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La morte come spettacolo

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La morte fa parte della vita. Alcuni la vedono come la sua nemesi. Altri come un passaggio a un’altra forma di esistenza. Ma per certi individui, la morte viene vissuta come un mezzo per fare spettacolo. Di esempi ce ne sono tanti.
La morte dei gladiatori nel colosseo era uno spettacolo per migliaia di romaniBasta pensare ai combattimenti nel Colosseo tra gladiatori ai tempi dell’Impero Romano oppure ai cristiani fatti dilaniare da belve feroci durante le prime persecuzioni, dove migliaia di spettatori accorrevano per assistere a tali spettacoli.
Nel Medioevo, ai tempi dell’Inquisizione, della Rivoluzione Francese, le esecuzioni pubbliche attiravano folle di persone che assistevano affascinate alla morte di loro simili.
La letteratura non poteva che prendere esempio dalla storia. Un esempio è la trilogia Hunger Games (2008-2010) di Suzanne Collins (che ricorda molto il romanzo del 1999 di Koushun Takami, Battle Royal), dove la morte dei Tributi viene mostrata in diretta a milioni di persone. Un modo per tenere sotto controllo la massa non solo attraverso la paura, ma anche attraverso il fascino del seguire le vicende d’individui che non sono più persone, ma parti di un ingranaggio di controllo di un sistema dittatoriale. Un sistema già ben mostrato nel film Rollerball del 1975.
Emblematico di questa realtà è il discorso fatto da Kusanagi nel film The Sky Crawlers di Mamoru Oshii, dove la guerra viene vissuta come uno spettacolo.

“Nella sua storia, l’umanità non ha mai voluto né potuto eliminare la guerra perché è la sua esistenza a dare senso e realtà alla vita degli esseri umani. Avere sempre delle guerre in corso in qualche parte del mondo ha una sua specifica funzione: quella di alimentare l’illusione di pace della nostra società. Ma la guerra deve essere reale, non può sembrare una finzione. Leggere delle guerre del passato non basta. La narrazione rischia di trasformarle in favole e annullarne l’effetto. Se la gente non vede morti veri in televisione, se la sofferenza non viene mostrata, se la guerra non la tocca da vicino e le fa paura, la pace non può essere mantenuta. E il suo stesso significato viene dimenticato. La gente ha bisogno della guerra per sentirsi viva. Proprio come noi ci sentiamo vivi quando combattiamo nei cieli.”

Storia, finzione, dimostrano come la morte possa essere uno spettacolo. Ma se non bastasse questo, basta guardare la realtà e vedere quante persone utilizzano la morte di loro simili per fare foto o video da postare in rete e attirare il maggior numero di visitatori.
Dinanzi a questo modo di fare, una cosa è certa: la morte sta perdendo significato e dignità e dolore. E questo non va bene, perché la morte è una cosa seria, come dice la signora Cristina nel film Don Camillo del 1952.

Perdita di diritti

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È ormai chiaro che c’è la volontà di togliere sempre più diritti alle persone. Questo comporta sempre meno tutele nei loro confronti, specialmente nel mondo del lavoro.
È chiaro da tanti anni a questa parte che i vari governi non sono al fianco dei lavoratori ma dei datori di lavoro; già il motto tanto sbandierato ultimamente “gli imprenditori sono eroi” rende palese da che parte pende la bilancia. Se non bastasse questo, ci sono ulteriori prove a dimostrazione di ciò: il Job Act ne è un esempio calzante.
Non bastasse ancora, basta vedere la decisione presa dalla Consulta di bocciare il quesito referendario sul reimmettere l’articolo 18, dichiarandolo inammissibile. E anche la decisione della Cassazione che ritiene giusto per un imprenditore licenziare per aumentare i propri profitti.
Il Quarto Stato, ottimo esempio della questione sociale sui diritti dei lavoratori Si sta arrivando dove gli imprenditori vogliono arrivare: poter fare tutto quello che vogliono, avere libertà di licenziare e decidere della sorte e condizione dei lavoratori come più gli pare e piace. È un tornare indietro di decenni, prima dell’acquisizione dei diritti dei lavoratori dopo anni di lotta.
Questo non vuol dire che i lavoratori debbano avere solo diritti e non alcun dovere: è dovere del lavoratore fare il suo dovere e non è ammissibile che ci siano, come purtroppo tanto spesso è successo, i furbetti del cartellino, ovvero gente che timbrava, ma invece di lavorare era a farsi i fatti suoi. Ci vuole competenza e serietà, le cose, visto che si fanno, vanno fatte bene. Non si può essere pagati per non fare niente o per fare le cose male.
Come non si può in nome del denaro e della produttività essere trattati come oggetti o schiavi.
Come sempre, la soluzione sta nell’uso del buon senso. Quel buon senso che richiama all’equilibrio, ma che sembra essere stato perduto e pare non voglia essere recuperato.
Come scrisse Giuseppe Pellizza da Volpedo nel suo diario prima di dipingere il famoso quadro Il quarto statoLa questione sociale s’impone“.

Arte come insegnamento ed educazione

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Platone rifiutava l’idea che l’arte avesse l’unico scopo di generare piacere, perché riteneva che dovesse trasmettere valori e virtù, che dovesse educare e insegnare. L’arte è per sua natura una copia e una copia è sempre imperfetta, in essa è presente qualcosa d’illusorio, una minima distorsione della realtà. Secondo Platone, un artista è sostanzialmente un bugiardo; la sua avversione era soprattutto verso la poesia, secondo il quale era limitata a offrire opinioni e sentimenti destinati a finire. Per lui fare poesia era finire nelle mani della musa corrotta.
Se accetterai la Musa corrotta della poesia lirica o epica, nella tua città regneranno il piacere e il dolore anziché la legge e la ragione, scrive nella sua opera Repubblica. Amava i miti purché fossero intesi come insegnamento morale, ma era nemico dei mitografi perché inventori di mondi falsi.
La pIetà di Michelangelo, un esempio di come l'arte possa essere un mezzo d'insegnamentoIn questo modo di pensare si può vedere uno scontro tra ragione e sentimento, tra razionalità e intuizione. Un modo di pensare imperniato sulle regole e che avversa ciò che non sottostà a esse, proprio come fa l’arte, perché l’arte è tante cose, soprattutto libertà d’espressione. In tutti i modi, l’arte è comunicazione, perché trasmette qualcosa a chi ne è spettatore: possono essere insegnamenti, emozioni, esperienze e tutto può essere arricchente per l’individuo.
Si può non essere d’accordo, dato che è limitante, con il pensiero di Platone che vede un certo modo di fare arte come negativo, ma va riconosciuto che la considerazione che lui aveva sull’usare l’arte come fonte di educazione e insegnamento fosse giusta. Una realtà che ho voluto utilizzare nella realizzazione di Strade Nascoste, volume appartenente a Storie di Asklivion.

 

Viaggiarono spediti, la stagione primaverile con i suoi canti e i suoi colori che permeavano ogni spazio; in cielo le nuvole si rincorrevano simili ora ad animali, ora a montagne.
Il cammino piegò a nord-ovest, come detto da Ariarn: avrebbero attraversato la piana sopra la Cordigliera di Nekton, spingendosi verso il Muro delle Lame, fino ad arrivare alla foresta di Hestea, proseguendo poi a ovest fino a giungere a Ronaan.
Per tre giorni camminarono nella pianura, circondati solamente da distese d’erba; al quarto giorno la morfologia del terreno mutò, sorsero declivi, le foreste riempirono gli spazi. Il paesaggio si arricchì della presenza di un fiume e dei suoi piccoli affluenti, il cielo blu e le nubi bianche che si riflettevano sulla superficie di un gran lago attorniato da selve di conifere.
All’ottavo giorno una fitta nebbia calò su tutta la zona. Persino per Periin divenne difficile orientarsi in quel mare bianco. Per due giorni le grigie condizioni atmosferiche persistettero prima di lasciare di nuovo posto al sole. I cinque si ritrovarono immersi in una vasta vallata di boschetti, circondata da basse montagne intercalate da passaggi che portavano alla pianura circostante.
«Abbiamo piegato troppo a nord rispetto al percorso» disse Periin. «Rimedieremo adesso dirigendoci più a ovest.»
La comparsa di uno squadrato pezzo di marmo in mezzo all’erba, seguito dopo pochi passi da un altro, li colse di sorpresa. Qualche metro ancora e si ritrovarono a camminare su un lastricato bianco, che si snodava sinuoso costeggiando i verdi boschetti della vallata. Piedistalli diroccati sorgevano in prossimità delle svolte del sentiero.
Il viale lastricato, accompagnato dal profumo di fiori di campo, arrivò a una scalinata: i resti di bianche mura mostravano il perimetro di ciò che era stato un ampio e vasto complesso architettonico. Della grandiosità di un tempo rimaneva solo macerie coperte da edere.
Era un luogo abbandonato, ma vi aleggiava un’atmosfera di pace, come se la presenza di quanto era stato non se ne fosse andata, continuando a permearlo.
La curiosità e il fascino del luogo fecero salire gli scalini scheggiati. I pilastri, un tempo sostegno ai cancelli d’ingresso, splendevano nel loro candore; i resti dell’arco che univa le due colonne erano sparsi nello spiazzo che si estendeva davanti ai cinque.
Guardandosi intorno come bambini in una casa nuova, arrivarono di fronte a un piedistallo alto due metri, dall’ampia base, l’attenzione attirata dalla placca metallica posta sulla sua facciata: i rampicanti non erano saliti sulla sua superficie, risparmiata dalla ruggine e dal trascorrere delle stagioni; solo una leggera patina oscurava la brillantezza della lastra, lasciando leggibili i simboli che vi erano incisi.
Ghendor lasciò scivolare le dita sulle linee elaborate, osservandole attentamente.
«Riesci a capire cosa c’è scritto?» chiese Reinor.
Il Messaggero continuò a fissare le lettere. «È una lingua antica, di cui sono rimaste poche tracce: proverò a tradurla, ma ho bisogno di qualche minuto per farlo.»
Mentre il Messaggero era intento a tradurre l’antico testo, i restanti quattro si guardarono attorno.
«Cosa sarà mai sorto in questo luogo sperduto?» domandò Periin passando accanto ad Ariarn.
«Un santuario» giunse la voce di Ghendor alle loro spalle. «Lo rivela la scritta sulla placca.»
«Apparteneva all’Ordine?» chiese Ariarn.
Il Messaggero si fece meditabondo. «Non lo so. Non ci sono riferimenti all’Ordine, anche se in quanto scritto si avverte la presenza dello spirito della Rivelazione. O forse si tratta di una mia interpretazione: non ci sono segni o riferimenti che confutino la mia sensazione.»
«Cosa dice l’iscrizione?» Lerida gli si fece vicina.
«La mia non è una traduzione precisa, ma il significato è questo:

             

            Benvenuto amico in questo sacro terreno
            Qui troverai per il corpo riposo e per il cuore ristoro
            Lascia ogni preoccupazione e fardello sulla strada percorsa
            A nulla giovano allo spirito
            Lascia che sia libero e leggero di andare a cercare se stesso
            E una volta trovatolo, vivrai in pienezza
            È quanto incontrerai una volta qui giunto

             

            Un posto per quietare le tue ansie e quelle del mondo
            Perché nel silenzio tu possa percorrere il varco che è la tua anima, l’immagine del tuo essere
            E vedendola tu l’ami e la desideri maggiormente
            Perché tu possa crescere ed essere quello che sei e puoi essere
            Nella serenità di questo luogo tu possa rispecchiarti in essa
            E capire che è un tutt’uno con te
            E che è più grande di te perché non viene dal luogo del tuo corpo

             

            Ti è donato gratuitamente, senza pegno
            Per farti guardare dove stai andando e scegliere meglio la via
            Non essere turbato dai turbamenti interiori, avviso di cambiamento.
            Sono come diluvio che spazza via l’inutile e fa emergere l’importante
            Per farti essere un uomo nuovo, migliore del vecchio
            Sii saggio con quanto donato, usalo nel modo giusto
            Desidera, ma non bramare, perché una fiamma peggiore del fuoco non ti consumi

             

            Qui amico non troverai maestri, ma fratelli, esseri come te
            Con gli stessi intenti, la stessa spinta, disposti a fare il tuo stesso percorso
            Non troverai avversari da superare né nemici da combattere
            Non esistono qui, dimorano solo nel tuo cuore
            Sei tu l’unico avversario da superare, sei tu il nemico da sconfiggere
            Armato inutilmente di vecchi e logori atteggiamenti e abitudini
            Cammina leggero, privo di pesi

             

            Segui il tuo cuore, le tue intuizioni
            Non credere che siano le cose o gli altri a poterti dare quello che cerchi
            Questo non è in loro potere
            Non possono darti quello che hai già e che devi solo scoprire
            Moderazione ed equilibrio siano il tuo motto e anche compassione
            Mai il tuo pugno per punire e la tua bocca per sentenziare
            Lascia queste cose del mondo a chi non ricerca la vita

             

            Presta attenzione a quanto ti è attorno
            Impara dalla natura, dagli animali, dalle stelle, dalla luna e dal sole
            Dal vento, dall’acqua, dal fuoco e da quanto esiste
            Ascolta le loro voci, ascolta il loro spirito
            Perché portino seme fertile in te
            Comprendi la parola che più che sentire percepisci e diventalo tu stesso
            Per te e per gli altri, perché così il mondo diventi armonia
 

           

«Questo è quanto» concluse Ghendor
«È stupendo!» esclamò Lerida assorta dalle parole.
«Sì, è molto bello» convenne il Messaggero.
Periin sbuffò. «Ora che vi siete trovati d’accordo sulla sua bellezza, possiamo andare? Avremmo fretta e molta strada ancora da fare.»
Ripresero a inoltrarsi nei ruderi, passando accanto ai resti di muri e giardini, dove panche e tavole scolpite erano ricoperte da muschio. Superati i gruppetti d’alberi che affiancavano l’ingresso, si ritrovarono in una vera e propria cittadella; la natura si stava riappropriando di quanto era suo, ma l’impronta di chi era vissuto in quei luoghi era ancora evidente.
«Dev’essere stato splendido quando la gente viveva qui» disse Lerida. «Sarei curiosa di sapere com’era questo luogo quando era intatto.»
«Sarebbe interessante avere il tempo di studiare questi reperti: dall’antichità si rivelano cose sorprendenti, pezzi mancanti della storia che permettono di capire meglio il presente» disse Ghendor camminandole accanto. «Secondo studi archeologici, le zone dei santuari avevano una disposizione predefinita. Vicino ai cancelli si trovavano le sale per dare accoglienza ai pellegrini; accanto a esse erano situati gli edifici del personale che si occupava dei servizi per persone e strutture» si voltò a guardare indietro. «Il grande spiazzo appena superato era la piazza dove la gente s’incontrava per discutere e rilassarsi all’ombra delle piante. Nei nostri tempi non si usa quasi più, ma nell’antichità non c’era solo la parola e la scrittura per insegnare la morale, l’etica o altro: erano usati quadri, melodie, rappresentazioni teatrali. I piedistalli che abbiamo incontrato erano supporti di statue: aiutavano le persone a riflettere e a capire meglio quello che erano venuti a cercare in questo luogo. Non so se sei stata a Nhal: nel tempio della città c’è un antico dipinto che ha la stessa funzione. Questa metodologia non è stata portata avanti e si può affermare che rispetto al passato abbiamo fatto un passo indietro. Quel periodo può essere ritenuto un’età dell’oro, una fonte immensa di saggezza, dove da tutto si poteva imparare qualcosa; gli artisti in quell’epoca avevano gran rinomanza e un certo peso anche nell’insegnare.»

Strade Nascoste. Capitolo IX. Sogni.

Ombre o luci?

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Il 2016 non si è chiuso bene e il 2017 non è cominciato sotto buoni auspici.
In questo nuovo anno ci saranno più ombre o più luci?
Questo solo il tempo potrà dirlo.
Ma come nella foto sottostante, al momento paiono esserci più ombre, rendendo il quadro più cupo e pessimista. Uno spiraglio di luce c’è ancora e volendo in un attimo le nubi possono diradarsi, ma penso che la situazione attuale non possa cambiare così repentinamente come il tempo atmosferico.
ombre o luci?

Guardare al passato

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Se si è notato, in questi ultimi anni si ha la tendenza a volgere lo sguardo al passato. Se si fa caso ascoltando la gente, in più di un’occasione si osserva che i discorsi vertono su esperienze passate, non su quello che si sta facendo o sui progetti che si stanno sviluppando per costruire il futuro.
Ghost in the shell, un film d'animazione del passato a cui ci si è ispirati per fare una "nuova" pellicola cinematograficaMa non è solo nei discorsi della gente che il passato prevale sul resto: esso, se ci si è fatto caso, predomina anche in film, serie televisive, libri. Non si tratta solo, come sta succedendo per esempio nella televisione italiana, di riproporre prodotti realizzati tanti anni fa (non solo per farli conoscere alle nuove generazioni, ma anche per “rifar sognare” coloro che li avevano apprezzati quando uscirono), ma di farne dei remake che gli danno una nuova veste mantenendo praticamente lo stesso copione originale (film e serie televisive in questo la fanno da padroni).
Mancanza d’idee o nostalgia del passato?
Entrambe le cose.
Che ci sia poca innovazione e poca ricerca di cose nuove è un fatto; è vero che è stato realizzato tanto ed è difficile creare qualcosa di diverso da quello già visto, ma non ci si sforza nemmeno, non si prova a dare il vita a qualcosa di vivo, che inneschi pensieri che volgano alla ricerca di qualcosa di diverso dal conosciuto, che facciano sorgere pensieri nuovi. Un po’ perché è facile stare nel conosciuto, è confortante ritrovarsi in copioni, atmosfere, già conosciute: alla maggior parte delle persone non piace cambiare e preferisce restare entro schemi già visti e vissuti. Un po’ perché non si vuole rischiare e si punta a ricalcare le orme di prodotti che hanno avuto successo per andare sul sicuro e avere un guadagno quasi sicuro; il denaro domina ormai su tutto (lo è stato fin dalla sua comparsa, ma ora le cose si sono accentuate, se non esasperate) e nel mercato il guadagno è l’unica cosa che conta.
La nostalgia di cose che hanno fatto provare emozioni è un fattore naturale ed è normale che si provi piacere nel rivedere film o rileggere libri legati a un particolare periodo della propria vita; il ricordo è qualcosa d’importante, che va preservato, ma che però, come tutte le cose, deve essere vissuto con equilibrio perché non diventi la totalità.
Ed è qui che bisogna soffermarsi e capire perché si volge tanto lo sguardo al passato: il presente non è bello e il futuro lo appare ancora meno, quindi si preferisce trovare un rifugio che protegga da uno spettacolo che ferisce, alla ricerca di qualcosa di buono, qualcosa di migliore che aiuti a sopportare l’esistenza e ad andare avanti. Ma rifugiarsi nel passato, nei sogni trascorsi, non cambierà il presente. Potrà sembrare che le cose per un po’ vadano meglio, ma si tratta solamente di un’illusione. E prima o poi, la verità solleverà il velo e si mostrerà.

L'anno che verrà

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L'anno che verrà

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c’è una grossa novità,
l’anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.

Si esce poco la sera compreso quando è festa
e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e tutti quanti stiamo già aspettando
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce
anche gli uccelli faranno ritorno.

Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.

E si farà l’amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.

E se quest’anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch’io.

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità

L’anno che verrà. Lucio Dalla.

Libertà di linguaggio e libertà di pensiero

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1984 di George Orwell è famoso per il Grande Fratello, ma non è l’unica peculiarità di questo romanzo. Tra i punti che più colpiscono c’è quello della manipolazione del linguaggio, che dà vita alla neolingua, la lingua ufficiale dell’Oceania, fortemente voluta dal Partito. La neolingua è in costante revisione: ogni edizione elimina parole superflue e strutture obsolete. Il fine del Partito è di dare non solo un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Si riteneva che, una volta che la neolingua fosse stata adottata in tutto e per tutto, ogni pensiero eretico (vale a dire ogni pensiero che si discostasse dai principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Il lessico della neolingua era articolato in modo da fornire un’espressione precisa e spesso molto sottile per ogni significato che un membro del Partito volesse correttamente esprimere, escludendo al tempo stesso ogni altro significato, compresa la possibilità di giungervi in maniera indiretta. Ciò era garantito in parte dalla creazione di nuovi vocaboli, ma soprattutto dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi e, possibilmente, di tutti i significati secondari nelle parole superstiti. Tanto per fare un esempio, in neolingua esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo “Questo cane è libero da pulci”; o “Questo campo è libero da erbacce”. Non poteva invece essere usata nell’antico significato di “politicamente libero” o “intellettualmente libero”, dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più neanche come concetto e mancava pertanto una parola che la definisse. A prescindere dall’eliminazione di vocaboli decisamente eretici, la contrazione del lessico era vista come un qualcosa di fine a se stesso, e non era permessa l’esistenza di una parola che fosse possibile eliminare. La neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle, e un simile scopo veniva indirettamente raggiunto riducendo al minimo le possibilità di scelta (1).
Bücherverbrennungen, esempio di limitazione della libertà di linguaggioQuanto mostrato dall’appendice del romanzo è illuminante, non solo perché, se ce ne fosse bisogno, rende più chiaro quanto raccontato nel libro, ma perché, se ci si riflette, si possono trovare delle analogie con la storia e la realtà. Tanti regimi hanno adottato qualcosa di simile per condizionare e soggiogare la popolazione al suo volere: il nazismo con il rogo dei libri che non corrispondevano all’ideologia nazista , il fascismo che mise al bando i romanzi stranieri e fece un’attività di censura e di controllo sistematico della comunicazione. Questi sono solo alcuni esempi del voler colpire ciò che è legato al linguaggio.
Se si osserva, si sarà notato che nella realtà attuale c’è stato un impoverimento del linguaggio, sia scritto sia parlato. In parte è dovuto dalle persone, specie in Italia, che leggendo poco hanno un dizionario personale limitato; in parte è voluto da chi fa pubblicazione di ogni genere (libri, giornali, riviste, telegiornali), che spingono a usare solo termini semplici perché, si dice, così è più facile la comprensione. Ma non sarà che è un modo per condizionare e limitare la libertà di pensiero e di conseguenza tutta la libertà dell’individuo? Come scrive Orwell, la neolingua, così povera e limitata, serviva per far stare la popolazione sotto il dominio del partito, eliminando i possibili semi di pensieri che avrebbero potuto creare opposizione e rivolta contro il Socing.
Non si tratta solo d’impoverimento del linguaggio: si tratta anche di limitazione di ciò di cui si vuole parlare. Se si nota, spesso i media evitano di parlare di certi argomenti. Anche l’editoria fa qualcosa di simile, limitandosi a pubblicare opere solo di un certo tipo. Certo, in questo caso si può obiettare che pubblicano ciò che porta guadagno, rispondendo alle domande di mercato, ma non è solo questo: c’è una sorta di non volersi esporre, di non andare a trovare qualcosa di scomodo che faccia pensare e contestare un sistema che non vuole libertà di pensiero, ma solo consenso e obbedienza, adeguandovisi. Come dice Ginevra Bombiani in un’intervistaIn Italia c’è invece una precisa volontà di creare un’egemonia politico-culturale”.
Essere liberi, anche se si dice che si vive in un mondo civile pieno di possibilità, non è per niente facile. Se ci si pensa, non si è più tanto liberi, visti i tanti divieti e muri che sempre più si stanno alzando. Non solo: non si è neanche davvero liberi di pensare, perché spesso, se non si è consapevoli, ci si fa condizionare dal pensiero dei media, della maggioranza. Ma anche se si riesce a non essere condizionati, non si è liberi di pensare quello che si vuole, dato che vivendo in questo mondo si è obbligati a pensare ai problemi che esso crea e vanno a inficiare nella sopravvivenza dell’individuo: quindi si è costretti a pensare a cose come tasse, mutui, bollette, politica quando se ne farebbe volentieri a meno e si volgerebbe il pensiero verso altri lidi.
Ci si fermi a riflettere: quanta libertà di linguaggio e di pensiero c’è realmente nel nostro mondo?

1- 1984. George Orwell. Oscar Mondadori 2011. Pag.307-308

Una strana notte di Natale

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Una strana notte di NataleScrivo queste righe giunto a cinquantaquattro anni suonati. Esse rappresentano l’inizio di un racconto che avrei potuto buttar giù molto tempo prima, se un’intuizione non avesse arrestato la mia penna inducendomi ad aspettare. Ora, in questo autunno, mentre i giorni si accorciano, le stelle impallidiscono e si avvicina un altro Natale, sono finalmente abbastanza vecchio per scrivere questa storia con sincerità, e abbastanza giovane per sapere che cosa significhi.

Questo è l’inizio di Una strana notte di Natale (The Melodeon) di Glendon Swarthout, una storia ambientata nel 1930, il periodo della grande depressione economica, quando il tredicenne James viene mandato a vivere con i nonni che abitano in una fattoria del Michigan. La sua è una vita tranquilla, fatta di scuola (raggiungibile facendo cinque chilometri a piedi) e di lavori di campagna quali raccogliere frutta, mungere mucche, scremare il latte. Un’esistenza senza scossoni, con i nonni considerati come gente grigia, gentile e fragile, che hanno dimenticato sentimenti come amore, odio, rabbia; individui un po’ irreali, come gli attori di una commedia. Un giudizio tipico di un adolescente, che tanto ha ancora da scoprire del mondo e della vita, e che cambierà grazie alla convivenza quotidiana con gli anziani parenti, ma soprattutto a un’avventura avvenuta la notte di Natale.
Tutto inizia quando la nonna, la vigilia di Natale, decide di regalare l’armonium che possiedono alla chiesa della comunità, dato che ne è sprovvista; in fondo, lei non lo suona praticamente mai a causa dell’artrite alle mani, e il marito ha smesso di suonarlo all’età di sei anni, quando il padre morì nella Guerra di Secessione combattendo per l’Unione. Un’idea molto bella, in cui tutti sono d’accordo, se non fosse per un particolare: è in corso una tormenta di neve. Senza un’auto, trasportarlo su un carro trainato da cavalli è un’impresa impossibile: su questo il nonno pare irremovibile. Ma la nascita fuori stagione di un agnellino proprio la notte di Natale gli fa cambiare idea e decide di fare una sorpresa alla moglie. Assieme a James, aspetta che lei vada a dormire e messo in moto il trattore fermo da tempo, si armano di pazienza e coraggio e s’apprestano a portare l’armonium lungo i cinque chilometri di strada innevata che li separano dalla chiesa.
Un’impresa che pare superiore alle forze di un vecchio e un ragazzo, nonostante tutta la buona volontà. Ma nelle piccole comunità ci si dà sempre una mano: in una sosta lungo il tragitto in una casa di vicini, mentre il nonno si addormenta involontariamente sul divano, James trova nelle quattro figlie della vicina uno strano e non voluto aiuto. Ma l’armonium è troppo pesante per le loro forze quando devono farlo entrare in chiesa; tutto sembra perduto quando giunge un soccorso insperato: un uomo a cavallo si avvicina. Un uomo con una logora uniforme blu e calzoni da cavalleria con una banda laterale; al cinturone una Colt e una sciabola. Un uomo che pare conoscere molto bene l’armonium.
In un’atmosfera quasi da fiaba, dopo un dialogo quasi surreale, il cavaliere se ne va strappando una promessa a James.
Il giorno di Natale, dopo l’avventura notturna, la nonna, all’entrare in chiesa per la celebrazione della Messa, ha la sorpresa tanto sperata dal nonno. E ha un’altra sorpresa: il marito, convinto da James, dopo tanti anni suona l’armonium. Il ragazzo ha mantenuto la promessa fatta al cavaliere.

Una strana notte di Natale sembra essere una favola e in parte lo è. Ma è anche una storia vera, una storia che parla non solo della magia del Natale, ma anche di carità, quella carità individuale e spontanea che non ha nulla a che fare con le tasse, è un atto di generosità e non un calcolo a tavolino, come l’autore fa dire al giovane James. Una storia che lascia nel lettore qualcosa di buono: lascia una speranza. Ed è con questa speranza che faccio l’augurio di Buon Natale, perché esso sia l’inizio di un cambiamento che fa volgere al meglio.

L’ultimo veterinario di campagna

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L’ultimo veterinario di campagna di Silvano MontiL’ultimo veterinario di campagna di Silvano Monti è il resoconto di un tempo passato, di un periodo storicamente vicino eppure che sembra così lontano, tanto il mondo è andato avanti in così poco tempo. In ciò che viene raccontato non ci sono abbellimenti per rendere più romanzesche le vicende: è la realtà di tutti i giorni della vita di campagna che si conduceva diversi anni fa, narrata con la stessa semplicità con cui si viveva allora.
Alle generazioni attuali può sembrare un altro mondo, e in effetti lo è, perché il modo di vivere e dei rapporti umani di allora era diverso; più duro, in apparenza più povero senza le tecnologie attuali, ma sicuramente più vero, più genuino, più sincero e probabilmente anche più saggio. Alcuni personaggi possono sembrare quasi usciti dalle favole con il loro vivere tra i boschi, il parlare con gli animali, stare in solitudine tra i monti, ma per quegli anni, per chi viveva e lavorava in campagna, la vita era questa. Portare al pascolo gli animali, tagliare la legna, fare il carbone, coltivare i campi: le persone passavano molto tempo da sole a contatto con la natura e questo dava il via a un’introspezione che solo chi lo ha provato può capire. I ritmi della vita erano dettati da quelli delle stagioni, dalle esigenze di natura e animali; rispetto a quelli attuali erano rallentati.
L’ultimo veterinario di campagna non è solo un romanzo autobiografico di Silvano Monti in cui viene raccontata la sua infanzia, le marachelle di quando era piccolo, che cosa l’ha spinto a divenire veterinario, i casi che ha dovuto affrontare in tanti anni di mestiere: è la narrazione delle persone di una generazione ormai scomparsa; racconta delle case, dei boschi, delle colline delle zone di Porretta, Vergato, Castel d’Aiano e Villa d’Aiano. Le persone di cui parla sono personaggi alle volte un po’ strani, con la caratteristica parlata in dialetto (che può ricordare quello bolognese, ma che è diverso, perché basta cambiare anche solo provincia che l’inflessione, la pronuncia e il significato delle parole può variare), alle volte un po’ sopra le righe, ma non c’è nulla d’inventato in quanto raccontato: chi ha vissuto quel periodo ne dà conferma, avendo conosciuto questi personaggi di persona. Di questo ne ho testimonianza diretta, perché è in quei luoghi che risalgono una parte delle mie radici e persone che mi sono vicine e che conosco mi hanno raccontato le cose che sono riportate in questo libro.
Racconti semplici ma allo stesso profondi, soprattutto pieni di umanità. Tra le persone c’era più collaborazione, meno diffidenza, si poteva girare più liberamente senza troppe preoccupazioni, senza stare a guardare a tutti quei divieti che sono saltati fuori con la civiltà moderna, senza avere il pensiero di fare brutti incontri.
L’ultimo veterinario di campagna è capace di far sorridere ma anche di far provare malinconia; le sue pagine sono permeate di una poesia semplice e diretta. Non è solo un libro che intrattiene: funge da memoria, per ricordare un tempo e una cultura passati, e insegna a ritrovare valori, oggi andati perduti, per essere più umani. E fa anche riflettere su che cosa si perde con il cosiddetto progresso.