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Perché il vaccino Astrazeneca suscita diffidenza?

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Una delle armi più importanti nella lotta contro il Covid 19 è la vaccinazione: su questo non ci sono dubbi. E allora perché ci sono delle persone che sono contrarie alla vaccinazione?
Il discorso sarebbe lungo e non si ha voglia di analizzare le ragioni dei no vax (alcune veramente discutibili), quindi ci si limita a fare qualche riflessione su quanto si sta verificando con un vaccino in particolare, ovvero Astrazeneca.
vaccino astrazenecaI primi dubbi alla sua uscita sono stati legati al fatto che rispetto ai vaccini Pfizer e Moderna dava una copertura minore contro il virus, risultando quindi meno efficace nella lotta contro di esso. A questo andava aggiunto che nella fase di sperimentazione, oltre a dare meno risultati convincenti, ci sono stati errori nei test nelle reazioni dei soggetti vaccinati, facendo pensare a vaccinati di serie A e serie B.
Essendo nella parte iniziale del lavoro e dovendo il vaccino essere perfezionato, degli inconvenienti erano da tenere in conto e questo poteva attenuare le critiche rivolte al vaccino Astrazeneca; inoltre, essendo in una gara contro il tempo per cercare di limitare il numero di vittime, si aveva meno tempo a disposizione per testare a dovere il prodotto. Visto come si era (e come si è messi) si è cercato di fare il più in fretta possibile tutti i vari step che portano a validare e considerare sicuro un vaccino, sempre tenendo conto che ci possono essere degli episodi di reazioni a esso. Questo vale per Astrazeneca, Moderna, Pfizer e qualsiasi tipo di vaccino, non solo quelli per il Covid.
E allora perché tra tutti, proprio Astrazeneca è il vaccino che più è nel mirino della critica?
Per la poca chiarezza che c’è: dati che cambiano, omissioni, il cercare di minimizzare certi fatti e il voler a tutti i costi puntare su di esso quando ci sono vaccini più efficaci e anche più sicuri.
Da un giorno all’altro le percentuali sulla copertura del vaccino Astrazeneca cambiano, aumentando di diversi punti percentuali; per non parlare del bugiardino che ometteva il rischio di trombosi nei soggetti in cui era inoculato, salvo poi essere stati costretti a metterlo dopo i vari decessi avvenuti dopo la sua somministrazione. Anche il cercare di negare che tali morti fossero legate al vaccino ha fatto aumentare la diffidenza verso di esso.
Come ha fatto aumentare la confusione il continuo cambiare la fascia d’età dei soggetti cui somministrarlo: prima poteva essere dato solo agli over 55, poi la soglia si è alzata ai 65 anni per arrivare poi fino agli 80 anni. Adesso il vaccino Astrazeneca può essere somministrato solo agli over 60, ma non è così per tutti i paesi: in alcuni, come l’Italia, si continua la vaccinazione con Astrazeneca, mentre in altri, come l’Olanda, la somministrazione con esso è stata bloccata (la Gran Bretagna sta valutando di non somministarlo agli under 30, dopo aver asserito che il suo vaccino non dava alcun problema). Questo modo di fare ha generato ancora più dubbi e paure in chi lo deve ricevere. Come ha suscitato qualche perplessità dare un nome (Vaxzevria) al vaccino di Astrazeneca dopo mesi dalla sua uscita.
Non aiuta certo a tranquillizzare il martellamento da parte di esponenti del governo che continuano a dire che il vaccino è sicuro, che i benefici sono superiori dei rischi (meglio però in questo caso parlare di danni gravi e anche di più, visto che certe persone sono andate incontro alla morte): questo vedere gli individui deceduti solo come un numero basso rispetto a tutti quelli vaccinati non aiuta certo a guadagnare fiducia, fa pensare a una scarsa considerazione della vita umana, a un voler avere la coscienza a posto perché si è fatta vaccinare la gente e si pensa di aver fatto tutto quello che c’era da fare per tutelare la popolazione.
Soprattutto, ci si chiede perché tra i diversi vaccini che ci sono (con gli altri che danno più copertura e meno rischi), quello su cui s’insiste di più è Astrazeneca? Forse perché è quello che costa meno? Ci sono degli accordi particolari di cui non si è a conoscenza perché questo vaccino venga spinto così tanto?
Solitamente, quando un prodotto vende poco o ha dei problemi, viene pubblicizzato più degli altri per cercare di convincere le persone ad acquistarlo e questo è quello che sta avvenendo con Astrazeneca.
La situazione è grave e occorre fare al più presto qualcosa per uscirne, ma questo non significa che si debba sorvolare sulla qualità del lavoro che porterà aiuto alle persone, perché non deve essere fatto passare che occorrono dei sacrifici per un bene più grande.

L’assassinio del Commendatore

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L'Assassino del CommendatoreL’assassinio del Commendatore ha i tipici elementi della produzione di Haruki Murakami: un’adolescente che esprime poco le emozioni ma ha particolari capacità sensoriali, il rapporto problematico del protagonista con una donna, lo stesso protagonista che vive una crisi esistenziale tra i trenta e i quarant’anni, una ragazza che improvvisamente e inspiegabilmente scompare, sogni così vividi da essere quasi reali che davvero vanno a influire sulla realtà, strani personaggi che aiutano i personaggi nel dipanarsi delle vicende, la musica (rock e classica) che sempre accompagna. La particolarità di questo romanzo è che la pittura ha un ruolo importante nelle trame e non per niente l’opera prende il titolo da un quadro di Amada Tomohiko, grande pittore giapponese nella cui casa il protagonista va a vivere da solo; i due s’incontreranno solo in un paio di occasioni, senza che però tra i due ci sia un dialogo vero e proprio, dato che Amada, colpito dall’alzheimer (come un altro personaggio di 1Q84), è ricoverato in una clinica ormai alla fine dei suoi giorni senza essere consapevole di quello che accade attorno a sé.
Non è una coincidenza che le vicende si mettano in moto quando il protagonista trova nel sottotetto della casa di Amada un quadro impacchettato; toltolo dall’involucro, si ritroverà davanti un’opera inedita di Tomohiko, L’assassinio del Commendatore. Il protagonista, pittore pure lui, attualmente impegnato come insegnate di disegno dopo aver lasciato il lavoro di ritrattista, capisce subito che è dinanzi all’opera migliore di Tomohiko: ne è colpito non solo dalla bellezza, ma anche dal fatto che l’opera ha un messaggio da trasmettere, come se fosse metafora di qualcosa che l’autore ha vissuto ma di cui non è mai riuscito a parlare. Forse, come riesce a scoprire, si tratta di quando Tomohiko viveva in Germania al tempo della Seconda Guerra Mondiale e partecipò a un attentato contro ufficiali nazisti; lui, grazie all’intervento del governo giapponese, riuscì a essere rimpatriato, ma quelli che erano con lui (anche la donna che amava) furono presi, brutalmente torturati e uccisi.
I misteri però non finiscono qui. Il protagonista ha a che fare con un personaggio dal forte magnetismo, il signor Menshiki, che gli chiede prima di fargli un ritratto, poi di aiutarlo a capire se una ragazzina, Marie Akikawa, possa essere sua figlia. Senza contare la buca nascosta che sta dietro la casa di Amada dove la notte, sempre alla stessa ora, risuona una campanella: dopo averla aperta, il protagonista comincerà a vedere il Commendatore del quadro di Tomohiko, vestito alla stessa maniera e avente la stessa statura di quella del quadro (una sessantina di centimetri). Anche se l’aspetto è lo stesso, questo personaggio è l’incarnazione di un’idea e fungerà, se così si può dire, da guida in un percorso strano e particolare.
L’assassinio del Commendatore è un romanzo lento e introspettivo, dove vengono raccontati i piccoli riti quotidiani che si perpetrano giorno dopo giorno. Le parti migliori sono il viaggio che fa il protagonista per il paese dopo che la moglie lo lascia e la sua permanenza nella casa del padre dell’amico Masahiko: la prima ha la forza di Norwegian Wood, con il personaggio che cerca di ritrovare se stesso, la seconda, con l’abitazione in montagna contornata da boschi, sa creare un’atmosfera di calma di cui necessita un’artista per realizzare i suoi lavori. L’aspetto più fantastico invece è quello che coinvolge di meno.
All’apparenza, i fatti che accadono in L’assassinio del Commendatore non sono molti, eppure con il suo stile tranquillo Murakami sa trascinare il lettore all’interno delle sue pagine. In definitiva, una buona lettura, in pieno stile Murakami, anche se gli manca qualcosa per raggiungere i lavori migliori dell’autore.

La locanda

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Miguel e suo nonno se ne stavano seduti in veranda, lo sguardo rivolto al sole che calava dietro il bosco, godendosi il vento fresco della primavera.
«Nonno, c’è una cosa che ho sempre voluto chiederti» disse Miguel.
«Dì pure» fece il nonno mentre si dondolava sulla sedia a dondolo.
«Come fai a conoscere tante storie?»
Il nonno estrasse dal taschino la pipa, ci mise dentro il tabacco, la accese e cominciò a fumarla. «Vedi» disse dopo aver soffiato fuori dalla bocca una nuvoletta di fumo «quando ero più giovane, dopo una lunga giornata di cammino sono arrivato in una locanda, dove mi sono fermato per la notte. Lì c’era un uomo senza età, che mi ha raccontato tante cose.»
«Come sarebbe a dire senza età?» chiese stupito Miguel.
«Vuol dire che non invecchia mai» spiegò il nonno.
«Ma questo non è possibile!» esclamò Miguel.
«Lo credevo anch’io» disse il nonno. «Ma quell’uomo era lo stesso che mio padre aveva incontrato quando era giunto in quella locanda. E così il padre di mio padre. E pure suo padre.»
Miguel lo guardò con occhi sbarrati, poi lo fissò sospettoso. «Non è che questa è un’altra delle tue storie?»
Il nonno sorrise, scuotendo la testa. «No, è la pura verità. Anch’io quando mio padre me l’ha raccontato pensavo che mi stesse prendendo in giro, ma ti assicuro che è tutto reale.»
«Dov’è questa locanda? Voglio andarci anch’io!»
Il nonno picchiettò un dito sulla pipa. «Non è così facile trovarla, anche se non è molto lontana da qui.»
«Perché?»
«Perché non può essere trovata se viene cercata: ci si può arrivare solo se non la si cerca» spiegò il nonno.
«Questo non ha senso!» sbottò Miguel.
«Potrà non avere senso, eppure è così.»
Miguel rimase in silenzio per qualche minuto. «Se ci arrivassi, come farei a sapere che è la locanda dove c’è l’uomo senza età?»
«Su questo non ti puoi sbagliare: sulla porta c’è un grande scudo, con dietro due lance incrociate a formare una x.»
Miguel pensò a lungo a quello che gli aveva detto il nonno, per niente convinto che non potesse essere trovata se la si cercava. Così, qualche settimana dopo quella chiacchierata, decise di mettersi alla ricerca della famosa locanda. Prima iniziò nei paesi più vicini, poi si spinse più lontano, ma il risultato era sempre lo stesso.
Gli anni passarono e Miguel crebbe, senza essere mai riuscito a trovare la locanda di cui aveva parlato il nonno. Un giorno, mentre stava facendo una passeggiata in campagna, scorse un gufo appollaiato su una grossa quercia.
“Un gufo a mezzogiorno? Ma questo è un evento più unico che raro!” pensò sorpreso. “Devo assolutamente fotografarlo!”
Quasi leggendogli il pensiero, il gufo spiccò il volo, inoltrandosi nel bosco.
Miguel non si perdette d’animo e si mise al suo inseguimento. Tutte le volte che raggiungeva il gufo e stava per fotografarlo, l’uccello volava sempre un po’ più in là; continuò così per tutto il pomeriggio, fino al calare della sera, quando l’animale si posò sopra una roccia al limite di una radura e si voltò a fissarlo.
“Finalmente” pensò Miguel mettendo a fuoco l’obiettivo. Fu mentre stava per scattare che si accorse dell’edificio in fondo alla radura: era a due piani, slanciato.
Dimenticandosi del gufo, si avvicinò, rimanendo a bocca aperta quando vide sulla parete esterna un grande scudo con dietro due lance incrociate a formare una x. Aprì la porta sotto di esso ed entrò, ritrovandosi in un grande salone tutto ricoperto di legno. Davanti a lui c’era un grande balcone tutto lucidato; lo raggiunse, superando lunghe file di tavoli e panche di legno, sedendosi su uno degli sgabelli posti dinanzi a esso.
Si era appena sistemato quando da una porta laterale comparve un uomo che teneva in mano uno straccio bianco. Sorridendo, gli si avvicinò. «Che cosa possa fare per lei?» chiese in modo garbato.
Miguel non rispose subito, sorpreso di riconoscere l’uomo che gli aveva descritto il nonno. «Beh» disse un po’ impacciato «mi piacerebbe ascoltare una storia che non ho mai sentito.»
Il sorriso dell’uomo si allargò. «Ne ho una molto interessante, s’intitola “Il cane che guardava il drago”. Dunque, un giorno un drago passò sopra la testa di un cane, che rimase affascinato nel vederlo e prese a seguirlo ovunque andasse. Il cane…»

The covid saga

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Qualche anno fa Ermal Meta e Fabrizio Moro hanno realizzato la canzone (molto bella) “Non mi avete fatto niente”, ora qualcuno dovrebbe crearne una dal titolo “Non avete capito niente” per descrivere il comportamento nei momenti difficili di tanti italiani (e non solo). Naturalmente, ogni riferimento alla situazione covid non è puramente casuale.
affollamenti a bologna durante la pandemia covidDopo un anno di pandemia, ancora si continuano a commettere gli stessi errori; all’inizio si poteva dare la colpa alla situazione nuova, a non sapere esattamente cosa si aveva davanti, ma ora non ci si può più attaccare a questa scusa.
Ormai è fastidioso e nauseante vedere affollamenti, vedere movida quando ci si raccomanda che gli assembramenti sono da vitare: basta che si allentino le misure contro il covid e in migliaia si riversano nelle piazze, perché non si può fare a meno del caffè o dello spritz. Ancora peggio quando si deve passare a una zona di rischio maggiore: il giorno prima del passaggio ancora più gente si riversa nelle strade per andare in giro, per “godersi gli ultimi momenti di libertà”.
Tante persone non hanno capito che le cose sono cambiate, che passerà un pezzo prima che ritornino com’erano (sempre che ritornino). Basterebbe un poco di attenzione e buon senso per accelerare l’uscita da questa situazione, invece si continua a fregarsene, a cercare di aggirare le regole; fa pena vedere tanti tenere la mascherina che copre solo la bocca (“eh, ma si respira così male…” intanto il virus ringrazia per avere via libera), mentre vien quasi da ridere che tante persone che non andavano in bagno se non avevano ma macchina sotto le chiappe, si sono riscoperte in pandemia camminatori, corridori e ciclisti che vanno ovunque (oltre i limiti consentiti dalle regole imposte), quando prima il solo parlare di attività motoria faceva storcere il naso (insomma si fa di tutto per aggirare le regole).
Se a questo si aggiungono le regole che si contraddicono tra loro, la continua disorganizzazione e il perpetuo caos che vige nel nostro paese quando si devono prendere decisioni (fa quasi sorridere vedere due modi di giudicare le stesse decisioni prese da due governi diversi), il voler utilizzare a tutti i costi un vaccino che è quello con minore copertura e dà più problemi, che tutti gli animali sono eguali ma alcuni animali sono più eguali degli altri (citazione di La fattoria degli animali in riferimento, per esempio, ai calciatori per cui le regole della quarantena non valgono affatto)  la frittata è fatta.

Visto che tanto è inutile cercare di sensibilizzare le persone sul buon senso e sull’uso della testa, forse è meglio provare a prenderla in modo diverso e guardarsi un video che fa ridere, ma se si va oltre la superficie, ci si accorge che fa una spietata critica della società attuale. Nel mentre, si spera che la covid saga finisca il prima possibile e che la madre degli imbecilli cominci a prendere degli anticoncezionali.

Il Ritmo della Guerra

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Il Ritmo della GuerraCon Il Ritmo della Guerra siamo al quarto capitolo di Le Cronache delle Folgoluce e Brandon Sanderson si mantiene sempre a livelli elevati. Molto elevati: tecnicamente parlando, si è di fronte al romanzo meglio scritto della serie. Anche se magari mancano momenti come quelli incontrati in La Via dei Re, Il Ritmo della Guerra, si scusi il gioco di parole, non manca di ritmo, tenendo incollati alle pagine; un tenere incollati che però non è adrenalinico, non per la maggior parte del tempo almeno, ma dovuto a segreti e rivelazioni che debbono essere fatti. Sanderson espande e approfondisce ancora di più Le Cronache della Folgoluce: si scopre che il mondo di Roshar è solo un campo di battaglia di qualcosa di molto più grande, che Onore e Odio sono elementi di qualcosa di più superiore e che non sono le sole entità superiori presenti nell’universo di Sanderson.
Per chi già conosce l’autore, questo non sorprende, ma si rimane sempre meravigliati nel vedere le capacità dello scrittore nello sviluppare una trama e nel far giungere il lettore a certi punti senza che lui se ne accorga, nonostante di indizi ne siano stati disseminati lungo la strada. Per chi non è avvezzo all’ambito scientifico, può risultare non subito facile la comprensione degli studi sui fabrial e gli esperimenti che vengono fatti su nichiluce e folgoluce: questo può essere additato come l’unico neo di Il Ritmo della Guerra, dato che va a inficiare un poco la scorrevolezza della lettura e dell’apprezzamento della storia.
Tolto questo (ma è un andare a cercare il pelo nell’uovo), quello che è andato a creare Sanderson va a dare una maggiore comprensione del mondo di Roshar, delle sue popolazioni e delle scelte fatte dai personaggi. Quella che era iniziata come una guerra tra umani e parshendi è in realtà qualcosa di più articolato e meno definito; si era già visto in precedenza che il fronte umano era diviso e quanto era stato difficile creare una coalizione per fronteggiare la minaccia che sta avanzando: in questo romanzo si viene a sapere che anche tra i parshendi ci sono diverse correnti, ognuna con le proprie idee e i propri scopi. C’è chi cerca di ritrovare il proprio passato, le proprie origini e di non essere asservito a Odio, c’è chi vuole conquistare tutti, mentre altri cercano in qualsiasi modo di porre fine alla guerra. Tra questi ultimi c’è Raboniel, temuta per i suoi metodi e le sue idee addirittura tra quelli della sua specie, al punto da essere chiamata la Signora dei Dolori: è lei che mette a punto il piano di conquista di Urithiru dopo che il traditore tra gli umani, Taranvagian, fa allontanare le forze di Dalinar, decisa non solo a eliminare il Fratello, lo spren ritenuto morto che anima la torre dei Radiosi, ma a scoprire anche una forma di luce capace addirittura di eliminare un dio. In questo, non avendo alternative, verrà aiutata da Navani, che attraverso gli studi cerca un modo per liberare Urithiru dalle mani del nemico e far risvegliare i Radiosi caduti in una sorta di coma dopo che i parshendi hanno rivolto contro di loro le difese della Torre in modo da annullare i loro poteri.
Navani, in quella che sembra un’impresa quasi impossibile, potrà contare solo su Kaladin, rimasto a Urithiru ad aiutare il padre nell’arte di medico dopo essere stato congedato da Dalinar perché bloccatosi diverse volte durante i combattimenti, Lift (entrambi con i poteri da Radiosi depotenziati a causa di ciò che è stato fatto alla torre) e un paio di membri del Ponte Quattro. Dovrà inoltre conquistare la fiducia del Fratello e scoprire i segreti della torre per contrastare il più possibile il nemico, dato che lui la avversa per gli studi e gli esperimenti che ha fatto sugli spren.
Nel mentre, Shallan e Adolin viaggiano a Shadesmar per giungere nella città degli onorespren e convincerli a stringere di nuovo un legame con gli uomini, dato che la maggior parte di loro reputa gli umani i responsabili di aver reso degli occhimorti gli spren legati a loro in passato. Adolin, impegnatosi a portare avanti il compito affidato dal padre, riuscirà con la sua caparbietà in qualcosa che sembra impossibile; Shallan invece dovrà avere a che fare, oltre con le altre sue due personalità (e una di cui ignorava l’esistenza) con il compito assegnatole dai Sanguispettri.
Lontani da Urithiru, Jasnah e Dalinar sono impegnati in una campagna militare per riconquistare terre al nemico: la prima dovrà essere la guida del suo popolo, il secondo dovrà scoprire i poteri da Forgialegami e convincere Odio a stringere un patto per far combattere i rispettivi campioni e coì porre fine alla guerra.
A tutto questo vanno aggiunti i piani dei Disfatti, le macchinazioni di Arguzia e gli Araldi fuori di testa a rendere ancora più complesse e ricche le trame di Il Ritmo della Guerra.
La spettacolarità non manca certo in questo romanzo, basti pensare agli scontri aerei tra i Corrivento e i Coalescenti, e neppure i colpi di scena, tenuti per un finale che è la risoluzione di un crescendo che è stato preparato per tutta l’opera, ma molto spazio è dato all’interiorità dei personaggi.
Il conflitto interiore di Shallan è ben mostrato con i dialoghi con le altre due personalità, Veil e Radiosa (senza contare Informe), dove viene rivelato quanto sia fragile l’equilibrio acquisito dalla ragazza dopo i fatti di un’infanzia che l’ha segnata per sempre, al punto che l’emergere della verità che ha voluto dimenticare le fa temere che chi le è vicino si allontani scoprendola.
Kaladin non sente di essere il Folgoeletto, la figura ispiratrice per gli altri, ma è un soldato logorato da tante battaglie e perdite, più un reduce che un eroe, dovendo fare i conti con l’oscurità che gli monta dentro e che lo sta portando a spezzarsi; è molto bello che lui, che è sempre quello che ha aiutato e salvato, arrivi a fare un passo indietro e capire che necessita a sua volta di un soccorso. E questo avviene aiutando coloro che sono nella sua stessa condizione, quelli che hanno ferite nell’anima che nessun dottore e fervente può aiutare (la cura per queste persone era essere recluse in luoghi bui e isolati, lontano da tutti, dove la malinconia poteva dilagare fino a portare alla disperazione): poter comunicare ad altri il proprio dolore è l’inizio di un percorso lungo che forse non porterà a una guarigione completa, ma aiuterà a rimanere saldi e a non perdersi.
Navani, la figura centrale di Il Ritmo della Guerra, mostra non solo una grande intelligenza e volontà, rivelandosi una donna forte, una vera regina, ma anche come, nonostante le sue capacità, sia sempre stata sottovalutata e poco considerata, soprattutto da Gavilar, il suo precedente marito, rivelandosi essere una persona diversa dal re che tanti credevano di conoscere (e non certo in positivo). Una donna vissuta all’ombra di altre figure che si ritrova a salire alla ribalta e a rivelare quanto possa essere luminosa.
Altra figura vissuta all’ombra di altre è Veil: prima della sorella Eshonai, poi della Coalescente Lewshi e infine di Raboniel. Eppure era stata lei a trovare altre forme da usare per il suo popolo, i parshendi, a far riscoprire qualcosa che si riteneva essere andato perduto; questo però non le ha dato quello che credeva di ricercare, anzi, in lei ha creato conflitti e sensi si colpa. Sarà tuttavia lei quella a cui gli spren si rivolgeranno per ritornare dal suo popolo dopo averlo lasciato tanto tempo fa per le scelte che aveva preso.
Brandon Sanderson, come suo solito, pone grande cura a tutto quello che riguarda il mondo di Roshar, come grande cura è data ai bellissimi disegni che arricchiscono le pagine dell’opera. Senza ombra di dubbio, si può affermare che Le Cronache della Folgoluce è uno dei punti più alti della letteratura fantasy, presente e passata.

Wanda, ovvero Scarlet Witch

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Wanda Maximoff disegnata da George PerezNell’articolo precedente si è parlato di Visione, potente sentenzioide e marito di Wanda; ora è la volta di vedere un po’ della storia fumettistica della consorte.
Come i lettori di lunga data avranno potuto notare, il costume cinematografico è molto diverso da quello visto negli anni sul cartaceo: è rimasto solo il colore della giacca (scarlatto, proprio come il suo nome da supereroina, Scarlet Witch), niente più mantello, stivali, calzamaglia della stessa colorazione con cui Wanda appariva (figurarsi proporla come George Perez l’aveva disegnata con forte influenza gitana).
Le differenze non si limitano solo a questo: praticamente tutto il suo background è diverso. Inizialmente è vero che appare come un villain degli Avengers e poi si unisce a loro, ma le cose sono molto più complesse di quelle mostrate nella pellicola. Gemella di Pietro (Quicksilver), è nata sul Monte Wundagore, sotto il quale era sigillato il demone Chthon che con i suoi poteri ha influenzato il genoma dei due fratelli, soprattutto di Wanda, visto che voleva che il suo corpo lo ospitasse. Tuttavia, il demone non è il solo a intervenire su di loro: pure l’Alto Evoluzionario (già visto nella storia che ha fatto rinascere Adam Warlock) opera su di loro dotandoli di poteri latenti.
Mentre Pietro riesce a gestire le sue capacità, fin da subito Wanda dimostra grande difficoltà nel controllare il suo potere di manipolazione delle probabilità, al punto che devono fuggire dal loro paese natio e spostarsi da un villaggio all’altro, fino a quando non vengono aiutati da Magneto (che rivelerà in seguito essere loro padre), che salva Wanda dall’essere bruciata al rogo come strega e fa entrare i due nella sua Confraternita dei mutanti.
Ravvedutisi, entreranno a far parte degli Avengers, dove Wanda conoscerà Visione e diverrà sua moglie, dal quale avrà due figli. La nascita dei due piccoli tuttavia non può essere naturale, dato che Visione non è un essere umano, ma è avvenuta tramite i poteri di Wanda che con il passare del tempo si sono fatti sempre più forti, al punto che ha avuto bisogno dell’aiuto della strega Agatha Harkness per padroneggiarli. Il concepimento innaturale ha portato a una scelta dolorosa: i due bambini vengono cancellati e il loro ricordo rimosso da Agatha dalla memoria di Scarlet.
L’equilibrio di Wanda diventa sempre più labile in un’escalation che porta gli Avengers a dividersi (eventi mostrati nella serie Chaos scritta da Bendis e disegnata da David Finch). Inconsciamente, è lei la causa di una serie di eventi sempre più tragici. Iron Man sembra ubriaco dopo tanto tempo che non beveva e rischia un incidente con il paese di Latveria; il ritorno dal mondo dei morti di Jack Hart causa la morte di Scott Lang; Visione viene usato per far ritornare dei robot Ultron che causano uno scontro dove She-Hulk impazzisce colpendo chiunque, finendo per fare a pezzi Visione. La scoperta della verità sui suoi due figli la portano ad uccidere Agatha e a scagliarsi con forza contro i suoi ex compagni, causando la morte di Occhio di Falco; solo l’intervento del Dottor Strange la fermerà e Wanda verrà presa in custodia dal padre Magneto.
Tali eventi porteranno a uno dei migliori crossover degli anni 2000: House of M (sempre scritto da Bendis, disegnato da Olivier Coipel). Charles Xavier con i suoi poteri mentali cerca di aiutare Wanda, senza riuscirci; così lui, gli Avengers e gli X-men devono decidere sul suo destino. Pietro, timoroso che possano decidere di ucciderla, la convince a cambiare totalmente la realtà. Il mondo viene totalmente stravolto e ci si ritrova in una realtà dove la maggior parte della popolazione è mutante, tutti vedono i propri desideri realizzati e nessuno sa quello che è successo, eccetto due persone, una delle quali è Wolverine, il cui desiderio è poter ricordare tutto il suo passato. Sarà lui, assieme a una ragazzina, a far tornare la memoria a un gruppo di supereroi per contrastare la casata di Magnus (Magneto) e far ritornare la realtà a quella che era. Si scatenerà un conflitto tra le due parti che culmineranno con Wanda che riporterà le cose a come erano prima, salvo che pochi mutanti conserveranno i loro poteri, al punto da essere considerati sul punto di estinguersi.
Priva di ricordi, Wanda tornerà sulle montagne dove è nata prima di essere ritrovata ed essere di nuovo fonte di un conflitto tra Avengers e X-men. Conflitto che si ripeterà tra le due parti qualche anno più tardi in un crossover che vedrà tornare la forza Fenice (Avengers vs X-men) dove Wanda potrà redimersi aiutando Hope nella lotta contro la forza cosmica e annullando l’incantesimo che aveva depotenziato i mutanti in House of M e facendone nascere dei nuovi.
Seppur un personaggio secondario rispetto a Iron Man, Capitan America, Thor, Wanda non è priva di spessore e si spera che, assieme a Visione, sia approfondita adeguatamente nella serie che la vedrà protagonista.

Visione

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Dopo il successo degli ultimi film sugli Avengers che vedevano tra i protagonisti Wanda e Visione, è stata creata la miniserie WandaVision di cui ancora non si sa molto, ma che sicuramente è legata agli eventi già visti e che approfondirà di più la storia tra i due.
Che cosa si è appreso di queste due figure da quanto visto sul grande schermo?
Wanda dapprima è una villain, alleata con suo fratello Pietro a Ultron, il cattivo del secondo film sugli Avengers; da altri film ispirati agli X-men (X-men – Giorni di un futuro passato e X-men – Apocalisse) si viene a sapere che è figlia di Magneto. Dopo la sua redenzione e aver deciso di combattere Ultron, entra a far parte degli Avengers, dove causa con i suoi poteri un incidente che darà il via agli eventi di Capitan America: Civil War, finendo per essere rinchiusa dal governo assieme ad altri supereroi perché non ha firmato gli accordi che disciplinavano le loro azioni. Liberata da Capitan America, sarà uno dei supereroi più forti ad affrontare Thanos.
Visione è una creazione di Ultron volta ad aiutarlo per distruggere gli Avengers; con l’intervento di vari supereroi, il piano di Ultron verrà sventato e Visione si unirà nella lotta contro di lui. In Civil War sarà dalla parte degli accordi che disciplinano i supereroi, scontrandosi con Wanda, colei che diverrà la sua compagna; è un portatore di una delle Gemme dell’Infinito e per questo Thanos e i suoi seguaci gli daranno la caccia in Avengers – Infinity War.
Come background per personaggi che hanno avuto decine di anni di fumetti che li hanno visti protagonisti non è molto, ma logicamente non si poteva mettere di più sul grande schermo visto il tempo a disposizione. Un peccato, perché ci sono storie molto belle che li riguardano; quindi iniziano un breve approfondimento su di loro e in questo articolo parliamo di Visione.
Visone disegnato da John BuscemaAppare per la prima volta nel 1968 in una storia di Roy Thomas e John Buscema, creato da Ultron per distruggere gli Avengers. Dopo averli attaccati, Visione però decide di passare dalla loro parte e combattere Ultron. Dopo diverse avventure col gruppo, si mette insieme a Scarlet (Wanda Maximoff), arrivando a sposarla e ad avere addirittura due figli nonostante la sua natura di androide. Dopo un suo malfunzionamento che lo porta a essere considerato una minaccia per il pianeta, viene smantellato per poi essere ricostruito da Henry Pym, ritornando sotto forma di uomo sintetico privo di emozioni (emblematica la sua assenza di colore, totalmente bianco, a indicare tale fatto). Lui e Wanda si lasciano, lavorando in due gruppi differenti di Avengers, con Visione che riprogrammatosi (e tornando a essere com’era in origine con la pelle rossa) riacquista la capacità di provare sentimenti, tentando di scoprire quell’umanità cui ha sempre voluto avvicinarsi; è da qui che Avengers: Infinity War prende il travestimento olografico che Visione usa per interagire con le persone e apprendere da loro che cos’è l’umanità. Molto belli i dialoghi sull’essere umani che Visione fa a Ultron in Ultron: Unlimited (storia del 1999 di Kurt Busiek con i bellissimi e particolareggiati disegni di George Perz, probabilmente una delle migliori trame dedicate a uno dei nemici più pericolosi affrontati dagli Avengers e a cui si sono ispirati per il film Avengers: Age of Ultron).
Altra storia dove viene mostrato il lato più umano di Visione è Red Zone, storia del 2003 realizzata Geoff Johns e disegnata dall’ottimo Oliver Coipel e che anticiperà (come se fosse un dejà vu) il fato cui andrà incontro Visione solo anno più tardi e che verrà in un qualche modo ripreso in Infinity War. Apparentemente, non sembrano esserci nessi con la storia Vendicatori Divisi del 2004 creata da Brian Bendis (amato/odiato per aver fatto sciogliere il gruppo dei Vendicatori per poi farli riunire poco dopo in una nuova formazione su cui spicca l’ingresso di Wolverine) e disegnata magnificamente da David Finch e il film Infinity War: Visione viene ridotto a pezzi da She-Hulk (cugina di Bruce Banner con i suoi stessi poteri), ma la reale causa della sua morte è Wanda che con i suoi poteri, inconsciamente, fa scatenare il caos che porta agli eventi narrati nella serie. Certo, nel film è una scelta sofferta ma voluta quella di Wanda di eliminare Visione per fermare Thanos eppure riprende qualcosa di già visto (anche se poi si sa chi davvero eliminerà nella pellicola Visione).
Visione Un po' peggio di un uomoPurtroppo, non sempre il personaggio di Visione è stato usato in maniera adeguata (a diversi non è piaciuto come Bendis lo abbia usato come cavallo di troia per permettere a Ultron di avere la meglio sugli Avengers, con i supereroi costretti a fare un viaggio nel tempo per sconfiggere il nemico) tra morti e ricostruzioni varie, ma sicuramente si distingue e andrebbe letta la storia Un po’ peggio di un uomo, un po’ meglio di una bestia (riferimento a un’opera di Shakespeare) realizzata da Tom King e Gabriel Hernandez Walta: per impedire che le emozioni per Wanda offuschino il suo giudizio, Visione formatta la propria sfera emotiva e si trasferisce in Virginia, dove cerca di creare una normale vita costruendosi una moglie, Virginia, e due figli, Vin e Vivian, uguali a lui. La quotidianità verrà sconvolta da un evento tragico, scatenando drammi familiari che scaveranno nel profondo dei personaggi e non solo. Bugie e silenzi che si aggiungono a una difficile integrazione in una società che li vede come diversi, a una ricerca di felicità dopo tanta sofferenza che ha portato a cercare di costruire una famiglia su misura, dove tutto è ordinato e può essere tenuto sotto controllo. Ma il controllo è solo un’illusione: tutto non può essere controllato, ci sarà sempre l’imprevedibile che manda a monte piani e sogni. E così Visione, che in questa storia ricorda il dottor Frankenstein, si ritroverà di nuovo ad avere a che fare con il dolore e quei sentimenti che così dolorosamente cerca di comprendere. Una storia cupa, anche agghiacciante, che non ha nulla dello stampo supereroistico che ci si potrebbe aspettare da un’opera Marvel, ma che merita di essere letta per capire meglio un personaggio che seppur non di primo piano, merita di essere conosciuto e approfondito.

Avengers: Endgame

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Avengers: EndgameCon Avengers: Endgame si chiude un ciclo iniziato con il primo film Marvel, Iron Man. Senza fare spoiler, anche se ormai si sa già com’è finito, la pellicola è il culmine di tante trame iniziate negli anni scorsi.
Dopo gli eventi di Infinity War, il gruppo di Avengers sopravvissuti riesce a rintracciare il pianeta su cui si è ritirato Thanos nel tentativo di rimettere le cose a posto, ma lì scoprono che il pazzo titano ha usato le Gemme dell’Infinito un’ultima volta per distruggerle, così che ciò che ha fatto possa essere immutabile. Inutile è il gesto di Thor che stacca la testa a Thanos con un colpo di Stormbreaker (riferimento a una battuta nel film precedente che il titano rivolge al dio del fulmine): rassegnato, al gruppo non rimane che tornare sulla Terra e andare avanti.
Trascorrono cinque anni. Capitan America aiuta le persone che hanno perso qualcuno con un gruppo di ascolto. Tony Stark si è ritirato in campagna e vive con Pepper, dalla quale ha avuto una bambina. Bruce Banner è venuto a patti con Hulk e ora si presenta con il corpo del gigante verde ma capace di parlare e agire come lo scienziato tranquillo e geniale che di solito era quando non si trasformava (un chiaro riferimento al ciclo di Hulk scritto da Peter David). Natasha cerca di coordinare ciò che resta degli Avengers, tentando di trovare un modo per sistemare le cose, invano.
Questo finché non torna a comparire Scott Lang (Ant-Man) dal mondo quantico, che suggerisce di usare questo mondo per viaggiare nel tempo. E qui, alla Marvel, si sono incartati. Oppure hanno fatto volutamente apposta a far sì che gli utenti capissero poco di quello che stava avvenendo per non fargli capire l’incoerenza di quello che era stato creato nella sceneggiatura.
Le teorie su quello che ha fatto la Marvel sono diverse, ma provo a riassumere, per quello che ho potuto capire dalla visione di Avengers: Endgame, di cosa succede. Andando nel passato non si può cambiare il presente; quindi, per esempio, se si andasse al tempo in cui è nato Thanos e lo si uccidesse quando è in fasce, questo non modificherebbe quanto è avvenuto, ovvero gli effetti dello schiocco delle dita di Thanos con il Guanto dell’Infinito non verrebbero annullati. Il piano escogitato da Lang è andare in alcuni punti precisi del passato che conoscono, prelevare le gemme di quel tempo, portarle nel presente, creare un nuovo Guanto, far risorgere tutti quelli scomparsi e poi riportare le gemme al loro posto per non creare altre realtà. Insomma un andare nel passato per poi nel presente cambiare il futuro.
In realtà, le spiegazioni date nel film si contraddicono tra loro, creando confusione, forse perché proprio alla Marvel non sapevano come gestire coerentemente questa parte del film e sono proprio le azioni compiute dagli eroi a sconfessare le spiegazioni date. Se si vuole cercare di capirci qualcosa, suggerisco la lettura di questo articolo, perché sinceramente m’ingarbuglio troppo nel cercare di trovare coerenza in quanto creato.
Garbuglio che naturalmente andrà a crearsi nel film perché le cose non vanno come programmato e ci si ritrova ad affrontare il Thanos del passato con tutto il suo esercito (un po’ labile il modo in cui il titano scopre il piano degli Avengers). Scontro finale ai massimi livelli, dove non mancano attimi pieni di pathos ed eroismi.
Un peccato l’essersi andati a incartare con i viaggi nel tempo, perché Avengers: Endgame è più coinvolgente di Avengers: Infinity War, permettendo una maggior caratterizzazione dei personaggi protagonisti che sono in minor numero della pellicola precedente (almeno per la maggior parte del tempo). Non mancano riferimenti al mondo dei fumetti (Occhi di Falco che si presenta come Ronin, usando una katana al posto dell’arco; Capitan America anziano è quello visto in House of M, felice della vita normale che ha potuto avere; Capitan America che passa il suo scudo a Sam Wilson, facendolo così diventare il nuovo Capitan America) e si capisce che certe scelte sono state fatte perché certi attori dovevano “uscire di scena”, che però potevano essere ponderate meglio. Se un personaggio lo sacrifichi per avere una determinata Gemma, non puoi dire che non può tornare perché questa è la regola imposta per il possesso di tale Gemma, perché il Guanto dell’Infinito, come dice il nome stesso, concede un potere infinito, capace di stravolgere qualsiasi legge (fisica, temporale, magica).
In definitiva, Avengers: Endgame è un film che sa intrattenere, sa emozionare, ha momenti epici, ma ha anche parti oscure che si contraddicono tra loro (anzi, che fanno a cazzotti) e che ne minano la coerenza e ne inficiano un poco la visibilità.

Avengers: Infinity War

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Avengers - Infinity WarSu Avengers: Infinity War avevo già espresso i miei dubbi sulla fedeltà all’opera originale. Il film porta il titolo della seconda storia riguardante la serie dell’Infinito, mentre la trama è un connubio tra The Thanos Quest (per buona parte) e Il Guanto dell’Infinito (minima parte). Rispetto al Thanos originale, quello cinematografico è sempre fuori di testa, ma è un fuori di testa più “razionale”: se nel fumetto Thanos con il potere del Guanto elimina metà della popolazione dell’universo per compiacere l’amata Lady Morte (che nonostante ciò non lo fuma proprio), nella pellicola fa lo stesso ma con una motivazione differente, ovvero che l’universo per quanto grande è un sistema con risorse finite che non possono sostenere tutti gli esseri viventi esistenti, e pertanto una metà va eliminata perché continui a esistere.
Anche il Guanto ha subito delle modifiche: il suo potere è sempre grande, ma più limitato rispetto alla versione fumettistica (nel fumetto è Thanos a limitare la forza del Guanto per dare una minima possibilità agli eroi uniti di combatterlo), senza contare che chi lo usa ne subisce danno perché il potere di tutte le gemme è troppo per un solo individuo (già una singola gemma annienta un normale essere vivente).
Fatte queste premesse e prendendo atto che Marvel fumetti e Marvel film sono due mondi separati, Avengers: Infinity War è un prodotto ben confezionato, visivamente eccezionale, ma che non coinvolge eccessivamente. Questo non è colpa sua, ma è dovuto al fatto che risente del difetto di tutti i crossover: con tanti protagonisti in scena è molto difficile approfondire la caratterizzazione di tutti. Ciò è avvenuto nei film che hanno preceduto Avengers: Infinity, dove i vari protagonisti (Iron Man, Capitan America, Thor, Pantera Nera) hanno avuto lo spazio necessario per ricevere una caratterizzazione adeguata. La stessa cosa avviene anche nei fumetti, dove, se si cerca l’approfondimento sul singolo, si deve seguire la sua serie regolare, mentre il crossover, il grande evento, è un qualcosa per far vedere uno scontro epocale che porterà sconvolgimento nella vita di ogni protagonista e nel mondo.
Per chi non ha seguito nessuno (o solo alcuni) dei film precedenti, risulta difficile apprezzare o comprendere appieno Avengers: Infinity War con tutte le storie e gli eventi che convergono in un unico punto. Si può dire che alla Marvel hanno saputo tirare bene le redini di quanto orchestrato, anche se non è piaciuto l’aver reso Bruce Banner/Hulk una macchietta per far divertire; ci sono alcuni momenti che si distinguono, come ci sono alcune scene che caratterizzano un poco i personaggi (riguardanti Thanos e la coppia Visione e Wanda), mentre ci sono dei momenti dove le scelte dei personaggi lasciano un poco perplessi (come non trovarsi d’accordo quando il pazzo titano fa notare che è stato un errore non usare una delle gemme in possesso degli eroi, a meno che tale scelta non trovi una solida spiegazione in Avengers: Endgame).
Il finale di Avengers: Infinity War è stranamente in linea con alcune parti del fumetto, con metà della popolazioThor vs Beta Ray Billyne dell’universo sparita (l’inizio di Il Guanto dell’Infinito) e con Thanos che, soddisfatto di aver raggiunto il suo obiettivo (e se possibile, in qualche modo in pace) dismette gli abiti da guerra e si ritira su un pianeta a vivere da contadino (la fine di Il Guanto dell’Infinito).
In definitiva, Avengers: Infinity War non è un film da bocciare, ma non è neppure tra i migliori realizzati dalla Marvel (essi sono da ricercare tra il primo Iron Man, il primo Avengers, Captain America: The Winter Soldier, Captain America: Civil War e Doctor Strange); effetti speciali ben sviluppati, un discreto fan service (di cui alcune volte si poteva fare a meno), coerenza in alcuni casi latitante (anche con solo alcune gemme Thanos non poteva essere colpito, tant’è che nel fumetto neppure decine di forze cosmiche unite riescono a fargli un graffio: la sua sconfitta avviene solo grazie all’intervento di Adam Warlock, nel film assente, che sa qual è il vero punto debole di Thanos).
Piccola curiosità. La nuova arma di Thor, Stormbreaker, in realtà, anche se con sembianze un po’ diverse, è l’arma appartenente a Beta Ray Billy, un personaggio creato nel 1983 da Walt Simmons e uno dei pochissimi capace d’impugnare Mjolnir oltre al Dio del Fulmine; dopo uno scontro con Thor per il possesso del martello, visto il suo essere degno, Odino, commissiona ai nani di Nidavellir di forgiare un altro martello con il metallo Uru, Stormbreaker, per l’appunto.