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Si può essere più sfigati di così?

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Settimo e ultimo racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo: non credo ci sia bisogno di spiegazioni 😉 .

 

 

«La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo» diceva Roberto “Freak” Antoni. Uno dei tanti luoghi comuni che i menagrami tirano in ballo. Per non parlare del diciassette (specie se di venerdì), del gatto nero che attraversa la strada, del rompere uno specchio, del rovesciare il sale…
Il cinema poi ci va a nozze. Cimitero vivente (se vai ad abitare in una casa costruita vicino un cimitero indiano, non ti chiedere perché va tutto storto). Poltergeist (qua è peggio: la casa è costruita su un cimitero indiano). Venerdì 13 (non è il diciassette ma porta iazza ugualmente; però se vai in vacanza dove ci sono stati dei delitti e l’assassino non è stato preso, non ti meravigliare poi se finisci male…le sfighe te le vai cercando). Final Destination (certo che se fai incazzare la morte…). Gravity (dovrebbero dargli titolo Sfiga Cosmica: tutto quello che può andare storto ci va e anche di più).
«La sfiga? Tutta roba utile per far arricchire fantomatici maghi che sfruttano creduloni e superstizioni: un vero e proprio business.»
«Iella? Tutte fregnacce.»
«La sfiga non esiste.»
«Ognuno si crea la propria sfortuna o fortuna.»
Quante volte ho sentito queste frasi.
Quante volte le ho pronunciate. Vorrei non averlo fatto.
Come mai questo voltafaccia?
Tutto è iniziato alle 17.17 del 17 novembre (il mese che ha la festa dei Morti) (ah, per giunta era un venerdì) 2017. Due gatti neri non facevano che rincorrersi da un lato all’altro della strada (l’avranno attraversata venti volte); erano un maschio e una femmina. Lo so perché quando hanno deciso di smettere di correre, hanno iniziato a copulare sopra la mia auto. Oltre a graffiarmela tutta (non credevo che i gatti potessero fare il kamasutra), m’hanno pure spaccato uno degli specchietti, stì zozzoni. Un carro funebre è passato almeno una decina di volte davanti a casa mia, per poi fermarsi in fondo alla via, davanti alla vecchia casa disabitata da anni, che sono venuto a scoprire non era più tale, dato che era stata comprata da qualcuno venuto da fuori.
Forestieri, carro funebre…i film avrebbero dovuto insegnarmi qualcosa, ma figurati se ritenevo che fossero qualcosa di reale.
La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo e quella sera venne a bussare alla mia porta. Anzi alla mia finestra.
Ero andato da poco a letto, ma facevo fatica a prendere sonno: c’era qualcosa che non andava. E poi capii: la stanza non era al buio, ma illuminata da una luce neanche tanto soffusa (a me basta un minimo di luce per svegliarmi o non riuscire ad addormentarmi). Pensai di aver lasciato accesa una qualche lampadina, ma la luce non veniva dalle altre stanze. Entrava dalla finestra.
Non mi potevo vedere, ma impallidii di brutto. “No, Twilight poi no.”
Aggrappato al bordo del tetto se ne stava un ragazzo con i capelli pieni di gel. Aveva una camicia nera aperta fino a metà del petto. I pantaloni di pelle bianchi non facevano che aumentare il suo continuo sbrilluccichio.
«Cazzo! Scendi da lì, mi rompi la grondaia!»
«Hmmmmmm…che modi…prima si deve salutare» mi fa il ragazzo assumendo un’espressione corrucciata.
«Salutare un accidente! Ma lo sai che a quest’ora le persone normali dormono?»
«Hmmmmmm….ma io mi sento solo…ho bisogno di compagnia…»
«Non è un problema mio!»
«…dai, fammi entrare…»
«Col cavolo!»
«…se nel mondo ci fosse più gentilezza, le cose andrebbero meglio…» ammicca con un sorriso da gatta morta.
“Cazzo, proprio a me doveva capitare il vampiro gnukko e svampito.”
«…dai, perché non mi fai entrare?»
«E lo domandi pure? Sei un vampiro!» mi ritrovai a urlare.
Il sorriso sparì dal suo volto.
“Mica si metterà a piangere?” pensai vedendo l’espressione corrucciata del suo volto.
«Vampirofobo» disse tutto imbronciato.
Quasi mi cascarono le braccia. «Eh?»
«Sì, tu mi discrimini perché sono diverso. Ma mica l’ho scelto io di essere così: io ci sono nato così. Che cosa ci posso fare?»
Strabuzzai gli occhi per quello che stavo vedendo. “Ma cos’è quella scossettina di culo? Vuoi vedere che…”
«Mica ti mangio…dai sono tenero e dolce, sotto tutto coccoloso…» mi guarda arricciando le labbra tipo leprotto e…
“Ecco! L’ha rifatto! Di nuovo quella scossettina di culo!” «Dimmi una cosa…in una qualche vita precedente ti ho forse fatto qualcosa di male perché con tutte le case che ci sono sei venuto proprio in questa?»
«Ma cosa vai pensando!» si schernì strabuzzando gli occhi. «È che in tutte le altre case in cui sono passato c’erano delle donne che volevano portarmi a letto e far insieme tante sozzerie. Ma io mica faccio cose del genere.»
“…no, tu non sei un vampiro. Tu sei un vampirlo. E sei pure…”
«Vedi, mi sono appena trasferito e non mi hanno ancora installato la tv via cavo e quindi non posso vedere le mie serie preferite; volevo solo chiedere di poterle vedere da te finché l’impianto non sarà a posto. Prometto che non darò troppo disturbo.»
«…serie tv…»
«Sì!» il volto gli s’illuminò. E anche tutta la stanza. «Ugly Betty, Sex and the city, Il trono di spade, Teen wolf, Doctor Who, Viking, The 100, I segreti di Twin Peaks, Friends, Lost…»
A un certo punto smisi di ascoltarlo: la sua lista era senza fine. Ma di cosa mi meravigliavo? Doveva pur passarsi il tempo avendo tutta l’eternità a disposizione. Ebbi un brutto presentimento e in quel momento capii che nella mia vita precedente dovevo avere venduto mia madre. E pure il cane e il gatto. E ora la stavo pagando.
«…Se ti faccio vedere la tv, poi mi lasci dormire?»
«Certo!» Fece lui. Ancora quella scossettina di culo.
«Ma solo finché non avrai il tuo impianto.»
«Sicuro!»
Da quel giorno sono passati sei mesi. Due giorni dopo la prima visita ebbe la tv via cavo, ma dite che se ne andò? Macché! Mi trova simpatico, dice che si diverte di più a vedere la tv da me. E io sono sei mesi che non dormo, perché non fa che tenermi sveglio con i suoi commenti, i suoi gridolini, i suoi pianti. Si può essere più sfigati di così?

Reinor. Sottoterra. Parte 3

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Il piccone si alzava e si abbassava, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto.
Alzare e abbassare. Abbassare e alzare.
Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare.
Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero.
A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi.
Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano.
Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava.
Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti.
Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano.
Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere.
Era rimasto tutto nella sua mente.
L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro.
Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare.
Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso.
Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa.
Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo.
Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati.
Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia.
La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri.
Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti.
Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole.
Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio.
Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti.
Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere.
Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine.
Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo.
Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto.
Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano.
Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata.
Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.

Per diversi istanti rimase bloccato lasciandosi trascinare nel buio più totale, i muscoli che non reagivano. Poi lo spirito di sopravvivenza vinse la paura e cominciò a dimenarsi con forza selvaggia: tentò di colpire l’aggressore scalciando all’indietro, mentre con entrambe le mani cercava di liberarsi della morsa che premeva sulla mascella.
Una presa ferrea s’impossessò del suo polso, piegandogli il braccio dietro la schiena. Un dolore lancinante guizzò nel cervello, costringendolo a piegarsi sulle ginocchia.
«Calmati.»
Immobile, con il cuore che rimbalzava impazzito contro le costole, rimase in attesa.
«Ora lascerò la stretta. Non metterti a urlare: non voglio avere addosso tutta l’attenzione del sottosuolo.»
Le mani sulla bocca e sul braccio lo lasciarono. Mentre respirava ad ampie boccate sentì un fruscio di vesti spostarsi a poca distanza da lui. Ammiccò all’inaspettata luce; quando tornò a vedere senza provare fastidito, si ritrovò al centro di uno spiazzo non più largo di una decina di metri, ai cui margini si ergevano aguzze stalagmiti, alte quattro volte la sua persona. Solo una piccola apertura tra i denti rocciosi interrompeva la selva di pietra.
Un uomo con le braccia incrociate sedeva su un piccolo affioramento calcareo con a fianco una sfera luminosa.
Il silenzio si dilungò troppo a lungo perché potesse sopportarlo oltre. «Che cosa vuoi da me?» chiese in tono diffidente.
«Voglio parlare con chi rappresenta le persone prigioniere qua sotto.»
«Non c’è nessuno che ci rappresenti: siamo tutti schiavi alla stessa maniera.» Con parole cariche d’amarezza, si lasciò cadere a terra, appoggiando la schiena alla dura roccia. «Serviamo solo per lavorare e viviamo finché siamo in grado di lavorare» continuò mestamente. «Se anche ci fosse qualcuno che ci rappresenti, cosa dovresti dirgli? E soprattutto chi sei? Non appartieni al nostro villaggio, né a quelli vicini e sei qui sotto da poco: si vede dai tuoi vestiti. Non sai ancora come funzionano le cose. Se speri di ottenere aiuto, scordatelo. Nessuno qua può darti niente.»
«Non sono qui per avere aiuto, ma per darlo» fu la concisa risposta.
«Dare aiuto?»
«Posso riportarvi in superficie.»
«Come hai detto?»
«Esattamente quello che hai sentito» ripeté l’uomo.
«Non sai quello che dici» scosse il capo. «Non c’è modo di fuggire. Credi che non sia già stato provato? Ormai abbiamo perso il conto dei tentativi di fuga. Un susseguirsi di fallimenti. Chi ha tentato di scappare è sempre stato ricondotto indietro. Non c’è modo di superare la sorveglianza. E anche se ci riuscissimo, non sapremmo come orientarci per uscire da qui.»
«Io conosco la via.»
«Riesci a ricordare la strada dopo essere stato trascinato qua sotto?»
«Non sono stato catturato: ho seguito le vostre tracce nei cunicoli, lasciando dei segnali da seguire per tornare in superficie.»
«Avevo ragione: tu sei pazzo. Nessuna persona sana di mente farebbe una cosa del genere.»
«Preferivi che nessuno fosse venuto a cercarvi? Non dirmi di non averci sperato.»
«Allora non vuoi capire quello che ti ho detto. È impossibile eludere la sorveglianza: sono ovunque, un’intera legione che ci sorveglia, cui non sfugge nulla, come se potessero leggere nella nostra mente.»
«Preferisci rischiare avendo una speranza di farcela o startene al sicuro sapendo la misera vita che ti attende fino alla fine dei tuoi giorni?»
«Troppe volte ci siamo illusi e la delusione è più pesante da sopportare della fatica.»
«Non ci sarà delusione stavolta. Non possono prevedere quello che non sanno e non possono anticiparvi se non conoscono le vostre intenzioni. Se si agisce subito, cogliendoli alla sprovvista, si può riuscire» disse lo sconosciuto con decisione. «Quando riposerete, la sorveglianza diminuirà e sarà allora che avverrà la fuga. Non sospetteranno che la tenterete dopo una giornata di fatiche: crederanno che non ne siete in grado per mancanza di forze.»
«Non possiamo andarcene senza donne e bambini: ci tengono separati per prevenire ogni tentativo di fuga di massa.»
Lo sconosciuto lo rassicurò. «Non ti preoccupare. Ci sono molti tunnel che comunicano tra loro. Lunga la via di fuga c’è una grotta, nella quale convergono svariati cunicoli: uno di questi porta ai dormitori delle donne. Se accetterete di venire, v’incontrerete in quel punto e proseguirete insieme.» Terminò il discorso avviandosi verso la luce che s’intravedeva tra le fessure delle rocce.
«Aspetta un attimo. Non capisco perché fai questo, ma almeno vorrei sapere il tuo nome.»
«Reinor» disse l’uomo senza voltarsi né fermarsi.

Avvolto nell’ombra, Reinor aspettava che gli uomini poco lontani, quelli che un tempo avevano ricoperto cariche di comando nei villaggi dai quali provenivano, terminassero la consultazione. Nel mentre, osservava le grotte che fungevano da dormitori.
Larghe il doppio delle gallerie finora percorse, parevano l’impronta delle dita di una gigantesca mano penetrata nella dura pietra. Le persone dormivano su un fianco assiepate sul pavimento di roccia, ammassate come bestie; i più fortunati giacevano in rientranze delle pareti, sopraelevate rispetto al terreno, molto simili a catacombe. Dovevano esserci almeno trecento uomini.
Cominciava a rendersi conto di ciò cui era andato incontro: aveva creduto di avere a che fare con bestie del sottosuolo a caccia di prede, invece si trovava ad affrontare una comunità numerosa e ben organizzata; probabilmente possedevano un’intelligenza simile alla loro. Questo rendeva le cose più complicate, riducendo i margini d’errore al minimo.
Un leggero rumore di passi lo riscosse dai suoi pensieri. Uscito dalla zona d’ombra in cui si era sistemato, andò incontro a Tgwaren, l’uomo che l’aveva guidato dai prigionieri.
«Accettiamo la proposta.»
Non era stata una decisione facile: dietro di lui vedeva gli altri scambiarsi rapide occhiate di perplessità e sfiducia.
«Quanto tempo vi ci vorrà per radunare gli uomini ed essere pronti a partire?»
«Il tempo di svegliarli e spiegare la situazione.»
«Bene» sentenziò Reinor.
Tgwaren era titubante. «Come li convinceremo nel caso dovessero opporre resistenza?» Una certa ansia trapelava nella sua voce.
«Nulla di questo accadrà.» Con un cenno gli indicò di precederlo.
Una piccola folla cominciò a formarsi con l’aumentare della gente che usciva dalle grotte. Occhi carichi di sonno e confusione guizzarono in ogni direzione in cerca di risposte. In breve l’anfiteatro naturale fu pieno, tutti gli sguardi puntati sulla figura avvolta nel mantello.
Un uomo sulla cinquantina con capelli e barba striati di grigio prese la parola. «Ascoltate, non abbiamo molto tempo.» Attese che ogni discussione cessasse. «Tenteremo la fuga. Tutti insieme.» Il brusio esplose in una protesta animata. Molti scossero la testa.
«Abbiamo già tentato di scappare e abbiamo visto i risultati» si levò una voce da un lato della caverna.
«Non c’è modo di eludere la guardia di quegli esseri» protestò un altro.
«Non sapremmo dove andare.»
«È tutto inutile. Lasciateci tornare a riposare» terminò la protesta un uomo in prima fila.
«Smettetela» urlò Tgwaren, sovrastando la cacofonia della massa. «Quest’uomo è giunto fino a noi seguendo le nostre tracce, riuscendo a eludere chi ci tiene prigionieri» indicò Reinor. « È qui per portarci fuori. Io dico di fare un tentativo: non mi va di passare il resto dei miei giorni qui sotto. Nella peggiore delle ipotesi ci riporteranno indietro.»
«Potremmo non essere altrettanto fortunati questa volta» sbottò un uomo grasso. «Potrebbero toglierci di mezzo.»
«Non lo faranno» ribatté Tgwaren. «Almeno finché non avremo terminato la costruzione della loro città.»
Il dibattito riprese, rischiando di continuare a lungo. Reinor si portò davanti alla folla.
«Ognuno di voi decida quello che vuole. Non posso più aspettare oltre: donne e bambini attendono il mio ritorno. Se volete vivere in questa maniera, fate pure: io devo occuparmi di chi vuole tornare a essere libero.» Fronteggiò la folla per alcuni istanti; poi si voltò e riprese il tunnel che lo aveva condotto fino a lì.
La sua mente allenata colse una vibrazione nelle linee di forza che scorrevano in tutta la materia. «Nelle grotte!» intimò perentorio. «Stanno arrivando!»
Fu sufficiente a farli muovere. Reinor rimase di fianco agli ingressi finché non furono entrati tutti. «State giù, come se dormiste» li ammonì. «Nessun rumore, nessun lamento.»
Si distese in mezzo a loro in modo da vedere quanto avveniva nei pressi dell’apertura della grotta.
I minuti trascorsero scanditi dal respiro degli uomini e dalla goccia che si tuffava dal soffitto in una pozza d’acqua.
Iniziò come un leggero fruscio, che andò mutando in un ritmico zampettare. Sentirono le creature aggirarsi nell’atrio davanti agli ingressi, come tante lance che colpivano la dura pietra. Le udirono allontanarsi, poi di nuovo avvicinarsi. Le zampe raschiarono contro le rocce della piccola salita innanzi all’apertura.
Lo zampettare all’improvviso cessò e il silenzio calò nuovamente sull’area; una flebile ombra fu proiettata nel debole arco di chiarore presente all’ingresso. Reinor cercò di vedere senza esporsi, ma a causa di un affioramento roccioso non ci riuscì. Muovendosi con cautela prese ad alzarsi; si era sollevato di pochi centimetri dal suolo che un rapido guizzo di una creatura lo costrinse a tornare repentinamente a sdraiarsi. Un lembo del cappuccio gli finì sulla faccia occludendogli la visuale; per non essere scoperto non si azzardò a scostarlo, rimanendo immobile.
Il ticchettio si avvicinò, avanzando lentamente.
Reinor fu percorso da un brivido quando si sentì toccare lievemente un polpaccio. Tenne i nervi saldi mentre il tocco si ripeteva sulla schiena e sulle spalle. Sperò che gli altri uomini reggessero alla tensione e non commettessero qualche imprudenza.
Il controllo cessò di colpo e la creatura si allontanò. Nel sottile spazio lasciato libero dal mantello riuscì a scorgere tre robusti artigli disposti a y che fuoriuscivano dalla spessa fibra rosso-marrone di un arto dell’essere.
L’ispezione durò ancora qualche minuto prima che le creature fossero soddisfatte e tornassero indietro. Il ritmico incedere si fece sempre più lontano, fino a che non tornò il silenzio. Restarono a terra a lungo senza muoversi, con addosso il brivido dell’esile tocco.
Quando si rialzarono, in tutti gli occhi c’era la consapevolezza di non voler più vivere quell’ossessione. Seguirono Reinor senza levare alcuna protesta.

Attraversarono l’intricata foresta di stalagmiti e stalattiti dove poco prima Reinor e Tgwaren si erano incontrati. Non ebbero difficoltà a passare nella selva scura grazie alle pietre luminose che l’Usufruitore aveva raccolto e distribuito.
Alla guida del gruppo, Reinor li precedeva, i sensi all’erta, consapevole che se ci fossero stato avvisaglie di pericolo avrebbe potuto fare ben poco per nascondere gli uomini. Ogni svolta della galleria era un salto nel buio, ogni zona oscura un possibile nascondiglio di creature ostili: qualsiasi scelta poteva condurli alla rovina.
Si fermò, accertandosi di non aver distanziato troppo il gruppo: con passo incerto le prime fila lo raggiunsero con il fiato corto per la marcia senza riposo. Concesse loro una piccola pausa prima di proseguire.
Giunti alla fine della galleria si trovarono davanti a un vasto spiazzo libero da ogni tipo di formazione rocciosa; solo nella parte sinistra, all’imbocco di un altro tunnel, s’innalzava una piccola foresta di stalattiti. Li fece sistemare al suo interno in modo da non essere individuati, ingiungendo d’eliminare ogni fonte d’illuminazione.
«Andrò dalle donne e dai bambini per condurli fino a qui» disse con tono che non ammetteva repliche. «Non voglio trovare al mio ritorno una schiera di creature perché qualcuno non è stato capace di restare nascosto. E se avete paura, ricordatevi che vi aiuterà a restare vigili.» Fece cenno a un paio d’uomini di avvicinarsi. «Quando sarò di ritorno farò un segnale: due segnalazioni luminose, una pausa, altre due segnalazioni. Allora potrete muovervi. In nessun altro caso dovrete spostarvi dalle vostre posizioni. E ora coprite le pietre luminose.»
Rimaste esposte solo quelle di Reinor e degli uomini che dovevano accompagnarlo, il piccolo gruppo si diresse verso la parete opposta dove, nascosta da una stalagmite solitaria, si apriva uno stretto crepaccio, simile al taglio lasciato da una gigantesca spada.
Tgwaren, che seguiva dappresso Reinor a capo della fila, gli tirò un lembo del mantello senza farsi notare dagli altri.
«Perché non hai detto prima che avevi già convinto donne e bambini a seguirti? Non avremmo perso tempo in discussioni inutili» sussurrò alle sue spalle.
«Perché era l’ultima risorsa che avevo per convincervi» rispose semplicemente Reinor.
«Perché l’ultima?» chiese dubbioso Tgwaren.
«Era un bluff.» L’Usufruitore voltò di poco il capo all’indietro. «Non ho mai parlato con loro.»
«Ci hai ingannato» c’era incredulità nella voce di Tgwaren. «Allora non sai neanche dove sono…»
Reinor non gli fece terminare la frase. «Sono andato da loro prima di venire da voi, anche se non ci ho parlato.»
«E come farai a convincerli?»
«Non lo farò io: lo farete voi» allungò il passo, costringendo l’altro a rincorrerlo.
«Come dovremmo farlo?»
«Dire semplicemente come stanno le cose» rispose rapido Reinor. «Fra poco ci sarà un piccolo spiazzo: mi aspetterete lì mentre faccio un giro di perlustrazione. Nel frattempo potrete decidere cosa dire.»
Tgwaren lo osservò mentre si allontanava, cercando di trovare il coraggio per spiegare ai due che lo seguivano il quadro della situazione.

Il futuro nel passato e il passato nel futuro

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Sesto racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata lo scarto temporale, ovvero costruire una trama intorno a una discrepanza di tempo o di epoca storica, dove ci sia un forte contrasto oppure un paradosso, obbiettivo o soggettivo, sul tempo vissuto o testimoniato dai personaggi.

 

 

“Oggi è proprio una bella giornata” pensò Mark beandosi del caldo sole estivo e della brezza che lo rinfrescava dopo la lunga pedalata. “Quella salita è davvero dura, non importa quanto si è allenati.”
Bevve dalla borraccia e si distese sulla panchina. Infilò una mano nello zaino e tirò fuori il pallone da basket. Stette a osservarlo alcuni istanti prima di cominciare a farlo girare tra le mani. Sorrise soddisfatto.
“Mi riposo dieci minuti e poi comincio ad allenarmi.” Dio, quanto gli piaceva il basket, specialmente tirare da tre punti. Il pallone che disegnava una traiettoria come un arcobaleno, il ciaf di quando frustava la retina…chi non amava quello sport non poteva capire le sensazioni che lui provava. La prospettiva di fare trecento tiri dall’arco non lo spaventava per niente, anzi. “Ancora cinque minuti e…”
Il rumore di un ramo secco che si spezzava lo fece voltare verso gli alberi a poca distanza dal campo di basket. Sentì foglie secche che venivano calpestate, poi un uomo sbucò dal fitto della vegetazione.
“Santo cielo…” Mark si mise seduto senza pensarci: quell’uomo stava fumando da tutto il corpo.
«Signore…sta…sta bene?» chiese non senza provare un brivido.
L’uomo stava con lo sguardo rivolto verso l’alto, fissando le chiome degli alberi che ondeggiavano.
«Signore?» tornò a chiamarlo più forte.
L’uomo si diresse verso di lui, sedendoglisi accanto sulla panchina.
Mark deglutì. «Sta bene?»
L’uomo fece un cenno d’assenso. «Non ti preoccupare, il fumo passerà. Stavo facendo un lavoro.»
«Bruciava rami secchi?» Le cicatrici che lo sconosciuto aveva sul volto lo intimorivano e non poco.
L’uomo parve sul punto di sorridere, o almeno così credette Mark: le labbra avevano avuto un tremito appena percettibile.
«In un certo senso.» L’uomo si sistemò la manica del braccio sinistro.
Mark fece per spostarsi un poco di lato, ma poi si fermò, credendo di risultare maleducato così facendo.
L’uomo scosse la testa. «Non ti preoccupare: è normale reagire in questo modo. Fanno tutti così quando vedono la protesi.»
«Ah» fu tutto quello che riuscì a dire Mark.
L’uomo tornò a fissare assorto gli alberi. Era come se…
«Sembra che non veda da tanto un albero» fece Mark.
«Nel luogo da cui vengo non ce ne sono quasi più. Né case, né strade. La guerra ha spazzato via tutto.»
«È lì che ha perso…»
«Esatto.»
Mark abbassò lo sguardo sul pallone. «Mi spiace.»
«Sono altre le cose di cui dispiacersi.»
Mark rimase colpito dalla frase: era un rimprovero perché gli aveva fatto una domanda inopportuna? O si stava riferendo ad altro? «Tipo?» si azzardò a chiedere, sperando di non essersi spinto troppo oltre.
«Quelle che non vengono fatte.»
Non si aspettava una risposta del genere. “Cosa vuol dire? Non riesco a capire.” Per quanto si sforzava, non ne riusciva a saltare fuori.
«La comprensione con il tempo arriva; quello che conta è che arrivi con il giusto tempismo.»
Mark fece un cenno d’assenso. Prese a palleggiare per scaricare il nervosismo. Poi si fermò. «Non le dà fastidio, vero?»
Volse il capo verso l’uomo quando non lo sentì rispondere: l’altro teneva lo sguardo fisso davanti a sé. La sua espressione era indecifrabile. Era un insieme di tante emozioni e nessuna. Eppure non un solo muscolo del volto si era mosso.
«Sta aspettando te.»
«Eh?»
Mark seguì lo sguardo dell’uomo. Oltre il perimetro del campo di basket c’era Mya ferma sulla sua bicicletta; quando vide che la stava guardando, lo salutò.
«Oh, mi scusi.» Imbarazzato, Mark si alzò, andando verso di lei.
L’uomo li osservò mentre parlavano, poi volse lo sguardo al pallone da basket rotolato contro un piede della panchina. Si sporse di lato e lo prese, cominciando a farlo girare tra le mani. “Quanto ho amato questo sport; quante ore ho passato su campi di gioco come questo. Tirare a canestro mi rasserenava; era quasi un modo per spiccare il volo.” Fermò il pallone. “Non me ne rendevo conto, ma allora ero davvero felice, davvero spensierato. Non ho sputo godermi appieno quei momenti. Non ho saputo cogliere l’attimo.”
Alzò lo sguardo verso Mark e Mya. Il suo sguardo s’indurì. Le sue membra si tesero. Lei se ne stava andando. Come ben sapeva. E come ben sapeva che cosa doveva fare. Serrò le labbra, preparandosi.
Mark tentennò alcuni istanti, osservando la ragazza pedalare lentamente lontano da lui, poi tornò verso la panchina. S’inchiodò di colpo quando l’uomo si alzò in piedi e si mise di fronte a lui, quasi piantandogli il pallone nello stomaco; titubante, lo prese tra le proprie mani. L’uomo lo fissò dritto negli occhi: erano azzurri come i suoi, solo con sfumature più grigie, più dure, come d’acciaio.
«Tu sei un bravo ragazzo. Troppo bravo. Troppo ligio alle regole. Sempre a cercare d’essere perfetto, sempre a cercare d’essere un modello per gli altri: troppo rigido, troppo incanalato in certi ideali. L’eccesso non è mai un bene: finirai così per bloccarti. Lasciati un po’ andare.»
Mark lo fissò a bocca aperta.
L’uomo sbuffò dal naso. “Si può essere così lenti?” Sbuffò di nuovo. “Certo che si può.” «Maledizione, cerca di tirare fuori un po’ più di palle.»
«Eh?» fece Mark ancora più sorpreso.
L’uomo preso lo zaino e glielo cacciò sul pallone. «Valle dietro: è venuta qui per te.»
Il viso di Mark prese fuoco.
«Vai!» ordinò seccamente l’uomo.
Mark mise in fretta il pallone nello zaino e salì in sella alla bici.
«Ehi.»
Mark si voltò timoroso verso l’uomo.
«Vedi di baciarla, cazzo: non vuole altro.»
Mark si allontanò pedalando con forza.
“Fallo. Fallo per davvero. Salva te stesso. Salva me. Salvaci tutti.” Aprì il comparto nel braccio sinistro e premette i simboli sul display per programmare il ritorno. Se le cose non fossero andate come sperava, gli avrebbero tolto ogni autorizzazione e addio Colonnello Mark Detroy. Quello però sarebbe stato il minore dei mali. Avrebbero mandato un altro a eseguire gli ordini cui lui aveva disubbidito. Era stato più forte di lui: nonostante fossero passati quarant’anni, i sentimenti che provava per Mya esistevano ancora. Non lo riteneva possibile, ma quando l’aveva vista sul bordo del campo di basket aveva scoperto la verità.
Vide il se stesso più giovane raggiungerla. “Dicevano che era rischioso che venissi io, che potevo riconoscermi e far impazzire il me giovane, incasinando tutto. Ma io mi conosco bene: su certe cose sono lento a capire ed ero sicuro che non mi sarei riconosciuto. E come avrei potuto? Sono cambiato così tanto che io stesso stento a credere che ero quel ragazzo che oggi ho incontrato.”
Ora Mya e il suo se stesso del passato erano scesi dalla bici e camminavano fianco a fianco. “Fallo. Cambia il tuo presente. Cambia il mio passato. Cambia il nostro futuro. Non voglio vivere in un mondo ormai morto, devastato dalla guerra. Perché se non lo farai, la prossima volta verrà qualcuno che la ucciderà, perché è lei che creerà ciò che ci porterà alla rovina. Ma se sta con te, forse questo non avverrà. Non ci sarà risentimento, delusione, e allora non incanalerà le sue energie nel dare vita a qualcosa di distruttivo.” Strinse i pugni. “Mi hanno detto che ucciderla era l’unica soluzione per salvarci; per una volta non ho voluto obbedire, ho voluto usare la mia testa. Ho voluto credere che c’era un’altra possibilità. Cerca di non deludere la mia fiducia e incasinare tutto come ho fatto io allora.”
Vide che si erano fermati, ma oramai la visuale era sfocata: si stava smaterializzando per tornare nel tempo dal quale era giunto. “Fa che sia un futuro migliore” pensò mentre tutto diveniva bianco e sentiva la protesi cominciare a staccarsi.

Reinor. Sottoterra. Parte 2

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Arrivarono al villaggio quando la luce solare non lambiva più i tetti delle case.
Attesero inutilmente che qualcuno uscisse dalle abitazioni per accoglierli. Alcuni mercanti andarono a bussare alla porta del primo edificio sulla strada. Non ottenendo risposta, passarono a quello successivo. Soltanto al quarto qualcuno si degnò di affacciarsi alla finestra e ascoltare le loro richieste, indirizzandoli all’abitazione dell’autorità di Knader, un edificio nei pressi della piazza. Fu permesso loro di accamparsi vicino al villaggio, ma delle altre questioni se ne sarebbe parlato il giorno successivo.
I viaggiatori trascorsero una serata tranquilla attorno ai falò, mentre nelle case non riluceva alcuna luce. I discorsi calarono di tono e i fuochi cominciarono ad affievolirsi, lasciando la piana rischiarata solamente dalle stelle del cielo.
L’albeggiare del nuovo giorno giunse e un gallo cantò. Il fumo prese a uscire dai camini. Gli abitanti di Knader uscirono senza fretta dalle case per andare ai propri lavori.
“C’è qualcosa che non va.” Reinor vedeva i volti delle persone troppo abbattuti e timorosi per rientrare nella quotidianità. Inoltre parte della popolazione non partecipava alla vita del villaggio: metà delle porte erano rimaste chiuse, senza che un filo di fumo uscisse dai rispettivi camini.
Dopo aver osservato per qualche minuto la scarsa attività del villaggio, si ritirò verso la campagna, lontano dalla carovana dove i lavori infervoravano, per portare avanti gli studi senza essere disturbato. La parte di regione dove si trovavano non presentava bellezze particolari: era una vasta piana coltivata, puntellata qua e là da boschetti di faggi e pioppi, con numerosi torrenti che nascevano dal sottosuolo. Un paesaggio monotono, interrotto a est da una catena montuosa.
Lontano dai rumori, giunse a una muraglia quadrata fatta di sassi e malta, non più alta di un uomo; dietro allo sciupato cancello di legno si scorgevano ordinate fila di lapidi di pietra.
“Non sono state scavate fosse di recente.” Il fatto sconfessava il suo ragionamento iniziale, quando aveva pensato a un’epidemia per giustificare la mancanza di tanta gente.
Arrivò sulla sommità di una bassa collina. Alla sinistra c’era il villaggio con i contadini che lavoravano la terra; davanti a sé e alla destra si stendevano ampie distese intervallate da abitazioni rurali. Aguzzando gli occhi notò che nelle loro vicinanze non c’era nessuno occupato a lavorarli.
S’incamminò in quella direzione, dimentico dei suoi studi.
In una delle case scorte dall’alto si presentò la stessa scena vista al villaggio: dalle finestre vide che le camere erano in ordine, ma deserte. Nessuno rispose ai suoi richiami. La porta non era sprangata. Dalla soglia gettò una rapida occhiata all’interno: i piatti sulla tavola erano ricoperti da un sottile strato di polvere, così come le fette di pane indurito. Dalla pentola sul fuoco spento giungeva l’odore di cibo andato a male. Chi aveva abitato lì se n’era andato all’improvviso.
Richiuse la porta e tornò al campo.
“Come può metà della popolazione sparire o andarsene senza lasciare traccia, abbandonando tutto?” Fare domande in giro non sarebbe servito a chiarire il mistero: la gente non avrebbe risposto. Sguardi guardinghi, corpi sempre tesi a scattare. Glielo leggeva negli occhi: conviveva con la paura di avere a che fare con qualcosa di sconosciuto e di poterne essere colpita in qualsiasi momento.
Passò il pomeriggio dedicando la sua attenzione a un libro, sperando che questo lo aiutasse a rilassarsi e a chiarirsi le idee. Nelle sue pagine erano riportati esperimenti su come ricercare e trovare nuove vie per liberare i poteri reconditi dell’individuo. La lettura era affascinante e coinvolgente, ma non perse mai d’occhio quanto succedeva attorno a lui. Arrivò la sera e la gente di Knader ritornò dai campi per riposarsi dalle fatiche della giornata. Non sfuggirono al suo sguardo i gruppetti in cui le persone si riunivano, discutendo frettolosamente a voce bassa. Non c’era traccia di cordialità nei loro sguardi, traspariva soltanto agitazione e paura. Senza salutare si rintanavano nelle case sbarrando le porte. Quella sera un camino in meno levò la sua spirale di fumo verso il cielo.
Le ombre si allungarono fino a confondersi con l’oscurità. Reinor fissò la pagina del libro che stava leggendo: sapeva come trovare indizi per svelare l’arcano.

La giornata cominciò come la precedente: i mercanti che lavoravano ai carri e i contadini che si avviavano ai campi con gli attrezzi in spalla. Sembrava di assistere a gente che veniva deportata o doveva finire sul patibolo: avevano gli stessi occhi dei condannati, rassegnati a un destino inevitabile.
Senza farsi notare, Reinor li seguì, dirigendosi verso i campi lasciati liberi, scegliendo l’appezzamento più lontano dalla visuale dei contadini e camminando fin dove la terra era stata lavorata.
Un piccolo bagliore colpì i suoi occhi.
Ascoltando un imprecisato istinto evitò di giungervi in linea retta, seguendo la linea invisibile di una larga curva. Giunto sulla terra ancora vergine si accoccolò sui talloni a mezzo metro dall’oggetto che aveva attirato la sua attenzione. Con cautela allungò la mano per raccoglierlo, come se si aspettasse che qualcosa uscisse dal terreno e l’afferrasse. Non successe niente, ma il senso d’allarme che lo attanagliava non accennò a lasciarlo. Ripulì l’oggetto e l’esaminò: una semplice forcina per capelli.
Le immagini lo aggredirono all’improvviso.
Stava camminando nel campo. Sentiva sulle spalle il sole al tramonto; con una mano scostò una ciocca di capelli scuri che era finita davanti agli occhi. Con le gambe pesanti per la giornata lavorativa, avanzò stancamente verso la brocca d’acqua posta sotto gli alberi, i passi intralciati dalla lunga gonna. Provò un sussulto quando sentì la terra mancare sotto i piedi. Il terreno sotto le sue scarpe si mosse con violenza crescente, facendo sprofondare una gamba fino al ginocchio. Il panico la colse e cercò di tirare fuori l’arto, afferrandolo con le mani, ma anche l’altra gamba prese a essere risucchiata nel terreno. La terra le brulicò addosso, formicolante come una moltitudine di ragni che avanzava inesorabilmente. Cercò di afferrarsi a qualcosa mentre la sentiva salire fin sopra la vita, le braccia che annaspavano come un naufrago sballottato dalle onde. Bloccata dallo choc e dal panico, tentò di lanciare un grido, ma il sapore della terra andò a riempirle la bocca, mentre il sole si oscurava. L’ultima cosa che sentì fu qualcosa che la trascinava sotto.
Reinor si riscosse, sentendo la forcina entrargli nelle carni per quanto forte la stava stringendo. Respirò a pieni polmoni, tornando in possesso delle sue capacità. “Quel libro mi è stato davvero utile.” Ma non era il momento di pensare alla scoperta di un nuovo lato dei suoi poteri.
Impugnata la zappa dalla parte metallica, prese a spingerla con cautela oltre il terriccio dove aveva trovato la forcina. Il manico, sempre con maggiore facilità, prese a scendere in profondità. A metà della sua lunghezza, Reinor prese a far leva. Il terreno implose su se stesso, aprendo un buco capace di contenere una mucca. Guardò all’interno del piccolo cratere: fondo quasi due metri, si trasformava in una galleria capace di far passare un uomo, inabissandosi nel sottosuolo.
“Ecco come sono sparite quelle persone. Rimane da scoprire chi ha creato questi tunnel.”
Discese fino ad arrivare all’imboccatura della galleria. La luce del giorno rischiarò ancora per qualche metro i suoi passi nel passaggio; sollevò una mano, creando una piccola sfera luminosa che dissipò le tenebre.
L’aria si fece pregna dell’odore della terra e la temperatura aumentò mentre si addentrava nel tunnel, avvolgendo il corpo in un sudario soffocante; poche centinaia di metri e aveva gocce di sudore che gli scorrevano sulla schiena.
Osservò il divincolarsi di grossi lombrichi nel terreno. “E se avessimo a che fare con i loro fratelli maggiori?” L’immagine di un lombrico di svariati metri che torreggiava su di lui non era per niente piacevole.
La lenta discesa continuò monotona, le pareti intervallate da radici simili a vene sporgenti, fino a quando si trovò dinanzi a un bivio. Prese la via di destra.
Seguendo le svolte del tunnel continuò a scendere, il terreno molle d’umidità. Senza preavviso la pendenza della galleria cominciò a salire bruscamente, costringendolo a usare le mani per inerpicarsi. L’arrampicata durò quindici metri e il terreno tornò in piano, permettendogli di continuare senza difficoltà. La temperatura si fece più mitigata, con l’odore della terra meno penetrante e persistente. Provò un senso di sollievo quando una zaffata d’aria fresca gli arrivò alle narici. Seguendo la scia si ritrovò davanti un muro di terra: il passaggio terminava in quel punto. L’aria percepita proveniva da un’apertura grande come un pugno sopra la sua testa; con le mani l’allargò, ritrovandosi a guardare il cielo limpido. Era arrivato nel punto in cui la voragine si era aperta sotto i carri.
Girò i tacchi e tornò alla deviazione, imboccando l’altro passaggio. Le radici incontrate fino a quel momento sparirono, solo qualche macigno interrompeva l’omogeneità della terra.
Percepì un cambiamento nella temperatura quando la galleria si fece più alta e larga, le pareti compatte e lisce, come se la terra fosse stata colpita con il piatto di una pala.
Dopo l’ennesima svolta trovò numerose impronte di piedi sul terreno, tutte rivolte nella stessa direzione: delle persone erano passate da lì, affiancate in ordine di quattro, come un plotone militare. Non erano gli unici segni lasciati sulla terra, un’altra serie d’impronte camminava vicino alle pareti: avevano la forma di piccoli fori, come se tante lance acuminate fossero state appoggiate al suolo. Le tracce erano più fonde e ravvicinate di quelle degli uomini, la conformazione simile a quella degli insetti, ma, stando alla loro grandezza, dovevano essere creature della stessa altezza di un umano.
Con la luce della sfera che apriva il cammino s’addentrò sempre più nella terra. La presenza di rocce aumentò, andando a costituire completamente la formazione del tunnel e rendendo l’ambiente meno umido. In mezzo alla dura pista trovò un braccialetto di fili colorati.
Tenne l’oggetto disteso sul palmo della mano, aspettando che gli venisse mostrata la visuale avuta dalla persona che l’aveva indossato: doveva solo agganciare l’ombra d’energia psichica inscritta in esso e vedere, anzi rivivere, quanto accaduto alla persona che l’aveva posseduto.
I minuti passarono senza che accadesse qualcosa.
Provò a passare le dita sul tessuto, a tenerlo serrato tra le mani: qualsiasi cosa facesse non risvegliava la visuale custodita nel bracciale.
“Perché la prima volta la visione è giunta senza neanche pensarci?”
Stava per abbandonare i tentativi quando le immagini arrivarono come un torrente in piena.
L’illuminazione della galleria era soffusa, rischiarando l’area quel tanto che bastava per seguire l’irregolare corridoio di pietra. Figure lo precedevano, serrate in ordine compatto, poco più d’ombre con qualche accenno di lineamenti umani. Accanto a sé sentiva il calore del corpo di chi lo affiancava e il rumore dello sfregamento degli abiti. Nessun gemito o imprecazione si levava dalla massa: solo il ritmico alzarsi e abbassarsi dei loro passi e lo snervante zampettare di chi li sorvegliava. Erano sempre accanto a loro, una presenza costante, pronti a castigarli qualora contravvenissero agli ordini.
Con lo sguardo fisso davanti a sé non si azzardava a volgere il capo di lato: il timore di essere punito, come già era accaduto ad alcuni, era troppo grande.
La luce aumentò un poco, riuscendo a vedere con maggiore chiarezza la linea degli individui che lo precedevano. Con il cuore che accelerava i battiti e la sudorazione che si faceva più copiosa, si sporse un poco in avanti, guardando oltre le persone al suo fianco: riuscì a scorgere una forma della grandezza di un pony, il corpo snodato terminante con un aculeo; una serie di zampe sottili e scattanti si muoveva senza difficoltà. Un brusco movimento dell’essere e un suo repentino dietro front lo costrinsero a tornare nella sua posizione.
Reinor si trovò di nuovo avvolto nella chiara luce della sfera, il piccolo oggetto tra le mani.
S’affrettò a riprendere il cammino, continuando la discesa nelle viscere della terra.

Life is a game

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Quinto racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata IL FILMATO. In questo caso si doveva selezionare liberamente un breve videoclip da internet (durata massima: 5 minuti), che secondo la propria inclinazione personale si ritenevate particolarmente suggestivo; ispirandovi a questo, elaborare il proprio racconto (piccola precisazione quanto realizzato non si può definire un racconto, ma è stata l’unica idea che mi è venuta con il poco tempo a disposizione quando l’ho scritto).

 

 

Life is a game dice Takeshi Kitano in Battle Royale. Del film sono riuscito a vedere solo qualche spezzone presente in rete: trovare il dvd ormai è difficile. Colpa mia che su certe cose arrivo tardi, ma non mi piace correre dietro qualcosa che fa molto parlare di sé; così sono arrivato a darci uno sguardo dopo più di dieci anni dalla sua uscita. In molti paesi questa pellicola è stata censurata per l’estrema violenza di certe scene; sinceramente ho reputato la cosa come il solito polverone sollevato per niente. Certo, alcune di esse possono colpire vista la giovane età dei protagonisti, ma se volete vedere davvero qualcosa che urta, provate a guardare qualche spezzone di Cannibal Holocaust; personalmente, dopo aver visto certe sue scene, ho avuto un certo rigetto per la violenza e per una settimana sono andato avanti a leggere poesie di prati e fiori. Se potete, evitatelo.
Life is a game, dice Takeshi Kitano nel film Battle Royale ispirato all'omonimo romanzoMa torniamo a Battle Royale. Se siete interessati al film, guardate il video su youtube con tutte le morti presenti nella pellicola (basta che cerchiate con Google “Battle Royale all deaths” o qualcosa di simile); evitate come la peste quelli con la dicitura di film completo: ne rimarreste altamente delusi.
Visto che finora non ho parlato che di violenza e di morte vi starete chiedendo se il film è solo questo: in effetti lo è. Eppure è anche qualcosa di più.
Andiamo con ordine. Il film è tratto dall’omonimo romanzo del 1999 di Khousun Takami: qualche piccola differenza c’è, ma nel complesso la trama e lo spirito del libro sono mantenuti. Qual è la storia che ha suscitato tanto scalpore? In questo caso mi riferisco al libro, che conosco bene, a differenza della versione cinematografica.
La vicenda è ambientata nel 1997 nella Repubblica della Grande Asia dell’Est (una versione totalitaria del Giappone), una nazione governata da un sistema nazionalsocialista guidato da un’autorità esecutiva chiamata il Dittatore (il fascismo vittorioso, come viene definito da uno dei personaggi); di esso non si sa molto altro. I contatti con le altre nazioni sono estremamente limitati. Molto cose sono vietate. Ogni anno, gli studenti di una classe terza di scuola media selezionata a caso, sono sottoposti al Programma e sono costretti a combattere tra loro e a uccidersi finché non rimane un solo sopravvissuto. Se si rifiutano di combattere, vengono tutti uccisi; al loro collo è stato messo un collare che segue i loro spostamenti e che può esplodere se cercano di toglierselo, se fanno qualcosa che non va e se si trovano in zone dove non devono accedere. Se qualcuno non muore entro ventiquattro ore, tutti vengono uccisi. Per costringerli a uccidere, il “gioco” ha un limite di tempo, oltre al fatto che durante il suo svolgimento, con il passare delle ore, alcune aree diventano vietate e sostare e passare in esse fa esplodere il collare. A ognuno è dato uno zaino con una mappa, una bussola, acqua, cibo e un’arma scelta casualmente, per non fare favoritismi: si va dalle armi da fuoco a quelle bianche, a quelle totalmente inutili.
Tutto questo non è molto carino? Certo che lo è; naturalmente si deve essere pazzi per ritenere in questo modo una cosa del genere. E appartenere a un sistema impazzito; di sistemi impazziti noi ne dovremmo sapere qualcosa, dato che ogni giorno assistiamo a robe da chiodi. Eppure, nel modo di fare di quel governo inventato c’è una logica, ed è qualcosa da genio del male allo stato puro. Tutto ruota attorno alla fiducia, in qualsiasi tipo di rapporto; ma se viene a mancare? Questo spiega lo spietato ragionamento che si nasconde dietro le scelte del regime e come possa continuare a funzionare senza che nessuno si ribelli a esso. Perché senza la fiducia nei propri simili non ci si può unire e creare un movimento capace di opporsi a una dittatura: se nella gente s’insinua il sospetto che non ci si può fidare di nessuno, allora si è ottenuta una vittoria schiacciante, a cui nessuno mai si opporrà. E per ottenere questo, gli individui vanno spezzati nel momento di maggior vulnerabilità, quando sono giovani, il periodo in cui si hanno maggiori speranze e ideali: se si riescono a eliminare questi elementi, non resta spazio che per rassegnazione, sfiducia, opportunismo ed egoismo. Tutte cose che non vanno a far altro che rafforzare il regime e a mantenere ferrea la presa sulle persone, che non vedono possibilità di cambiare le cose, restando ferme a subire, anche se trovano tutto ingiusto, convinte che nessuna ribellione possa andare a buon fine, che non ci possa essere nessun cambiamento.
Bene, adesso viene il bello. Finora abbiamo parlato di una storia inventata; ma provate a pensare se una cosa del genere fosse toccata a noi. Se fossimo stati prelevati insieme ai nostri compagni di classe e portati in un luogo dove dovevamo uccidere o essere uccisi. Di chi ci saremmo potuti fidare? Avremmo avuto delle sorprese. Life is a game, ma in giochi come questi gli errori si pagano a caro prezzo. Avrebbero le nostre capacità di giudizio valutato correttamente chi frequentavamo da anni? In un modo o nell’altro avremmo scoperto la vera natura degli altri. Ma avremmo scoperto anche la nostra vera natura, quella che teniamo nascosta, quella che non vogliamo ammettere di avere, quella non vogliamo vedere perché abbiamo paura di scoprire la verità.
Provate a riflettere su questo: le cose appaiono sotto una nuova luce, non è vero? Sconvolgente, non trovate? Oltre naturalmente a essere inquietante e a far veramente paura. Forse è proprio per questo che libro e film hanno dato tanto fastidio. Una cosa è sicura: c’è da meditare. Su tante cose.

Sottoterra. Parte 1

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Tutte le lampade della Caraffa Schiumosa erano accese, rischiarando la pietra delle pareti e il legno del soffitto. Uomini sorseggiavano birra al bancone, accompagnati dall’odore di stufato che proveniva dalla cucina. Le cameriere sgusciavano tra i tavoli con piatti fumanti sulle mani.
Seduto in un angolo del locale, Reinor era in compagnia dei resti della cena. Era nella locanda da un’ora prima del tramonto, orario convenuto con Darden per incontrarsi; vedendo il suo ritardo, aveva ordinato: sicuramente era stato trattenuto dai suoi impegni.
La figura corpulenta dell’amico comparve nella sala. Con alcuni cenni attirò la sua attenzione.
Il mercante arrivò al tavolo trafelato, sedendosi con un sospiro di sollievo e asciugandosi con un fazzoletto il sudore che scendeva dalla fronte.
«Che corsa per arrivare.» Le parole gli uscirono in uno sbuffo.
«Potevi evitartela, visto che l’ora dell’appuntamento era passata» commentò Reinor.
«L’ingratitudine non ha limiti a questo mondo. Uno si preoccupa, fa di tutto per mantenere i propri impegni e viene ripagato con risposte pungenti e incomprensione» rispose melodrammatico Darden.
Reinor sorrise: cercando di sdrammatizzare ogni cosa, Darden riusciva ogni tanto a farlo sorridere. Un evento raro, specie negli ultimi tempi.
Darden continuò la filippica con fare sconsolato. «Sei ancora giovane per capire gli impegni gravosi che comportano gli affari e non sai ancora cosa significa portare avanti con dedizione e passione il lavoro di una vita…»
«Risparmiami: non ho fatto nulla di grave per meritarmi una simile punizione» lo fermò Reinor prima che l’amico mettesse in atto una commedia, chiamando al tavolo una cameriera. «Un piatto di stufato e una birra» ordinò. «Speriamo che con la bocca piena la smetterai di lamentarti» borbottò.
«Guarda che ti ho sentito!» Darden si raddrizzò sulla sedia. «Dovresti avere più rispetto per gli anziani.»
«Hai ragione, ma c’è un piccolo particolare da considerare: tu non lo sei» puntualizzò Reinor.
Darden alzò le mani in segno di resa. «Devi sempre avere l’ultima parola, vero? Speriamo che la cena sia buona, visto che la compagnia non è delle migliori.»
Reinor rise davanti alla sua faccia teatralmente immusonita.
Non parlarono più finché Darden non ebbe consumato il pasto. Reinor s’immerse nei suoi pensieri, estraniandosi dai rumori della folla. Come alle volte accadeva, mentre teneva lo sguardo fisso davanti a sé, una sensazione strana fece capolino: era come se la sua mente fosse attirata in una spirale e più vi si addentrava, più perdeva contatto con la realtà e con se stesso, come se stesse per dissolversi. Ma prima che iniziasse una discesa che ben conosceva, fu riportato alla realtà dal sospiro compiaciuto di Darden che aveva terminato la cena.
«Quello che ci voleva dopo una dura giornata di lavoro.» Darden si massaggiò l’addome sporgente.
«Quale lavoro?» lo punzecchiò Reinor.
«Caro ragazzo, devi sapere che per portare avanti buoni affari occorre dimestichezza nella contrattazione. Occorre pazienza e tatto, trovare le parole giuste al momento giusto. La mente è sempre sotto pressione, sempre allerta, e richiede un gran dispendio di energie» spiegò il mercante con sicumera.
«Non metto in dubbio l’intellettualità del tuo lavoro, anzi direi che il tuo essere rispecchia pienamente il lavoro che pratichi.» Reinor fece cadere lo sguardo sull’addome prominente.
Darden sorrise compiaciuto, convinto per una volta che fosse riconosciuto un suo ragionamento: quando si accorse dell’allusione che Reinor stava facendo, assunse uno sguardo offeso.
«Quando la smetterai di prenderti gioco di me, ragazzo?»
«Quando la smetterai di prenderti troppo sul serio» rispose serafico Reinor.
«Senti chi parla di non prendersi sul serio: quello che affronta ogni situazione come se fosse una guerra. Non sei la persona adatta a fare queste osservazioni.»
Reinor non ribatté, sapendo che c’era verità in quella battuta.
«A proposito di cose serie» Darden assunse il tono pacato che riservava a particolari occasioni. «Non potrò accompagnarti nel proseguimento del viaggio.»
Reinor accolse la notizia senza scomporsi, lasciando l’amico proseguire.
«Dagli incontri avvenuti in questi giorni sono scaturiti nuovi contatti che paiono essere promettenti.» Bevve un sorso di birra. «È un risvolto inaspettato, ma benvenuto: il cosiddetto colpo di fortuna che noi mercanti aspettiamo sempre. Gli affari andranno in porto, ne sono sicuro, tuttavia non si concluderanno velocemente. Potrebbero occorrere diverse settimane e non credo tu sia propenso a stare fermo così a lungo.»
«Non c’è niente che questa cittadina possa darmi, a parte un pasto caldo e un letto. Restare sarebbe solo uno spreco di tempo» disse con calma Reinor.
«Sapevo che avresti risposto così.» Darden batté la mano sul tavolo, con un sorriso compiaciuto. «Ed è per questo che ho già trovato una soluzione: sono venuto a sapere che fra due giorni una piccola carovana partirà per Womb Rendin. Ho fatto domande e non hanno nulla in contrario ad avere con loro un altro viaggiatore.» Tamburellò le dita sul legno. «Avrei preferito accompagnarti, ma gli eventi non sono andati come programmato. Però arriverai a poca distanza da Hatieven senza fatica Allora, che ne dici?»
Reinor soppesò la proposta. «Va bene: è la soluzione più conveniente per entrambi.»
«Davvero non ti dispiace che non riesca ad accompagnarti?»
«Da quando esiste un mercante che antepone i sentimenti agli affari?» s’informò Reinor.
«Ecco il risultato di essersi preoccupato per qualcuno: malignità e diffidenza.» Darden riprese a recitare la parte drammatica.
«Va bene, basta che non ricominci a fare la vittima» rispose divertito l’Usufruitore. «Piuttosto dimmi l’ora e il luogo dove dovrò trovarmi per unirmi alla carovana.»
«Avrai tutte le informazioni che ti servono, ma per il momento godiamoci la serata. Ragazza, altra birra!» esclamò levando il boccale vuoto mentre una cameriera passava dalle sue parti.

La mattina di due giorni dopo Reinor era su una larga strada che conduceva alla porta nord di Nhal, il ritrovo della carovana. I carri erano allineati vicino ai palazzi, con gli uomini intenti a terminare i preparativi per la partenza. Rimanendo presso l’angolo della strada, evitò di essere risucchiato in quella che ormai era una scena familiare: nell’arco di un mese era la terza volta che assisteva alla partenza di una carovana.
Una mano gli scosse la spalla. «Aspetti che partano, per poi corrergli dietro? O hai cambiato idea e deciso di rimanere a tenermi compagnia?»
«Nessuna delle due» rispose alzando lo sguardo su Darden. «Aspetto che si calmi il trambusto.»
«Si vede che non hai la stoffa per diventare un mercante: tutto questo è la nostra linfa vitale.»
«Non ho mai detto di volerlo diventare» si schernì Reinor.
Una sonora risata scosse il corpo dell’omone. «Seguimi, ti faccio conoscere la persona con cui viaggerai.»
Si fecero largo fra la folla di mercanti e lavoratori, arrivando all’inizio della colonna, fermandosi vicino a un carro coperto da un pesante telo cerato. Un uomo con larghi pantaloni bianchi e una blusa indaco che metteva in risalto la carnagione olivastra stava sistemando il carico di botti.
«Mastro Cander» chiamò Darden.
Un volto sulla cinquantina, con capelli crespi e folti baffi, si voltò a osservarli.
«Signor Darden.» L’uomo porse la mano al mercante.
«Ecco l’amico di cui le ho accennato qualche giorno fa.» Darden presentò l’Usufruitore.
«Giusto in tempo per la partenza; puoi sistemarti sul sedile del conducente o nel retro se vuoi dormire durante il viaggio.»
«È ora di salutarci» disse Darden. «Ti raggiungerò a Hatieven una volta conclusi i miei affari.»
«Bada di non diventare troppo ricco» Reinor accennò un sorriso.
«E tu accantona per un po’ gli studi e lasciati vivere» controbatté il mercante. «E non cacciarti in qualche guaio.» La sua risata risuonò mentre si allontanava.
Reinor andò a sistemarsi sul carro, mentre la colonna lentamente si avviava verso la porta. Si voltò a dare un ultimo sguardo alla città: nel punto dove era stato pochi istanti prima vide Darden che assisteva all’allontanarsi della carovana. Con un cenno della mano lo salutò prima che le mura lo celassero alla vista.

La giornata, la quinta dopo aver lasciato Nhal, era cominciata come al solito all’alba, con l’odore dei fuochi che andava a risvegliare i viaggiatori ancora sotto le coperte. Subito dopo la colazione, la carovana s’inoltrò nella piana che si stendeva oltre la zona collinare circostante Nhal.
Reinor non si unì alle conversazioni dei compagni di viaggio, restando all’interno del carro a studiare sui libri e a meditare. Uscì quando la calura del giorno cominciò ad attenuarsi, portandosi a fianco del conducente. Il villaggio che avevano scorto due ore prima stava scorrendo alla loro destra, uscendo dal campo visivo.
«Credevo che ci saremmo accampati per la notte nei pressi di quel piccolo centro abitato.»
«Avremmo anticipato la sosta, perdendo tre ore di marcia inutilmente» spiegò Mastro Cander. «La regione è tranquilla: possiamo fermarci in qualsiasi luogo senza correre pericoli.»
Stava per perdersi nelle sue riflessioni quando vide sporgere oltre la linea della carovana la sagoma di uno dei carri più avanzati: la struttura di legno rimase per una frazione di secondo sospesa in un’inclinazione innaturale, poi si piegò di lato, andandosi a schiantare al suolo e accartocciandosi su se stessa. Le assi del piano si divelsero, andando a mescolarsi con la merce rotolata sul manto erboso.
Il carro subito dietro seguì la stessa sorte.
La carovana si trasformò in una cacofonia d’urla e nitriti spaventati. I passeggeri dei mezzi ribaltati furono aiutati a riprendersi, i cavalli liberati dai finimenti ingarbugliati. L’incidente non aveva causato ferite ad animali e persone. Gli unici a riportare danni erano stati i carri: le assi dei pianali, i semiassi e i raggi delle ruote erano spezzati; niente d’irreparabile, ma occorreva tempo per rimetterli in sesto.
Reinor rimase a fissare la voragine che si era aperta al loro passaggio mentre le merci venivano recuperate. “Delle semplici piogge non possono causare un simile fenomeno, a meno che sotto il terreno non ci sia uno spazio vuoto, come delle tane di animali. Ma quali bestie possono scavare simili buche sotto il suolo?”
Con sua sorpresa la carovana ripiegò verso il villaggio.
«Non possiamo trasportare per tutto il tragitto la merce degli altri mercanti» disse Mastro Cander anticipando la sua domanda. «I carri devono essere riparati, ma ci manca il materiale per farlo: al villaggio possiamo procurarcelo, così da poter ripartire nell’arco di qualche giorno.» Fece una smorfia di disapprovazione. «Un ritardo non preventivato.»
Reinor accolse la notizia restando in silenzio.

Sottoterra (un estratto di un racconto del mondo di Asklivion)

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Quarto racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata Dentro al pozzo. Pozzi, caverne, segrete, cantine: tutti posti bui, claustrofobici, dove far sentire la sensazione di stare laggiù, al buio. Tale racconto è una parte di una storia più ampia dedicata a Reinor, uno dei protagonisti di Strade Nascoste. Nell’idea della prima stesura tale storia doveva fare parte del romanzo, ma allontanava il lettore dalle vicende principali, risultando purtroppo dispersiva; nulla vieta però ora, dopo averla elaborata, di proporla per arricchire il mondo di Asklivion. Le vicende in esse narrate sono antecedenti i fatti di Strade Nascoste, e vanno collocate prima che il gruppo si formi a Womb Rendin.

Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto.
Alzare e abbassare. Abbassare e alzare.
Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare.
Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero.
A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi.
Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano.
Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava.
Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti.
Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano.
Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere.
Era rimasto tutto nella sua mente.
L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro.
Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare.
Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso.
Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa.
Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo.
Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati.
Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia.
La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri.
Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti.
Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole.
Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio.
Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti.
Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere.
Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine.
Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo.
Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto.
Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano.
Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata.
Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.

Fiori d'estate

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Fiori d'estate

Senza scampo

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Terzo racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata Closed Circles. Un Closed Circle è una situazione nella quale uno o più personaggi si trovano bloccati da qualche parte e isolati dal resto del mondo: ecco come ho affrontato il tema.

Non mi ero sbagliato. Questa non era una mia fobia. O un’allucinazione. Non erano le ossessioni che hanno preso il controllo della mia mente. Non ero io ad aver perso il controllo. Avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. E nessuno mi ha voluto credere. Dicevano che stavo cominciando a dare i numeri, che il cervello mi era andato in pappa; dicevano che dovevo essere curato, anzi, hanno provato a farmi ricoverare. “Per farti avere l’aiuto di cui hai bisogno: vedrai che poi starai meglio. Tu ora non stai bene: lo capisci che lo facciamo nel tuo interesse?”
Idioti. Non hanno voluto vedere. Io avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. Ma nessuno ha voluto ascoltarmi.
Idioti. Idioti. Ora è troppo tardi. Ora non c’è via di uscita.
Hanno colto tutti alla sprovvista. Nessuno di loro se lo aspettava. Ho tentato di scappare, ma sono riusciti a tagliare ogni via di fuga. L’accerchiamento si è fatto sempre più stretto. Prima non si facevano vedere. Poi uscivano solo di notte. Alla fine si mostravano anche di giorno. Non avevano nessuna paura di noi. Sono arrivati a legioni; anche se il loro numero è sconfinato, non mi sorprende che siano giunti senza che nessuno se ne accorgesse: si potevano nascondere ovunque, i maledetti bastardi. Sono più intelligenti di quanto si pensasse. Hanno pianificato, si sono organizzati. Ci hanno studiato per secoli: ci spiavano al lavoro, mentre passeggiavamo, mentre dormivamo. Hanno appreso tutto sulle nostre abitudini, sulle nostre debolezze.
Da idioti quali siamo, abbiamo voluto vedere del buono in loro, abbiamo voluto umanizzarli. Accidenti ai film, alla televisione, che li rappresentava così carini e simpatici. Accidenti a quei deficienti che si sono messi a lottare per riconoscergli dei diritti; ma la storia questi mentecatti l’hanno mai studiata? Non hanno visto quanti danni hanno fatto, che razza di disgrazie hanno attirato su di noi?
I rumori fuori dalla porta si fanno più forti.
Ora sono sulle pareti. Stanno cercando un varco tra gli scuri delle finestre. Presto raggiungeranno il tetto. Ci vorrà del tempo, ma riusciranno a entrare. Loro riescono sempre a entrare: trovano sempre un modo per superare qualsiasi barriera creiamo. Non mi piace ammetterlo, ma sono più intelligenti di noi. Sono più letali di noi. Cani e gatti sono stati i primi a essere eliminati. Poi è toccato ai rettili. I volatili, se hanno un minimo d’intelligenza, se ne sono volati il più lontano possibile, anche se non so se esiste ancora un posto sicuro nel mondo. Sicuramente resisteranno più di noi: non li possono raggiungere in cielo. Ma prima o poi la fame prenderà il sopravvento e dovranno riavvicinarsi al terreno per trovare da mangiare: allora la preponderanza numerica avrà la meglio.
Mi si accappona la pelle sulla schiena: li sento grattare le pareti. Stanno cercando di creare delle aperture nel cemento: hanno capito che la porta blindata è più difficile da forare. Se solo fossi riuscito a raggiungere il bunker: sarei stato più al sicuro. Ma i bastardi hanno fatto fuori l’impianto elettrico dell’auto e sono rimasto bloccato qui. Forse sono davvero impazzito: avrei solo ritardato l’inevitabile. Forse è meglio così: non ne posso più di vivere sempre in stato di allarme, sempre a preoccuparmi, sempre a cercare di tenere tutto sotto controllo. Ora m’è tornata in mente la parola che non mi ricordavo: ipercontrollo. Chi ne è affetto fa una vita davvero d’inferno. Per un pezzo ho pensato di esserne colpito. Purtroppo mi sbagliavo: quello di cui avevo timore era davvero reale.
I rumori fuori dalla casa si fanno più forti: è come se ci fosse uno sciame d’insetti che preme per entrare. Ma ciò che vuole entrare è molto peggio. Ora sono dentro le pareti: li sento muoversi. Sono anche sul tetto. Chi di loro mi raggiungerà per primo?
Poi sento un scricchiolio nella stanza. Forse mi sbaglio, ma mi è sembrato di avvertire un tremito sotto i miei piedi. Lo scricchiolio si fa più forte. Mi sembra di scorgere un lieve sobbalzo in una mattonella del pavimento.
Il sobbalzo si ripete, questa volta più forte. La mattonella si alza per un attimo, poi viene sbalzata via. Diversi musi appuntiti si levano dal buco nel pavimento, annusando tutt’intorno, prendendosela con calma.
Stringo la spranga d’acciaio con forza. Cazzo, quanto odio i topi.