Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

L'Ultimo Demone

L’Ultimo Potere

L'Ultimo Potere

Strade Nascoste

Strade Nascoste

Inferno e Paradiso (racconto)

Non Siete Intoccabili (romanzo)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

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L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

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Il magazzino dei mondi 2

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L'Ultimo Demone revisionato.

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Sugli store online è stata caricata la versione corretta e rivista di L’Ultimo Demone, secondo romanzo della serie I Tempi della Caduta. La revisione effettuata è andata a correggere quei refusi che erano stati segnalati nella recensione fatta da Annalisa Sutto, che ancora ringrazio per aver così permesso di migliorare il lavoro fatto; qualcuno potrebbe obiettare che erano piccoli dettagli, ma spesso sono proprio i dettagli a rendere migliori le cose. Spero di essere riuscito a trovarli tutti; di certo ora ce n’è un numero minore che nella precedente versione.

Fantasy: un genere ancora sconosciuto.

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Nonostante tutti i mezzi d’informazione e la diffusione che si è avuta negli anni passati, ancora oggi non si ha del tutto chiaro che cosa sia il fantasy. Purtroppo vige in tanti la mentalità che sia un genere di serie b, adatto a un pubblico adolescenziale; un giudizio questo limitato e si sta ancora andando bene, perché certi danno un giudizio ancora più negativo.
Ho scritto diversi pezzi sia su Le Strade dei Mondi, sia su Fantasy Magazine su questo argomento (qui e qui due articoli dedicati a esso), ma non sono stato certo l’unico. Ma nonostante in tanti si siano impegnati a far conoscere il fantasy, tanti pregiudizi continuano a perdurare.
Per questo, il tempo dedicato alla conoscenza non è mai troppo: suggerisco la lettura dell’articolo scritto da Domenico Russo, Il genere fantastico, questo sconosciuto: oltre a proporre definizioni e storia del fantasy, dà anche una classificazione dei vari rami in cui questo genere si suddivide. Un articolo ben fatto, che dovrebbe chiarire le idee a chi ancora ha dei dubbi sul fantasy e sul fantastico.
Nel caso ci fossero però dei Tommaso che non credono a quanto scritto finché non toccano con mano, allora non resta che suggerirgli di leggere alcuni libri e mostrare che il genere non è roba solo per bambini e adolescenti.

Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien.

It e la serie della Torre Nera di Stephen King.La Torre Nera, la famosa serie di Stephen King: ottimo esempio di opera fantasy e non solo

La storia infinita di Michael Ende.

1Q84 di Haruki Murakami (qui e qui per saperne di più).

La fattoria degli animali di George Orwell.

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach.

Io sono leggenda di Richard Matheson.

La casa del tempo sospeso di Mariam Petrosjan.

Di letture valide per capire quanto sono validi e di spessore il fantasy e il fantastico ce ne sono tante altre, ma per cominciare i libri sopra riportati vanno più che bene.

Fiori di albicocco

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Fiori rosa, fiori di pesco, cantava Battisti. Questi sono fiori di albicocco e non c’entrano nulla con il tema della canzone sopra citata, ma sono il segnale che la primavera sta iniziando.

L'importanza della tv nell'educazione dei più piccoli

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«Datemi un bambino nei primi sette anni di vita e io vi mostrerò l’uomo», recita un celebre motto gesuita, a indicare quanto è importante questo periodo della vita per lo sviluppo dell’individuo.
In questa frase c’è molta saggezza, ma quanti nella nostra società riescono a coglierne appieno la potenza e il significato? In un periodo così delicato e importante dello sviluppo, pochi danno peso a come si educano e si crescono i piccoli, comportandosi spesso in maniera superficiale.
Quanto mostrato nella seguente indagine è abbastanza indicativo su come ci si muove per la crescita dei figli; non è proprio recente (risale a cinque anni fa), ma comunque serve per farsi un’idea della situazione.
Nell’indagine si parla di tecnologia e media, ma non di libri e letteratura, a indicare come l’Italia sia un paese dove la maggior parte delle persone legge poco o niente (riferendosi a libri e riviste, non alla lettura di commenti su social o cose simili).
Lettori MP3, iPod, iPad, Tablet, radio, e-book sono i mezzi tecnologici meno utilizzati; meglio i cellulari, i lettori dvd, le console di videogiochi. Le posizioni dominanti appartengono al pc e alla tv, con quest’ultima che occupa il primo posto.
Soffermiamoci proprio sulla tv e vediamo cosa i piccoli guardano: è normale e logico che seguano i canali tematici a loro dedicati (ma non solo quelli). Boing, Italia1, K2, Rai yoyo, Rai Gulp, Cartoonito, Frisbee, Super!, sono i programmi più seguiti con i loro cartoni animati e le serie tv dedicati ai più giovani. Magari un adulto è poco obiettivo nel dare il giudizio su tali programmi, ma vedendoli ci si pone il quesito se quanto fatto vedere è davvero educativo e aiuta lo sviluppo e la crescita dei bambini. Fare un paragone con il passato può risultare poco consono, ma ci si domanda perché si propinano certi cartoni animati. Sì, perché quando si ha a che fare con serie tipo Peppa Pig e Spongebob, sorgono parecchi dubbi sul tipo di educazione che si vuol far passare. Un’educazione limitante, pregiudiziale, che vuole far passare un certo tipo di messaggio; se si dà un occhio ai vari programmi, si nota che quanto proposto è tutto sulla stessa onda, ovvero il non voler far pensare. Perché si passano questi programmi?
I casi sono tre.

1. Ci sono pochi soldi e si acquistano le serie che costano meno.

2. Si pensa che, essendo bambini, vada bene tutto, tanto non sono in grado di distinguere la buona qualità dalla mediocrità.

3. La scelta è voluta perché si vogliono crescere le nuove generazioni limitate e condizionabili: in questo modo, fin da piccoli, non si abitua la gente a pensare.

In tutti e tre i casi risiede una parte della realtà; anche se si rischia di passare per individui che puntano alla malafede, la terza opzione è quella a cui più si propende. La società e il sistema, come tanto dimostra il modo di fare dei politici e degli imprenditori, vogliono persone che obbediscono e non pensano con la propria testa; se ci si pensa è sempre stato così, ma le cose in questi ultimi anni sono decisamente peggiorate.
DuckTalese, serie animata trasmessa in tv negli anni '80Potrà essere il solito “le cose andavano meglio nel passato”, “quelli sì che erano bei tempi”, ma se si fa un paragone a quello che veniva proposto alle generazioni precedenti, quello che viene passato in tv adesso ne esce totalmente sconfitto, sia riguardi i bambini, sia riguardi gli adolescenti. Negli anni ’70 e ’80 c’erano i cartoni animati sui Masters of the Universe, sui robottoni (Mazinga, Ugo Robot, Voltron, Gundam, ma anche perle come Fortezza Superdimensionale Makross, conosciuta in Italia perché facente parte della serie Robotech), quelli di Bim Bum Bam (i famosi Belle e Sebastien, Mila e Shiro, i Puffi, Holly e Benji, Lady Oscar , Candy Candy, Georgie, questi ultime tre adatti a un pubblico più da adolescenti che da bambini), i Ducktales. Negli anni ’90 si hanno poi avuto serie del calibro di Patlabor, Gargoyles-Il risveglio degli eroi, I pirati dell’Acqua Nera.
Viene naturale, avendo vissuto nei periodi citati e vivendo in quello presente, farsi certi quesiti e domandarsi dove si vuole arrivare.

Torneranno i fiori

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Fiamma se ne stava in disparte, lo sguardo perso fra le rocce, rigirando tra le mani un sassolino.
Era stanca, gli facevano male i piedi. Non facevano altro che camminare tutto il giorno, mangiando sempre gallette e la carne dei serpenti che Mangusta catturava, bevendo l’acqua che trovavano nei ruscelli e nelle pozze delle oasi. Avrebbe desiderato cambiare ogni tanto; le sarebbe piaciuto tornare ad assaggiare quelle piccole barrette dolci che avevano trovato nel magazzino di una città: Volpe aveva detto che erano fatte con cioccolato e caramello. Le erano piaciute davvero tanto. Ma dopo che erano dovuti fuggire da quel luogo, in nessun altro erano riusciti a trovare quelle barrette così buone; Volpe era riuscita a portarne alcune con sé, ma anche se gliele aveva date solo in occasioni speciali, da un pezzo erano finite.
“Magari nella città in cui stiamo andando possiamo trovarne” pensò speranzosa. Ma subito sospirò. “Finirà come sempre: arriveranno i mostri e noi dovremo scappare e saremo di nuovo nel deserto.” Sospirò nuovamente.
«Come siamo melanconici oggi» disse Bardo alle sue spalle.
«Sono annoiata» disse mogia la bambina.
«Meglio annoiarsi che avere paura» ribatté con un sorriso Bardo.
«Sì» fece poco convinta Fiamma. «Ma se non sono mostri, è sempre deserto: non c’è mai niente, nemmeno un fiore. Sono tutti sassi. E pure brutti.»
Bardo rovistò in una delle sue tasche, prendendo qualcosa e poi porgendolo alla bambina. «Non tutte le pietre sono brutte.»
«Che bella!» esclamò Fiamma tenendo tra le mani una pietra dalle mille sfaccettature. «Sembra una rosa!»
Bardo sorrise. «Infatti viene chiamata la rosa di ferro.»
«Cambia colore.» Fiamma la sollevò davanti agli occhi a bocca aperta, muovendola avanti e indietro. «Non ne avevo mai viste prima: dove l’hai trovata?»
«Bisogna sapere dove cercare: il mondo è pieno di pietre del genere. Anche più belle» spiegò Bardo. «Se ti piace, puoi tenerla.»
«Grazie!» Fiamma se la mise in tasca, tornando però ad assumere un’espressione sconfortata quando posò di nuovo gli occhi sulla piana deserta. «Mi mancano i fiori: è da tanto che non li vedo.»
«Non li vedi perché non si fanno vedere.»
«Come?» domandò stupita Fiamma.
«Hanno deciso di non farsi vedere.»
«Perché?»
«Per come si sono comportati gli uomini: non hanno fatto altro che strapparli, macinarli, avvelenarli. Non si soffermavano più a guardarli, ammirarli, annusarli: quando non li distruggevano, li ignoravano, come se fossero semplice erba» spiegò Bardo. «Devi sapere che i fiori sono molto narcisisti e altrettanto permalosi. Se a questo aggiungi che gli esseri umani nei loro riguardi hanno perpetrato veri e propri genocidi, puoi capire perché se la sono presa tanto: molte delle loro specie si sono estinte e i superstiti sono diminuiti di anno in anno, arrivando al punto che rischiavano di scomparire del tutto, divenendo solamente una leggenda.»
«Allora che cosa è successo?» domandò incuriosita Fiamma.
«Hanno deciso di riunirsi. C’è stato un gran consiglio, dove gli esponenti di ogni specie hanno parlato. E quando hanno deciso, hanno sparso i loro pollini al vento per comunicare la loro decisione a tutti i fiori del mondo.»
«E che cosa hanno deciso?» lo incalzò la bambina.
Fiori«Che non sarebbero più spuntati fino a quando l’uomo non fosse cambiato: sarebbero rimasti sottoterra, nascosti all’interno dei semi, in attesa del cambiamento dei tempi.»
«Per questo allora non se ne vedono più.»
«Esatto.»
«Ma non sono scomparsi del tutto» precisò Fiamma in cerca di conferma.
«In questo momento sono proprio sotto di te, addormentati nel loro lungo sonno.»
«E come faranno a sapere quando svegliarsi?»
«Quando verrà il momento giusto, lo sapranno: è un loro piccolo potere segreto.»
Fiamma abbassò lo sguardo, fissando la terra sotto i suoi piedi. «Credi che riuscirò a vederne di nuovo qualcuno nel nostro viaggio?» domandò seria dopo qualche tempo.
Bardo sorrise. «Ritengo che ci siano buone probabilità.»
Fiamma lo fissò per alcuni momenti, poi riprese fuori dalla tasca la rosa di ferro e si mise a rimirarla alla luce degli ultimi raggi.
Bardo levò lo sguardo sull’orizzonte. “Hanno detto che nel nostro tempo avremmo raccolto la loro eredità e che avremmo imparato da ciò che avremmo visto. Hanno detto che le stesse parole avrebbero avuto significati differenti, che anche la rettitudine avrebbe cambiato volto. Hanno detto che tutto che ciò che c’era di buono nel nostro tempo sarebbe caduto dalla grazia.” Lanciò un’occhiata a Fiamma che rimirava la pietra che aveva avuto in regalo. “Hanno detto che avremmo cercato il potere per dare vita a tutte le storie del passato e fare sì che il nuovo regno venisse.”
Si alzò seguendo Fiamma per andare attorno al fuoco appena acceso.
“E che ci saremmo riusciti. Adesso come in passato.”

Non è più una questione di sport

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Il calcio, più che sport, è un businessE questo lo si sapeva da un pezzo. Ormai tutto è al servizio dello show, dell’attirare il maggior numero di spettatori, perché i grandi numeri portano grandi guadagni. Troppi interessi sono in ballo e per questo i veri valori dello sport, le sue regole, vengono piegati a favore del business e di chi ha maggiore influenza.
Ne è esempio il campionato italiano di calcio, dove praticamente ogni domenica ci sono episodi che favoriscono alcune delle squadre più grandi. Le cose però non vanno meglio in ambito europeo: anche qui ci sono dei club aiutati. Ne è un esempio il Barcellona, basti vedere la vittoria in Champions League di 6 a 1 sul Paris Saint Germain, dopo che all’andata aveva perso per 4 a 0: un risultato molto improbabile da ribaltare e che eppure si è verificato. Alcuni giornali hanno spiegato la vittoria sottolineando la potenza del Barcellona e la remissività del Paris Saint Germain, ma la partita è stata indirizzata verso questo risultato da un arbitraggio scandalosamente e palesemente di parte: due rigori netti negati al Paris St. Germain, due rigori inesistenti regalati al Barcellona, tre giocatori del Barcellona non espulsi. La cosa è stata troppo eclatante per non far venire dei sospetti sulla regolarità della gara; un atteggiamento che non è nuovo, dato che negli ultimi anni questa squadra in Champions League ha avuto aiuti arbitrali: un altro caso famoso furono le direzioni arbitrali nella semifinale del 2010 contro l’Inter, con mancate espulsioni di giocatori del Barcellona (vedere Messi che colpì deliberatamente Maicon al viso, facendogli saltare un dente e costringendo la sostituzione dell’interista perché faceva fatica a stare in piedi) ed espulsioni inventate di giocatori dell’Inter (Thiago Motta espulso per una simulazione di un giocatore del Barcellona che si buttò a terra come se avesse preso un pugno in viso senza neppure essere stato sfiorato). Ma quell’Inter era molto forte, più forte anche di aiuti arbitrali, e andò lo stesso in finale, vincendo poi la coppa; rimane però il fatto che il tentativo di far andare avanti il Barcellona ci fu e non fu una cosa bella.
Rimanendo in ambito calcistico, non si può non parlare della costruzione del nuovo stadio della Roma, dove il progetto è stato fatto passare nonostante dovesse essere bocciato per i tanti errori che conteneva. Oltre a questo fa pensare che si dia il via a costruzioni che con lo stadio non c’entrano nulla e questo denota che giro d’affari ci sia dietro e le pressioni che sono state fatte a una classe politica che non fa altro che assecondare i fini degli imprenditori.
Andando oltre al calcio, si può pensare allo scandalo delle costruzioni di impianti sportivi finiti poi in nulla quando ci furono i mondiali di nuoto in Italia, ai tanti casi di doping nel ciclismo, quelli alle Olimpiadi (basti pensare a quelli della Cina qualche anno fa o a quelli della Russia nel passato recente). Le cose non vanno meglio nel piccolo, dato che purtroppo anche qui si fa uso di sostanze dopanti per migliorare le prestazioni e ottenere vittorie e piazzamenti alti in praticamente tutti gli sport.
Va preso atto che non è più una questione di sport, che i suoi valori sono stati accantonati per fare soldi. L’attività sportiva non è più una questione di divertimento, di benessere fisico e psichico, ma è competizione e guadagno: è diventata tutta una questione di business.

La fine del paradiso

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Quando erano liceali, loro cinque andavano d’accordo in tutto e per tutto. Si accettavano reciprocamente così com’erano, si comprendevano l’un l’altro. In questo, ognuno di loro trovava una profonda felicità. Ma quella beatitudine non poteva continuare in eterno. Il paradiso, prima o poi lo si perde. Le persone crescono ognuna a velocità diversa, e prendono strade diverse. Col passare del tempo si era creata un’inevitabile disarmonia. Erano apparse le prime crepe. Crepe che alla fine non si potevano più considerare tanto sottili. (1)

 

Nella sua brevità, questo è un brano molto emblematico di L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Haruki Murakami, che ben mostra cosa si perde quando si cresce e la distanza che si crea tra le persone, anche con quelle a cui si era più legati. Un brano toccante e significativo, che diventa ancora più intenso se letto con sottofondo Le mal du pays, la musica che ha fatto da colonna sonora alla vita di Tsukuru; a un primo ascolto il pezzo può non coinvolgere, ma se lo si riascolta si riescono ad apprezzare le sue sfumature e la sua profondità.
Non vuole essere un paragone con Murakami, ma in L’Ultimo Demone ho fatto una riflessione simile: penso che tanti, prima o poi giungono a fare simili considerazioni. In fondo, questo è parte della vita.

 

Appollaiato su una roccia, Sanjuro osservava Mangusta, Fiamma e Lettore impegnati a costruire un piccolo castello con dei ramoscelli secchi. Un’immagine che sarebbe stata bella mantenere immutata nel tempo, perpetrandola per l’eternità: ma quel momento sarebbe divenuto presto solamente un ricordo e con il tempo il ricordo si sarebbe logorato per poi finire dimenticato.
“È così che va la vita: ci si lascia indietro sempre qualcosa di prezioso che non può essere recuperato. Anche la loro età, così bella e unica, passerà e non saranno più bambini innocenti ma uomini e donne con il loro carico di rimpianti, con il peso delle scelte a segnarli.”
Si poteva solo sperare che potessero crescere insieme, fare lo stesso percorso per avere qualcosa da condividere, per aiutarsi a vicenda fino a diventare degli adulti capaci di generare nuove vite e poterle crescere. Ma era una speranza vana, le cose sarebbero andate diversamente: crescendo si sarebbero separati prendendo ognuno strade differenti, allontanandosi non solo fisicamente, ma in una maniera che, se si fossero rincontrati, non si sarebbero più conosciuti; la complicità e l’empatia avute nel periodo vissuto insieme da bambini sarebbe stato qualcosa di morto, impossibile da riportare in vita. Sarebbero stati degli estranei con il ricordo di aver condiviso delle esperienze passate, ma così sbiadito che si sarebbero domandati com’era stato possibile aver avuto qualcosa in comune.
“È così che va la vita: non ci si può fare nulla. Accade e basta ed è difficile trovare un perché. Ci si può arrabbiare, spaccare la testa sopra, ma non si troverà una risposta.”

 

  1. Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Einaudi Super Et 2017, pag. 270.

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

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L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggioL’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è un romanzo di Haruki Murakami del 2013. Innanzitutto occorre comprendere la scelta di usare questo titolo per il libro. Con gli “anni di pellegrinaggio” non s’intende il girovagare del protagonista, ma è il titolo di una serie di tre suites per piano solo composte da Franz Liszt che vengono spesso ascoltate da Tsukuru, a cui è molto legato, che gli ricordano un particolare periodo della sua vita che non è mai riuscito a dimenticare e che l’ha profondamente segnato; si può dire che è la colonna sonora della sua vita, la musica che ben rappresenta il suo modo di vivere e l’atmosfera che sempre l’ha pervasa. “L’incolore Tazaki Tsukuru” gioca sul fatto che nel gruppo di amici di cui Tsukuru faceva parte ai tempi del liceo, lui era l’unico che non aveva un colore nel proprio nome; per capire cosa s’intende occorre capire un poco la lingua giapponese e il significato degli ideogrammi che la compongono. Akamatsu, Oumi, Shirame e Kurono: ognuno di loro aveva un colore nel nome e i loro soprannomi erano la forma tronca degli aggettivi akai, aoi, shiroi e kuroi che significano rosso, blu, bianco, nero (come spiega la nota a pag.7 del romanzo). Aka, Ao, Shiro e Kuro prendevano alle volte in giro bonariamente Tsukuru per questa cosa (il suo nome è scritto con l’ideogramma “costruire”), senza cattiveria, ma il non avere un colore nel nome gli dava una certa sensazione di estraneità al gruppo.
Come dice Tsukuru, non esiste nessuna relazione tra il carattere di una persona e il nome che porta, eppure leggendo il romanzo si capisce che i nomi hanno un’importanza più rilevante di quel che si può pensare e in un certo modo rivelano il carattere dei personaggi. Aka è esuberante, estroverso, sportivo, quello che più si mette in mostra, che trascina: elementi ben associati al colore rosso. Ao è più riflessivo, ponderato, attento a osservare le cose, come suggerisce il colore blu. Shiro, legata al bianco, è per la purezza, ma in Giappone il bianco è legato alla morte, al lutto. Kuro, amica intima di Shiro, si può dire che è il suo opposto e insieme vanno a formare il simbolo tanto famoso del Tao: lei ha il colore della notte, profondo, misterioso, in cui si celano segreti e misteri. Tuskuru, che come visto ha l’ideogramma “costruire”, progetta e realizza stazioni ferroviarie, sua passione da sempre: è lì che va quando ha bisogno di pensare, di chiarire le idee, di calmarsi: gli piace osservare l’andare e il venire delle persone e dei treni. In fondo, lui è come una stazione: un punto fermo, statico, che non cambia, quello dove la gente si ferma per un po’ prima di ripartire. Anche se inconsciamente, è così che lui si sente:  un qualcosa dove la gente che lo frequenta vi si ferma per un po’ per poi andarsene. Lui ritiene che questa avvenga perché vuoto, perché non ha niente da dare. Ma avviene anche perché non si espone mai troppo, per non farsi coinvolgere emotivamente e così poter essere ferito: un comportamento sorto dopo un’esperienza del passato che l’ha profondamente segnato, facendo cadere per mesi in depressione e a fargli pensare seriamente alla morte. Dopo una simile esperienza non è più stato lo stesso e solo a trentasei anni, spinto da Sara, la ragazza che sta frequentando, è costretto ad affrontare quella questione a lungo irrisolta del suo passato. Un trauma nato nel secondo anno d’università: per seguire gli studi che gli avrebbero poi permesso di progettare stazioni ferroviarie, si era trasferito a Tokyo, lasciando Nagoya, dove era rimasto il gruppo di amici cui era fortemente legato. Nonostante la distanza, il legame era perdurato, fino a quando, di punto in bianco, gli altri quattro decidono di non voler più avere a che fare con lui. Nessuna spiegazione è data. Talmente è forte è lo choc che nessuna spiegazione è richiesta; purtroppo questa è una cosa che quando si è giovani si fa: se la ferita è profonda, si rimane inermi, non si reagisce, non si cerca di capire le ragioni di certe scelte. Ma è una cosa che ci si porta dietro per anni, rimanendone condizionati.

Murakami con il suo stile delicato accompagna il lettore in un viaggio di scoperta, per ritrovare se stessi e far chiarezza su questioni irrisolte. Un viaggio pieno di malinconia per incomprensioni, cose perdute, per cose che passano, cambiano e non potranno più tornare; un viaggio che mostra come crescendo tante cose ritenute importanti quando si è giovani, specie gli ideali, i legami con le persone, cambiano e si perdono, anche se sono stati forti e importanti. Un viaggio malinconico come lo è Le mal du pays, brano appartenente ad “Anni di pellegrinaggio”, ma anche liberatorio, che aiuta a risanare, come scopre Tsukuru quando uno a uno rincontra gli amici del gruppo cui era tanto legato e scopre la verità che ha portato al suo allontanamento. Una verità choccante, che sembra assurda per come si è verificata, ma che avanzando nella scoperta mostra la complessità dell’anima umano e dei suoi lati oscuri, di cui spesso s’ignora l’esistenza e che se non si viene a patti con essi possono distruggere, sia se stessi, sia gli altri.
L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è un romanzo molto denso e toccante, struggente e delicato; come in altre opere di Murakami, l’elemento onirico è presente e sottilmente s’insinua nella trama, lasciando la sua impronta in modo misterioso e indefinito, ma ben presente. Un romanzo che ha tanto da dare, anche se non dà certezze, ma che spinge alla comprensione, all’accettazione e a capire che la vita e le persone sono davvero tante cose, alle volte buie, alle volte luminose; alle volte morbide, alle volte taglienti. Dure e fragili, capaci di far sanguinare.
Un libro profondo e intimo: L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è davvero qualcosa che merita di essere letto.

La vita è sacra, ma dipende da come è vissuta

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In questi giorni si è parlato di Dj Fabo e del suo viaggio in Svizzera, dove ha posto termine alla sua vita. Dj Fabo, dopo un incidente, è divenuto cieco e tetraplegico, poteva solo sentire e a fatica a parlare; dopo anni in questa condizione di sofferenza, ha intrapreso il viaggio verso un paese che permetta l’eutanasia, perché in Italia non esiste ancora una legge che lo consenta.
La vita è sacra, questo è certo, ma dipende come è vissuta. Perché certe vite, vissute in un certo modo, non sono più vite; né per se stessi, né per le persone che sono accanto.
Non è facile arrivare a questo passo: chi lo fa, ha riflettuto a lungo e ha deciso che la morte è la liberazione da una condizione di dolore, disperazione, privazione. Non poter più camminare, toccare le cose, abbracciare persone o animali, leggere, vedere film, paesaggi, ma limitarsi a stare chiusi nella prigione buia che è divenuta il proprio corpo, è una delle esperienze più dure che esistono, soprattutto dopo aver provato tante cose nella propria vita ed essere consapevoli che non ci sarà più modo di viverle di nuovo (in questo il film di Clint Eastwood, Million Dollar Baby, mostra perfettamente una simile condizione).
Una decisione difficile, che solo chi vive certe condizioni può prendere. Una decisione che cambia da persona a persona, dove ogni caso è un caso a sé, perché ogni individuo è unico e prende decisioni in maniera diversa, perché questo fa parte della libertà.
Eppure questa libertà, nella società di oggi, viene ostacolata. Se ci si pensa, in tutto la libertà è ostacolata, in ogni scelta, dalla più piccola alla più grande. Tutti hanno la pretesa di decidere per gli altri, d’imporre i loro giudizi, i propri punti di vista, di dire cosa un altro deve fare.
Dj Fabo ha detto che siamo schiavi di uno Stato, viviamo schiavi di uno Stato, lavoriamo schiavi di uno Stato. In queste amare parole è rivelata la realtà in cui viviamo. Il suo è un caso eclatante, ma se ci si pensa, di libertà nella vita di ogni individuo ce n’è poca e per ottenerne soltanto un pizzico bisogna lottare a non finire e sputare sangue, mangiarsi il fegato, l’anima e, se ci fosse, anche qualcos’altro. Tutti hanno la presunzione e la pretesa di poter dire la loro sulla vita altrui e questo fa ancora più male, rende ancora più tristi, fa ancora più infuriare. Tanti sono stati gli appelli lanciati a Dj Fabo di ripensarci, di continuare a vivere; sarebbe interessante vedere come agirebbe chi ha fatto questi appelli nella sua condizione, perché si è tutti bravi a dare certe risposte quando non si è diretti interessati. Ma anche se fossero nella sua stessa condizione, sarebbe la loro scelta, non la sua: quello che ancora tanti non riescono a capire è che si sceglie singolarmente, in base ai propri valori, alle proprie credenze, alla propria condizione.
Naturalmente, dopo gli appelli delle persone comuni, non possono mancare le istituzioni con il loro modo di fare, contrarie a questa scelta, perché si reputano difensori della vita, che ritengono sacra. Parole che risultano stridenti, dato che le istituzioni non fanno che rendere sempre più complicata la vita, dato che non fanno che accollare pesi e angustie sulle spalle delle persone, facendo sempre più perdere senso alla vita, togliendo agli individui la voglia di vivere. Risulta grottesco volersi ritenere difensori della vita quando non si fa altro che sputare sulla vita stessa. Una contraddizione; o, forse, è meglio definirla follia pura.
Simili situazioni dovrebbero far riflettere e rendere coscienti, come già scritto in precedenza (ma occorre tornare a sottolinearlo), che la vita è sacra e merita di essere vissuta, ma dipende tutto da come è vissuta. E che occorre rispettare le scelte altrui, senza strumentalizzarle o cercare d’imporre un diverso modo di vedere per un proprio tornaconto (e chissà perché, si va sempre a finire in una questione di soldi: sembra strano, ma se ci si pensa bene, è così. Tutto è business).