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Un paio di riflessioni sullo scrivere e sul leggere

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Nei giorni passati mi sono imbattuto in due video, uno inerente allo scrivere l’altro al leggere, dandomi spunti di riflessione.

Il Signore degli Anelli, uno dei tanti romanzi da leggerePer quanto riguarda il primo, l’argomento era il fantasy, genere di cui sono appassionato sia da lettore sia da scrittore; l’inizio e la fine del video riguardavano la sponsorizzazione di iniziative e servizi del canale, ma la parte che m’interessava era quella centrale, dove si affrontava la realizzazione di un romanzo fantasy. Non era niente di cui già non sapessi e non mi fossi informato, quindi non sono rimasto sorpreso di quanto trattato, anche se speravo di apprendere qualcosa di nuovo. Quello che ho sentito mi ha fatto realizzare di nuovo una riflessione sulla strada che uno scrittore decide di percorrere, ovvero se seguire quello che piace o se adattarsi al mercato.
Il punto da cui partire è che occorre essere consapevoli di cosa il mercato offre e cosa richiede: avere le idee chiare serve in primis per essere sicuri della direzione che si vuole seguire e non avere delusioni. Se l’obiettivo è quello di vendere il più possibile, allora occorre studiare il mercato e realizzare prodotti che vanno per la maggiore: l’adeguarsi è qualcosa di necessario, se non indispensabile. E qui mi fermo sulle parole dette nel video: bisogna dare ai lettori quello che vogliono. Sul serio? Vero, i tempi sono cambiati, non si è più nel periodo in cui scrivevano i vari Tolkien, Lewis, Moorcock, quindi è forse giusto adattarsi perché altrimenti anche opere valide come Il Signore degli Anelli oggi non verrebbero pubblicate.
Ma le cose sono davvero giuste così? Davvero uno scrittore deve scrivere quello che vuole un lettore? In più di un’occasione non si tratta solo di adeguarsi, ma di abbassarsi di livello, perché è un dato di fatto che per raggiungere la maggior parte dei lettori bisogna usare un linguaggio semplice, realizzare farsi corte e avere trame non complesse perché il livello di attenzione è basso (per non dire precipitato).
Se devo essere sincero, sul fatto che uno scrittore si debba adeguare ai lettori non sono particolarmente d’accordo, anzi, direi che non lo sono per niente. Capisco che si debba scrivere in maniera comprensibile, che non si debba volere la ricercatezza a tutti i costi perché risulterebbe uno sterile esercizio narcisistico dove ci si può compiacere di se stessi, ma l’abbassarsi di livello proprio no, perché è qualcosa di sbagliato di principio: l’essere umano è fatto per migliorarsi, per evolvere, quindi è il lettore che deve cercare di seguire lo scrittore e se c’è qualcosa che al momento non sa, come un termine, un modo di costruire una frase, una trama, si deve impegnare per comprenderla, fare quel passo in avanti che lo faccia arrivare allo stesso punto in cui è lo scrittore. E invece, ci si trova a dire, anzi, peggio, a insegnare allo scrittore che deve impegnarsi di meno perché i lettori arrivano fino a un certo livello, oltre non bisgona andare.
Si dirà che se si vuole raggiungere il più gran numero possibile di persone così bisogna fare, ma a furia di fare di meno, ci si ritrova in situazioni come quelle che ogni giorno si stanno vivendo (ovvero l’involuzione degli individui). Autori come Tolkien non si sono preoccupati del numero di lettori che potevano raggiungere, ma si sono concentrati sullo scrivere delle buone storie, delle storie valide, e facendo così è stato quasi automatico che hanno poi avuto un seguito. Come già detto all’inizio, si potrà obiettare che i tempi in cui scrivevano autori come Tolkien erano diversi, ma una buona storia rimane una buona storia, che può avere più o meno successo, ma uno scrittore per me deve fare solo una cosa: essere fedele al fare il miglior lavoro possibile con le capacità che ha nel realizzare una storia che sente davvero sua, che sente avere qualcosa da dare. Adeguarsi alla commercialità e cercare di ottenere il maggior guadagno possibile che le sue abilità scrittorie gli consentono, anche se ciò che scrive non gli piace, è essere venditori, non scrittori. Si deve scegliere tra questi ue punti: fedeltà a se stessi o adeguamento al mercato, consapevoli che solo nel primo caso si è scrittori veri. Questo per me è il punto principale che una persona che vuole scrivere deve tenere in considerazione. Studiare il mercato, le sue preferenze, le sue movenze e poi solo dopo averlo conosciuto scrivere di conseguenza non è essere scrittori. Qualcuno dirà che agire così è intelligente, è pragmatico, fa andare avanti, che è progettando che si ottengono risultati; la progettazione sicuramente serve quando si deve sviluppare un’idea, ma un’idea, per essere davvero tale, non deve essere sviluppata a tavolino secondo richieste esterne. Può essere così in altre situazioni, ma per quanto riguarda lo scrivere, inteso come atto di creazione, l’unica cosa di cui uno scrittore deve preoccuparsi è dare vita a una buona storia che nasce da qualcosa di sentito, perché un libro dovrebbe essere di più di un semplice prodotto commerciale.

Il secondo spunto di riflessione riguarda la lettura e se già il precedente spunto mi lasciava dei dubbi su certe strade che si seguono, il fenomeno del Booktok è ancora più assurdo, assoggettato com’è ai dettami dell’algoritmo, dei ritmi veloci e fagotatrici della rete, del modo in cui si bruciano le cose. Il lettore non è più una persona che trova piacere nel leggere, diventa un brand, la lettura è uno status da mostrare: arrivati a questo punto si è perso il senso della misura e il senso di che cosa significa davvero leggere. Vero, tutto è diventato consumistico, tutto è puntato al guadagno e all’averlo in fretta, ma forse questa non è la strada migliore da seguire e proprio il leggere dovrebbe insegnarlo, dato che il leggere è un’attività che richiede tempo, calma, riflessione, assimilazione e sì, anche contemplazione, perché alle volte è anche giusto fermarsi dopo aver letto un brano e pensarci sopra, godere del momento che ha fatto vivere.
Trovo assurda questa cosa di leggere decine di libri in un solo mese e per cosa? Per essere sempre sul pezzo? Per stare al passo dell’algoritmo?
Ci si è dimenticati che la rete è un mezzo che è stato creato per essere d’aiuto alle persone, ma come sta venendo usata non aiuta proprio nessuno, anzi, fa più danno che altro, dato che crea dipendenza, fa diventare dei servi di un sistema che si dovrebbe padroneggiare; invece di usare il sistema si viene usati dal sistema. Purtroppo, si è perso il senso della lettura, soprattutto si è perso il piacere di leggere, conoscere, comprendere e sì, anche vivere le storie. Ora, più che mai, è diventato tutto consumistico, tutto accumulo e apparenza, qualsiasi cosa è sacrificabile per la mediaticità e l’esteriorità. E questo non è positivo, ma proprio per niente.

2 comments to Un paio di riflessioni sullo scrivere e sul leggere

  • A mio parere lo stile deve adattarsi. Ci sono alcuni punti fermi su cosa si deve mettere all’inizio, come gestire i dialoghi, come creare i personaggi e via dicendo. Non parlo di regole da seguire pedissequamente, ma bisogna più o meno adeguarsi; ci si allontana a proprio rischio e pericolo.

    Quanto alle trame, per me non è indispensabile impartire al lettore grandi insegnamenti. Non è proibito, ovviamente, ma anche il semplice intrattenimento può bastare, se ben scritto. Quanto alle trame, c’è troppa tendenza in giro a seguire le orme degli scrittori più di moda o dei grandi autori classici, perciò sarebbe un’ottima cosa se si sapesse portare un po’ di aria fresca nel panorama del fantastico.

    • Logicamente non è consigliato usare uno stile che funzionva nel 1800 o inizio 1900, come è consigliato essere comprensibili, ma uno scrittore non deve dare al lettore ciò che vuole, uno scrittore deve realizzare qualcosa in cui crede realmente, altrimenti è un’altra cosa: è un venditore.

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