì.
«Gli piacevano i conigli.» Mark abbozzò un sorriso indicando il peluche.
«Erano i suoi preferiti. Gliel’avevo portato pensando che così non si sentisse abbandonato, che sapesse che gli eravamo vicini.» L’uomo sospirò stancamente. «Adorava osservare i conigli che stavano nei prati vicini a casa: sarebbe rimasto a guardarli per ore. Non ha mai fatto del male a uno solo di loro, anzi una volta s’è preso un morso sul naso da una femmina perché era andato a guardare la sua cucciolata.» Per un attimo nel suo sguardo comparve un sorriso. «La sera prima che lo portassi in clinica è rimasto a fissarli diversamente dal solito, come sapesse che non li avrebbe più rivisti.»
Mark sentì il cucciolo appoggiargli una zampa sul piede: chinandosi, lo prese in braccio, mentre i loro sguardi s’incontrarono per un’ultima volta.
«Tieni.» Porse il cane all’uomo. «L’ho trovato per strada, in cerca di qualcuno: penso che tu sia la persona adatta.» Osservò mentre l’altro titubante lo prendeva. «Non dimenticherai la perdita, certe cose non si dimenticano, ma supererai questo periodo: lui saprà esserti d’aiuto, vedrai.»
L’uomo guardò il cucciolo, accarezzandogli il pelo della schiena. «È un animale stupendo; somiglia un po’ a un lupo.»
Mark sorrise. «Forse in lui c’è un po’ del suo spirito.»
L’uomo gli porse una mano. «Grazie di tutto.»
Mark gliela strinse. «Grazie a te per occuparti di lui.» Con un ultimo cenno di saluto si accomiatò.
«Perché gli hai dato il cane?» gli chiese Masha rimasta ferma nei pressi dell’auto a osservare la scena.
«Quel cucciolo non ha parte nella storia cui noi due stiamo ora andando incontro» spiegò Mark cominciando a versare l’acqua della bottiglia nel radiatore.
«Ho immaginato che questa fosse la ragione, ma perché proprio a lui?»
«Ha rispetto per la vita.» Mark chiuse il cofano.
«Come fai a essere così sicuro di uno sconosciuto?»
«L’ho capito dal modo in cui ha trattato il corpo del cane che ha perso da poco.»

Il cane che guarda le stelle Racconti

No Gravatar

Il Cane che guarda le stelle RaccontiIl Cane che guarda le stelle Racconti è un’opera di Takashi Murakami ed è il seguito di Il cane che guarda le stelle. A differenza dell’altro seinen manga, è diviso in tre capitoli.

Il primo, Stelle gemelle, racconta la storia del fratello di Happy, il cane protagonista del primo volume: lì, il piccolo animale faceva una veloce comparsa (si vede di spalle a Happy all’interno della scatola nella quale sono stati abbandonati prima che venga adottato dalla bambina). A differenza del fratello, non se la passa molto bene: la sua salute non è delle migliori e, rimasto solo, non gli rimane che terminare la sua breve vita di stenti. Viene però adottato dalla signora Nagano, un’anziana signora che vive in un piccolo e misero monolocale di tre tatami (4.6 metri quadrati). Il suo non è però altruismo: prende con sé il cane perché crede che sia in punto di morte e vede nella sua scomparsa il giusto pretesto per farla a sua volta finita. L’anziana signora è oppressa dalla solitudine e da una vita che sente solo come dolore, perché non aiutata da nessuno. Ma seppur cagionevole di salute, il cucciolo si riprende; questo sconvolge i piani dell’anziana, che decide di riportarlo dove l’ha trovato, ritornando però poi sui suoi passi. A questo punto la nonna (come la chiama il cucciolo) rinuncia ai suoi intenti suicidi, ma proprio in quel momento il piccolo ha una crisi più forte del solito, costringendola a recarsi alla più vicina clinica veterinaria; da sola, a piedi, però non può farcela e allora si ritrova a fare una cosa che non fa mai: chiedere aiuto a qualcuno.
Il piccolo si riprenderà, ma non è questa la cosa più sorprendente: con il suo semplice esserci non solo ha salvato la vita dell’anziana che voleva suicidarsi, ma ha fatto anche cambiare il suo modo di vivere e di porsi verso gli altri.

Il secondo racconto, Stella di prima grandezza, narra le vicende di un bambino e di un cane, entrambi non voluti da nessuno. Il bambino, lasciato sempre solo dalla giovane madre che vuol fare la bella vita, patisce la fame e la solitudine, trovandosi alle volte a rubare cibo nei market per poter mangiare qualcosa e facendo così intervenire i servizi sociali. Disperato, decide di tornare dal nonno, in Hokkaido, con il quale un tempo ha vissuto. Inizia così il suo lungo viaggio, fatto di stenti e furtarelli; uno di questi è ai danni del proprietario di Happy, che lo stava aiutando disinteressatamente. Un altro è un cane, rubato in un negozio per animali perché convinto che vedendolo a passeggio con un animale la polizia non si insospettisca di lui e lo fermi. Il cane, un carlino ultimo di una cucciolata che nessuno vuole adottare, viene così inavvertitamente salvato da una brutta fine, dato che dopo un certo tempo, se non fosse stato venduto, sarebbe stato soppresso. I due riescono a raggiungere il nonno e finalmente il bambino si sente a casa.

Nell’ultimo racconto, il nonno del bambino e l’anziana del primo racconto stanno parlando seduti su una panchina; l’uomo sta raccontando che, assieme al nipote, sta ripercorrendo a ritroso il percorso del bambino per chiedere scusa e rimediare ai furti commessi. Lì incontrano anche Piccolo, il cane della donna, che, vista la somiglianza, viene scambiato per Happy: il suo proprietario è l’ultimo della lista che i due devono trovare per scusarsi e risarcirlo, ma nel luogo in cui sono giunti grazie ai documenti presenti nel portafoglio, lui non c’è e nessuno sa che fine ha fatto (ma il lettore, anche se non ha letto il precedente volume, lo sa grazie ad alcune tavole che mostrano l’epilogo della sua storia). Il nonno del bambino è triste, perché voleva ringraziarlo per aver salvato il nipote, non solo dandogli da mangiare e prendendosi cura di lui, ma anche perché, con il suo rapporto con Happy, ha ispirato il bambino a prendere un cane. Cane che ha salvato il bambino da un triste destino con il suo semplice esserci.

Il Cane che guarda le stelle Racconti è sempre una storia tra cani e uomini, ma rispetto al volume che lo precede ha un’impronta meno triste; seppur parli di solitudini e abbandono, è volta al lieto fine. Certo, è il lieto fine della normalità, non quello delle favole, ma lascia qualcosa di buono; sicuramente non raggiunge la profondità del suo predecessore, né tocca in modo così struggente, ma è una storia piacevole, capace di strappare un sorriso grazie a personaggi meno drammatici, ma non per questo superficiali. Una storia comunque di un certo spessore perché, anche se in sottofondo, c’è la denuncia contro la solitudine delle persone anziane e i bambini lasciati a se stessi dai genitori.

Perché non mi sento italiano

No Gravatar

Racconto con cui ho partecipato al contest Mezzogiorno d’Inchiostro 101 di Writer’s Dream che segue la traccia ispirata alla famosa canzone di Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano (ma per fortuna o purtroppo lo sono). Seppure scritto in prima persona, non è un racconto autobiografico (precisazione per fugare subito i dubbi): il personaggio è nato da solo mentre scrivevo e ha raccontato il suo punto di vista e le ragioni di questo suo sentire. Ci sarebbero tante cose da dire, ma con uno spazio limitato di 8000 caratteri non si poteva fare un’analisi più approfondita.

Non mi sono mai sentito italiano. Eppure sono nato, cresciuto e vissuto in Italia; tuttora ci vivo. Amo il mio paese: ha una storia varia, una cultura ricchissima. Nessun altro paese ha ospitato così tante civiltà: quella greca, quella etrusca, quella ottomana, quella dei popoli nordici. Abbiamo monumenti del periodo classico, medioevale, rinascimentale. I musei sono pieni di opere d’arte. Abbiamo avuto grandi artisti, poeti e scrittori.
Per non parlare delle bellezze naturali: laghi, spiagge, montagne, parchi, mari. Ce n’è per tutti i gusti. C’è solo l’imbarazzo della scelta.
Questo però non basta a sentirmi italiano. Mi sono sempre sentito come un dinosauro che per caso è finito in un wormhole e si è ritrovato catapultato in una dimensione di fauni effemminati e fatine sbrilluccicose e ridanciane. Esempio esagerato? Mica tanto. Anzi, direi che non potrebbe essere più calzante e tutto a causa del mio carattere. Avete mai sentito di un dinosauro che ride? Non credo proprio. Certo, non ci sono prove per questo, ma penso che ai tempi dei dinosauri si fosse troppo impegnati a sopravvivere per perdersi dietro cazzate di ogni tipo e mettere tutto in caciara e risate sguaiate. Credo che i dinosauri fossero esseri molto seri. Dannatamente seri. Proprio come me.
O almeno, è questo che dice la gente di me.

«Sei troppo serio, dovresti lasciarti un po’ andare.»

«Eeeeehhh, te ne stai sempre a seguire le regole…ma sgama un pochino, pensa alla gnocca!» (certo che ci penso, ma non penso solo a quella: nel cervello ho i neuroni, non solamente ormoni come te, maledetto caprone sempre in tirella!)

«Su dai, non stare a pensare sempre a risolvere i problemi, lascia che ci pensi qualcun altro…è meglio andarci a fare un negroni, un daiquiri, un manhattan…dai che prediamo una bella pitona!» (e poi magari è la volta buona che i vigili ci fermano e partono qualche centello e i punti della patente, se non la patente stessa…dopo come ci vado al lavoro? Farmi cinquanta chilometri all’andata e al ritorno a piedi o in bicicletta non mi ispira per niente).

«Sai…tu sei un bravo ragazzo, serio, so che non mi faresti mai le corna, che cercheresti di farmi stare bene…ma io non sono abituata a questo genere di persone e perciò con te mi sentirei male, quindi è meglio che non ci mettiamo insieme: preferisco stare con ragazzi cattivi, anche se so che mi faranno soffrire. Sembra strano, ma è così che mi diverto» (e a questo punto non so se restare senza parole, urlare «Ma che cavolo di ragionamento è?», oppure pensare di andare in psicanalisi per cercare di capire come ha fatto piacermi una tipa del genere).

Forse il mio modo di essere dipende dal fatto che mio padre probabilmente non era italiano. Probabilmente era tedesco. I miei occhi azzurri e i capelli chiari potrebbero far propendere per questa possibilità. Ma è soprattutto il mio carattere che rivela questa possibilità. Pratico. Costruttivo. Efficace. Efficiente. Per niente propenso a mettere tutte le cose in vacca. Del carattere mediterraneo non ho nulla. Non sono una persona solare; questo non vuol dire però che sono un tipo cupo: semplicemente non mi piace stare nel casino e pensare solo a divertirmi.
Queste però sono solo mie riflessioni: non ho nessun riscontro certo che le confermi. Mia madre non ha mai voluto dirmi nulla di mio padre. L’unica cosa che so è che è sparito subito dopo aver saputo che era incinta. Un comportamento che sembrerebbe tipicamente italiano, ma mi verrebbe da dire che in questi casi tutto il mondo è paese e che di vigliacchi ce ne sono ovunque.
A pensarci con un po’ di fantasia, potrei anche pensare che mio padre fosse un alieno. Ma non ho qualche tentacolo strano nascosto nei pantaloni (no, nessun doppio senso o allusione alla mia dotazione) e neppure mi s’illumina il dito come ET; quindi direi che questa opzione è da scartare.
Quali che siano le mie origini, io non mi sento italiano. Ma proprio per niente. E non è per le figure del cavolo che ci tocca fare a causa dei politici o di altre cose purtroppo famose. Quando ero adolescente, andai in Germania e la prima cosa che mi dissero quando seppero che ero italiano fu: «Ah! Italia! Mandolino! Pizza! Mafia! Berlusconi!» subito seguito da un bel «Bunga bunga!». Adesso, grazie ai vari Renzi, Grillo e Salvini le cose se possibile sono addirittura peggiorate, ma la sostanza non cambia: siamo sempre presi per il culo per le colpe di pochi. Inutile stare a spiegare che non si è tutti così, che non si ha nulla a che vedere con quelle figure: pochi ci credono.
Ma questo non c’entra nulla con il mio non sentirmi italiano: il motivo è un altro. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine mi è stato chiaro. I segnali sono stati diversi, ma sono state due esperienze in particolare a farmelo capire. Possono sembrare piccole cose, cose da niente, ma per me sono state illuminanti.

Un giorno ero a fare la spesa: avevo preso un po’ di latte, un paio di pesche e dei grissini. Poca roba. Quando sono andato alla cassa, dopo aver pagato, la cassiera mi ha fermato chiedendomi se per caso si era sbagliata a darmi il resto, dandomi meno di quello che mi aspettava: ho controllato e invece me ne aveva dato di più. Ho restituito l’eccedenza. La cassiera è rimasta sorpresa e mi ha ringraziato. L’uomo dietro di me, borbottando, mi ha apostrofato con disprezzo. «Coglione: dovevi mentire. Cerca di farti più furbo.»

La settimana scorsa ero seduto su una panchina in uno di quei parchetti che stanno vicino a palazzine e villette a schiera. Un uomo è arrivato a passeggio con il suo cane al guinzaglio (un bellissimo pastore tedesco) e poco dopo si è seduto vicino a meno. Abbiamo chiacchierato di biciclette, dato che l’uomo mi aveva chiesto informazioni vedendo la mia mountain bike; avremo parlato per un quarto d’ora. Per tutto il tempo il cane è stato sdraiato ai nostri piedi dormendo. Poco dopo ha salutato e si è allontanato lungo il vialetto. Quando è stato davanti a una villetta, un uomo è uscito da essa, mettendosi a urlare che questa volta l’aveva beccato a entrare nel giardino e mettersi a spiarlo da dietro un cespuglio. Le urla naturalmente hanno allarmato le altre persone e poco dopo sono arrivati i carabinieri. È bastato poco per capire che l’uomo della villetta non era proprio a posto con la testa: ogni due minuti cambiava versione. Prima incolpava l’altro di spiarlo. Poi di avergli tagliato la recinzione. Poi di avergli pestato i fiori. Poi di avergli bastonato il gatto che stava sul davanzale della finestra (per la cronaca: l’accusato non aveva nessun bastone con sé). Poi che il cane gli era andato in casa e l’aveva aggredito.
Alla fine l’uomo della villetta è stato portato via, dato che aveva preso a insultare gli agenti. Quello che mi ha colpito non è stato tanto il suo essere fuori di testa, quanto tutte le menzogne che si era inventato. A un certo punto è stato chiaro che cercava ogni pretesto per far arrestare l’altro; non so cosa ci fosse stato tra i due. Ma so che l’ho detestato di brutto per il suo mentire, per il suo negare con forza che l’altro era stato seduto per tutto il tempo sulla panchina con me, per accusare anche me di mentire, di essere un suo complice.
Questo è stato l’ultimo tassello che mi ha fatto capire perché non mi sento italiano. Io odio le menzogne. E gli italiani non fanno altro che mentire. No, non è solo una cosa dei politici, che negano anche l’evidenza, che quando vengono sgamati si rifugiano dietro un bel «Avete capito male»: è una cosa tipica di questo popolo il mentire, del raccontare menzogne per avere dei vantaggi.
Per questo io non mi sento italiano: perché amo la verità.