L’inizio della Caduta

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Il magazzino dei mondi 2

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Addio a Kobe Bryant

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Per chi gioca e ha giocato a basket, la scomparsa di Kobe Bryant è stata un fulmine a ciel sereno; un qualcosa d’inaspettato e inpensabile, che lascia privi di parole. Non è il primo incidente del genere che accade e non sarà l’ultimo, e come tutte le volte che una vita viene spezzata in maniera improvvisa lascia sconvolti. Eppure quando succede a persone che hanno rappresentato tanto per lo sport e non solo, il fatto colpisce con forza; colpisce ancora di più se si pensa che con lui è morta anche la figlia di tredici anni. Risulta impossibile pensare a quanto tremendi possono essere stati gli ultimi istanti di vita, non solo perché si sta per incontrare la morte, ma perché la sta per incontrare anche chi si ama.
Forse è per questo che la mente si chiude davanti a un simile avvenimento e si pensa al passato dello scomparso.
Kobe Bryant non è stato solo un ottimo giocatore di basket. Kobe Bryant era quel titpo di giocatore che nasce una volta per generazione. Kobe Bryant era un campione del basket, diventato una leggenda, un esempio per chi vuole praticare questo sport; un modello per tantissimi irraggiungibile, uguagliabile da pochissimi, ma questo non lo rendeva meno d’ispirazione. Grande realizzatore, atleta eccezionale, capace di giocate spettacolari: Kobe Bryant ha fatto la storia del basket mondiale, non solo NBA, al pari di figure come Michael Jordan, Larry Bird, Karl Malone, Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Wilt Chamberlain, Julius Erwing, che hanno incantato e fatto sognare milioni di persone.
Un campione che si dava da fare anche fuori dal campo, aiutando gli altri con tante iniziative benefiche, come per esempio quelle rivolte ai giovani e ai soldati che si dovevano reintegrare nella vita civile.
Addio Kobe, sei stato un grande e lo sarai sempre.

Kobe Bryant

L'inizio della Caduta - Recensione

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Per chi volesse farsi un’idea su L’Inizio della Caduta, ecco la recensione di Fantom Caligo pubblicata sul sito Scrittori Indipendenti.
inizio della Caduta

Starship Troopers, il film di Paul Verhoeven

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Starship TroopersStarship troopers è un film di Paul Verhoeven del 1997, molto liberamente ispirato all’omonimo romanzo di fantascienza di Robert A. Heinlein pubblicato per la prima volta nel 1959. Entrambi i lavori sono space opera militare, ma a parte questo e qualche piccolo dettaglio, non hanno nient’altro in comune. Seppur spettacolare come pellicola, manca di uno degli elementi principali dell’opera di Heinlein, la tuta potenziata, ma questo non influisce sul film, dato che percorre un’altra strada; anche della filosofia del libro sono stati presi solo alcuni elementi appena accennati, come la meritocrazia e la libera scelta di arruolarsi. Mancano le critiche al Comunismo e alla tecnocrazia (“il governo dei cervelloni”), come manca la condanna al militarismo tipico delle ideologie totalitaristiche del XX secolo e la critica alle “democrazie del XX secolo” che, secondo il romanzo, hanno fallito perché “la gente è stata illusa di poter semplicemente votare per qualsiasi cosa volesse… e di poterlo ottenere senza fatica, né sudore, né lacrime”.
Chi avesse letto Starship Troopers e si apprestasse a vedere il film che porta lo stesso nome, non si aspetti una storia di formazione come lo è quella di Heinlein, perché Paul Verhoeven ha creato una pellicola molto più cinica e spietata, seppur sempre critica.
In un futuro non troppo lontano, gli uomini hanno preso a colonizzare nuovi pianeti, ma nella loro conquista incontrano una razza aliena d’insettoidi anche lei dedita all’espansione: il conflitto bellico è inevitabile. La storia viene mostrata dal punto di vista di Johnny Rico, un giovane che si arruola nella fanteria mobile per seguire la ragazza che ama, Carmen Ibañez, entrata nell’aeronautica; anche due loro amici dei tempi della scuola, Carl Jenkins e Dizzy Flores, entrano nell’esercito, il primo nell’intelligence, la seconda nella fanteria. Johnny prima dovrà avere a che fare con la dura vita del campo addestramento , poi con quella ancora più dura del campo di battaglia.
Film adrenalinico e pieno di testosterone, dove i personaggi fanno a gara a chi è più cazzuto, da alcuni visto come una pellicola parafascista che inneggia all’uso delle armi e della forza bruta, in realtà è un lavoro più intelligente di quel che appare, pieno di implicazioni politiche e morali: attraverso cinismo e un humor spietato, l’opera ambigua di Paul Verhoeven va compresa con una chiave di lettura antimilitarista, dove attraverso la satira critica la visione che hanno certi governi. Il regista mostra una società militarizzata e xenofoba, alla continua ricerca di un nemico da combattere e ciò lo rende un film ancora oggi molto attuale, dato che viene subito in mente l’impronta che ha voluto dare Trump agli Stati Uniti o che qualcuno vorrebbe dare all’Italia, tanto per fare alcuni esempi. Senza contare la feroce critica che viene fatta al tam tam pubblicitario per sponsorizzare la forza militare, per manipolare con il patriottismo una massa umana che agisce e pensa poco. Una massa umana fatta per obbedire, non per pensare, ma per seguire quello che ha più palle: un inno alla legge del più forte.
Se si riesce a vedere oltre al film fracassone, ricco di effetti gore e splatter, e si riescono a scorgere i tanti piccoli messaggi critici lanciati da Verhoeven, si troverà in Starship Troopers una piccola chicca, forse uno dei migliori film del regista assieme a Robocop e Atto di forza.

Se il buongiorno si vede dal mattino...

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Se il buongiorno si vede dal mattino, quest’anno non si prospetta per niente positivo.
Il clima d’incertezza economica, la perdita di posti di lavoro, sono due elementi che per primi vengono in mente, specialmente in Italia: vedere continuamente governi frammentati e litigiosi, dove è un tutti contro tutti non aiuta a creare un’atmosfera serena, specialmente quando le regole create da essi non aiutano le persone, ma anzi contribuiscono a complicargli la vita. Non è un caso che molti piccoli negozi a causa dei costi dovuti alla fatturazione elettronica abbiano chiuso: è stata l’ennesima goccia che ha fatto traboccare il vaso, l’ennesima spesa che si è andata aggiungere alle tante spese che si debbono sostenere. Senza contare che per certe persone, specie quelle anziane, la difficoltà nell’avere a che fare con la tecnologia è stato un fattore che ha contribuito a fare la scelta di chiudere l’attività. Se il buongiorno si vede dal mattino...Combattere l’evasione fiscale è giusto, ma non si dovrebbe puntare sempre a colpire i piccoli, già tartassati a sufficienza, mentre si fa poco o nulla contro grandi evasori, grandi imprenditori e multinazionali, cui si danno anzi agevolazioni.
Non bastasse ciò, aumentano i morti sul lavoro, i morti sulle strade, i morti ammazzati per i motivi più futili: eventi di cui gli unici a beneficiare sono le pompe funebri.
In un’atmosfera che si fa sempre più cupa, dove c’è sempre meno voglia di sorridere, va aggiunto che i paesi sono governati da governanti che più che individui maturi e adukti sembrano bambini dell’asilo capricciosi che si fanno i dispetti. Solo che questi dispetti poi ricadono sulle vite di milioni d’individui. Politici con un ego spropositato che vogliono dimostrare solo quanto sono potenti e con gli attributi (come sta facendo Trump).
Va aggiunto anche che la tecnologia ha fatto perdere molto, fra cui contatti umani, capacità di pensare e capacità manuali, creando purtroppo una certa involuzione nell’uomo. Ma il problema non è la tecnologia: la tecnologia, il progresso, sono fattori positivi, se attuati in un certo modo. Il problema è che allo sviluppo tecnologico non è seguito uno sviluppo della consapevolezzala, della coscienza, e dell’intelligenza umana, e i risultati si stanno vedendo.
Se davvero il buongiorno si vede dal mattino, il 2020 non si presenta come un buona anno.

La violenza non ha sesso né età

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Scene di violenzaPurtroppo la cronaca riporta sempre più casi di donne che subiscono violenza o vengono uccise. Un’escalation che sembra non avere fine. E questa è solo la punta dell’iceberg, perché di tanti casi non si parla, rimangono nell’ombra.
Da qui è facile focalizzare l’attenzione sull’immagine del maschio brutale, prevaricatore, possessivo, aggressivo.
Tutto vero, ma limitante, perché nell’immaginario si va poi ad associare la violenza all’uomo, inteso come essere maschile. E questo invece è sbagliato, perché la violenza non ha sesso. Anche le donne sono capaci di gesti brutali e la cronaca ce li mette sotto gli occhi ogni giorno: maestre che picchiano e terrorizzano bambini piccoli, donne che gettano in faccia acido all’ex-fidanzato, donne che fanno stalking. E la violenza non è solo fisica: basta osservare alcuni reality, show televisivi per vedere come il livello di aggressività verbale di tante donne è davvero alto. Ma ancora una volta, occorre sottolineare come la violenza non ha età, basta osservare il livello di scontro verbale che c’è in tante trasmissioni sportive. In questo articolo di una decina di anni fa, si parla di un insulto o un litigio ogni otto minuti. Ora le cose sono peggiorate, come se l’aggressività sia un valore da possedere per dimostrare di valere, sia un segno di forza. (per chi volesse approfondire il tema della violenza nei media, suggerisco la lettura di questo articolo.)
In conseguenza di ciò, viene spesso da pensare che sia un modo di fare utilizzato dai giovani per emergere, per imporsi. Ma se si osserva, si può notare che non è proprio così, perché sono tanti tra gli anziani quelli che uccidono e commettono violenza.
Quindi non è neanche una questione di età.
E neppure di appartenenza a un determinato stato sociale: spesso si credeva che la violenza nascesse da ambienti poveri, degradati, ma i fatti dimostrano che molti dei casi di violenza accadono dove non ce lo si sarebbe aspettato, perché tutto in apparenza andava bene. Niente problemi economici, famiglie cresciute in ambiente tranquilli; ma poi questa tranquillità viene squarciata all’improvviso da gesti efferati.
Pare che la violenza adesso non abbia neppure bisogno di un pretesto per scatenarsi: uno sguardo, un parcheggio perso, un commento, è sufficiente per portare alla tragedia.
Uomini, donne, giovani, anziani, pare che non siano più in grado di controllare le proprie emozioni, che vengano dominati da essi.
Come si è giunti a essere schiavi della violenza, divenendo non più esseri pensanti, ma un mezzo perché essa possa scatenarsi?
Un’educazione errata, il credere in valori sbagliati, esempi negativi portati dai media, il dilagare dell’ignoranza e della disinformazione, sono tutti elementi che hanno avuto la loro parte in questa violenza sempre più diffusa. Senza contare le insoddisfazioni, le delusioni, le sconfitte che, scontrandosi con falsi modelli di successo e riuscita, sono state alimentate fino a esplodere.
Tutto questo ha fatto perdere il proprio centro agli esseri umani, creando uno squilibrio che semina sempre più danni. Eppure, basterebbe essere un po’ più consapevoli di se stessi e del mondo che circonda, per non farsi condizionare e tornare padroni di stessi.

La baia

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BaiaL’acqua scendeva fitta e sottile dal cielo plumbeo. Il vetro, rigato dalla pioggia, distorceva il paesaggio, ma il vecchio vedeva benissimo il mare che lambiva la spiaggia e le pietre della baia. Ora era di un blu cupo, opaco, non limpido come nelle giornate di sole che permettevano di rimirare il fondale, ma la sua mente glielo faceva vedere come la prima volta in cui ci era venuto da giovane: un mare più azzurro del cielo, pieno di riflessi del sole, con acque fresche che parevano venire direttamente dal paradiso. Restava delle ore, seduto sulle rocce della baia, a rimirare il lento scivolare delle onde sulla spiaggia, a bearsi dell’odore salmastro. Un giorno la brezza marina gli aveva portato un profumo diverso, che l’aveva invitato ad abbassare lo sguardo: poco sotto da dove si sedeva sempre, una ragazza, con un cappello di paglia in testa e vestita di bianco, stava disegnando. Per una settimana la ragazza continuò a venire, sistemandosi nello stesso punto. Di lei vedeva i capelli castani poggiati sempre sulla spalla destra, una catenina di perle al collo, i piedi calzanti sandali di cuoio; il volto non riusciva mai a scorgerlo. Quando l’ottavo giorno non la vide, fu un brutto colpo: si sentì sprofondare, come se gli avessero legato una macina al collo e l’avessero gettato in fondo del mare. La aspettò fino a sera, ma il posto dove disegnava rimase vuoto. Quando si voltò per tornare all’albergo, lei era seduta dietro di lui, un sorriso leggero dipinto sulle labbra.
«Ehi, sognatore» lo aveva apostrofato divertita «pensi di metterci ancora molto a cercare di conoscermi?» Poi era scoppiata a ridere. E per i quarant’anni in cui erano stati sposati, rideva ogni volta che ricordava quel giorno. «Sei rimasto a bocca aperta come un boccalone» gli diceva tutte volte.
Erano ormai dieci anni che era morta, ma quando tornava alla baia aveva l’impressione che lei non se ne fosse mai andata, che fosse lì ad attenderlo, pronta a incontrarlo di nuovo. Forse era come diceva lei: era un sognatore e viveva in un mondo tutto suo. Ma avvertiva ancora la sua presenza in quel luogo; alle volte era addirittura sicuro di sentire il suo profumo.
Sorridendo, si alzò in piedi e uscì dalla sua stanza; scese le scale e andò a sedersi in veranda dopo aver salutato il giovane che stava in piedi sulla porta.

Il vecchio si era seduto sulla sedia più lontana, un sorriso lieve dipinto sul volto, gli occhi sognanti. “Beato lui” pensò il giovane. “Probabilmente ha bei ricordi legati a questo posto.”
Quanto avrebbe voluto che fosse così anche per lui.
Si costrinse a guardare il pendio roccioso. Le mani cominciarono a sudare, i battiti ad accelerare.
Ricordava le risate con gli amici, il sole sulla pelle, il vento tra i capelli, nessuna nuvola in cielo. Un giorno di gioia, un giorno di vita. Poi il ghiaino che sdrucciolava sotto i piedi, il mondo che vorticava, la roccia che cozzava contro la sua schiena. E infine il volo in acqua, dove tutto diventava freddo e buio e sprofondava nell’oblio.
Si era risvegliato stranito di trovarsi solo in una stanza dove tutto era bianco. Aveva provato a chiamare, ma le parole non gli erano uscite dalla bocca; aveva tentato di alzarsi, ma le gambe non gli avevano risposto. Poi aveva visto l’ago della flebo infilato nel suo braccio sinistro e allora era stato preso dal panico. Un panico che era sembrato durare un’eternità prima che arrivasse un’infermiera e lo calmasse. Poi erano arrivati i suoi genitori, che piangendo e ridendo gli avevano detto che il peggio era passato e che tutto sarebbe andato per il meglio.
Dopo i tre mesi di coma e l’intervento alla schiena, c’era voluto un anno di riabilitazione prima che potesse tornare a camminare e a una parvenza di vita normale.
Prese un profondo respiro.
Erano passati tre anni esatti da quel giorno. Da allora non si era più avvicinato al mare: il ricordo di freddo e buio lo attanagliava in una morsa che gli toglieva il fiato ogni volta che provava ad avvicinarsi a una spiaggia.
Era giunto il momento di dire basta. Era stanco di avere paura. Pioggia o meno, doveva tornare nel punto da cui era caduto o non sarebbe più stato libero.
Si voltò sentendo di nuovo la porta aprirsi: ne uscì il figlio della proprietaria della pensione che andò a sedersi imbronciato al tavolo.
Scosse il capo. “Ognuno ha i suoi problemi da risolvere” pensò il giovane.

Facendo ciondolare i piedi sotto la sedia, il bambino guardava sconsolato la pioggia che continuava a cadere: se non avesse smesso, non sarebbe potuto uscire di casa. Su quel punto la mamma era irremovibile.
Guardò i due uomini che ospitavano a pensione. Il vecchio lo conosceva da anni, dato che era ospite fisso durante l’estate, mentre quell’altro era la prima volta che veniva. Sospirò. “Mai una volta che ci siano altri bambini con cui giocare” sbuffò annoiato. “Dai, smettete di piovere, fate venire il sole” pregò le nuvole.
Aveva voglia di correre sulla spiaggia, costruire castelli di sabbia dove eroici cavalieri avrebbero superato ogni genere d’insidie per salvare la principessa prigioniera nella torre più alta. Voleva salire in cima al pendio e restare di vedetta per riuscire a vedere la nave fantasma di cui gli avevano raccontato alcuni marinai qualche settimana prima. Voleva tuffarsi nel mare e andare alla ricerca di quei tesori che era sicuro essere in attesa di venire trovati sotto la sabbia e le rocce; e se fosse stato fortunato, avrebbe scovato vicino alla scogliera il passaggio al reame nascosto della regina delle sirene.
Era così perso nelle sue fantasticherie che non si accorse che aveva smesso di piovere; solo quando un raggio di sole lo colpì negli occhi, si riscosse e schizzò fuori come un razzo dalla veranda.
La madre, tenendolo d’occhio dalla finestra, sorrise divertita.

Il cielo andò schiarendosi sempre più velocemente. Sopra la scogliera si disegnò un arcobaleno.
Il mare, che tante cose aveva visto, osservò i tre di cui conosceva ciò che c’era celato nel loro cuore.
Il bambino che sguazzava nelle acque vicino alla spiaggia, lanciando in aria schizzi che rilucevano come tanti piccoli cristalli, godendosi l’attimo di gioia che era solo per lui e che nessuno avrebbe potuto portargli via.
Il giovane che, fermo in mezzo al sentiero sulle rocce, lo stavo fissando, sentendo la morsa che aveva attanagliato i suoi pensieri per quei tre anni farsi meno stretta. Lo vide rilassarsi mentre i minuti passavano, l’espressione del volto farsi più distesa; ora la superficie blu non era più un mostro oscuro pronto ad afferrarlo e trascinarlo negli. Il peggio per lui era passato e poteva protendersi verso il futuro senza più pesi.
E infine guardò il vecchio, che conosceva da più tempo, seduto nello stesso punto di cinquant’anni prima, sognante di un tempo che non era più, ma che nella sua mente continuava a vivere come se non fosse mai passato.
Il mare, come se volesse accarezzare l’animo dei tre, continuò il suo lento, perpetuo sciacquio.

Il Parlamento è una cosa seria

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Il Parlamento è una cosa seria: è il luogo dove si discutono e decidono le leggi da dare alla popolazione italiana per rendere la sua vita migliore.
O almeno così dovrebbe essere. Dovrebbe perché, il più delle volte, le leggi che vengono fatte non fanno altro che complicare la vita delle persone, rendono tutto più burocratico e difficile. Si dice che lo si fa per avere maggiore sicurezza, per dare maggiori tutele, per avere più controlli, come successo con la fatturazione elettronica, dove chi gestisce un’attività ha dovuto spendere centinaia di euro per mettersi a norma. Ma tutto questo serve a combattere l’evasione fiscale, uno dei cancri della società italiana? O è stato solo un modo per far spendere soldi? Se ci si pensa, s’immettono tante leggi che fanno spendere non poco denaro a chi gestisce attività: controlli su impianti elettrici, sulle condizioni sanitarie, sui sistemi antincendio, causano ingenti esborsi.
E questo è solo uno dei tanti esempi di leggi che il Parlamento ha creato e sono andate a complicare e angustiare le persone comuni, oltre che umiliarle con ergole che tutelavano i ricchi e chi aveva certe posizioni di potere. Già questo fa vedere come il Parlamento abbia perso molto del suo senso d’essere al servizio della popolazione.
Purtroppo non ci si ferma qui: la figura del Parlamento ha perso inoltre negli ultimi anni ancora più dignità, divenendo una farsa. O peggio.
Non è normale che in un organo costituzionale titolare del potere legislativo si assistano a scene becere dove ci sono striscioni, urla, risse; scene che neppure nei peggiori teatri si dovrebbero vedere. E che invece avvengono sempre più spesso.
Quando cade un governo non è mai una cosa positiva, significa che c’è una crisi, ergo ci sono parecchie cose che non sono andate bene e che vanno risolte: non c’è nulla di cui stare allegri e festeggiare. E invece, proprio in Parlamento, quando è caduto il governo Prodi, è toccato vedere spumanti stappati e ingozzamenti di mortadella, con scene da tripudio in stile stadio. Scene cui non si dovrebbe mai assistere, ma che purtroppo continuano a ripetersi, in una discesa sempre più umiliante.
Il Parlamento è diventato come un’arena dove la gente urla, va a sfogare le proprio insofferenze, vuole imporre con la forza le proprie idee: non c’è più confronto, disponibilità al dialogo, ma prevaricazione, tentare di zittire l’altro urlando, inveendo.
Basta ricordare la rissa causata dai Grillini per il decreto Imu-Bankitalia.
La rissa sul Fondo salva stati.
La rissa alla Camera dopo il taglio dei parlamentari.
In Parlamento non dovrebbero mai comparire striscioni, pupazzi di Pinocchio usati per attaccare gli avversari.
la "proposta" di matrimonio in ParlamentoPer non dire che il Parlamento non deve essere usato per fini personali, come avvenuto per la “proposta” di matrimonio (dove tutto era però stato deciso da tempo); una proposta che non solo dimostra quanto si è condizionati dai media e dalle varie trasmissioni televisive, dove tutto viene considerato spettacolo, ma mostra anche la deriva della politica, delle figure dei deputati, di come le istituzioni vengono considerate e banalizzate. Il fatto che pochi dei politici si siano indignati, dimostra di quale mentalità ignorante e becera certe persone sono in possesso.
Occorre ritrovare la giusta via, ridare alle istituzioni il loro giusto ruolo, la loro dignità. Il Parlamento deve tornare a essere quello per cui è nato. Non è uno stadio, un’osteria, un concerto (anche l’esibizione di Minghi non è stata una grande idea), uno show o un rave party; non va infangato con comportamenti del genere, che di dignitoso e civile non hanno nulla. Basta con le figure imbarazzanti che fanno il giro del mondo, facendo considerare il paese italiano un paese di buffoni. Bisogna ridare alle istituzioni il loro giusto ruolo, con serietà e professionalità. Perché il Parlamento deve tornare a essere una cosa seria.

Le violenze sulle donne

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In Italia, purtroppo sono tante le derive che stanno prendendo sempre più piede: razzismo, populismo, prepotenza, prevaricazione. Tutte dovute a una mentalità sbagliata, fatta di pregiudizi e ignoranza.
Una mentalità che si dimostra sempre più preoccupante quando si parla della violenza sulle donne.
E’ di qualche giorno fa il sondaggio che mostra cosa ne pensa parte della popolazione su tale questione. Le risposte avute e soprattutto le percentuali raggiunte sono allarmanti.
Per il 39,3% degli italiani una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Il 23,9% pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire. Il 15,1%, è dell’opinione che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Il 6,2% della popolazione è convinto che “le donne serie” non vengono violentate. Il 7,4% ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato o flirtato con un altro uomo; il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. Il 18% ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che un uomo controlli abitualmente il cellulare della propria moglie o compagna. L’1,9% della popolazione è convinto che non si tratti di violenza se un uomo obbliga la propria moglie o compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.
Simili risposte sono aberranti.
Molte persone hanno una mentalità distorta che fa molto preoccupare, per non dire che certi discorsi fanno accapponare la pelle. Sentire dire che una donna che porta i pantaloni non può essere violentata, mentre una che porta la gonna se la va cercando e che è proprio quella che vuole, è una cosa che fa ribrezzo, e non importa se a dirlo è un uomo, una donna, un giovane o un vecchio: è qualcosa di sbagliato sempre e comunque.
Siamo negli anni duemila ma sembra di essere indietro di secoli possedendo una simile mentalità. Le donne devono sottostare all’uomo, devono stare in casa a badare i figli, devono vestire in una certa maniera. Questa è una mentalità malata.
Le donne non sono proprietà di nessuno. Non sono oggetti. Non sono inferiori.
Eppure questi tre semplici concetti sono duri da concepire per una fetta della popolazione italiana.
La donna viene vista come appendice dell’uomo, un essere al suo servizio, un pezzo di carne che deve sollazzare l’uomo, non importa se vuole o non vuole, nient’altro che un mezzo di piacere personale. Non si tiene che prima di tutto la donna è un individuo con esigenze, sogni, aspettative.
Il corpo delle donne di Lorella ZanardoPurtroppo viviamo in una società dove le donne sono viste come una merce da esibire, da guardare, di cui godere; corpi da ammirare, da usare, come purtroppo i media mostrano da anni. Soprattutto la televisione e i social danno un messaggio sbagliato con donne che si mostrano in abiti succinti o seminudue (quando non nude) per avere un gran numero di fan (o followers, come si chiamano adesso). Un bisogno di apprezzamento per sapere di valere, di essere qualcuno; un avere bisogno di un potere che ha potere su gli altri. La donna che neccesita di essere guardata, ammirata è un messaggio sbagliato perché si ferma solo all’apparenza, al corpo. Ma una donna è molto più di questo: è un mondo di pensieri, di idee, di sentimenti che va rispettato. Ma per essere rispettato occorre prima avere rispetto per se stessi, non ci si deve vendere per far piacere gli altri, per ottenere successo. Occorre dignità, da tutte le parti. Bisogna cambiare assolutamente mentalità e perché questo avvenga occorre innanzitutto debellare l’ignoranza ed educare a essere più consapevoli di sè e degli altri.
In primis lo devono fare gli uomini, perché devono imparare a controllare i propri istinti, a capire che non possono fare tutto quello che vogliono. Occorre che imparino che le donne non sono oggetti di sua proprietà, che non debbono sentirsi superiori a loro. Devono imparare a gestire la propria rabbia e non usare le donne (ma anche i bambini) come mezzo per scarirare le proprie frustrazioni e i propri fallimenti (una violenza che non è solo fisica, ma anche verbale).
Non si devono più sentire certi ragionamenti dove le donne, dopo essere state vittime, passano anche per carnefici. “Aveva la minigonna, aveva una maglietta un po’ scollata, quindi è colpa sua se le è capitato di essere violentata.” E’ colpa sua se non ha incontrato un uomo ma una bestia che non riesce a trattenersi? E’ colpa sua se la natura le ha donato un bel corpo e il cosidetto uomo ha ben pensato di averlo per sè a tutti i costi, poco importa se con il suo gesto le rovinava per sempre la vita?
E’ tempo di finirla di scaricare la colpa sulle vittime, di prendersi le responsabilità e vedere le cose come stanno. Ignoranza, mancanza di consapevolezza, mancanza di dignità, violenza: sono tutti elementi correlati che portano solo rovina e sofferenza.
E’ tempo di vedere le donne per quello che sono realmente; non i falsi modelli imposti dalla tv, non le idee sbagliate che ci si tramanda da tempo, ma persone con diritti e dignità che vanno rispettati, sempre e comunque. Occorre rifiutare questi  esempi che vengono imposti, perché anche essi sono violenza, dato che sono uno stravolgere la natura personale. Per questo sarebbe bene cominciare a non essere più condizionati da certi copioni, come ben mostrato dal documentario realizzato da Lorella Zanardo; si suggerisce anche la lettura dell’omonimo libro, Il corpo delle donne, sempre realizzato da Lorella Zanardo per capire come funzionano certi meccanismi e cominciare a metterci un freno.

Derive nel calcio

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Lo sport, specie il calcio, ha imboccato strade che di sportivo hanno ben poco. Una di queste derive riguarda la gran quantità di soldi che circola al suo interno, partendo dagli stipendi spropositati da calciatori, allenatori e dirigenti, fino ad arrivare agli investimenti che fanno i vari sponsor sulle squadre e ai diritti tv.
Non bastasse questo, si sta vedendo da tempo come altre pericolose derive si sono insinuate in seno a esso: come si è visto, quest’anno in Italia ci sono stati cori razzisti contro Lukaku, Dalbert, Balotelli, ma non è solo il nostro paese a esserne colpito. Ci sono stati sempre contro Lukaku in Slavia Praga – Inter (fatti negati poi dalla società straniera), in Bulgaria – Inghilterra, per non parlare dei saluti militari della nazionale turca.
Questo però non riguarda solo le serie maggiori, ma anche quelle minori: non si risparmia nessuno. A Siracusa ci sono stati cori razzisti contro 11enne del Congo. Il portiere Omar Daffe dell’Agazzanese è stato espulso perché ha abbandonato il campo dopo essere stato insultato più volte in maniera razzista; in segno di solidarietà, tutti i suoi compagni sono usciti dal campo. Purtroppo, invece d’intervenire contro il razzismo, come avrebbe già dovuto fare (e non ha fatto) la terna arbitrale sul campo, il giudice sportivo ha pensato bene di applicare il regolamento, squalificando per un turno il portiere, facendo perdere a tavolino la partita alla sua squadra e infliggendogli un punto di penalizzazione in classifica; oltre al danno la beffa, anzi, un messaggio che sembra stare dalla parte di chi insulta e contro chi si ribella.
Purtoppo i fatti negatici non finiscono qui.
La giocatrice anglo-nigeriana Eni Aluko della Juventus lascia la squadra e Torino per le continue discriminazioni subite.
L’ad della Lega serie A De Siervo ha chiesto di spegnere i microfoni per non far sentire i cori razzisti allo stadio; l’ad si è poi giustificato che è stato fatto per evitare l’emulazione di tali gesti, di non trasformare in eroi chi compie gesti razzisti.
Non è negando questi fatti, non facendoli sentire, che si risolve il problema: il razzismo esiste e non è che ignorandolo lo si elimina. Fare finta in niente, lasciar correre, serve a dare più forza a quelle persone che ritengo loro diritto offendere gli altri: tanti ultras reputano che insultare gli altri faccia parte del gioco, faccia parte della libertà d’espressione e che condannare il loro modo di fare sia una repressione di un loro sacrosanto diritto. Queste persone si ritengono padroni dello stadio, di decidere anche per gli altri, come successo a Roma quando i capi ultras della Lazio decisero che le donne non potevano stare nelle prime dieci fila della curva, di condizionare le decisioni societarie (come successo nel caso Malcom allo Zenit).
Tutte queste sono derive pericolose cui ci si deve opporre, cui si deve reagire, non lasciar correre o far passare sotto silenzio o negare con teorie stravanganti (quanto fatto dalla curva nord interista).