L’Ultimo Demone

L'Ultimo Demone ACQUISTA! E 1.99

Strade Nascoste (romanzo)

Strade Nascoste ACQUISTA! E 1.99

L’Ultimo Potere (romanzo)

L'Ultimo Potere ACQUISTA! E 1.99

Inferno e Paradiso (racconto)

Non Siete Intoccabili (romanzo)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

365 storie d'amore

L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

365 racconti di Natale

Il magazzino dei mondi 2

Il magazzino dei mondi 2

365 racconti d’estate

Il magazzino dei mondi 2

Wikio vote

http://www.wikio.it

settembre: 2016
L M M G V S D
« Ago    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  

Archivio

L'Ultimo Demone - Recensione su Scrittori Indipendenti

No Gravatar

Per chi ricercasse un giudizio su L’Ultimo Demone, e non gli bastassero i pezzi postati sul sito e l’epub contenente i primi capitoli per farsene un’idea, ecco la recensione di Andrea Zanotti (che ringrazio per le belle parole) su Scrittori Indipendenti

Book coach

No Gravatar

Nel ricco mondo dell’editoria, tra le tante figure saltate fuori per aiutare gli scrittori, c’è quella del book coach. Tradotto in italiano, senza entrare troppo nel dettaglio, una sorta di allenatore per scrittori: se ne è parlato su Writer’s Dream. Riporto il piccolo racconto che lì ho scritto immaginando la scena con il book coach che mi “allena”.

“Allora, su dai” il book coach batte le mani. “Alla tastiera, bello carico, e ti metti a scrivere come un fosso”.
“Un fosso.” Immagini di fossi non proprio idilliaci scorrono nella mia mente.
“Sì, un fosso che scorre impetuoso, irrefrenabile, come quello che hai davanti a casa.”
“…il fosso davanti a casa mia è secco da mesi…è tutta l’estate che non piove…” andiamo bene come inizio, penso.
“Pensiero positivo, pensiero positivo! Ottimismo, ottimismo! è la scrittura che corre, la scrittura che va!”
Ho il sospetto che il book coach o è imparentato con Renzi e Berlusconi o è andato a lezione da loro. “D’accordo…”
“Forza, comincia a scrivere!”
“Un attimo che raccolgo le idee.”
“Niente pensare, devi solo andare! Partire a scheggia e BOOM! Un colpo e un morto!”
“…Mica siamo in guerra…”
“La scrittura è una guerra! E il mondo dell’editoria è un duro campo di battaglia dove si deve sbaragliare ogni nemico! Perché chiunque non è te, è tuo nemico!”
Proprio quello invasato dovevo beccare. “Comincio…”
“Aspetta! Cosa vuoi scrivere?”
“Pensavo a una storia con ambientazione post apocalittica dove attraverso i personaggi e le loro vicende si mostrano i lati più oscuri dell’animo umano e dei sistemi creati dalle istituzioni.”
“Non ci siamo, non ci siamo! Non va bene! Fa troppo pensare e i libri non devono far pensare. Intrattenimento! Intrattenimento! Bisogno che la gente si diverta.” Il book coach scuote il capo e tira una manata sul tavolo. “Adesso prendi e scrivi una storia tra due adolescenti che sono attratti l’uno dall’altra: devi far traspirare gli ormoni dalla carta, si deve sentire la passione, la voglia che hanno l’uno dell’altro. Li devi far avvicinare e poi allontanare, ci devono essere mille incomprensioni, tradimenti, ma poi alla fine l’amore trionfa!”
Sospetto dove voglia andare a parare. “…e poi ci danno dentro di brutto.”
“Esatto! Esatto! La gente vuole sesso, tanto sesso! Sesso every day and every night!”
Ho il sospetto che sia anche parente di Gigi D’Agostino. “…siamo proprio a posto…”
“Sììììì! Noi andiamo a scrivere! Noi andiamo a pubblicare! Forza! Ora scrivi la scena di un bello spupazzamento tra i due e abbonda con i dettagli! Alla gente questo gli piace!”
“…a parte il fatto che la frase non è costruita proprio bene, si deve dire “le” non “gli”: la gente è femminile”.
“Niente tecnicismi! Niente tecnicismi! La scrittura dev’essere un orgia!”
“Degli orrori”.
“Ma quale horror! L’horror non va per niente”
“Stephen King ha scritto tanti horror (e non solo) e ha avuto molto successo.”
“Sopravvalutato! Sopravvalutato! La sua è roba vecchia che non vende più! Ci vuole il sesso! Sesso! Il sesso è vita! Il sesso è…”
A questo punto ci sono due possibilità.
A. Lascio perdere la scrittura e vado a fare qualcos’altro.
B. Prendo il book coach e lo defenestro.
Voi cosa ne dite? Un attimo che vi conto… 😛

La guerra dei giganti di Stephen R. Donaldson

No Gravatar

La guerra dei giganti di Stephen R. DonaldsonLa guerra dei giganti è il secondo volume di Le Cronache di Thomas Covenant l’Incredulo scritto da Stephen R. Donaldson. Covenant è tornato sulla Terra dopo il viaggio inaspettato nella Landa, ma ritiene che sia stato tutto un sogno causato dall’incidente avuto con l’auto della polizia; un sogno strano, ricco di personaggi e prodigi, ricco di magia, dove il tempo è trascorso in maniera diversa; il suo tempo nella Landa è stato di diverse settimane, mentre sulla Terra sono trascorse solo poche ore (il periodo in cui è stato incosciente). In quel mondo fantastico, incredibilmente, era tornato a essere sano, guarito completamente dalla lebbra; ma quando ritorna sulla Terra, la malattia è di nuovo presente. Come ben presenti sono le persecuzioni che la gente del luogo perpetra ai suoi danni, non volendo avere a che fare con lui, nemmeno che si avvicini al paese, ai luoghi di ritrovo; Covenant viene minacciato, la sua proprietà subisce gravi atti di vandalismo. La gente vuole far sì che sia segregato nella sua casa e non ne esca mai, la sua sola presenza un insulto alla comunità. Subendo l’ondata d’odio di una comunità bigotta e ipocrita, che aborrisce il debole e il malato, Covenant scivola in una disperazione sempre più cupa, fino a quando la moglie, che lo aveva abbandonato all’insorgere della malattia, lo cerca nuovamente per telefono. Ma proprio quando sta per rispondergli, viene richiamato nella Landa, dove sono trascorsi decine di anni: lì, Covenant, oltre ad avere di nuovo un ruolo centrale nella lotta contro lo Spregiatore e i suoi servi, dovrà fare i conti con il lascito delle sue azioni passate. Un lascito di dolore, rancore, vite rovinate che gli fanno vivere un senso di colpa che mai lo lascia, perché sa che non può porre rimedio a quanto fatto. Eppure c’è anche chi non lo odia, ma lo rispetta e lo ama: è il caso del saggio Signore Mhoram e dell’Alto Signore Elena, figlia della violenza perpetrata da Covenant alla madre Lena.
Ma Covenant non è l’unico uomo proveniente dalla Terra: questa volta c’è anche Hile Troy, evocato per sbaglio da Atiaran, madre di Lena, quando ha cercato di evocare l’Incredulo. Hile Troy, a differenza di Covenant, crede fermamente nella Landa e farebbe di tutto per salvarla, perché essa gli ha concesso la vista, lui che mai ha potuto vedere in vita sua, dato che è nato privo di occhi.
Fin dal suo arrivo la situazione risulta drastica. Nonostante la conquista dello Scettro della Legge e del ritrovamento del Secondo Libro di Kevin, le cose volgono al peggio: i Giganti sono perduti, l’esercito dello Spregiatore avanza senza posa ed è più grande di quanto si potesse immaginare, costringendo Troy, il Bargello della Legione, ad attuare un piano disperato. Come disperata è la decisione presa dall’Alto Signore Elena quando con Covenant segue il misterioso Amok alla ricerca del Settimo Libro. Ma non è nella disperazione che va ricercata la forza per combattere lo Spregiatore, come riesce a capire Covenant; comprensione che però non riesce a evitare lo svolgersi di certi eventi.

Romanzo che presenta influenze tolkeniane (l’amore per i cavalli, la foresta che sconfigge l’esercito dello Spregiatore per le ferite che per anni le ha inferto, i Giganti esuli che vogliono riattraversare il mare per ritornare alla loro patria, il rispetto e la preservazione della natura), La guerra dei giganti vede la trama svilupparsi seguendo le vicende di Covenant e Troy, due punti di vista completamente diversi: da una parte l’incredulità più totale, dall’altra la fede più ferrea. Ancora una volta si gioca sul fatto che la Landa sia qualcosa di reale o immaginario, frutto dei sogni e della fantasia inconscia di Covenant; nemmeno la presenza di Troy aiuta a chiarire questo punto, dato che potrebbe essere una proiezione inconscia della parte di Covenant che vuole credere nella realtà della Landa e della possibilità di speranza e salvezza che può donare.
Covenant non è un eroe e questo lo si era già capito, ma in questo romanzo appare più vittima, più mezzo usato dallo Spregiatore per giungere alla caduta della Landa, perché, non va dimenticato, la prima volta che venne chiamato nella Landa fu per opera di Droll Scavaroccia su suggerimento dello Spregiatore. Quindi in Covenant c’è il seme della distruzione di quella bellissima terra e lui giunge a capirlo quando scorge l’odio celato nella figlia Elena, vede l’impulso distruttivo, il suo essere attratta dalla disperazione (in cui crede ci sia una grande forza) che farà fare una scelta sbagliata e deleteria per l’intero mondo. La violenza che vede in Elena è la violenza che lui ha fatto alla madre e in un qualche modo si è trasmessa alla figlia: è il frutto della macchinazione ordita dallo Spregiatore (che tutto distorce e contamina) e che sta venendo alla luce sempre più con forza.
La guerra dei giganti è un volume più epico del precedente, ma anche più psicologico e oscuro (per esempio il rapporto incestuoso tra Elena e Covenant, ma non è qualcosa voluto dall’uomo, che resiste e rifiuta le offerte della donna), con Donaldson che riesce a creare un connubio tra elementi classici d’evocazione tolkeniana ed elementi di denuncia sociale, conflitti interiori che rasentano un’analisi di psicologia, dando vita a un confine dove non si riesce a capire se quanto raccontato è davvero un’altra realtà o semplicemente un’invenzione della mente per affrontare una situazione difficile, piena di sofferenza. Solitamente il libro di mezzo di una trilogia è quello più “debole”, ma in questo caso, almeno personalmente, La guerra dei giganti è il volume migliore della serie.

Piccola nota personale. Donaldson è un autore ben conosciuto all’estero, che ha avuto influenza su scrittori come Steven Erikson; un autore non immediato, non certo commerciale, capace di creare qualcosa di sottile e per questo, probabilmente, in Italia non apprezzato come avrebbe dovuto. Eppure ha lasciato il segno in chi l’ha letto e in altri autori, come già detto. Quanto segue è una semplice osservazione personale, della quale non si hanno riscontri, eppure è forte la sensazione che anche Terry Brooks abbia preso diverse cose dai suoi scritti (La guerra dei giganti è stata pubblicata in America nel 1977, mentre le opere di Brooks sono successive). Ho notato che in La regina degli elfi di Shannara (1992) praticamente c’è una scena identica a La guerra dei giganti. C’è il gruppo che fugge da una terra dove tutto è ostile e decide di usare il fiume per allontanarsene: costruiscono una zattera con delle corde e la usano per navigare. Il fiume è impetuoso, la navigazione è difficile. La zattera viene colpita e scagliata in alto dal fiume, poi subito dopo è attaccata da una grossa creatura che getta il gruppo in acqua. C’è una feroce battaglia tra i flutti dove uno del gruppo muore (una Guardia del Sangue per Donaldson, un Elfo Cacciatore per Books). Altra scena presa dal romanzo di Donaldson si riscontra in Le pietre magiche di Shannara (1982): un piccolo gruppo si reca tra montagne pericolose, si inoltra al loro interno attraverso sentieri impervi per giungere, dopo aver attraversato una cascata, all’interno di una grotta dove è custodito il potere cercato per salvare il mondo e le persone dalla minaccia del nemico (per Donaldson è il Sangue della Terra, per Brooks è il Fuoco di Sangue). Altra scena riscontrata in Le Pietre Magiche (e posta come in La guerra dei giganti nella parte finale del romanzo) è quando Amberle paga il prezzo per salvare il suo popolo e viene tramutata in albero: cambia il sesso del personaggio, ma il sacrificio per la salvezza altrui è praticamente lo stesso ed entrambi i personaggi, nella loro nuova vita, avranno il compito di preservazione e servizio della terra.
Ormai si è scritto di tutto ed è molto probabile scrivere qualcosa di già visto e far sì che sia molto simile, ma in questo caso si ha la sensazione che Brooks si sia rifatto a Donaldson: troppe similitudini. Sarà una coincidenza, ma non ne sono del tutto convinto.

Notte di tempesta

No Gravatar

Notte di tempesta

Notte di tempesta

Religione e L'Ultimo Potere

No Gravatar

Negli articoli inerenti a L’Ultimo Potere, ho parlato dei diversi elementi cui mi sono ispirato: il cinema (la trilogia di Mad Max), la letteratura (La Divina Commedia, Orizzonte perduto), i fumetti (Devilman), la psicologia (le teorie di Lombroso, gli archetipi). C’è stato un altro elemento che ha avuto una parte importante nella storia di I Tempi della Caduta: la religione.
Un ruolo centrale l’hanno avuto i Vizi e le Virtù (intesi come Vizi Capitali e Virtù Cardinali), servite per spiegare e mostrare i poteri dei Demoni e degli Usufruitori. Non solo: i Vizi sono serviti per far vedere come gli uomini hanno perso la loro umanità e integrità e si sono fatti sopraffare da essi fino a causare il crollo di ogni società e civiltà, rendendoli qualcosa che portava ovunque rovina; le Virtù fanno da contraltare e sono quelle che permettono possa esserci ancora salvezza per l’uomo e il mondo. Una visione questa che è ben conosciuta nella religione cristiana. Religione cristiana (e i suoi testi sacri) da cui ho preso altri spunti.
“Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo” Questo brano tratto dal Nuovo Testamento (Apocalisse 13,1) (e presente all’inizio di L’Ultimo Potere) serve da introduzione per spiegare che cos’è la Bestia e quale legame c’è con i Demoni Superni e i Vizi, come essa abbia preso dominio sulla vita degli uomini, assoggettandoli al suo volere e traendone forza.
Non è l’unico brano preso dal Nuovo Testamento. Si fa riferimento al figliol prodigo parlando del ritornare alle proprie origini. Viene usata la famosa frase rivolta dal diavolo a Gesù quando lo tenta nel deserto (tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti mi adorerai Matteo 4,9), perché è molto efficace nel mostrare a cosa può essere sottoposto l’animo umano (e che cosa può perdere se cede alla richiesta).
Nel terzo capitolo “Credenze ipocrite e cieca follia” ho voluto mostrare come da certe persone, in certi ambienti e periodi, la religione viene vissuta in maniera distorta, il suo messaggio travisato e usato per estremismi che portano le società alla rovina: in ogni tempo (purtroppo anche il presente ne è tristemente ricco) si usano il nome di Dio e la religione come pretesto per dare sfogo a una mentalità e un modo di vivere che vuole prevaricare e sopraffare chi pensa e vive in maniera differente. Si tratta sempre di una questione di dominio, di potere, per condizionare e controllare gli altri.
La crocefissione di San Pietro è una vicenda importante nella religione cattolica, da cui ho preso spunto per un brano di L'Ultimo PotereIn altri capitoli (come La via della virtù) ho invece mostrato come a un certo punto le religioni abbiano perso la loro vera natura e siano diventati Culti dell’Ego che ricercano i grandi numeri, pretendendo obbedienza e riverenza, imponendo in ogni modo il loro potere, cercando di sopravanzare una sull’altra. In questo punto è stato affrontato il discorso di che cos’è la vera libertà (tema caro a molte religioni e filosofie), come essa dipenda dalla consapevolezza e dal liberarsi dei condizionamenti: messaggio insegnato da tanti santi e guide spirituali, spesso andato smarrito perché sfruttato dalle istituzioni religiose per attirare il maggior numero di persone al loro interno (ho usato una vicenda storica famosa della religione cristiana per dare monito di ciò).
Questi sono alcuni esempi di elementi delle religioni da cui ho tratto ispirazione; potrei andare ancora avanti, ma questo non servirebbe a chiarire ulteriormente che la vera natura delle religioni (di tutte) è quella di rendere consapevoli (e perciò liberi) gli uomini. Sono ben conscio che tante istituzioni di questo genere sono il più delle volte atte a creare dipendenze e modi per tenere assoggettate a sé le persone, ma la vera essenza delle religioni è un’altra ed è a essa che miro, sia in questo romanzo, sia nella vita.

X-23

No Gravatar

Chi è X-23?
Questa è la domanda che fa Capitan America a una ragazzina che sta interrogando. Ma è una domanda che non ottiene risposta, perché è una domanda sbagliata. La domanda corretta è quella che pone Matt Murdock (avvocato conosciuto anche come Devil): chi era X-23?
Un’arma. Questa è la risposta che rivela il passato della ragazzina. Un passato crudele, spietato, dove la violenza l’ha fatta da padrona. X-23 è frutto di un esperimento (il 23 sta a indicare che il 23° tentativo è quello andato a buon fine, l’X il cromosoma da cui è stata creata) che ha voluto ricreare il famoso mutante Wolverine, vera e propria macchina da guerra, molto difficile da fermare grazie al suo fattore rigenerante e allo scheletro ricoperto di adamantio. Ma come già sa chi segue le vicende del mondo Marvel, Wolverine si è staccato da un mondo che faceva di lui un’arma da usare, divenendo uno dei membri più famosi e carismatici del gruppo degli X-men e in seguito degli Avengers. C’è a chi questo non è andato bene e perciò ha voluto ricreare qualcuno come lui, poterlo malleare a proprio piacimento e sfruttarlo per i propri fini. Così, usando un campione genetico del famoso mutante, è stata clonata X-23, un’arma umana creata solo per uccidere, allenata e addestrata a non avere sentimenti, solo obbedire agli ordini della missione. Una macchina.
Ma qualcuno non è d’accordo con questo, come la dottoressa Kinney, uno dei capi del progetto e colei che ha portato nel grembo l’ovulo fecondato con il gene ricreato. Quello che doveva essere un semplice progetto, diventa per la dottoressa qualcosa di più, anche se in tutti i modi ha cercato di tenersene lontano. Ma il fatto di aver sentito crescere in lei la piccola e vedere quello che le stavano facendo una volta nata, le ha fatto rigettare un sistema disumano, cercando di aiutare e salvare quella che è arrivata a ritenere sua figlia.
Craig Kyle e Chris Yost fanno un ottimo lavoro nel mostrare la nascita e lo sviluppo di X-23. In Innocenza perduta (2005, disegnata di Billy Tan) la storia è vista dal punto di vista della dottoressa Kinney, mostrando il suo cambiamento nei confronti della piccola e del perché di certi suoi comportamenti: scorrendo le pagine si scopre il suo passato, del perché non ha voluto creare legami, avere una famiglia. Un passato fatto di violenza e solitudine; forse è questo che a un certo punto la spinge a non vedere più la piccola come un esperimento, ma un essere umano e a darle un nome: Laura.
Assieme al maestro di arti marziali Tanaka, cerca di salvarla da un addestramento che vuole spogliarla dell’umanità, facendola divenire un animale. Come si scoprirà, non è soltanto una questione di soldi (X-23 viene usata per omicidi a pagamento): per qualcuno è anche una questione di vendetta per qualcosa accaduto nel passato.
Straziante in certe scene (quando Laura è costretta, a causa del trigger, a fare cose che non avrebbe mai fatto), toccante in altre (Tanaka che la tratta con dolcezza, Laura che disobbedisce all’ordine di uccidere un bambino, la madre che le legge la favola di Pinocchio (per instillarle nell’inconscio che anche se considerata un’arma, lei può essere umana, proprio come il burattino che diventa bambino)), Innocenza perduta si conclude con la distruzione della base del progetto (X-23 era solo la prima fase) e Laura che se ne va sola.
X-23In Bersaglio X (2007, ottimi i disegni di Mike Choi), viene mostrato cosa è successo a Laura dopo che è fuggita dal centro, andando alla ricerca degli unici parenti rimasti (la zia e sua figlia, già incontrate per aver salvato la cugina da un serial killer), cercando di rifarsi una vita e sfuggire a chi le sta dando ancora la caccia. Una fuga inutile, dato che viene ritrovata e i suoi parenti quasi uccisi: questo fatto la fa allontanare dagli affetti perché non vengano più coinvolti, andando alla ricerca del proprio padre, responsabile, secondo lei, del suo stato quanto quelli che l’hanno creata. Il confronto con Wolverine le farà capire che quello che lei è non è colpa sua e che esiste una possibilità di ricominciare.
Le vicende narrate nelle due miniserie sopra citate sono due tra le tante realizzate del grande mondo Marvel, ma sono tra quelle che meritano di essere lette. Certo, è letteratura fantastica, si parla di supereroi e mutanti, ma è una lettura che fa riflettere su tante cose: sull’ingegneria genetica e fin dove ci si può spingere, sul rapporto tra figli e genitori, sulla solitudine, sulla piaga dei bambini soldati. Una lettura intensa, certamente con tematiche già viste (il soldato/assassino che deve essere solo un’arma e cerca una vita diversa come film e serie televisive hanno mostrato più volte), ma meritevole di essere conosciuta.

La morte incarnata

No Gravatar

La morte è parte integrante della vita: questo è un fatto innegabile. Una realtà semplice eppure talmente grande e complessa che ancora oggi l’uomo cerca di comprenderla. Fin da quando è divenuto cosciente di essa e ha cominciato a seppellire i suoi simili deceduti, creando cerimonie funebri, l’uomo ha indagato su di essa, raffigurandola in ogni forma possibile: gli antichi egizi avevano Anubis, gli antichi greci Ades; nel medioevo era famosa la figura incappucciata di nero armata di falce. Ha cercato di creare un suo avatar, di dargli connotazione fisica così da rendere più facile la sua comprensione; in psicologia verrebbe considerata una proiezione, perché mandando all’esterno qualcosa d’interno lo si riesce a elaborare meglio; in fondo, la morte è qualcosa d’interno all’uomo, qualcosa che è sempre presente, date le milioni di cellule che ogni giorno muoiono in lui. Ma è anche qualcosa di più, qualcosa di più grande, che riguarda tutti, dalle piante agli animali. Qualcuno potrebbe anche dire che la morte non esiste, dato che gli atomi che compongono una forma non scompaiono, ma ne vanno a formare un’altra, ma questo è un discorso molto complesso, che si allontana dal discorso che si vuole fare, che è quello di vedere i vari aspetti che le ha fatto assumere. Arte, letteratura, cinema, fumetti: gli esempi da proporre sono innumerevoli.
Ryuk, Dio della Morte nel manga Deat NoteNel medioevo, come si è detto, la morte era una figura incappucciata di nero, con volto un teschio, mani scheletriche: veniva rappresentata con uno scheletro perché era questo che rimaneva delle persone morte dopo la decomposizione ed era la rappresentazione più immediata e d’impatto. La si è potuto vedere anche nel film Brancaleone alle crociate di Mario Monicelli con Vittorio Gassman. Sempre in tema di film e medioevo, famosa è l’interpretazione della Morte di Bengt Ekerot in Il settimo sigillo di Ingmar Bargman, dove sfida a una partita a scacchi un cavaliere interpretato da Max von Sydow: una pellicola particolare, molto simbolica, ma d’innegabile fascino. Pellicola più romantica quella di Vi presento Joe Black, con la Morte interpretata da Brad Pitt. Molto meno poetica e romantica, e di sicuro più cruda e cruenta, è la serie di film Final Destination, con la Morte che non appare fisicamente, ma è una presenza costante, e, pur di attuare il suo disegno, agisce in tutti i modi possibili per eliminare chi è riuscito a sfuggire alle sue grinfie.
In letteratura, appare fisicamente nello struggente racconto Il mantello di Dino Buzzati (La boutique del mistero, 1968 Mondadori).
Per non parlare dei fumetti, dove molti artisti la fanno essere protagonista: è il caso di Neil Gaiman nella sua famosa serie Sandman. In Il Corvo di James O’Barr, la sua è una fugace apparizione (la Donna in Nero) ma significativa. Molto più presente invece in Death Note di Tsugumi Ohba e Takeshi Obata, dove viene rappresentata dai vari Shinigami, gli Dei della Morte.
Questi sono pochi dei tanti esempi con cui l’uomo ha rappresentato la morte. Una cosa è certa: anche se ne è spaventato, allo stesso tempo ne è affascinato, proprio per il grande mistero che essa è.

Ghost in the Shell – L’attacco dei Cyborg

No Gravatar

Ghost in the Shell – L’attacco dei CyborgAltro film di Mamoru Oshi basato sul fumetto di Shirow Masamune, Ghost in the Shell – L’attacco dei Cyborg (titolo originale Ghost in the Shell 2: Innocence) è il sequel della pellicola del 1995. Questa volta il protagonista è Batou, detective della Sezione 9 della Polizia: dopo la scomparsa del maggiore Kusanagi, Batou fa coppia con Togusa, ma le cose non sono più le stesse. Il detective sente la mancanza della collega, con la quale aveva instaurato un legame particolare, probabilmente dovuto al fatto che entrambi sono cyborg, a differenza di Togusa, il membro più umano della squadra. Questa volta la Sezione 9, dopo i fatti del Burattinaio, è impegnata a indagare su un caso in cui dei ginoidi (androidi dalla forma di giovane donna utilizzati come strumento sessuale), apparentemente impazziti, hanno ucciso otto persone. Che ci sia qualcosa che non vada lo si capisce fin dal primo incontro con una di loro, la quale, prima di essere abbattuta, chiede di essere aiutata.
Batou, assieme a Togusa, indaga per scoprire come mai in queste genoidi sia stato trovato un frammento di ghost, quando in realtà dovrebbe essere assente, vista la sua illegalità, e si ritrova coinvolto in un affare torbido, preso di mira da un attacco informatico che cerca di hackerare il suo cervello per metterlo fuori gioco. La questione si rivelerà torbida, mostrando come dietro a quello che sta accadendo ci sono forti interessi economici, un vero e proprio business che non guarda in faccia a niente per fare soldi.
Film che unisce animazione 2D e computer grafica 3D, ha come tematiche centrali il discorso sull’anima (o ghost), le differenze tra umani e macchine; introspettivo e riflessivo come il precedente, mostra la solitudine in cui vivono i personaggi in un mondo tecnologico, che, nonostante la smisurata possibilità di connessione, fa vivere gli individui isolati, al punto che per avere compagnia hanno bisogno di creazioni che simulino la vita (umana e animale). Complesso, filosofico, Ghost in the Shell – L’attacco dei Cyborg non è un film immediato (come non lo era il precedente), ma è una pellicola evocativa, visivamente ben fatta e con una colonna sonora coinvolgente, il tutto amalgamato a creare una storia intensa e toccante.
Come altre opere di Oshi, consigliato a chi cerca qualcosa di profondo.

The Sky Crawlers

No Gravatar

the sky crawlersThe Sky Crawlers è un film di fantascienza di Mamoru Oshii del 2008. Ambientato in una Terra alternativa, presenta un’ambientazione che ricorda quella della Seconda Guerra Mondiale per quanto riguarda il modo di vestire, i mezzi usati; più o meno la tecnologia è quella di quel periodo storico, salvo il fatto che l’ingegneria genetica è più avanzata al punto d’aver dato vita ai kildren, adolescenti che non invecchiano mai, rimanendo in eterno in questo stato. L’unico modo per loro di morire è di essere uccisi in combattimento ed è per questo che vengono usati per pilotare aerei da guerra.
Una guerra che è in mano a compagnie private che combattono per gli stati che li assoldano attraverso i kildren. Una guerra che ha eliminato le altre guerre, dove la sete di sangue è sedata da un conflitto bellico che è diventato un gioco, uno show televisivo. Uno spettacolo crudele, che sembra ripetersi all’infinito, con i suoi protagonisti che vivono in un presente che non cambia mai, che si perpetra nella ripetitività dei gesti: una scelta, quella del regista, che non è casuale e che serve per comprendere appieno ciò che s’intuisce già dall’inizio (vedere una delle prime scene, quando Yuichi Kannami arriva alla base aerea, e quella subito dopo i titoli di coda).

Visivamente ottimo, come ottima è la colonna sonora, spettacolare nelle scene dei combattimenti aerei, inizialmente può spiazzare per i volti inespressivi dei kildren, ma presto si capisce che la scelta è funzionale alla vita che conducono. La loro è un’esistenza priva di passato, non ricordano nulla di ciò che è stato. Non hanno futuro, il loro scopo è solo quello di combattere ancora e ancora. Hanno solo un presente sempre uguale, facendo trascorrere una giornata dopo l’altra in attesa dell’ennesimo combattimento, sapendo che potrebbe essere l’ultimo. O forse no. Di certo vivono come se non ci fosse un domani, partecipando a una finzione dove tutti sanno (o quasi) ma non vogliono dire come stanno realmente le cose.
The Sky Crawlers non è un film adrenalinico, ma una pellicola introspettiva che si prende il suo tempo per far giungere il suo messaggio allo spettatore. Scoprire la natura dei kildren, il legame che c’è tra loro e il Professore (un pilota della compagnia privata Lautern che abbatte uno dietro l’altro quelli della Rostock, praticamente imbattibile, riconoscibile dal suo aereo con una pantera disegnata sopra), il legame tra Yuichi e Kusanagi, il perché tanti appaiono così tristi quando guardano i kildren (emblematico quando la meccanica della base parla di “vite spezzate”).
Per chi o cosa combattono i kildren? Perché uccidono? Queste sono le domande che pone Suito Kusanagi mentre è a cena con Yuichi Kannami, entrambi kildren, entrambi parte dello stesso gioco. La risposta di Yuichi (i più non ci pensano, lo ritengono un mestiere come un altro) può sembrare cinica e brutale, ma fa capire come il combattere, l’uccidere, sia divenuta talmente un’abitudine da essere considerata come una cosa normale, che non colpisce più di tanto, dove vince il più forte e si possono far aumentare i profitti. La guerra è vista come un business, un fare interessi economici, dove conta ottenere profitto e non si guarda il costo di vite umane, perché a morire sono soltanto i kildren, sono gli unici a pagarne il prezzo. Ma in fondo che prezzo può essere, quando si scopre qual è la loro natura? Eppure un prezzo c’è ed è spaventoso, perché si perde la propria identità, il proprio equilibrio e Kusanagi lo sa bene: si va incontro a un dolore spaventoso, che solo con l’assenza di sentimenti si può provare a resistere. Ma una vita priva di sentimenti è una vita di disperazione, dove è meglio andare incontro alla morte, se solo si potesse scegliere: sì, perché i kildren non sono padroni della propria vita, ma sono nelle mani di multinazionali che dispongono di loro come vogliono per i propri interessi e anche il morire è qualcosa che non può essere concesso perché va contro il profitto. Una disamina dura, come lo è quella di Kusanagi sull’umanità e sulla guerra.

“Nella sua storia, l’umanità non ha mai voluto né potuto eliminare la guerra perché è la sua esistenza a dare senso e realtà alla vita degli esseri umani. Avere sempre delle guerre in corso in qualche parte del mondo ha una sua specifica funzione: quella di alimentare l’illusione di pace della nostra società. Ma la guerra deve essere reale, non può sembrare una finzione. Leggere delle guerre del passato non basta. La narrazione rischia di trasformarle in favole e annullarne l’effetto. Se la gente non vede morti veri in televisione, se la sofferenza non viene mostrata, se la guerra non la tocca da vicino e le fa paura, la pace non può essere mantenuta. E il suo stesso significato viene dimenticato. La gente ha bisogno della guerra per sentirsi viva. Proprio come noi ci sentiamo vivi quando combattiamo nei cieli. E poiché la nostra guerra è un gioco che per sua stessa natura non deve finire mai, come tutti i giochi ha bisogno di regole. Per esempio, deve esserci un nemico che non può essere sconfitto. “

Un bellissimo dialogo che fa capire tante cose; tra le tante, la decisione nel finale di Yuichi di combattere contro il Professore e abbatterlo, credendo così di porre fine a una guerra destinata a durare per sempre, figlia di una società che così pensa di aver risolto un problema che l’umanità si porta dietro da quando è nata. Un ribellarsi contro un destino già scritto e poter scegliere la propria via.

“Hai sempre la possibilità di cambiare la strada che percorri ogni giorno. Anche se la strada è la stessa, puoi vedere cose diverse. Non è abbastanza per vivere? O invece…non può essere abbastanza? Anche se la strada è la stessa, puoi vedere cose diverse. Non è abbastanza…per continuare a vivere?”

Yuichi sembra avere trovato la risposta al suo vivere. E può essere una risposta anche per quella parte di umanità che ripete costantemente il solito modo di passare la vita: andare al lavoro, in ferie, mettere al mondo figli, crescerli. Se ci si pensa, non sono poi tante le differenza tra il modo di vivere dei kildren e quello dell’umanità (il non crescere e ripetere sempre i soliti gesti).