Inferno e Paradiso (racconto)

Non Siete Intoccabili (romanzo)

Storie di Asklivion – Strade Nascoste

Lontano dalla Terra (racconto)

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Come nasce un Mondo

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Per quanto riguarda il mondo reale, la scienza negli ultimi decenni ha dato la sua spiegazione attraverso diverse teorie, tra le quali la più famosa è quella del Big Bang; per secoli invece le religioni di qualsivoglia parte del mondo attribuivano la sua creazione a entità superiori, che con la loro volontà ed energia avevano dato vita a tutte le cose.
Per quanto riguarda invece i mondi immaginari, tutto nasce da un’idea, che può sorgere in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo; ne avevo già parlato in questo articolo narrando come aveva preso vita Storie di Asklivion – Strade Nascoste.
Ci sono autori che prima creano l’ambientazione, poi vi fanno agire i personaggi; altri lo costruiscono in base alla storia sviluppata dai protagonisti. Per me invece è stato un andare avanti di pari passo tra le due cose; mentre scrivevo la stesura di come si sarebbe sviluppata la trama, realizzavo la cartina del mondo, aggiungendo un pezzo alla volta.
E’ stato un piacere vedere come la matita dava forma alla geografia delle terre che i personaggi stavano attraversando o verso i quali erano diretti. E mentre città e regioni sorgevano, nasceva anche la storia che li aveva caratterizzati, episodi che nel passato li avevano resi famosi. Un mondo che si è ingrandito disegno dopo disegno, dando connotazioni sempre più precise e ampie allo scenario dove i personaggi vivono e lottano.
Un lavoro che non si è limitato a dare forma al palcoscenico per le vicende narrate nel romanzo, ma che è continuato, perché la storia che si era vista crescere aveva dato vita ad altre storie ed esse ad altri parti del mondo, lasciando spazio a vicende che sarebbero state narrate nei libri successivi.
Un lavoro che sta ancora crescendo perché ha ancora parti da sviluppare, ma che quando ci si sofferma a guardarlo dà un bel senso di soddisfazione e compiacimento, vedendo che la mappa ha raggiunto l’estensione di quattro fogli A4 ricchi di dettagli.
E’ proprio vero il passo della Genesi: “E Dio vide quanto aveva fatto ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno”. Un passo che rende molto bene i sentimenti nati dall’atto della creazione.

L’Ultimo Potere – Primo Atto – X Canto di Natale (parte 2)

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Fermo sul ciglio della piazza, Guerriero scrutò con piglio corrucciato il quartiere che cominciava in fondo alla strada, sul volto dipinta la convinzione che le lunghe fila di caseggiati tutti uguali gli stessero per fare un qualche scherzo.
«Eppure…»
«Cosa c’è che non va?» Katrin scalpitava al suo fianco, smaniosa di potersi rifugiare in un posto che la togliesse dalla strada.
«Sto cercando di ricordare qual è la direzione da prendere.» Bofonchiò scrutando prima una schiera d’edifici poi l’altra. «Rilassati: non c’è nessun pericolo, altrimenti non me ne starei così in bella vista.»
Per nulla convinta, Katrin continuò a restare sulle spine.
A un cenno di Guerriero, scesero in strada prendendo la prima svolta a destra dopo un centinaio di metri. Seguirono l’intreccio di stradine, addentrandosi nel complesso di costruzioni che si accalcavano una sull’altra, come se al progetto iniziale fossero state costantemente fatte delle aggiunte in corso d’opera. Passando sotto portici invasi da ciuffi d’erba e rampicanti che s’avviluppavano alle colonne, arrivarono in un cortile interno, stretto e umido, simile al fondo di un pozzo abbandonato.
Guerriero arrivò davanti a una spessa serranda abbassata a metà, chinandosi per oltrepassare la soglia della porta mancante. Un balcone polveroso e legnoso li accolse, austero e severo nella sua colorazione mogano. «Come sospettavo.»
«Libri?» Katrin piegò la testa all’indietro per vedere le strette librerie arrivare fino all’alto soffitto. Scale con le ruote erano appoggiate contro di esse, scorrendo su binari fissati alle cornici.
«Esattamente.»
Guerriero si sfilò lo zaino, lasciandolo cadere sul piano del bancone e cominciando a scorrere i titoli delle fila di volumi posti alla sua estremità sinistra.
Katrin lo osservò mentre con metodica cura selezionava i libri, scorrendo velocemente la quarta di copertina e, a seconda dell’esito della lettura, li rimetteva al loro posto o li appoggiava a fianco dello zaino.
«Perché non mi dici cosa stai cercando? Potrei darti una mano.»
Guerriero sollevò il naso dal libro che stava consultando «Credo che cercare di spiegartelo richiederebbe lo stesso tempo della ricerca.» Serrò le labbra, meditando sul da farsi. «Lascia stare; guarda pure quello che vuoi, basta che non intralci il mio lavoro.»
Attenta a non fare rumore, la ragazza si mise a girovagare nel negozio, più grande di quello che poteva sembrare da fuori: un corridoio di dieci metri con librerie su ciascuna delle pareti lunghe, terminante in una porta verniciata di nero, dietro la quale c’era lo sgabuzzino delle scope e dei servizi igienici. Tenendosi lontana dall’uomo chino sui libri, salì una delle scale, curiosa di provare la sensazione di guardare il pavimento da quattro metri d’altezza. Aggrappata al corrimano d’acciaio opaco, si lasciò dondolare avanti e indietro, stendendo le braccia e inarcando la schiena.
Presa dalla piacevole vertigine che le dava l’altezza, poggiò un piede al muro e si diede una spinta, facendo correre la scala per tutta la lunghezza della rotaia. Non fosse stata per la polvere sollevata e l’occhiata in tralice di Guerriero per il cigolio prodotto, avrebbe continuato a lungo con quel passatempo.
Ritornando con i piedi per terra, Katrin si mise a canticchiare un motivetto a bocca chiusa, saltellando con le mani dietro alla schiena.
Guerriero rimase a fissarla tra l’incuriosito e il perplesso. “Di cosa mi meraviglio? Non c’è più niente di normale a questo mondo.”
Segnò il punto dov’era arrivato nel libro con una scheggia staccata dal bancone; una pausa avrebbe fatto riposare gli occhi. «Che cosa stai cantando?»
Katrin si voltò a guardarlo. «E’ un motivetto natalizio.»
«Ah.»
«Fra qualche giorno è Natale.» Specificò vedendolo poco convinto.
«Ah.» Guerriero continuò a guardarla sempre con la stessa espressione.
La ragazza si passò a disagio una mano nei capelli. «E’ tutto quello che sai dire?»
Guerriero sollevò le sopracciglia. «Cosa dovrei dire?»
Questa volta toccò alla ragazza apparire perplessa. «Non lo festeggi?»
«C’è forse qualcosa da festeggiare?» Chiese sardonico Guerriero. «C’è qualcosa di cui essere felici nella nostra condizione?»
«No, non c’è.» La ragazza si schernì sulla difensiva, abbozzando però subito un sorriso. «Ma si potrebbe tentare per un giorno di rendere l’atmosfera diversa. Per alimentare la speranza.»
Guerriero si lasciò andare sulla sedia, pensieroso a quelle parole. «Già. La speranza.»
La ragazza andò a sedersi accanto a lui. «Mio padre credeva in queste cose.» Cominciò a raccontare con dolcezza. «Anche quando le cose andavano male, cercava sempre di preparare qualcosa di speciale per quel giorno. Piccolo pensieri, oggetti senza valore che si preoccupava d’incartare per farci una sorpresa. Niente di che, ma erano sempre cose carine, che potevano farci brillare gli occhi. Come questa.» Da sotto gli abiti estrasse una biglia di vetro con all’interno dei brillantini. «Sono speciali, non per il loro valore, ma per quello che voleva trasmettere mio padre: calore umano. Era così felice quando vedeva sui nostri volti la sorpresa; non ho mai capito dove riuscisse a trovare oggetti del genere in un mondo arido come questo.» Un sorriso triste tirò le labbra screpolate. «Mi mancano quei momenti. Mi manca mio padre.»
Guerriero rimase in silenzio, rimirando la biglia nelle mani sporche di fuliggine. Sembrava rilucere ancora di più in contrasto con il nero polveroso sulla pelle.
«Lo faceva per noi.» Sussurrò la ragazza. «Sapeva che per dei bambini, l’unico modo per avere la forza di andare avanti era riuscire ancora a sognare. Avere per qualche istante la sospensione della realtà.»
«Avevi fratelli?»
«Uno, ma nella piccola comunità in cui vivevo, tutti gli adulti erano genitori dei bambini, quindi si può dire che eravamo tutti fratelli. Un’unica, grande famiglia.» Un risolino di piacere le fece vibrare la gola.
«E festeggiavate quel giorno tutti insieme?»
«Sì, ma solo tra i bambini. Degli adulti, solo mio padre lo faceva; gli altri lo ritenevano uno spreco di tempo, presi dal continuo lavoro della comunità. Erano sempre seri; gentili e premurosi, ma non li ho mai visti né ridere né sorridere.» Gli occhi si colmarono di mestizia. «E tu?» Si riscosse, cancellando i ricordi.
«Mai festeggiato. Quello che so del Natale l’ho letto sui libri o me l’ha raccontato Vecchio.» Disse distaccato Guerriero.
«E non ne hai mai sentito la mancanza?» Domandò Katrin con una vena di malinconica compassione.
Guerriero scrollò le spalle. «Come posso aver sentito la mancanza di qualcosa, se non l’ho mai provata?»
«Quand’eri piccolo Vecchio non te l’ha fatto festeggiare?»
Guerriero rise divertito al pensiero. «Non era il tipo: non si perdeva dietro queste faccende; era sempre impegnato nella sua ricerca, non poteva sprecare tempo per far divertire un ragazzino. Mi ha tenuto in vita e mi ha dato i mezzi per sopravvivere: non potevo pretendere di più.» Il riso si smorzò. «Non mi è mai passato per la testa di chiedergli di festeggiarlo: non credevo che si potesse fare festa.»
«Perché non lo ritenevi possibile?»
«Da quel che so, si fa festa in segno di ringraziamento. Il ringraziamento migliore per noi era arrivare a fine giornata vivi.» Commentò coinciso. «Tutto ciò che mi ha detto Vecchio sul Natale, era che eventi simili non erano altro che memoriali, l’ennesima strumentalizzazione di figure luminose, incentrando il significato della loro vita sulla nascita e sulla morte, ignorando come erano vissute.» La bocca tornò a piegarsi in un sorriso. «Se ne andava borbottando che quelle feste non erano state altro che un modo per sfruttare la gente e riuscire ad avere soldi.»
La ragazza ascoltò le sue parole con attenzione. «Anche mio padre mi ha accennato a qualcosa del genere. Diceva che in quel giorno, nel passato, la gente era solita scambiarsi dei doni, ma era diventato un gesto meccanico, fatto perché tutti lo facevano: i regali non erano donati con il cuore perché nessuno avvertiva più lo spirito di fratellanza e gratuità, perché nessuno riusciva più a essere felice; il piacere di far contenti gli altri sostituito dal fare il regalo più costoso per essere apprezzati.»
«Proprio come diceva Vecchio.» Mormorò Guerriero tornando ad aprire il libro.
«Quindi i tuoi Natali sono sempre stati uguali?» S’affrettò a domandare Katrin, non volendo far cessare la conversazione.
«Pressappoco.» Bofonchiò l’uomo sfogliando una pagina. «Erano giorni come gli altri.»
Rassegnata a passare da sola il tempo che restava per il ritorno al rifugio, la ragazza andò a cercarsi una lettura che la tenesse occupata.

Scuro in volto, Guerriero fissava la mappa sul tavolino.
«Maledizione.» Borbottò seccato.
Katrin sollevò la testa dal libro che stava leggendo. «Che cosa c’è?»
«Occorre trovare nuovi posti per le ricerche.»
«La libreria dove siamo andati in questi giorni non va più bene?»
Guerriero scosse il capo. «Non c’è niente di quello che cercavo.» Si concentrò sul foglio di carta, come se fosse un’equazione algebrica che non riusciva a risolvere. «Occorre guardare altrove.»
Katrin cercò di controllare il sospetto che cominciava a strisciarle nella mente. «Vuoi tornare verso il centro?» Domandò con voce carica d’apprensione.
«No.» Rispose Guerriero dopo qualche istante. «Quella zona non è ancora tranquilla e per un pezzo è meglio evitarla, almeno finché non saprò con certezza come stanno le cose. Ma, per il momento preferisco non fare sopralluoghi.»
La morsa che le stringeva il petto si dissolse. «Allora qual è il problema?»
«Che non so dove andare a cercare.» Poggiò i gomiti sul tavolo. «Significa che devo rimettermi a perlustrare in maniera più dettagliata le zone in cui sono già passato. Detesto fare i lavori due volte.» Concluse irritato.
«Tanto per oggi non puoi farci più niente.» Katrin poggiò lo sguardo sulla luce morente che lentamente andava scemando. «Cerca di non pensarci; domani è un’altra giornata e si vedrà.» Gli lanciò un sorriso d’incoraggiamento.
«Già, un altro giorno.» Appoggiò stancamente la testa allo schienale, chiudendo le palpebre per rilassarsi un attimo. Solo pochi minuti, prima di fare il controllo giornaliero dell’equipaggiamento.
Un pizzicore raschiò l’angolo dell’occhio. Portò la mano sulla palpebra, sentendo sui polpastrelli minuscole asperità sabbiose.
Sollevò il capo di scatto. Si era addormentato.
Ingoiò l’imprecazione che stava per lanciare, seccato per la mancanza commessa. Ma se voleva essere sincero con se stesso, doveva riconoscere che in quell’ultimo periodo il fisico e il sistema nervoso erano stati messi a dura prova; inevitabile che crollasse.
Sospirò, rassegnato ai suoi limiti umani. Stava facendo quanto era nelle sue possibilità, ma evidentemente non era sufficiente. Era stanco, più di quanto potesse immaginare, come se tutta la stanchezza passata si fosse riversata addosso di colpo.
Bloccò il gesto di adagiarsi nuovamente sul divano, i sensi all’erta.
C’era qualcosa di diverso nell’appartamento.
“Non posso pagarla per l’unica disattenzione che ho commesso.” Sentì la furia montargli dentro. “Non mi si può fare questo.”
Si tenne pronto a scattare.
La porta era sprangata, i catenacci al loro posto. Anche le imposte era chiuse, come sempre. Nessuno era entrato, altrimenti i rumori lo avrebbero svegliato. Eppure la sensazione permaneva.
Un luccichio alla parete opposta attirò la sua attenzione. Gli strali di sole che filtravano dalle finestre sbattevano su una sottile corda dai filamenti argentei posta sul piano del mobile a vetro.
Il giorno prima non c’era e mai c’era stato. S’avvicinò, osservando la pagliuzza che gli era rimasta in mano quando l’aveva toccata. Una sottilissima sfoglia che si piegava al minimo soffio.
Seguì la corda luccicante. Tutti i mobili ne avevano una attaccata.
Un prurito gli solleticò il dorso sinistro: alla sua mano ce n’era una legata.
Anche all’altra.
E pure alle gambe.
«Ma cosa…» Borbottò cominciando a guardarsi addosso per vedere se ne aveva altre.
Piroettando su sé stesso, arrivò nei pressi del corridoio che portava alle stanze, fermandosi quando incontrò Katrin sulla soglia.
La risata della ragazza allargò la sua espressione stupefatta, facendola ridere ancora di più.
«Che significa?» Domandò sempre più perplesso.
«Buon Natale.» Riuscì a dire Katrin con le lacrime agli occhi, prima che un altro eccesso di risa la facessero piegare in due.
«Eh?»
Katrin dovette sedersi sul divano.
Circondato dalle risa, Guerriero restò imbambolato al centro della stanza.
«Scusa, scusa.» S’apprestò a dire Katrin quando riuscì a ricomporsi. «Adesso ti do una mano.»
Con il riso strozzato in gola, tolse a Guerriero le funi filamentose, arrotolandole poi insieme a formare una corona e mettendosele in testa.
«Non sembro una principessa?» Chiese con un sorriso abbagliante.
«Che cosa sono?» L’espressione d’incredulità continuò a restare dipinta sul volto di Guerriero.
«Addobbi.» Katrin si mise a giocherellare con un pezzo della corona che le era sceso sulla fronte.
«E dove li hai trovati?» Domandò Guerriero cercando di ricomporsi.
«Sai il bagno della libreria dove siamo stati?» Katrin aspettò che assentisse. «Nel muro c’era un buco, abbastanza grande da far passare un uomo. Sono finita in un vecchio bazar; sai di quei negozi che vendono un po’ di tutto…»
«E che non hanno mai nulla che serve.» Concluse Guerriero.
Katrin arrossì. «Sì, esatto, uno di quelli.» S’affrettò a tagliare corto. «Dentro c’era veramente di tutto; sembrava un piccolo paese delle meraviglie.» Disse entusiasta. «Statuine, collane, perline fluorescenti, ceramiche, porcellane» continuò come un fiume in piena «sembrava d’essere in mezzo a una pioggia di colori. E…» si bloccò vedendo l’espressione accigliata di Guerriero «ho trovato questi addobbi. Li ho tenuti sotto la giacca per non farmi scoprire e farti una sorpresa.» Abbassò lo sguardo mentre le guance si facevano più rosse.
«Una sorpresa.» Mormorò Guerriero.
Katrin reclinò il capo da un lato. «Volevo farti provare cosa significa festeggiare il Natale, dato che non lo hai mai fatto; farti vedere qualcosa di diverso.» Portò le mani dietro alla schiena, come se si trovasse in grave imbarazzo. «Una sorta di ringraziamento per quello che hai fatto per me.»
«Io non ho fatto niente per cui…» Si schernì Guerriero a disagio.
«Mi hai salvato la vita e mi hai protetto senza chiedere nulla. Ti stai prendendo cura di me; come ha fatto mio padre. »
Guerriero guardò da un’altra parte, non riuscendo a sostenere il suo sguardo. «Non potevo lasciarti in quelle…condizioni. Non era…giusto.»
«Questo è per te.» Katrin lo interruppe, mettendogli le mani giunte a coppa davanti al petto.
«Cos’è?» Chiese l’uomo confuso, osservando la scatoletta rosso sgargiante con il fiocco bianco.
«Un’altra sorpresa!» La ragazza sfoderò un nuovo sorriso smagliante.
Colto di sorpresa, Guerriero sentì il cuore perdere un colpo, non sapendo come muoversi. «Cosa devo fare?»
«Prendilo! E’ tuo!» Lo esortò tendendo le braccia per dargli il regalo.
Impacciato, prese il pacchetto tra le mani segnate da calli e cicatrici. Titubante sfilò il fiocco, sollevando il coperchio e togliendo i fogli di giornale appallottolati. Riflessi dorati scintillarono quando un raggio di sole andò a sfiorare la sfera di vetro adagiata su stoffa dalle tinte scozzesi.
Pollice e indice afferrarono la dura superficie dell’oggetto, avvicinandolo al volto. Al suo interno, una stella dalle molte punte luccicava di brillantini aurei.
Rapito, continuò a rimirarla, facendola roteare lentamente tra le dita.
«Ti piace?» Chiese trepidante la ragazza.
«E’ molto bella.» Disse Guerriero assorto nello studiare la piccola sfera. «Dove l’hai presa? Sempre al bazar?»
Katrin scosse il capo divertita. «L’ha trovata tanto tempo fa mio fratello, in uno dei suoi viaggi in città.»
«Ma è tua.» Protestò fiocamente Guerriero.
«Io ho già la mia biglia personale.» Sorrise la ragazza. «Questa è fatta apposta per te. Ah-ah.» Alzò l’indice a monito. «Niente proteste: è molto scortese rifiutare un dono.» Aggiunse con espressione tra il serio e il faceto.
Guerriero continuò a passare lo sguardo dalla ragazza alla biglia.
Una risata cristallina riecheggiò nella stanza. «Beh, visto che ti piace così tanto potresti dire un grazie.»
Guerriero storse la bocca. «E’ da tanto che non uso più quella parola.» Disse seriamente.
La ragazza spostò il peso da un piede all’altro. «Mica l’avrai scordata: è tra quelle cose che una volta imparate non si scordano più.»
«E’ vero.» Ammise Guerriero. «Solo non ci sono più abituato. Come non sono più abituato a stare con un mio simile.»
Un silenzio imbarazzato cadde nella stanza.
«Credo che ormai non lo sia più nessuno.» Convenne in un sussurro la ragazza lasciando che una ciocca di capelli le scivolasse sugli occhi.
Guerriero deglutì per inumidire la gola secca. «Io ti ringrazio.» Riuscì a dire dopo che il primo tentativo era finito in un debole raschiare. «Mi ha fatto molto piacere questa…sorpresa.»
Le gote della ragazza si colorarono di nuovo di un soffuso rossore.
«Bene.» Lo prese per una mano. «Quello che ci vuole ora è una bella colazione.»
«Non credo ci sia poi tanto di bello in quello che abbiamo.»
Katrin lo trascinò divertita. «Tu sottovaluti le mie doti di cuoca. Vedrai cosa sono riuscita a preparare. Siediti.» Dal forno estrasse due piatti.
«Ecco qua la colazione.» Disse mettendogli davanti la propria porzione.
Guerriero fissò stranito il sorriso fatto di gallette che s’allargava nel piatto. Occhi fatti di frutta secca lo fissavano al di sopra di un naso di carne essiccata.
«Questa poi…»
«Te l’avevo detto che ero una brava cuoca.» Sorrise Katrin. «E non hai ancora visto il pranzo.»
«Un’altra sorpresa?» Azzardò Guerriero.
Katrin addentò una delle gallette. «Esatto, ma dovrà aspettare.»
Guerriero guardò fuori della finestra. «Il sole si sta alzando da un pezzo; meglio muoverci.»
«Oggi niente lavoro.» Disse categorica Katrin. «Non il giorno di Natale; un po’ di riposo ti farà bene.»
«Ma…»
«Niente ma.»
Guerriero la fissò contrariato. «Allora stiamo tutto il giorno chiusi qua dentro a non fare niente?»
«Possiamo far finta di essere una famiglia e passare la giornata a farci compagnia.» Allungò una mano per prendere il libro appoggiato sul piano del forno elettrico. «L’ho preso alla libreria: sembra carino. Ci leggiamo un racconto a testa. Come facevo con mio fratello quando siamo rimasti soli, per ricordare quello che mio padre faceva quando era ancora con noi.»
Guerriero fu sul punto di protestare, ritenendo insensato perdere un giorno per quella futile motivazione. Qualcosa però nei suoi occhi lo bloccò; anche se sorrideva, lo stava implorando di accontentarla. Disperatamente. Probabilmente se si fosse imposto avrebbe fatto quello che diceva lui, ma gli parve una cosa sbagliata. Nonostante rimpiangesse di non potersi occupare delle solite faccende, acconsenti.
«D’accordo.»
«Grazie.» Katrin tornò ad addentare le gallette con rinnovato appetito, come se stesse mangiando il miglior cibo del mondo.
Solo qualche ora dopo, mentre stavano leggendo i brani del libro, Guerriero s’accorse che senza fare nulla, le aveva fatto un dono; glielo leggeva negli occhi. Vedeva come lo guardava e come il suo sguardo era irradiato da un’espressione diversa dal solito: involontariamente aveva fatto rivivere per un giorno il passato, riportando uno spirito dimenticato in un appartamento di una città abbandonata.
Aveva reso felice Katrin.
Mentre la ascoltava dar voce alle parole scritte, cominciò a provare una sensazione strana, probabilmente dovuta al fatto di restare fermo a non fare niente. Ma presto cominciò a pensare che fosse altro: era il fare qualcosa di diverso. Era inusuale quello che avvertiva: soffuso e avvolgente.
Quando il sole s’apprestò a sorgere, Katrin portò in tavola la cena, fischiettando lo stesso motivetto che aveva cantato nella libreria. Guerriero sorrise di fronte al pasticcio fatto con carne e piselli in scatola; incredibile come il solito cibo potesse apparire sotto una luce diversa. Avevano riso commentando i racconti, continuando a parlare a lungo prima di coricarsi.
Nel buio della notte, rimase sorpreso d’avvertire la malinconia della fine di quel giorno. Era stato piacevole. Per un attimo si trovò a desiderare che tutti i giorni potesse essere Natale, che ci fosse sempre quella pace.
Osservò il cielo limpido.
Quando avrebbe raggiunto Luna Azzurra, sarebbe stato così.
Nel silenzio della stanza, con Katrin che dormiva acciambellata sul divano, guardando le stelle attraverso le assi delle imposte, gli parve di sentire un canto lieve levarsi nell’aria. Tese l’orecchio per sentire meglio, ma il suono era svanito.
Scosse il capo.
Doveva essergli rimasto impresso nella mente il motivetto della ragazza e magari anche qualcos’altro.
Quello era stato un giorno proprio strano. Ma gli era piaciuto.

Pudore e Vergogna

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Mondi Fantastici - Effemme 5

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Perché il nuovo possa nascere, il vecchio deve morire.
E’ una legge che la sapienza trasmessa dalla saggezza da sempre insegna, il principio che sta alla base del cambiamento e dell’esistenza.
Così è per l’uomo (che dopo ogni esperienza, anche se in apparenza rimane uguale, muta perché ciò che era stato scompare e viene sostituito da ciò che è divenuto), così è per i mondi.
Spesso si parte dall’idea che il nuovo sia qualcosa di positivo e migliorativo rispetto a quanto è stato; un’evoluzione che abbia rafforzato gli aspetti buoni e sia andata a correggere o eliminare i lati negativi.
Una linea di pensiero corretta, basta avere una conoscenza e una consapevolezza tali da permettere di muoversi in maniera costruttiva e mirata. Se vengono a mancare queste condizioni, l’esito può non essere quello preventivato, ponendo in una condizione peggiore di quella che si era conosciuta.

Questo è l’inizio dell’articolo che ho scritto per Effemme sulla trilogia dei Mistborn di Brandon Sanderson. Infatti, il numero 5 della rivista è dedicato alla tematica dei mondi fantastici e ho voluto approfondire la conoscenza dello scenario creato dallo scrittore canadese, sfruttando questa opportunità per parlare della nascita di un mondo, dello sviluppo della sua cultura, delle sue leggende e di quanto della propria storia va smarrito. Un fatto davvero grave, dal quale gli esseri umani hanno solo da perdere, dimenticando lezioni importanti che li portano sovente a ripetere gli stessi errori, se non a commetterne dei più gravi: la mancanza di conoscenza è sempre un male, l’ignoranza non porta mai a nulla di buono.
La letteratura fantastica un’altra volta ancora dimostra che non solo è un modo per passare ore piacevoli, ma anche per apprendere insegnamenti, come si fa con la storia; non importa che sia la storia di un mondo che esiste nell’immaginazione e non nella realtà, perché la forza del sapere in essa racchiusa è la chiave per far sì che il cambiamento sia qualcosa di positivo, che porta il frutto dell’evoluzione e del miglioramento.

L’Ultimo Potere – Primo Atto – X Canto di Natale (parte 1)

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La nebbia se n’era andata nel cuore della notte, lasciando un cielo stellato sopra i tetti squadrati dei palazzi somiglianti a merli di mura ciclopiche.
Alle prime luci dell’alba, Guerriero svegliò la ragazza, ignorando le sue proteste. Passando di nuovo per lo scantinato, risalirono le scale della botola, ritrovandosi nell’intrico del giardino abbandonato.
Con le braccia strette attorno al petto per proteggersi dall’aria pungente, Katrin aspettò che l’uomo sistemasse il pannello per non mostrare segni del loro passaggio.
«Chissà perché hanno murato la porta.» Mormorò persa nei suoi pensieri mentre fissava la facciata della casa.
Guerriero la superò districandosi nel groviglio di vegetazione. «Farebbe differenza saperlo?» Fermo sul marciapiede, aspettò che Katrin scavalcasse il cancello. «Se hai qualche domanda da fare, falla adesso; una volta in marcia, non ci sarà possibilità di parlare.»
«C’entra la nebbia?» Domandò con apprensione la ragazza.
Guerriero scrutò la strada. «No: siamo ancora in zona calda e ci sono sempre orecchie in ascolto.»
«Ah.» Rispose la ragazza impacciata.
«Allora? Nessuna domanda?» Si voltò impaziente Guerriero.
«Nessuna.» Sobbalzò Katrin come se dovesse scattare sull’attenti.
«Bene. Andiamo.»
I due s’inoltrarono nella penombra lattiginosa che evaporava con il passare dei minuti, camminando come fantasmi che cercavano di rifuggire la luce del giorno. Figure solitarie entravano di continuo nel loro campo visivo: sagome senza volto con code e tentacoli, irti di pelo o glabri come nudi bambini che scivolavano da un palazzo all’altro in una danza di cui non si capiva il senso.
Katrin si tenne sempre a un passo da Guerriero, spaventata dall’ambiente delle strade. Quei luoghi la sera precedente le erano sembrati una città di mostri: quella mattina le sembravano la città dei morti. Ma appartenevano sempre all’incubo che aveva cominciato a vivere nel mettere piede nell’urbe che aveva sempre osservato dalla sommità delle colline. Luogo in cui sarebbe rimasta, se non fosse stata mossa dalla necessità di trovare cibo. Una decisione necessaria, di cui ora però era pentita, ritrovandosi a pensare che era meglio sopportare i morsi della fame, piuttosto che quelle sensazioni allucinanti: ogni passo all’interno della città era una discesa verso l’inferno, attraversando gironi sempre più terrificanti. La sua incoscienza l’aveva spinta troppo avanti, troppo in profondità, al punto che non era più stata capace di risalire. Sarebbe stata perduta per sempre, se non fosse stato per l’apparizione dell’uomo: un improbabile Virgilio che aveva incrociato il suo cammino.
Aveva sempre ritenuto che la storia in quel linguaggio antiquato e difficile fosse solo un’invenzione. Una storia di cui riusciva a capire solo i disegni agli inizi dei capitoli, quando la leggeva da sola e nessuno gli spiegava il senso delle frasi arcaiche: troppo difficile il testo da seguire, la lingua troppo antica. Poesia, diceva suo padre. Poema, declamava suo zio.
Ora però si ritrovava a scoprire che quella storia parlava di realtà.
Dopo aver vissuto di persona l’esperienza terrificante, si rendeva conto di quante somiglianze ci fossero tra il disegno che aveva visto nel libro e la forma della città. Quand’era stata sulla collina non aveva fatto caso alla sagoma che i contorni della periferia gli conferivano: un triangolo allungato che ricordava uno stretto imbuto. La sua attenzione si era soffermata sull’intreccio dei palazzi, lunghe sagome affilate che facevano sembrare la città un immenso campo di lance. Un campo inquietante sulla cui sommità incombeva una densa foschia giallognola alimentata dalle colonne di fumo che nascevano dalle zone centrali.
La titubanza della vista di rovine d’acciaio e cemento, simili a lame smussate e dentellate, era stata vinta dalla certezza che dove c’era fumo, c’era anche fuoco. E se c’era fuoco, significava che c’erano degli esseri umani, con la concreta possibilità che avessero del cibo con loro.
Un’ingenuità che l’aveva spinta nell’incubo.
Una volta entrata nell’area urbana, aveva subito perso l’orientamento, smarrendosi senza avere più alcuna possibilità di tornare indietro. Brancolando per le strade, aveva continuato ad andare avanti, spaurita da versi che mai aveva sentito e che l’aggredivano con la loro durezza. Con lo sguardo levato al cielo, aveva usato le volute di fumo come punti di riferimento, come se fosse un marinaio che seguiva le stelle.
Gli umori acuti e penetranti generati dai peti dei tombini l’avevano circondata, invadendo le narici e impregnando gli abiti e la pelle con la loro malsana emanazione. In pochi istanti si era sentita sporca, provando l’impellente bisogno di lavarsi.
Cercando di schivare i vapori sulfurei che uscivano in zaffate dai fori dell’asfalto, era finita in quartieri sempre più sporchi, dove le pareti dei palazzi degradavano in colorazioni che passavano dal grigio al marrone al nero e tutto sapeva di fumo. Le strade si erano trasformate in budelli tortuosi, dove ogni via, ogni buco era stato trasformato in fortificazione: istrici di spranghe e lamiere, rafforzate da auto ribaltate e mobili d’appartamenti depredati. Volti sporchi di cui s’intravedevano solo gli occhi l’avevano scrutata dalle fessure delle barricate, seguendo ogni sua mossa.
Il vociare si era fatto sempre più vicino, accompagnato dal sottofondo di metallo che veniva divelto e il cozzare di corpi che venivano sbattuti contro i muri. Aveva visto quello che un tempo era stato un negozio bruciare con furia, soffiandole contro una densa fumana nera che sapeva di carbone e plastica fusa.
Trascinata dal vortice di percezioni sensoriali, si era smarrita, ritrovandosi a brancolare in uno stato di catatonia. Era stata afferrata da qualcosa e costretta a muoversi in fretta; solo quando aveva visto le maschere di gomma gialla con le grandi lenti scure nelle quali si era riflessa, aveva capito cosa stava succedendo.
Per un aiuto insperato era riuscita a uscirne viva, allontanandosi dal gorgo di follia. Anche se breve, l’esperienza l’aveva però segnata: non sarebbe più riuscita a guardare il fuoco allo stesso modo. Il fumo che aveva visto salire al cielo non apparteneva a falò da campo, dove il cibo veniva cotto: era l’esalazione di roghi di pile d’esseri viventi che venivano gettati all’interno di profondi crateri e lasciati bruciare fino a che non ne rimaneva che ossa. Gli sembrava che ci fosse dell’altro, ma la sua mente si era rifiutata di registrare quanto gli occhi avevano visto.
Adesso si ritrovava a seguire Guerriero, il suo salvatore, concentrandosi solo sul tenere il passo. Quando la periferia fu raggiunta, facendo intravedere gli spazi aperti della piana desertica, fu come se fosse tornata a respirare. Il sollievo la pervase in maniera quasi dolorosa. Sentì i muscoli distendersi, la tensione abbandonarla e una voglia crescente di ridere.
«Ce l’abbiamo fatta.» Disse reprimendo il riso che sentiva sulle labbra.
Guerriero la degnò appena di uno sguardo. «Fatta a far cosa?»
«A uscire dalla città, a esserne fuori.»
«Non si è mai fuori: la città arriva dappertutto.» Disse stroncando la momentanea gioia di Katrin. «Non molla mai la presa: in questi luoghi è solamente più debole.»
La ragazza rimase scossa dall’atteggiamento compassato dell’uomo. «Non sei sollevato di essere riuscito a scappare da quei luoghi, di aver trovato una via d’uscita?»
«Anche se è più difficile che entrarci, non è cosa impossibile uscirne. Ci vuole solo un po’ di pratica.»
Katrin sgranò gli occhi. «Vuoi dire che tu entri volutamente in quelle aree?»
Guerriero socchiuse gli occhi scrutando l’ombra di un vicolo. «Lo faccio per necessità.»
«Tu entri ed esci continuamente in quell’inferno?»
«Sì.» Guerriero riprese a muoversi.
Bloccata dalla rivelazione, rimase indietro di diversi passi prima di tornare a raggiungerlo. Affiancandosi, restò a guardarlo con un misto d’ammirazione e convinzione di aver a che fare con un pazzo.
«Come fai a farlo?»
«E’ la mia vita.»
«Questa?» Domandò stupita.
«Sì.»
«E come fai a viverla?» Katrin era sempre più incredula.
«E’ l’unica che ho. Che altro dovrei fare?» Rispose semplicemente Guerriero. «Non sei della città, vero?»
Katrin si ritrasse, allontanandosi di qualche passo. «Vivevo nelle colline, in una piccola comunità: vedevo la città da lontano. Solo alcuni di noi s’addentravano nell’area urbana e solo in caso di necessità.» Si strinse il bavero della giacca attorno al collo. «Questa è la prima volta che mi sono spinta quaggiù.»
«Non è stata una gran scelta; sarebbe stato meglio che fossi rimasta dov’eri.»
«Sono stata costretta.» Mormorò in un sussurro. «Dovevo procurarmi da mangiare e da quando sono rimasta sola non ho più avuto nessuno su cui fare affidamento.»
Guerriero non ribatté, proseguendo verso il rifugio. Non c’era nulla da commentare in una storia che si ripeteva all’infinito e di cui ormai si era vista ogni sfumatura. Non era stato così anche per lui? Certo non si poteva fare un paragone, dato che Vecchio gli aveva dato ogni mezzo per sopravvivere; ma questo non aveva evitato che incontrasse difficoltà: solamente, aveva saputo affrontarle. Quella ragazza stava pagando per non sapere come fare: o imparava o soccombeva. Semplice e crudele: se non si era capaci, non bisognava neppure tentare.
Alle volte, però, si doveva giocare anche se non si voleva. Un gioco maledetto, adatto a luoghi maledetti.
L’inferno, Katrin aveva definito la città. Un’analogia facile da fare, quasi scontata. Se era così, in quel momento si trovavano in un limbo; un mondo dove non si era ancora morti, ma non ci si poteva neppure definire veramente vivi, dato che quello era un semplice sopravvivere. Così vicini a essere fuori, eppure ancora dentro in quel luogo maledetto.
La foschia bassa che si scorgeva al limitare della piana era come un fiume che lambiva e racchiudeva l’area cittadina; una cerchia che delimitava il dannato territorio e che sembrava non andarsene mai, anche con il sole allo zenit, anche quando soffiava il vento. Una sorta di guardiano che prendeva nota di chi entrava e usciva. Solo una mente ingenua poteva entrare in un luogo simile con la speranza d’incontrare qualcosa di buono: non c’era posto per esso in mezzo alla civiltà decaduta e morente. Solo una lotta continua.
Imboccò il viale che conduceva al rifugio, lanciando occhiate penetranti a destra e sinistra.
Odiava quella città.
Odiava tutte le città.
Maledetta l’umanità che aveva creato un mondo dove la vita era come le foglie d’autunno, pronta a cadere al primo soffio; un giorno avrebbe varcato le porte di una città per l’ultima volta e non avrebbe più messo piede in nessuna di esse.
La penombra dell’appartamento li accolse all’interno dell’angusto spazio.
«Entra.» Con fare pressante Guerriero fece passare Katrin, sbarrando la porta appena superata la soglia d’ingresso.
Posò lo zaino e le armi sul divano, andando nel ripostiglio e ritornando con un paio di barattoli e un cucchiaio che posò sul tavolo.
«Mangia.» Disse in modo spiccio, prima di rivolgere l’attenzione al controllo dell’equipaggiamento.
Impacciata, Katrin si mise seduta davanti al cibo, tirando le linguette dei barattoli e affondando la posata nella carne avvolta dalla gelatina. In pochi minuti spazzolò l’intero contenuto.
«Ce n’è ancora?» Chiese con imbarazzo spazzandosi la bocca su un fazzoletto.
«Hai visto dove tengo le cibarie. Serviti pure.» Rispose Guerriero senza guardarla. «Ma prendine soltanto un altro.»
Vergognandosi, Katrin restò a giocherellare con il cucchiaio, prima che il buco che aveva nello stomaco la spingesse a servirsi del cibo in scatola.
«Da quanto vivi in questa città?» Chiese quando ebbe finito il pasto.
«Qualche settimana.» Mormorò Guerriero mentre controllava l’allineamento della canna del fucile.
«Oltre a te, ci sono…altri esseri umani?» Domandò a fatica, spaventata dalla possibile risposta.
«Certo. »
Katrin sospirò, sentendosi un peso sollevarsi dal petto.
«Avevi forse dei dubbi?» Guerriero le lanciò un’occhiata obliqua.
«Ecco…io, non…insomma, non sapevo…non ne ho visto nessuno…solo…» Deglutì a fatica, non riuscendo a trovare le parole «ho solo incontrato quelle creature…»
«Mutantropi e chimere.»
«Come?»
«Gli esseri con cui hai avuto a che fare.» Spiegò Guerriero. «Incroci tra umani e bestie i primi, tra più bestie le seconde. Brutti incontri, ma poteva andarti peggio.»
Katrin si rannicchiò sulla sedia. «Peggio? C’è qualcosa di peggio?»
Guerriero sospese il proprio lavoro, fissando l’arma che aveva in mano. «I Posseduti. I Demoni.» Si riscosse. «Ma non è un argomento da affrontare adesso.»
Katrin si mise a girovagare lungo il corridoio, sbirciando all’interno delle stanze. «Carino il tuo rifugio; una volta deve essere stato un appartamento con tutte le comodità.»
«Ormai tutto è allo sfascio. Che serve il superfluo, se non si ha la possibilità di avere l’essenziale?» Brontolò caustico. «Quello che vedi…Non toccare!» Sbottò seccamente.
Katrin ritrasse la mano dall’interruttore, come se si fosse scottata.
«Non lo toccare.» L’ammonì severamente. «L’impianto elettrico funziona perfettamente.»
«E allora perché rimani nella penombra?»
«Perché la luce rivelerebbe dove ci troviamo. E se vuoi sopravvivere, devi far credere di non esistere.» Guerriero la tenne sotto osservazione finché non si fu scostata dalla minaccia.
Katrin continuò ad aggirarsi per l’appartamento, osservando le mensole pendenti e i mucchi di ragnatele negli angoli. «Potresti renderla un po’ più accogliente.»
Guerriero sbuffò. «Il rifugio serve come magazzino per l’equipaggiamento che non posso portarmi dietro e per le scorte di cibo, oltre che per dormire la notte; nient’altro. Passo tutta la giornata fuori. Sarebbe una fatica inutile perdere tempo in qualcosa che so che prima o poi abbandonerò.» L’espressione del volto ebbe un guizzo. «O pensi che abbia intenzione di piantar radici in un luogo del genere?»
«No, certo che no.» S’affrettò a convenire con lui. «Era solo per fare un po’ di conversazione.» Tornò a sedersi presso il tavolo, osservando con una certa apprensione il lavoro dell’uomo. «Ti stai preparando a uscire di nuovo?»
«Controllo sempre l’equipaggiamento ogni volta che rientro.»
Katrin si sentì più sollevata.
«Temevi che ritornassi per le strade?» Scosse il capo. «Domani.»
«E mi lasci qui da sola?»
«Certo che no: mi accompagni.»
Il sollievo di Katrin sparì di colpo. «Io non voglio…»
«Inutile che protesti.» Fu categorico Guerriero.
«Prometto che starò attenta.» S’affrettò a dire Katrin. «Non accenderò la luce…me ne starò ferma in un angolo ad aspettare…»
«No.» Guerriero stroncò subito le suppliche. «Và a dormire, ne avrai bisogno: domani si parte presto.»
«Vuoi proprio tornare là fuori?» Katrin fece un ultimo disperato tentativo.
«Non possiamo starcene barricati qua dentro per sempre. Ma stai tranquilla, per un pezzo eviteremo le aree del centro: le acque si devono calmare. Andremo in zone vicine, abbastanza tranquille.»
«Perché?»
«Ho delle ricerche da fare.»
«Che tipo di ricerche?»
«Domani vedrai.» Guerriero richiuse la borsa e si lasciò andare contro lo schienale del divano. «Ora dobbiamo solo riposarci.»

Nebbie

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Le nebbie da sempre sono state considerate qualcosa di misterioso per il loro ammantare, rendere indefinite e celare le cose. Il caratteristico colore grigio le rende una frontiera, una terra di nessuno, un confine tra zone diverse; una sorta di difesa per ciò che è prezioso, come luoghi di potere, luoghi dove è raccolto il sapere, la conoscenza; una difesa che rende invisibile, che non fa trovare la strada, dove solo chi è meritevole può accedere a quanto sta cercando.
Nella mitologia ci sono tante storie su di esse, la più famosa è quella che riguarda Avalon, isola leggendaria legata ai miti arturiani, considerata da alcuni il regno delle fate: un luogo magico, un luogo fuori dal tempo, precluso ai più, a cui a pochi era concesso d’accedere.
Idea simile viene usata da Terry Brooks nel regno di Landover, dove le Nebbie sono il Mondo delle Fate, un luogo di magia dove è facile perdersi. Certo le nebbie rappresentano un confine per questo mondo, ma sono molto di più: sono un crocevia, un punto di passaggio e collegamento tra tutti i mondi, come le sinapsi del cervello. Un mondo fatato, un mondo effimero di non-esistenza, che esiste e allo stesso tempo non esiste affatto, dato che si trova contemporaneamente dappertutto e in nessun luogo. Una sorta di corridoio, di passaggio temporale per vari piani d’esistenza, oltre che fonte della magia. Specchio del viaggio interiore, dell’incontro con l’inconscio e dei timori che ogni individuo possiede e che solo con il coraggio d’affrontare la verità si può uscire da quei meandri nebulosi che lo caratterizzano.
Anche Brandon Sanderson nella trilogia Mistborn non vede le nebbie come semplice agente atmosferico, tuttavia dà una connotazione differente da quelle appena viste: non una barriera protettiva (un oggetto) o un canale comunicante (un mezzo), ma un’essenza senziente, con una volontà propria (una forza vivente). Un’energia che è parte ed è creatrice del mondo su cui scivola, una sorta di guardiano il cui agire è sconosciuto alla maggioranza, così misterioso che i più la vedono come una forza malevola che minaccia l’umanità, dal quale bisogna proteggersi e fuggire; solo attraverso la temerarietà e la ricerca di alcuni si potrà scoprire come azioni ritenute anche minacciose in realtà sono volte alla preservazione della vita, alla scoperta del modo di proteggere ciò che è prezioso.
Di stampo simile è la visione data da William W. Connors e Steve Miller per l’ambientazione Ravenloft di Advanced Dungeons&Dragons, anche se la scelta della natura delle Nebbie, come è giusto che sia, dato che si tratta di un gioco di ruolo, viene lasciata al DM. Nei Domini del Terrore non ci si arriva di spontanea volontà, ma grazie al loro sottile abbraccio: pochi conoscono l’identità di questa essenza, ma tutti le temono, sapendo che sono una forza inarrestabile (capace di piegare al proprio volere anche un semidio) e che attirare la loro attenzione non porta nulla di buono. Che esse siano il mezzo attraverso cui agiscono le Potenze Oscure che governano Ravenloft o le Potenze stesse, è un mistero da sempre insoluto. Quale che sia la verità, le Nebbie compaiono come pallidi banchi inquieti che sgorgano dalla terra e avvolgono gli autori di azioni malvagie, veri e propri esseri dannati che vengono trascinati all’interno dei Domini del Terrore dai quali non c’è via d’uscita.
Come non si riesce a comprendere la natura di tali manifestazioni, altrettanto avviene per le motivazioni del loro agire. I più le ritengono come un elemento naturale, un qualcosa che esiste, ma che non si riesce a capire, i cui fini è meglio che rimangano un mistero e che vanno accettati per come accadono, senza fare domande. Chi ha tentato di fare luce su tutto questo ha potuto sviluppare solo teorie. Secondo alcuni le Nebbie o le Potenze hanno un’indole malvagia e cercano di radunare tutta la malvagità del multiverso per creare un’immensa armata del Male da usare come forza di conquista di tutti i piani; altri le vedono come una sorta di guardiani che puniscono le creature più terribili e le rinchiudono in un semipiano creato appositamente per loro come prigione, un modo per proteggere gli innocenti dalla loro malvagità. Esiste anche la possibilità che esse non siano divinità o potenti entità che agiscano nell’ombra, ma che semplicemente siano la manifestazione del karma negativo creato dalle azioni malvagie decise e volute dagli uomini, una forza che con il tempo ha assunto potere e che agisce come se avesse una volontà: un’energia d’attrazione che tira verso di sé chi possiede un’essenza simile alla propria.
Tutti modi fantasiosi per dare spiegazione a qualcosa di misterioso e allo stesso tempo attraente, ma in cui si cela una verità: la ricerca dell’uomo di fare chiarezza, di riuscire a sollevare il velo d’ignoranza che gli preclude la conoscenza. Quel velo che la nebbia riesce così bene a incarnare e che può essere l’icona di ciò che deve essere superato, una sorta di varcare la soglia per un mondo nuovo, più grande, oppure il rimanere immobile in una situazione stagnante, limitante, e triste come un limbo, dove si conduce un’esistenza come i Signore dei Domini: un’esistenza confinata come una prigione e maledetta.

L'Ultimo Potere - Primo Atto - IX Sonni da sogno e realtà da incubo (parte 3)

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Accasciato al suolo, l’uomo se ne stette con il capo tra le ginocchia, cercando di trattenere il tremito che scuoteva le membra.
La stessa sensazione.
Non importava l’esperienza che aveva acquisito. Non importava da quante battaglie e scontri fosse uscito vincitore.
Ogni volta la stessa viscerale paura.
E la stessa rabbia impotente per non poter far nulla: la rabbia verso sé stesso che scappava come un coniglio, che fuggiva dal campo di battaglia senza tentare nemmeno di combattere.
Sentiva ancora nelle orecchie lo sciacquio delle pozze che venivano calpestate dal Demone lanciato al suo inseguimento, l’ansito che usciva dalla bocca dell’essere atteggiato in un sorriso di conquista, del predatore che sa di star per prendere la preda.
Strinse i pugni contro la tempia.
La sola presenza dei Demoni era qualcosa che trascendeva ogni immaginazione. E non era solo una questione di forza: ci si sentiva schiacciati, come se si fosse fermi a guardare un’immensa onda che stava per travolgere e non ci si riusciva a muovere, attanagliati in una fredda morsa.
Poteva accettare che il suo corpo tremasse di fronte all’aura inumana dei Demoni, ma non tollerava che anche il suo cuore venisse meno, che la volontà crollasse facendosi possedere dal terrore.
Nonostante i suoi sforzi, la realtà permaneva.
Non si poteva affrontare un Demone: chi lo combatteva era morto. Si poteva solo scappare, se si voleva restare vivi.
Ma anche se era l’unica scelta possibile, si odiava tutte le volte che la prendeva.
Il respiro era rotto e irregolare; sentiva gli occhi sbarrati e fissi, come se le palpebre avessero perso la capacità di chiudersi, restando per sempre aperte sulla figura del Demone.
Deglutì a fatica.
Quegli esseri erano l’incarnazione della paura.
La paura.
Un sentimento che andava vinto; doveva essere così se non si voleva esserne schiavi. Ed era possibile una volta scoperta la causa, l’origine.
Ma con quegli esseri non era così: ciò che scatenavano era irrazionale. Non poteva essere spiegato in nessun modo. Bastava la loro presenza per essere precipitati nel precipizio più profondo dell’orrore. Un artiglio che s’abbarbicava alle viscere e straziando saliva verso l’alto.
Un urlo lo fece scattare in piedi, le mani che già stringevano l’impugnatura delle pistole. Stringendo i denti fino a farli stridere, s’addossò alla parete, appiattendosi il più possibile.
Con il passare dei secondi le urla risuonarono con maggiore intensità, rimbalzando da un palazzo all’altro con maggiore forza.
Un altro rastrellamento di massa, ma c’era qualcosa che non andava. Si tese in ascolto.
La voce era la stessa.
Le urla si fecero più distinte: dovevano essere entrati sulla strada principale.
Strisciando nelle dense maglie dell’oscurità, l’uomo s’avvicinò all’inizio del vicolo.
Camminando sgraziatamente a gambe aperte, le due creature avanzavano a testa bassa strattonando la preda che si dimenava dietro di loro, un frullio di arti che sbattevano contro muro e marciapiede, tentando di ancorarsi a qualsiasi appiglio possibile.
«Aiuto!» Urlò la ragazza mentre veniva trascinata.
Stizziti, i due intensificarono gli sforzi, sballottando di qua e di là la poveretta.
«Aiuto!» Continuò a strillare la giovane, dimenandosi con tutte le forze.
Insensibili, le creature con quattro gambe continuarono ad avanzare, impacciati come papere nelle grosse tute giallognole simili a scafandri.
L’uomo osservò l’impari lotta tra i tre, spettatore che lanciava una fugace occhiata a uno spettacolo visto più volte. Ogni giorno, in ogni parte del mondo, era una scena che si ripeteva migliaia e migliaia di volte. Una scena di cui si sperava non essere protagonisti: nessuno avrebbe fatto niente per dare salvezza. Nessuno sarebbe corso in suo aiuto, lasciando che le grida si perdessero nel nulla o nella morte. A che pro fare un gesto d’altruismo? Chi faceva per gli altri, subiva la stessa fine e anche se fosse riuscito a salvare la vittima di turno, non sarebbe cambiato nulla, non avrebbe mutato il corso del mondo, rimandando semplicemente di un poco una fine inevitabile. Gli esseri umani, come tutti gli esseri viventi, erano divenuti sordi alle suppliche. Le richieste d’aiuto erano fantasmi di cui nessuno si accorgeva.
«Aiutatemi!» I muscoli si tesero sul collo sottile e denutrito della ragazza, scavando una fossetta al di sopra dello sterno mentre cercava di far forza con le braccia per liberarsi.
“E’ vano resistere: non ce la puoi fare contro di loro.” Pensò amaramente. “Nessuno verrà in tuo soccorso. Nessuno udrà le tue richieste d’aiuto. Nessuno vorrà.”
Pure lui era sordo? Pure lui non voleva sentire?
Lo sguardo s’affilò come ghiaccio.
No, ci sentiva benissimo. Udiva perfettamente le grida della poveretta e provava compassione per la sua fine, ma non erano affari che lo riguardavano. Se l’avesse salvata, dopo avrebbe dovuto occuparsi di lei. Sarebbe stato un impaccio, una continua seccatura, che l’avrebbe ostacolato e rallentato. Aveva già il suo da fare per restare in vita. Doveva farlo, se voleva raggiungere il suo obiettivo.
E perciò l’abbandonava senza fare niente?
Non ne sarebbe venuto nulla di male a starsene fermo. Solo qualche rammarico nei momenti più bui. O la persecuzione di rivedere il volto della ragazza nei suoi incubi. Eventualità sgradevole, ma che non recava danni fisici: solo l’ennesimo, fottuto, spiacevole ricordo.
Frenò l’istinto d’intervenire. Se si voleva restare in vita bisognava saper rispettare poche, semplici regole. La prima era pensare sempre e solo per sé.
E allora perché restava ancora a fissare la cattura di un’altra donna, quando aveva un’agevole via di fuga lungo il vicolo senza essere visto? Che cosa lo stava trattenendo?
Eppure ormai doveva averlo compreso.
Non era da tutti una caparbietà del genere: nonostante la loro forza, le due creature avevano difficoltà a portarla con loro. La resistenza della ragazza era tenace, anche se sarebbe servita solo a ritardare l’inevitabile.
E lei lo sapeva. Tuttavia, non si rassegnava, combatteva con le poche forze che aveva.
Perché lottare tanto? Per rimanere in un mondo simile? A che scopo, se si doveva vivere un’esistenza da schiavi? Aveva visto chi riusciva a scampare alla morte o alla schiavitù: si trascinava da un giorno all’altro senza una meta.
A cosa serviva vivere, se non si aveva uno scopo?
“E tu ce l’hai uno scopo, ragazza? Hai un punto dove arrivare?” Si soffermò sul fugace pensiero. “Perché se non ce l’hai, allora è meglio che lasci andare; alle volte la morte è un’alternativa migliore.”
«Per favore, che qualcuno mi aiuti!» La ragazza s’inarcò cercando d’avvinghiare le gambe attorno a un palo di metallo.
Voltando le spalle alla strada, l’uomo s’avviò nel buio del vicolo. Forse quella notte l’avrebbe incontrata nei suoi incubi, ma l’indomani avrebbe già pensato ad altro. Così andava quel mondo in rovina.
«Io non voglio morire!»
La straziante supplica lo fece voltare come se avesse subito una spinta. Proprio in quel mentre la ragazza girò lo sguardo verso di lui.
E anche se era certo che non potesse scorgerlo in mezzo a quella tenebra, era altrettanto sicuro che lo avesse visto. Non riuscì a staccarsi da quegli occhi sbarrati e piangenti che lo tenevano inchiodato sul posto.
Una spietata, sconvolgente paura. E la disperata volontà che la vita non finisse in quella maniera. Non ancora, non in quel momento.
La stessa paura che aveva avuto lui del Demone. Una paura del diavolo che l’aveva fatto scappare, angosciato, terrorizzato. Anche lui non aveva voluto morire. Anche lui aveva voluto fuggire per poter continuare andare avanti, per realizzare uno scopo.
Quella ragazza poteva essere lui.
Quella ragazza era lui.
Inerme, impotente.
Una vampata esplose nei suoi muscoli. Si sentì urlare e scattare in avanti, un fiume di rabbia che investì i carnefici senza scampo. L’impeto lo portò a scaraventare l’essere con la maschera antigas contro il muro.
Colto di sorpresa, il compagno si ritrovò a fissare stranito la furia che si era abbattuta su di loro. La bocca s’aprì di scatto, senza emettere alcun suono mentre cadeva in ginocchio tenendosi le mani sull’inguine, come se una bomba fosse esplosa tra le sue gambe.
Con precisa efficienza, l’uomo afferrò le maschere e le strappò dalle teste adunche.
Le facce cadaveriche si contorsero come carta che bruciava, la pelle raggrinzì e si riempì di vesciche in pochi istanti. Un gemito strozzato uscì dalle bocche prive di denti, come di chi non riusciva a respirare. Una serie di spasmi violenti e i due giacquero a terra immobili, il volto che si liquefaceva in una poltiglia biancastra.
«Cosa stai aspettando? In piedi, sei libera.» Intimò alla ragazza che incredula, se ne stava acquattata contro il metallo del palo, osservandolo come un animale spaurito.
«Forza!» Scattò l’uomo. «Potrebbero arrivarne altri.»
La prospettiva di una nuova cattura le diede la scossa di tornare a muoversi, facendola barcollare nel tentativo di rialzarsi velocemente.
Aspettando impaziente, l’uomo scrutò guardingo le strade laterali, imprecando mentalmente per la lentezza della giovane. Appena fu in piedi, s’avviò a passo spedito lungo il marciapiede, senza stare a controllare se lo seguiva o meno. Ben presto sentì il respiro trafelato alle sue spalle, ma non accorciò la sua falcata; doveva adattarsi al suo modo di muoversi se voleva salva la vita.
Alla svolta a destra dell’incrocio con il semaforo abbattuto rallentò, soffermandosi alcuni istanti a scrutare la strada che filava attraverso il lungo serpente di auto abbandonate. Si voltò di scatto, evitando di un soffio di travolgere la ragazza che lo stava raggiungendo.
«Dove stiamo andando?» Gli chiese mentre la stava superando.
«Torniamo indietro.»
L’apprensione dipinse di bianco la carnagione chiara della giovane. «Perché?»
L’uomo rallentò il passo di marcia, corrugando le sopracciglia, come se stesse cercando di ricordare qualcosa.
La ragazza lo fissò ansiosa, desiderosa di sapere cosa stava succedendo e allo stesso tempo timorosa di importunare il suo salvatore.
«Dobbiamo trovare un posto dove passare la notte.» Spiegò velocemente l’uomo riprendendo a muoversi. «Da queste parti dovrebbe esserci un posto che fa al caso nostro: non è sicuro come l’altro nascondiglio, ma non abbiamo il tempo per raggiungerlo.»
«E’ molto lontano il rifugio più sicuro?» La domanda fu posta in un soffio.
«Non più di un paio d’ore.»
«E allora perché non lo raggiungiamo?» Chiese stupita. «Il pomeriggio non è ancora calato.»
L’uomo socchiuse gli occhi, serrando le labbra con forza. «Si sta avvicinando più velocemente di quanto credessi.» Mormorò ignorandola.
«Che cosa?»
«La nebbia.» Fu la caustica risposta mentre svoltarono in una stretta via di palazzi di mattoni con giardini circondati da recinzioni metalliche. Il fitto groviglio d’erbacce s’affacciava sulla strada passando attraverso le maglie a rombo della rete arrugginita, protendendosi a sfiorarli.
Percorsero metà del lungo viale prima che l’uomo scavalcasse un basso cancello chiuso con catena, inoltrandosi nella piccola giungla che conduceva all’ingresso della squadrata casa a due piani.
«Questo sarebbe il rifugio?» Chiese perplessa la ragazza fissando la porta murata e le finestre con le grosse inferriate. «E come facciamo ad entrare? Tutte le vie d’accesso sono bloccate.»
«Per questo è sicuro.» Disse l’uomo arrancando in mezzo alla bassa foresta.
Dirigendosi verso il muro del giardino, cominciò a scostare con le mani il groviglio di vegetazione, facendo attenzione a non spezzare le piante. Allungò un braccio verso il terreno e un cigolio metallico fece accapponare la pelle alla ragazza.
«Per chi sa cercare, c’è sempre una porta da cui entrare.» Mormorò l’uomo estraendo la torcia dallo zaino. «Forza, muoviti.» Intimò spazientito.
Impacciata, la giovane arrancò fino alla botola che si apriva nel terreno.
«Prendi.» Le mise in mano la torcia. «Fai strada. Devo chiudere il portello in modo che non rimanga traccia del nostro passaggio.»
Con titubanza la ragazza scese i primi scalini della scala, facendo saettare il fascio della torcia sull’oscurità del profondo. Un passo alla volta, schivando le ragnatele che arrivavano a sfiorarle la testa, raggiunse il fondo. Alzò lo sguardo verso l’alto, vedendo la sagoma dell’uomo abbassare la botola e l’arco di luce assottigliarsi. Il leggero clangore del richiudersi del portello la agitò: cominciò a sentire il respiro farsi affannoso e una forte oppressione schiacciarle la testa. All’improvviso si sentì la gola riarsa, martellata da palpitazioni che le serravano l’esofago togliendole il fiato, come se mani invisibili le si stessero stringendo attorno al collo per soffocarla. I muscoli delle mani si contrassero sul guscio di gomma della torcia, sentendo le dita passare da vampate di caldo a brividi di freddo.
«Perché ti sei fermata?»
Scostandosi di scatto, tese le braccia puntando dritto davanti a lei il fascio di luce.
«Che fai? Mi stai accecando.» Imprecò l’uomo, strappandole l’oggetto dalle mani.
Il cerchio luminoso s’andò a posare sulla porta del fondo. Afferrò saldamente la ragazza per una spalla e se la trascinò dietro. «Cerca di stare calma: non c’è nulla per cui agitarsi.»
Evitando le casse di legno sparse nella stanza, raggiunse l’uscio, facendo scattare la maniglia. Spinse la ragazza su per le scale prima di voltarsi e far scorrere il catenaccio. Seguendola dappresso, arrivò nel corridoio del pian terreno, dove le fece cenno di salire le scale che portavano di sopra.
Ignorando l’odore stantio di muffa, lanciò una rapida occhiata alle stanze immerse nella penombra delle tende tirate, assicurandosi che dopo il suo ultimo passaggio non ci fossero state visite.
Quando raggiunse il piano superiore, la ragazza lo stava aspettando in mezzo al corridoio. La superò senza degnarla di uno sguardo, svoltando alla seconda porta a sinistra e appostandosi nei pressi della finestra, scrutando la strada attraverso il piccolo spazio tra la tenda e il vetro. Un leggero strascicare di scarpe lo avvertì che la ragazza lo aveva seguito nella stanza.
La strada cominciò a velarsi, invasa da tentacoli lattiginosi che sciamavano come le formiche di un formicaio calpestato. In pochi istanti li vide moltiplicarsi e crescere, una marea che arrivava silenzio a coprire tutto quanto. Presto la facciata dei palazzi di fronte scomparve alla vista e fu tutto un mondo bianco nel quale si trovavano alla deriva.
L’uomo si scostò dalla posizione d’osservazione, andando a sistemarsi sulla poltrona a ridosso della parete, ponendo ordinatamente le armi sul tavolo di vetro. Aprì lo zaino e cominciò a estrarre le munizioni di riserva portate con sé. Con cura metodica estrasse i caricatori scarichi e li mise al posto di quelli che ora stavano davanti a lui. Nella stanza risuonò lo scatto delle armi che venivano caricate.
Seduta sul divano in fondo alla stanza, la ragazza restò immobile, quasi trattenendo il fiato, come se ogni suo respiro potesse disturbare il lavoro dell’uomo. Aprendo e chiudendo nervosamente le mani sulle ginocchia, rimase in attesa che il rumore d’otturatori, cani e sicure cessasse prima di trovare il coraggio di parlare.
«Prima hai detto qualcosa a proposito della nebbia.» Riuscì a dire dopo essersi schiarita la gola a fatica. «A che cosa ti riferivi?»
L’uomo sollevò il capo, posando lo sguardo sulla tenda.
«E’ facile perdere l’orientamento senza punti di riferimento. E se questo succede, è probabile non ritrovarsi mai più.» Disse a bassa voce.
Un brivido fece accapponare la pelle alla ragazza. «In che senso?»
L’uomo scrollò le spalle. «Vagando in quella coltre bianca si può finire in zone pericolose, oppure non accorgersi dell’arrivo di qualche mutantropo o Posseduto: quelle creature sono ancora più attive con queste condizioni.»
«Allora ci siamo rifugiati qua dentro per non fare brutti incontri.»
«Non solo per questo.» S’adagiò contro lo schienale della poltrona, abbassando il tono della voce, come se stesse parlando a sé stesso. «Alle volte c’è qualcosa in quel grigio, qualcosa di strano: non è una nebbia normale. E’ viva: sembra un gigante che respira, che non riesci a vedere, ma che è vicino a te.» Mormorò con calma. «Quando c’è questa nebbia, succedono delle cose.»
La ragazza serrò le mani sugli avambracci, come se il gesto potesse impedire ai peli di drizzarsi sulla pelle. «Che genere di cose?»
«La realtà cambia. E’ come se si aprissero delle porte, delle finestre che si affacciano su altri mondi, facendo arrivare il loro alito sulla terra. Un sospiro capace di mutare la realtà.»
«Che genere di mondi?»
L’uomo scrollò il capo. «Non lo so. Ma ho visto interi gruppi di persone sparire in un lampo all’arrivo della nebbia.» Serrò le labbra. «Quelle creature sono state portate via, finite chissà dove.»
«Ti sarai sbagliato.» Azzardò la ragazza.
«Non mi sono sbagliato.» Rispose con dura convinzione. «Una nebbia normale non compare dal nulla nel giro di pochi secondi. Una nebbia normale la vedi formarsi in lontananza, non ti piomba addosso all’improvviso come un falco, lasciandoti in compagnia di creature quando pochi istanti prima, attorno a te, c’era solo deserto.»
La ragazza ammutolì, non volendo contraddirlo un’altra volta.
«Alle volte prende, alle volte dà. Deve esserci un legame tra queste due cose, un voler mantenere una sorta d’equilibrio.» Continuò a rimuginare, prima di riprendersi dalle proprie riflessioni. «Comunque stiano le cose, è meglio non farsi trovare allo scoperto.»
«Si tratta di un’entità malevola, come i Demoni?» Chiese con apprensione la ragazza.
«Non come i Demoni: sembra piuttosto qualcosa che risponda a leggi sconosciute, aliene. Si può paragonare come impatto a un terremoto o una tempesta, anche se tutto avviene nel silenzio più totale. E proprio quando tutto tace, l’inaspettato ti coglie. Non ti posso dire altro; quando ho visto ciò di cui è capace, mi sono sempre tenuto a debita distanza.»
«All’interno dei palazzi siamo al sicuro?» Il panico tornò a serpeggiare negli occhi della ragazza.
«La nebbia non attraversa i muri, non passa oltre ciò che è chiuso; almeno da quel che ho potuto sperimentare. Direi che è sufficiente, dato che sono ancora qui, non credi?»
La constatazione non dissipò completamente i timori della ragazza, che continuò a fissare la tenda, pronta a scappare al primo cenno di movimento.
«Anche se incomprensibile, deve sottostare a delle leggi, come tutte le cose.» La voce tradì la posizione rilassata del corpo, facendo trapelare una punta di rabbia.
«Tu…hai…paura?»
L’uomo sorrise. «Solo uno stupido non ne avrebbe. Ormai ho fatto l’abitudine a questo genere di cose e le rispetto; ma da qui a farmene spaventare, ne passa.» Si sollevò dallo schienale, cominciando a rimettere le pistole al loro solito posto, prima di tornare a prendere tra le mani il fucile.
La stanza tornò a riempirsi di scatti meccanici.
«Per quanto resteremo qui?»
«Questa notte.» L’uomo sollevò l’arma, controllando che la canna non si fosse storta durante i combattimenti. «Di più se la nebbia non se n’è andata.»
«E dopo?»
«Torneremo al rifugio principale: è una zona più sicura, lontana da ogni genere di creature. E’ un’area di periferia, dove non c’è nulla, solo palazzi abbandonati, praticamente disabitata: a parte me, non ci passa quasi nessuno. Qua siamo ancora dentro il perimetro del centro, l’area maggiormente frequentata da Demoni e Posseduti.»
La ragazza si guardò nervosamente attorno, squadrando la carta da parati verde e i mobili con le ante a vetri.
«Come ti chiami?» Esordì dopo un silenzio di diversi minuti quasi senza accorgere.
L’uomo continuò a mercanteggiare con l’arma.
«Non mi vuoi rispondere?» Chiese tentennante la ragazza.
«Non ho nessun nome.» Fu la risposta priva d’interesse.
«Ma ci sarà un modo in cui la gente ti chiama.»
L’uomo sospese il lavoro, rimanendo assorto per qualche momento, come se stesse cercando di rammentare qualcosa.
«Vecchio mi chiamava Guerriero.»
«Guerriero non è un nome.»
«E’ l’unico modo in cui mi sono sentito chiamare. Vale come qualsiasi altro nome; per quel che può importare.»
«Un nome è importante.» Obiettò con sconcerto la ragazza.
«Ti rende forse diverso da quello che sei? Da quello che sai fare?» Mormorò Guerriero passando una pezza sulla bocca della canna. «Dimmi il tuo nome.»
«Katrin.» Disse stentorea la ragazza, come se non fosse sicura di dare la risposta giusta.
Guerriero si voltò verso di lei. «Bene. Ma davanti a me ho sempre la ragazza di due secondi fa, sconvolta e impaurita nel giaccone di due misure più grande della sua taglia. Non è cambiato nulla. Come vedi, non è quello che conta.»
Katrin lo guardò perplessa. «Il nome dato è il ricordo di chi ci ha messo al mondo, il collegamento con le nostre origini.»
Un sorriso di scherno piegò le labbra di Guerriero. «Un legame con il passato.» Sbuffò. «Il passato dice forse dove stiamo andando? O cosa faremo? Il passato può dirci ciò che siamo stati, ma non chi siamo o chi saremo. Ed è questo ciò che è importante.»
«Ma senza nome, come fai a dire chi sei?»
«Chi sono.» Mormorò pensieroso Guerriero. «Se proprio vuoi una risposta, allora si può dire che sono un lupo solitario.»
«Conta solo chi sei e cosa fai? Tutto il resto non vale nulla?»
Guerriero posò il fucile sul tavolo, tenendoci le mani sopra. «Lo scopo.»
«Che cosa?»
Guerriero parve essersi perso in un sogno a occhi aperti. «Avere una meta, raggiungere un fine. E’ questo che rende importante ciò che si fa, è questo che dà significato alla vita.»
«La vita non è solo questo.»
Guerriero alzò la testa di scatto, contrariato come una persona risvegliata bruscamente da un sonno tranquillo. L’occhiata bruciante che lanciò fece pentire alla ragazza di aver pronunciato quella frase. «Tu hai uno scopo?»
La domanda a bruciapelo la colse alla sprovvista. «No.» Rispose incerta.
«E allora perché hai voluto continuare a vivere?»
Katrin lo guardò sconcertata, come se fosse stata messa sotto accusa. «Perché mi piace vivere, perché posso incontrare delle cose belle.»
«In questo mondo non ci sono cose belle.» Le parole risuonarono come cunei di ghiaccio.
«Ci sono: mio padre me le ha mostrate.» Disse quasi in tono di scusa Katrin. «E io le voglio incontrare.»
«Sciocchezze.» Guerriero liquidò la risposta con un secco commento.
Katrin sentì il sangue affluire alle guance. «E allora perché tu continui a restare in vita? Perché continui a combattere?» Indicò l’arma sul tavolo e quelle che aveva indosso.
Guerriero sorresse lo sguardo stizzito senza battere ciglio. «Perché ho uno scopo.»
«Quale?» Katrin si sporse in avanti provocatoriamente. «Che cosa c’è di così importante da riuscire a farti sopportare questa vita?»
«Trovare un modo di lasciare questo inferno e conoscere un’altra vita.»
La granitica convinzione smorzò l’irruenza della stizza femminile, lasciandola senza parole e costringendola a posare gli occhi sul lampadario a forma di disco per non sostenere un secondo di più la fermezza dell’espressione di Guerriero.
Il silenzio tornò a regnare nella stanza dal parquet rovinato e imbarcato.
«Grazie per avermi salvato.»
Guerriero alzò lo sguardo dallo zaino che stava sistemando, ritrovandosi a fissare l’immagine sporca proiettata sul vetro del mobile. Il riflesso contraccambiò lo sguardo duro. «Non farlo.»
«Che cosa non devo fare?» Katrin si schernì confusa.
«Ringraziarmi.»
Guerriero sistemò tutta la roba prima di alzarsi in piedi e lasciare la stanza.
«Qua di fronte ci sono due camere da letto: sfruttale. Se non c’è nebbia, ci muoveremo prima dell’alba.» Disse soffermandosi per un attimo sulla soglia della porta prima di incamminarsi lungo il corridoio.

Il Seme

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Il Seme è il racconto con il quale ho partecipato al concorso per la rivista Effemme con tema “la nascita di un nuovo mondo.”
L’idea dalla quale è nato il tutto è sorta durante la visione del film di Tim Burton, Big Fish, in special modo è stata la scena dove il figlio al capezzale del padre malato gli racconta come avviene la fine: dopo la fuga all’ospedale e la corsa in auto, portandolo tra le braccia, arrivano in una radura nei pressi del fiume dove sono riunite tutte le persone che il padre ha incontrato in vita, venute a salutarlo per l’ultimo viaggio. Penso che a molti farebbe piacere che la dipartita avvenisse in questo modo, attorniati da coloro a cui si è voluto bene e con i quali si è fatto un pezzo di strada insieme, anche se però questo non sempre è possibile; si sa che spesso nel momento della morte si è soli, nella radura in fondo al sentiero non c’è nessuno.
Che stati si provano in questa situazione?
E’ così che è sorta l’immagine di un guerriero, una sorta di cavaliere alla ricerca del Graal in uno scenario post-apocalittico, stanco e provato dal viaggio intrapreso che giunge in uno spiazzo dopo una lunga salita. E lo spiazzo è arido, polveroso, circondato da rocce, non da alberi come nella scena del film: un mondo decaduto, di cui rimane ben poco di quello che era stato in origine; soprattutto, della civiltà umana rimangono soltanto rovine. Un’immagine, quella del protagonista e dell’ambientazione, in parte influenzata dall’ultimo romanzo che ho realizzato, L’Ultimo Potere, anche se si discosta dalla caratterizzazione che ho dato nelle pagine di quest’ultimo.
Questa è la parte centrale della storia, il suo nucleo, di cui al momento della creazione mancavano l’inizio e la fine; avevo un’idea per sommi capi di come sarebbe dovuta essere la storia, ma era ancora un divenire sfocato cui bisognava avvicinarsi per poter vedere meglio.
La nebbia si è dissipata nel giro di qualche giorno.
Mentre stavo cercando una soluzione su come risolvere questi due punti, fissando il bianco della pagina, m’è capitato sotto mano un cd di musica classica contenente alcuni brani di Strauss, tra i quali il famoso Il Bel Danubio Blu: il suo ascolto m’ha dato l’ispirazione su come iniziare.
Invece quella inerente al finale è avvenuta poco dopo grazie alla lettura di una raccolta di racconti dedicati alle figure di angeli, demoni e dei nelle varie religioni, che mi ha fatto trovare quello che mi serviva per allacciare tutte i fili della trama.
Avuto tutto il necessario, i pezzi dopo sono andati al proprio posto da soli: proporre il tema della cerca in un mondo morente, mostrare il cammino dell’eroe con quanto incontra nel suo cammino e come la affronta, sono tipici per quanto riguarda la conoscenza degli archetipi, come ho mostrato in L’Ultimo Potere e nell’articolo dedicato alla trilogia cinematografica di Mad Max, ma ho voluto dare un tocco più scanzonato (inizialmente non voluto), che mescolasse sia drammaticità e malinconia per quello che è successo, sia ironia e comicità per come viene vissuta la realtà, cercando di unire la giusta misura di questi elementi, perché riso e pianto non sono poi tanto differenti tra loro, ma che nel corso della vita si devono alternare tra loro. Un modificare un cliché conosciuto per dare un’impressione al lettore e poi fargli vedere che le cose non sono come sembrano, per rendere la storia diversa, ambientandola sì in un mondo fantastico, ma che tenesse conto anche della realtà.
Tutti questi elementi per mostrare la nascita di un nuovo mondo. E perché il nuovo possa nascere, il vecchio deve morire, così come deve fare il seme per dar vita alla pianta: è da questo che viene il titolo che dà nome al racconto che chi vorrà leggere potrà trovare alla consueta pagina download.

L’Ultimo Potere – Primo Atto – IX Sonni da sogno e realtà da incubo (parte 2)

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Movimenti. Movimenti in tutte le direzioni.
Era da metà mattina che l’attività delle creature del centro era in fermento. Le vie si erano improvvisamente affollate d’esseri d’ogni tipo, schizzate fuori dai palazzi come api dall’alveare colpito. Costretto a muoversi con cautela, aveva passato la maggior parte del tempo a restarsene nascosto, aspettando il momento opportuno per sgusciare lungo i vicoli.
Appoggiato dietro una pila di bidoni della spazzatura, osservava attraverso uno stretto pertugio il gruppetto di mutantropi che parlottava freneticamente. Non gli serviva sentire le parole per capire l’agitazione che c’era nelle loro fila.
Un rapido scambio di battute e la banda partì al trotto lungo la strada principale in direzione sud-ovest. Più di un membro lanciava occhiate preoccupate verso settentrione.
L’uomo uscì con cautela dal rifugio, sollevato di non dover più respirare il puzzo che si sollevava dalla catasta di cilindri metallici: qualcosa doveva essere andato a morire là in mezzo e c’era marcito; qualcosa di così rivoltante da far ribrezzo persino agli sciacalli della città.
Storcendo il naso, arrivò nel punto dove si era riunito il gruppo, lanciando uno sguardo al nord. C’era qualcosa da quelle parti; qualcosa capace di mettere in allarme tutte le comunità dell’area e fargli prendere la decisione di abbandonare il territorio così gelosamente custodito.
Non era buon segno.
In lontananza risuonarono richiami e gorgoglii gutturali, accompagnati dal tintinnio di una catena che sbatteva sulla vetrata infranta di un negozio di porcellane.
La leggera brezza che spirava da ovest si mutò in forte vento, annichilendo ogni suono che non fosse lo spirare dell’alito della terra che s’aggirava spaesato e furioso nella scacchiera composta della città.
La furia durò qualche secondo, poi calò di colpo, lasciando silenzio.
E pulizia.
Per un attimo la città aveva smesso di puzzare. L’aura maleodorante lasciata dal passaggio delle creature era stata spazzata lontano. L’uomo inalò a pieni polmoni l’aria di nuovo pura, uno dei rari momenti in cui si poteva respirare senza sentirsi sporcati.
Mutantropi, chimere, ibridi, umani: cambiava la forma, ma il risultato era sempre lo stesso. La loro presenza lasciava sempre una traccia riconoscibile. Non era un odore vero e proprio, ma lo si poteva sentire come aria pesante, stagnante. Sì, stagnante come l’acqua stantia di uno stagno che si andava lentamente imputridendo. Così erano diventati gli esseri viventi: un tumore che covava la propria infezione senza mai espandersi, lasciando sentore della sua presenza con un aroma inconfondibile.
Planando lentamente, un lembo di tela plastificata s’adagiò sul marciapiede dalla parte opposta della strada. Nel momento in cui toccò terra, la deflagrazione esplose, facendo tremare il ponteggio ribaltato in mezzo alla strada.
L’uomo si girò verso l’area dello scoppio, troppo vicina per non prestarci attenzione.
Una massa urlante e fiammeggiante rotolò sul catrame, ruggendo lo strazio inflitto sulle sue carni. Piroettando su sé stessa cercò di strapparsi gli abiti di dosso, roteando in mezzo alla via con movenze sempre più lente.
Ipnotizzato, l’uomo restò a fissare la creatura, vedendola cadere sulle ginocchia in un plateale inchino e abbassare la testa di scatto sul petto. In pochi attimi le fiamme la avvolsero, lasciando solo una lucente pira che si levava verso il cielo.
Maledicendosi per la lentezza di riflessi, scattò in avanti, buttandosi all’interno del primo vicolo alla sua sinistra. Avrebbe dovuto cogliere al volo i segnali di quanto stava accadendo: il terreno stava venendo preparato e ripulito; come uno schiacciasassi, ogni intralcio veniva rimosso.
I Battistrada erano in azione.
Percepì un’ombra saltare dalla cima di un’abitazione a tre piani e un peso cadere a poche spanne da lui. Reagì d’istinto, facendo scattare il braccio sinistro l’esterno. Il gomito impattò con forza, centrando in pieno il bersaglio. Sotto l’impeto del colpo sentì il rumore di cartilagine che si lacerava. Senza fermare la corsa si buttò dritto di fronte alla figura che ora si parava a ostruirgli la via, centrandola alla bocca dello stomaco con un calcio e colpendola sul muso con il calcio del fucile quando si piegò in avanti.
Nell’arco di pochi attimi li vide sbucare da tutte le parti, vomitati dalle finestre e dalle porte spalancate come uno sciame.
Si girò all’improvviso, facendo fuoco tre volte in rapida successione. Il boato degli spari si unì al rumore liquido dei colpi che squassavano i corpi, strappando lembi di carne e fiotti di sangue.
L’uomo riprese a correre, estraendo una granata da una tasca sul petto e tirando la spoletta.
“Uno, due…”
Si voltò lanciando in mezzo al gruppo l’ordigno e gettandosi a terra.
L’esplosione fece piazza pulita degli inseguitori. Nell’odore acre di pelle bruciata e polvere da sparo, una pioggia di carne e sangue s’abbatté sull’asfalto.
L’uomo osservò i pezzi di corpi sparsi sul marciapiede e sui muri dei palazzi, soffermandosi sulla chimera mandata a impalarsi nella recinzione di un parcheggio. Un semplice drappello d’esplorazione, carne da macello mandata avanti per sondare il terreno e rilevare l’entità di possibili resistenze.
Sputò per terra. Il rumore dello scontro aveva rivelato la sua posizione: ora sarebbero arrivati gli altri.
«Puttana merda.» Imprecò a denti stretti, ricaricando velocemente il fucile.
Asserragliarsi in un palazzo sarebbe stata una follia: doveva continuare a muoversi, allontanandosi il più possibile dalla zona dello scontro, sperando di far perdere le proprie tracce.
Imboccò la strada secondaria, correndo per un centinaio di metri prima di lanciarsi oltre il cancello di un piccolo parco d’alberi scheletrici. Alle sue spalle un corpo pesante cadde nello stagno, un tonfo melmoso seguito dallo sciabordio di gambe che tentavano di districarsi dal fango in cui si erano piantate.
«Merda.» Erano già al suo inseguimento.
Figure basse e tarchiate si riversarono nella strada, correndo parallelamente alla recinzione del parco. Un gruppo più impaziente degli altri si gettò contro le inferriate, afferrandole con le dita pelose e scalandole come se fossero ragni. La scarica di pallettoni li centrò in pieno, sbalzandoli in aria in uno scroscio d’emoglobina.
Impazziti e inferociti dalla vista del sangue, i mutantropi si lanciarono come kamikaze contro le sbarre di ferro. Intere sezioni della recinzione si piegarono sotto il peso della massa scalciante, stridendo assieme ai ringhi furiosi.
Quattro colpi di fucile tuonarono in risposta, zittendo il coro urlante. Il secondo gruppo dei Battistrada era stato abbattuto, ma ormai da ogni direzione giungevano richiami.
Con ampie falcate superò il secondo cancello del parco.
“Venite a prendermi; questa preda vi farà vedere i sorci verdi.”
Una cartuccia dietro l’altra scivolò dalla bandoliera che portava al petto nel caricatore. Uno scatto dell’astina e l’arma fu di nuovo pronta a far fuoco.
Superò l’incrocio e s’appiattì contro l’angolo sbrecciato, lanciando uno sguardo sulla via. Scavalcando i corpi maciullati dai pallettoni, i quattro avanzavano affiancati, puntando dritto su di lui.
«Porca puttana, sono già qui.» Imprecò sbarrando gli occhi e gettandosi a terra.
Il sibilo tranciò l’aria, trasformandosi nel rumore di cemento che si sbriciolava.
Una pioggia di calcinacci gli tempestò testa e schiena, lasciando nell’aria una nuvola di polvere. Esterrefatto, guardò ciò che rimaneva della parete alla quale si era appoggiato.
Rimettendosi in piedi partì a razzo, scegliendo come meta un vecchio centro commerciale dall’altra parte della via.
Di slancio superò il nastro bloccato delle scale mobili, attraversando fulmineo la galleria a vetri e schizzando all’interno della piccola cittadella di negozi. Il lungo corridoio sovrastato da derelitte cupole d’acciaio e cristallo era immerso in una luce fuligginosa, quasi nebbiosa.
Un clangore metallico, una cascata scintillante e il fucile a pompa tuonò senza posa.
Il primo Posseduto cadde a terra con il petto sventrato, le costole sporgenti sulla carne maciullata.
Il secondo aggressore lo colpì con un manrovescio che lo spedì a gambe all’aria. Rotolando contro una teca di vetro, l’uomo non perse la presa sull’arma, sparando sul terzo Posseduto che stava piombando dall’alto. Il colpo modificò la traiettoria del balzo, mandando l’essere a piroettare oltre la ringhiera che s’affacciava sui piani inferiori.
«Maledetti bastardi!» Inveì furioso colpendo con un calcio il ginocchio di chi tentava d’avventarsi addosso.
Appena in tempo s’accorse della manovra eversiva, rotolando su un fianco per evitare il pugno del secondo Posseduto. Il marmo esplose in sottili schegge.
Invertendo la rotazione del proprio corpo calò con tutte le forze il calcio del fucile sul ghigno maligno che lo stava guardando da troppo vicino. Il volto si deformò sotto schiocchi d’ossa e cartilagini che si spezzavano, piegandosi di lato in uno schizzo di sangue e denti.
I polmoni esalarono il fiato in un rantolo strozzato, il fianco colpito da un calcio.
«Siete davvero dei superuomini.» Sibilò resistendo alla presa dell’aggressore che con una mano cercava di strappargli via il fucile. «Siete davvero duri a morire.»
Il sangue del Posseduto con il torace sfondato gli gocciolò sul volto, facendolo infuriare ancora di più. Con uno strattone, lo mandò a sbattere contro il compagno, liberando l’arma dalla morsa che lo teneva bloccato e facendo fuoco a bruciapelo. I corpi rimbalzarono sul pavimento, lasciando sulla superficie cremisi un ammasso di materia grigia e gelatinosa.
Le mani scattarono verso il basso, lasciando la presa sulla canna e sul calcio di legno ed estraendo le pistole che portava alla cinta. In simultanea le due canne fecero partire una raffica di colpi che non mancò il bersaglio grosso.
Imperterrito il terzo Posseduto scavalcò la ringhiera oltre la quale era stato scaraventato, gettandosi in avanti a testa bassa con le braccia levate a coprirsi il capo. L’uomo si buttò a terra, colpendo con una spallata le gambe dell’essere e mandandolo a gambe all’aria. Il Posseduto sfruttò l’impeto della caduta, torcendosi a mezz’aria e atterrando come un animale a quattro zampe, pronto di nuovo a saltare sulla preda. Con un rapido scatto si voltò, pronto a partire di nuovo alla carica.
I buchi neri delle canne metalliche fissarono spietatamente le pupille nere cariche di spirito combattivo.
Il crepitio degli spari, un tonfo e l’aria s’impregnò dell’odore acre di fumo e sangue.
Crick.
Con calma rimise le pistole scariche nelle fondine. Le mani si mossero verso la schiena, avvicinandosi all’impugnatura dei coltelli.
Crick. Crick.
Si voltò verso la vetrina alla sua destra. Come in uno specchio vide i ragniserpi discendere dall’apertura del soffitto. Altre chimere.
Cauti, scivolarono lungo il soffitto con le loro otto zampe pelose; non fosse stato per il passaggio sulla lastra di cristallo crepata, non avrebbero emesso alcun rumore. Dalla testa di rettile filò una densa sostanza viscosa, ancorandosi al cemento e allungandosi in un filamento usato per discendere sul pavimento.
“Ancora un poco…”
Quando furono a un metro dal suolo l’uomo si girò di scatto, affondando la lama brunita sotto la mandibola e mandando la punta a penetrare nel cervello della chimera più vicina. Un rapido affondo e una seconda penzolò inerme con il cuore spaccato.
Le altre gli furono tutte addosso.
Con uno strattone liberò le armi menando fendenti laterali, colpendo con furia. Una creatura si rotolò a terra con la giugulare tranciata, pisciando sangue mentre si dimenava impazzita. Un ragnoserpe cercò di prenderlo alle spalle, ritraendosi per la fiammata di dolore che salì dal basso e inciampando per evitare un altro affondo dei coltelli. Tentò di rialzarsi, scalciando per liberarsi dell’impaccio che invischiava le zampe inferiori. Con sguardo ebete fissò lo squarcio al ventre prominente e le budella che scendevano ad arrotolarsi attorno agli arti.
L’ultima chimera s’acquattò sulle otto zampe, prendendo a girare in cerchio. I quattro occhi disposti a rombo si sbarrarono all’unisono nello stesso istante in cui le quattro chele si aprirono verso l’esterno e la bocca ovale si spalancò. La densa ragnatela mancò di un soffio il bersaglio, andando ad appiccicarsi contro un pilastro.
L’uomo si buttò in avanti, evitando con una capriola un altro getto della tela biancastra e protendendo in avanti il braccio. La lama si conficcò in uno dei quattro occhi.
Con uno scatto la creatura si rizzò in piedi, sollevando di peso l’essere umano. Senza mollare la presa sull’impugnatura, l’uomo scivolò lontano dalle zampe pelose, arrivando alle spalle della chimera e affondando la seconda arma nella spina dorsale.
Gli arti s’afflosciarono all’istante, facendo sembrare il ragnoserpe una bambola di pezza malriuscita.
Ripulendo dal sangue le lame, l’uomo andò a recuperare il fucile, guardandosi attorno mentre s’apprestava a ricaricare l’arma. Il silenzio calato nel centro commerciale non era affatto il segnale della fine dei combattimenti.
Un agguato. O più semplicemente l’attesa che abbassasse la guardia; non potevano aver rinunciato alla caccia, non lo facevano mai: una volta lanciati all’inseguimento della preda, non la mollavano finché non l’avevano azzannata.
S’aggirò lungo la larga passerella, scandagliando ogni apertura.
Dove si stava nascondendo?
Dov’era il quarto?
Il cuore mancò un colpo.
Come se il respiro gli fosse stato strappato via a forza, sbarrò gli occhi, le pupille che tremavano.
Alle sue spalle, rumore di passi.
Il quarto non era un Posseduto.
Era un Demone.
Ci fu un sibilo e il negozio a venti metri di distanza esplose in una pioggia di scintille. L’onda d’urto lo sbalzò sul lucido pavimento.
L’uomo si rialzò tremante.
Un Demone, non un Posseduto. Un Posseduto non aveva quella potenza.
Prese a correre all’impazzata senza voltarsi indietro, saltando gli ostacoli di slancio senza nemmeno vederli. Imboccò la rampa di scale a rotta di collo, precipitandosi verso il pianterreno.
Alle sue spalle percepì l’ondata di calore che in lunghe dita invisibili si protendeva per afferrarlo: un’aura soffocante, che faceva tremolare l’aria rendendola irrespirabile e che si stava espandendo a occupare tutto lo spazio.
Il gigantesco lampadario della cupola esplose in una pioggia di coriandoli cristallini. Un altro sibilo e tutti i negozi andarono in pezzi, scatenando una pioggia di schegge di cemento, metallo e plastica.
Incurante dei pezzi che lo colpivano, l’uomo continuò la discesa, saltando il bordo dell’ultima rampa e atterrando a piè pari nella piccola vasca della fontana spezzata. Balzò di lato un attimo prima che le piastrelle azzurre si spezzassero all’unisono, investite da una spaventosa pressione. Dolorante e coperto di calcinacci, strisciò verso la galleria laterale, il cuore che batteva come un forsennato. Di nuovo in piedi, corse attraverso il labirinto di teche vuote e crepate. Abbandonò la galleria un attimo prima che la deflagrazione la radesse al suolo.
L’uscita si stagliò con nitida chiarezza. Raddoppiando gli sforzi, si precipitò verso la via di fuga, deciso a non farsi uccidere in quella trappola micidiale.
La vampata di calore tornò a solleticargli il collo, facendogli temere che la salvezza così vicina andasse perduta.
E poi fu fuori, correndo sul selciato. Una fugace visione alla sua sinistra e vide l’unica speranza che aveva di farcela. Attivando una granata, la gettò oltre la gabbia metallica e diede fondo alle ultime energie. Gli sembrò di volare, visto che ormai non sentiva più le gambe.
E poi volò per davvero.
L’energia sprigionata dalle celle d’immagazzinamento lo afferrò e lo scaraventò verso l’alto. Librato nell’aria in un volo sospeso in un attimo senza tempo, si sentì leggero, senza peso. Una parvenza d’eternità che s’infranse quando il suolo l’attirò di nuovo con forza verso di sé e l’accolse in un ruvido atterraggio. Con una torsione riuscì ad atterrare su una spalla, facendo da scudo al fucile. Costringendosi a ignorare il dolore, si rialzò, fissando con apprensione l’ingresso del centro commerciale.
Dal cratere dove un tempo c’era la struttura delle celle d’energia, si levava un muro di fiamme che arrivava a lambire il tetto dell’edificio. Una serie di scoppi a catena fecero crollare i piloni d’acciaio della struttura di vetro, subito seguiti da blocchi di cemento.
La via era chiusa, ma l’uomo s’affrettò ad allontanarsi, il cuore stretto in una morsa di ghiaccio.