The whale è stato, si può dire, il riscatto per Brendan Fraser, attore conosciuto per film di cassetta come La Mummia, dopo essere rimasto ai margini della scena cinematografica a seguito dell’aver denunciato di essere stato molestato da Philip Berk, l’allora presidente della Hollywood Foreign Press Association, evento che ha condizionato sia la sfera lavorativa, sia quella privata, al punto da ritirarsi dalla scena pubblica. Non è una pellicola semplice, soprattutto è una pellicola scomoda per i temi trattati. Ciò che colpisce subito è la condizione di Charlie, il personaggio interpretato da Fraser, una forte obesità che limita pesantemente i suoi movimenti e che ha minato gravemente la sua salute: non si tratta di una condizione dovuta a una patologia di origine genetica, ma di uno stato in cui Charlie si è ridotto, una sorta di autodistruzione dopo il suicidio del compagno che amava. Charlie cerca di soffocare il dolore con il cibo, ben sapendo che questo lo porterà verso una fine inevitabile (anzi, forse la sta cercando), ma non gli importa, dato che non riesce ad accettare la perdita della persona amata e cerca di colmare il vuoto che ha dentro mangiando.
Ma l’obesità non è solo la conseguenza dell’anestetizzare il dolore con il cibo, è anche una condizione che la società non accetta, per cui prova avversione, disgusto, che fa vedere chi è obeso come un mostro, un qualcosa che spaventa; il grasso fa provare avversione, come se fosse una malattia contagiosa, una peste da cui stare lontani. La gente non riesce a vedere oltre la massa, non riesce a vedere cosa c’è dietro, non riesce a vedere la persona che vive una condizione che la fa soffrire, fisicamente, ma anche emotivamente, perché la sofferenza di Charlie è grande, non solo per la perdita dell’amato, ma anche per la famiglia che ha sacrificato per vivere il proprio amore, e di questo ne ha sofferto particolarmente la figlia, che, sentendosi abbandonata, si è incattivita, provando disprezzo e odio per tutti. Salvo Liz, l’unica amica che ha e sorella adottiva del suo compagno defunto, la gente non vede in lui che una balena e qui i parallelismi con Moby Dick, romanzo citato più volte nel film, non possono mancare: non si può non notare come Charlie sia una sorta di Capitano Achab vittima delll’impulso autodistruttivo che lo consuma, solo che questo impulso non è rivolto verso una figura esterna come succede con Achab, ma verso se stesso: Charlie è allo stesso tempo Achab e Moby dick, è se stesso la balena che vuole sconfiggere e uccidere perché Charlie odia se stesso, per come è diventato, per non essere riuscito a salvare il proprio compagno, per aver sacrificato la sua famiglia, soprattutto la figlia. Charlie si è dannato e non vuole essere salvato, anche se nel poco tempo che gli rimane da vivere cerca di rimediare in parte a quello che ha fatto aiutando la figlia.
The whale sicuramente mostra la sofferenza, i dilemmi, i rimpianti di un uomo, mettendo in primo piano la sua angoscia; ma allo stesso tempo Charlie tenta anche di dare speranza, di aiutare gli altri a trovare il meglio della vita andando oltre gli stereotipi, i ruoli, le facciate; è toccante quel voler dare speranza agli altri quando non la si ha per se stessi. Toccante e straziante, ma anche spietato, perché è spietata la critica che fa verso la società per il suo basarsi sull’apparire, sul ricercare il successo, la carriera come mezzo di realizzazione, ma anche verso l’ipocrisia delle organizzazioni religiose che additano l’omessessualità come peccato e non come una forma differente di amore; un amore che viene giudicato, condannato. Una mancanza di comprensione che fa solo danni, che allontana le persone e le spinge verso la morte, proprio come succede al compagno di Charlie che, roso dai sensi di colpa fatti nascere dal padre, capo pastore della New Life (una setta religiosa), arriva al suicidio. Una mancanza di comprensione che rende ciechi, ottusi, come ben mostrato dal personaggio di Thomas.
Ci sarebbe molto da dire sul finale, ma non vado oltre per non fare spoiler. The whale è un film meritevole d’essere visto.






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