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Di spade

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Le spade sono un elemento che è stato ben presente nella vita dell’uomo, sia nella realtà, sia nelle storie inventate.
Sono state oggetti ornamentali, fautori di violenza e morte. Sono state anche molto più di un’arma.
Per il loro essere lucenti, nell’antichità venivano usate come specchi. Non per niente un passo della Bibbia si riferisce proprio a questo: “il bagliore della spada che gira su se stessa” (Genesi 3,24) è appunto riferito a qualcosa che riflette, proprio come uno specchio. In questo caso naturalmente va inteso come un simbolo di un limite da superare.
Anche in altre culture la spada è qualcosa di più di un mezzo per difendersi o attaccare, specie per i samurai: nel periodo Tokugawa si diffuse l’idea che l’anima di un samurai risiedesse nella katana che portava con sé, a seguito dell’influenza dello Zen sul bujutsu. Senza contare che il possedere tali spade era simbolo di riconoscimento della casta di cui facevano parte.
Famoso simbolo di riconoscimento nell’immaginario collettivo umano è soprattutto la spada nella roccia (che alcuni associano a Excalibur, mentre altri le reputano due armi differenti), che avrebbe permesso di riconoscere chi sarebbe stato capace d’essere guida per il popolo e governarlo: è grazie a essa che si riconosce in Artù l’essere re del proprio paese.
Ma Excalibur non è la sola spada a essere usata come simbolo di riconoscimento. Anche Robert Jordan in La Ruota del Tempo ha fatto la stessa cosa con Callandor, la spada fatta di cristallo, la spada che non è una spada anche se può essere usata come tale, pur essendo molto di più: essa è un potente ter’angreal (residuo dell’Epoca Leggendaria che usa l’Unico Potere) che può essere liberata dal luogo dove è custodita solo dal Drago Rinato. Questo è uno dei segni che mostra il ritorno del Drago, perché solo lui è in grado di farla uscire dalla Roccia (in questo caso è la fortezza dove è stato custodito l’oggetto).
Ma di spade che sono più di una spada, la letteratura fantasy è ricca. Terry Brooks con la spada di Shannara crea un oggetto capace di mostrare la verità, di abbattere le illusioni e le menzogne (l’arma fu creata proprio per sconfiggere il druido rinnegato Brona, divenuto il Signore degli Inganni, dato che l’unica cosa in grado di sconfiggerlo era la verità su se stesso che tanto aveva cercato di non vedere). A parte Il Primo Re di Shannara dove l’arma viene creata, sia in La Spada di Shannara, sia nel ciclo degli Eredi, l’arma è custodita in un blocco di roccia; anche in questa storia, solo gli appartenenti a una determinata linea di sangue potranno usarla.
Oltre a queste si possono citare Tempestosa della saga di Elric creata da Michael Moorcock e Sanguinotte di Il Conciliatore di Brandon Sanderson, che benché non diano riconoscimenti o vengano estratte dalla roccia, sono molto più di un’arma: sono qualcosa di vivo e senziente, oltre che potente e pericoloso. Non va dimenticata Dragnipur, la gigantesca spada di Anomander Rake nella saga Malazan di Steven Erikson, contenente la Porta dell’Oscurità e capace di rinchiudere al proprio interno l’anima di chi uccideva.
Per non parlare della Spada Nera creata da Margaret Weis e Tracy Hickman nel ciclo Darksword capace d’annullare qualsiasi magia. O di Narsil, la spada che andò in frantumi tagliando il dito di Sauron cui era infilato l’Unico Anello nella famosa Terra di Mezzo creata da J.R.R.Tolkien. O Durlindana, la spada di Orlando, il paladino di Carlo Magno, narrata nella Chanson de Roland. O la gigantesca Ammazzadraghi di Gatsu nel manga Berserk di Kentaro Miura. O Gramr, la spada che Sigfrido usò per uccidere il drago Fáfnir (in I Nibelunghi è chiamata Balmung, mentre nella tetralogia L’anello del Nibelungo è chiamata Nothung).
Quale che sia il contesto in cui essa sia presente, racconto o fatto storico, una realtà è innegabile: chiunque, almeno una volta nella vita ha sognato di impugnarne una.

Profezia

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Quando si parla di profezie, subito viene in mente Nostradamus con le sue famose quartine, l’Apocalisse di Giovanni o i Maya riguardo al 2012.
Ma che cos’è una profezia?
E’ la conoscenza degli eventi che si verificheranno, senza l’utilizzo di basi quali raziocinio, esperienze.
Ma in alcuni casi tale conoscenza non serve a niente, non permette di cambiare il corso degli eventi, non si può fare nulla per intervenire: quanto predetto si verificherà, a prescindere da quello che si cercherà di fare per cercare di evitarla. E’ il caso di Erode, di re Artù che, presi da paura per la venuta di un bimbo che avrebbe minacciato il loro trono e regno, compiono una strage d’innocenti; un tentativo inutile, dato che non cambierà quanto è stato predetto, visto che in tali casi il destino è ineluttabile, come accade nel mito greco di Edipo, dove la profezia diventa vera nonostante tutti i tentativi per evitarla, anzi proprio a causa di essi. Proprio come succede nella tragedia Macbeth di William Shakespeare: una sorta di autoadempimento ineluttabile che è stato spesso usato anche nella realizzazione di opere contemporanee letterarie, come fa la conosciuta saga di Harry Potter di Rowling, o cinematografiche, quali Guerre Stellari, Matrix.
La profezia può essere portatrice di speranza o di sventura, annunciare la fine o un nuovo inizio, e in un modo o nell’altro ha sempre avuto influenza sugli uomini, i quali, condizionati dalle sue parole, spesso hanno fatto in modo inconsciamente che essa si avverasse. Anche se dice di credere diversamente, spesso l’uomo non crede di essere libero, di essere padrone delle proprie scelte, ma ritiene d’essere pedina di qualcosa di più grande che decide per lui, troppo grande perché possa contrastarla e ribellarvisi.
E’ quello che ritengono le popolazioni delle Dominazioni che vivono sotto il giogo del Lord Reggente, costrette a vivere in condizioni di schiavitù, mentre il potere è in mano a una minoranza, i nobili e il clero; solo un uomo, Khelsier, si erge contro il sistema, convinto che le cose possano essere cambiate. Ed è grazie alla sua volontà indomita che il cambiamento viene messo in atto e la profezia dei tempi passati, quasi dimenticata, trova compimento. Ma come ogni profezia, il suo significato non è chiaro, se non quando essa si sta realizzando, perché le cose accadono nel modo in cui non lo si aspetta, non importa quanto studio e attenzione sono stati riversati su di essa. Brandon Sanderson è stato bravo con la trilogia dei Mistborn a mostrare tutto questo, magnifico nel giocare con il lettore e a sorprenderlo, nonostante avesse messo sotto i suoi occhi tutti gli indizi necessari per giungere alla giusta deduzione.
In altri casi, sapere in anticipo il verificarsi degli eventi, come visto in precedenza, non permette di cambiare ciò che avverrà, ma consente di prepararsi, affrontando meglio la realtà cui si va incontro. Un esempio è quello nella Bibbia di Giuseppe quando interpreta il sogno delle vacche magre e delle vacche grasse del Faraone; un altro è quello di Gatsu nel manga Berserk di Kentaro Miura,
Qualcosa di simile hanno fatto Margaret Weis e Tracy Hickman con la saga della Spada Nera nel mostrare come la profezia non sia qualcosa di ineluttabile, ma semplicemente un monito a non farsi sopraffare dalla paura, dal timore del cambiamento, dando la possibilità di scoprire un nuovo inizio senza passare attraverso la tribolazione e la distruzione, ma solo usando mezzi pacifici. Se solo si fosse stati abbastanza accorti d’accorgersi di tutto questo: una consapevolezza che purtroppo giunge solo con la perdita, dopo aver commesso errori e aver imparato da essi. Una visione amara, che è certamente in contrasto con quella invece di stampo salvifico presente nella saga degli Ultimi creata da Silvana De Mari , dove, nonostante le tribolazioni, le cose sono poi destinate a cambiare e a elevare le popolazioni a una condizione migliore.
Come tutto ciò che esiste, si è visto che la profezia può essere tante cose. In certi casi serve solo a mostrare la vera natura di qualcosa o di qualcuno. Toccante è il modo in cui Guy Gavriel Kay mostra attraverso tale forma ciò cui vanno incontro Kevin e Fiin, protagonisti delle vicende del mondo di Fionavar. Il primo, trova attraverso le parole del Canto di Rachel (un canto scritto proprio da lui per un amico) la profonda verità personale di cui si deve ancora accorgere appieno e scopre come esse siano il vero compimento della propria esistenza. Il secondo, attraverso la ta’kiena, considerato dai più un gioco per bambini, scopre una verità più grande su se stesso, che lo lega a un fato oscuro e potente, incontrollato e incontrollabile, portandolo a prendere la Strada più Lunga.
Molto più centrale rispetto a quelle appena elencate, è invece il ruolo che le profezie ricoprono in La Ruota del Tempo di Robert Jordan, dove tutto gira attorno al ritorno del Drago Rinato: una storia epica, millenaria, che vede l’eterna lotta tra caos e ordine, tra distruzione e preservazione, mostrando in un contesto fantasy ciò che viene raccontato da molte religioni, ovvero l’imperfezione, l’elemento destabilizzante che va a guastare la perfezione di quanto creato. Shaitan, il Tenebroso, è l’entità imprigionata dal Creatore che ricorda molto il Satana che la religione cristiana relega all’inferno, il nemico che secondo le profezie sarà sempre contrastato dal Campione della Luce a ogni ruotare delle ere.
Tanto è stato scritto su questo argomento, elemento che come si è visto negli esempi citati è stato usato in ogni forma di rappresentazione e intrattenimento; quel che è certo, è che le profezie hanno sempre esercitato un gran fascino sull’uomo e sempre lo eserciteranno.
(Per un maggiore approfondimento del tema, si può leggere questo articolo.)

Modi di fare pubblicità ai romanzi

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Negli ultimi anni è divenuta consuetudine sulle quarte di copertina dei libri riportare i commenti di quotidiani, riviste e altri autori sul romanzo che si ha tra le mani, una sorta di pubblicità e un modo per dimostrare quanto è valido il prodotto, come se questo potesse davvero essere dimostrazione della sua bontà; si ha la convinzione che la parola di un personaggio conosciuto e affermato sia una sicurezza per attirare lettori. Questo basarsi sempre sul giudizio degli altri, sulla convinzione che la parola di una persona famosa abbia maggior valore di quella di un altro e sia una garanzia, è tipica della nostra epoca: se si è una persona famosa e conosciuta significa che si è arrivati a quella posizione perché in tanti hanno seguito, sostenuto. I numeri sono potere, formano la maggioranza e la maggioranza ha sempre ragione.
Si sa che invece non è così, che la maggioranza non è sinonimo di verità, perché la maggioranza, la massa più grande, può essere manipolata, condizionata, influenzata. Come sempre succede, la gente non pensa con la propria testa, ma segue gli altri, reputando superiore, e pertanto degno di maggiore considerazione, chi è in certe posizioni di notorietà.
A causa di questa mentalità, ci si ritrova sui libri che si acquistano frasi che alle volte possono far strappare un sorriso, far alzare un moto di protesta o di disgusto.
Nel genere fantasy si è passato dal “Chi non ha letto Brooks, non ha letto fantasy” di Paolini (come se Brooks avesse bisogno delle sue parole, dato che scriveva quando Paolini non era ancora nato: un’affermazione semplicistica e oltretutto limitante, come se tutto il fantasy si riducesse a Brooks, dimenticando autori come Tolkien, Moorcock, Vance, Le Guin, Bradley, tanto per citarne alcuni. Ma quando questa frase comparve sui libri di Brooks, Paolini era sulla cresta dell’onda vendendo milioni dei sui libri), a tutta una serie di affermazioni dove vari autori si fanno i complimenti tra di loro (si vedano i vari Moorcock, Le Guin, Sanderson, Rothfuss, Hobb).
Tutto questo celebrare, tutta questa referenzialità non aggiunge nulla al valore di un libro: la sua bontà può essere valutata solo leggendo. Purtroppo la gente, come già detto, non basa il giudizio usando la propria testa, ma si affida agli altri, andando sull’impeto emotivo, dimenticando l’obiettività e l’oggettività, come se l’intelletto fosse qualcosa di dimenticato.
C’è da dire che se questo modo di fare è generalizzato, l’Italia deve dimostrare di essere sempre il peggio. Come piccolo esempio si prenda quanto riportato sull’ultimo libro pubblicato da Gargoyle di Joe Abercrombie, Il Richiamo delle Spade.
Si passa dalle solite frasi di circostanza, lette e sentite tante volte “Un fantasy moderno non potrebbe infervorare più di questo” (SFX), “Abercrombie ha scritto la più raffinata trilogia epic fantasy degli ultimi tempi. Uno scrittore che nessuno dovrebe perdersi” (Junot Diaza), “Se siete in astinenza dal Trono di Spade, dovete sapere che l’autore di quella saga, George R.R. Martin, ha un giovane erede. Si chiama Joe Abercrombie.” (Vanity Fear), alla semplicistica “Incantevole, contorto, malvagio” (The Guardian); nel mezzo si ha l’unico giudizio pertinente e in sintonia con il romanzo “Un mondo crudo e realistico e una consapevolezza decisamente contemporanea del sacrificio di vite alla violenza” (The Times). Purtroppo si conclude nel peggiore dei modi con il giudizio di due quotidiani italiani, che danno dimostrazione di come si vada per luoghi comuni, frasi fatte che fanno domandare se chi le ha scritte ha per caso letto il libro, oltre a conoscere il genere fantasy: “Una sorta di gioco di ruolo, un videogame di ferraglie, colpi di spade fino a che qualcuno non cadrà” (Il Messaggero), “Un fantasy “crudo e realistico”, con lacrime e sudore, sangue e merda in bella mostra. Gli Eroi sono come te. Antieroici” (Libero).
Questa è la dimostrazione che in Italia si scrive pensando che il valore delle cose sia dato dall’urlare di più e dal spararla più grossa degli altri. Ma informazione e oggettività sono tutta un’altra cosa.
Occorre ritornare indietro e ricominciare a lavorare con professionalità. Per quanto riguarda i libri, c’è da augurarsi che si torni come una volta, quando sulla quarta di copertina non c’erano queste frasi inutili: oltre a eliminare il fastidio di leggere queste cose, si risparmierebbe inchiostro. Sempre in tema di risparmio, andrebbero eliminate le fascette con citazioni a effetto che tanto vengono usate oggi: sono solo uno spreco di materiale, non servono assolutamente a nulla.

Sempre parlando di citazioni a effetto, si vedano quelle apparse sulla pagina facebook di Fanucci riguardo al romanzo Tony Tormenta di Rosanna Rubino: “Stanco dell’aldilà, Philip K.Dick si è reincarnato (era ora!) e ha scelto una napoletana tostissima dalla scrittura implacabile e dalla fantasia assassina, abissale, travolgente.”
A parte il fatto che questo modo di fare pubblicità è troppo celebrativo e pomposo, troppo urlato, divenendo in questo modo scadente, certe affermazioni sono fuori luogo: ognuno è se stesso, non si ha bisogno di doversi basare sempre sui paragoni con gli altri, facendo associazioni ridicole e senza senso. Ma in questo modo si crede d’acquisire valore, d’attirare l’interesse altrui, di chi è stato fan di autori pubblicati.
Un modo di fare quello dei paragoni con personaggi che sono stati famosi e hanno avuto successo, che cerca di far credere alla gente che il talento che avevano loro ce l’hanno altri: un cercare referenzialità, un cercare di rubare la luce che è stata di altri per abbagliare la gente e farle credere quello che si vuole.
Un modo di fare in questo caso sbagliato, perché il valore di un’opera lo deve dimostrare l’opera stessa, non sparate pubblicitarie che lasciano il tempo che trovano.
Un modo di fare quello di Fanucci poco professionale, come poco professionale è il non rispondere ai lettori per mail quando si richiedono informazioni e il non prendere in considerazione le osservazioni dei lettori quando fanno notare che i romanzi che pubblicano sono pieni di refusi (un esempio è La Grande Caccia di Robert Jordan pubblicata nei Tif Extra: ne conta diverse decine, di cui alcuni abbastanza gravi, come la mancanza di parole o verbi). Questa casa editrice ha il pregio di pubblicare autori validi, ma visto che fa pagare anche caro certi suoi libri (vedasi La Via dei Re o anche Presagi di Tempesta e Le Torri di Mezzanotte), il servizio che deve dare al suo pubblico deve essere di qualità.

Altro pessimo servizio e altra pessima pubblicità, è quello che sta facendo Mondadori con Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin: dopo anni in cui ha pubblicato edizioni con traduzioni sbagliate e deliberate licenze interpretative che hanno alterato il significato del testo, dove ha volutamente ignorato le proteste dei lettori, a seguito del successo della serie televisiva dedicato a questa saga e di internet che ha messo in luce gli errori commessi, la casa editrice ha deciso di pubblicare un’edizione corretta. Correzioni che verranno effettuate grazie alle segnalazioni dei lettori che Mondadori ha esortato a inviare dopo un incontro effettuato con loro il 4 marzo (per chi volesse una lettura approfondita sulla questione, c’è l’ampio ed esaustivo articolo di Martina). Dopo aver salassato i lettori facendo pagare più di cinquanta euro i romanzi di Martin (in originale un unico volume, qui in Italia divisi in tre parti al costo di più di diciassette euro) e mancato di rispetto con traduzioni sbagliate ed eliminazioni di frasi, ora vuole dimostrare di essere attenta alle richieste della gente facendo passare l’idea che la vuole coinvolgere nella miglioria del prodotto: un prodotto che doveva essere fatto bene fin da subito e che verrà migliorato sfruttando il lavoro gratuito di appassionati. Mondadori non spenderà un centesimo in tutto questo, ottenendo un risultato che sbandiererà ai quattro venti senza aver fatto alcuna fatica.
Un modo di farsi pubblicità che la casa editrice ritiene positivo, ma che invece è negativo perché dimostra la scarsa professionalità con cui lavora.

Riscoprire le Origini ritrovando la Natura

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Nel suo intimo cresceva inesorabilmente il rimpianto di non essere partito con Bilbo. Si sorprendeva spesso, soprattutto in autunno, a vagheggiare di zone selvagge, e nei suoi sogni apparivano strane visioni di montagne sconosciute. Incominciò a dirsi: « Forse attraverserò il Fiume, un giorno », ma l’altra parte di lui stesso rispondeva sempre ed invariabilmente: « Non ancora ».
Questa strana sensazione permaneva, ed i quaranta giungevano al crepuscolo, mentre il suo cinquantesimo compleanno si avvicinava: si rendeva conto che cinquanta era un numero particolarmente significativo (o infausto). Era in ogni modo a quell’età che Bîlbo era stato improvvisamente travolto dalle avventure. Frodo incominciava ad essere irrequieto, ed i vecchi sentieri gli sembravano troppo battuti. Esaminava carte geografiche e si chiedeva cosa vi fosse al di là dei bordi; le piante fatte nella Contea erano colorate di bianco nelle zone oltre i confni. Prese l’abitudine di girovagare più lontano e sempre da solo.

Il Signore degli Anelli – J.R.R.Tolkien

Arriva un momento nella vita in cui il conosciuto non basta più, dove la vita di ogni giorno comincia ad andare stretta, dove le persone, le cose quotidiane non riescono più a soddisfare. Una sensazione che fa avvertire le abitudini della vita civile, dei rapporti con gli altri, come mancanti, limitanti, capaci solo di rendere la vita insignificante, priva di attrattive. Un impulso che spinge a lasciare ciò che ormai è solo falsità, a effettuare un ritorno alle proprie origni, rispondendo a un richiamo che è un anelito di vita e libertà.
Per molti prendere le distanze dalla routine, dal fare le cose che fanno tutti seguendo schemi ricorrenti, dove i capisaldi dell’esistenza civile (avere un lavoro, farsi una posizione, avere una casa, status simbol, costruirsi una famiglia, avere figli, uscire a cena o andare al pub) perdono qualsiasi fascino e valore perché ci si accorge che non hanno significato, sono solo il ripetersi di azioni viste perpetrare da altri: sono un’imitazione, non la realizzazione di ciò che si vuole veramente.
Quando questo avviene, succede di allontanarsi un passo alla volta dalla società e dai suoi costrutti, di sentirli come qualcosa di alieno e di rientrare in contatto con quella parte di sé che si è messo da parte: la natura.
Sì, perché la natura è parte dell’uomo e l’uomo fa parte della natura, sono due elementi indissolubili della stessa essenza. Per chi riscopre il proprio spirito libero, il riscoprire il contatto con la natura è rispondere a una chiamata, come avviene in Il Richiamo della Foresta di Jack London: un attraversare il Fiume, andare sull’altra sponda , attraversare un confine. Un riscoprire qualcosa di più vero, che non sia falso come spesso lo sono i rapporti umani in una società ottusa, chiusa, egocentrica e malata, dove non ci si riesce ad accorgersi più di niente, nemmeno che non si sta vivendo.
Sono così in pochi quelli che fanno questa scelta che vengono cosiderati dalla maggioranza dei pazzi perché viene considerato accettabile solo quello che fanno i più, mentre il diverso è considerato sbagliato. Una storia che si ripete da sempre, in cui si capisce che l’atteggiamento tenuto dai più è solo un modo per proteggersi dall’accettare la verità che i veri pazzi sono loro a vivere in una maniera che porta a essere sempre di corsa e a non cogliere gli aspetti importanti del vivere.

“Ron, apprezzo sinceramente l’aiuto che mi hai dato e i momenti che abbiamo trascorso insieme. Spero che la nostra separazione non ti abbia depresso troppo. Potrebbe passare molto tempo prima di rivederci ma, ammesso che io superi l’affare Alaska tutto d’un pezzo, riceverai di sicuro mie notizie. Vorrei ripeterti solo il consiglio che già ti diedi in passato, ovvero che secondo me dovresti apportare un radicale cambiamento al tuo stile di vita, cominciando con coraggio a fare cose che mai avresti pensato di fare o che mai hai osato. C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà non esiste niente di più devastante che un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in continuo cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso. Se vuoi avere di più dalla vita, Ron, devi liberarti della tua inclinazione alla sicurezza monotona e adottare uno stile più movimentato che al principio ti sembrerà folle, ma non appena ti ci sarai abituato ne assaporerai il pieno significato e l’incredibile bellezza. Ti sbagli se credi che la gioia derivi soltanto o principalmente dalle relazioni umane. Il Signore l’ha disposta intorno a noi e in tutto ciò che possiamo sperimentare. Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale. La mia opinione è che non hai bisogno né di me né di nessun altro per portare questa gioia nella tua vita. È semplicemente lì che ti aspetta, che aspetta di essere afferrata, e tutto quello che devi fare è tendere la mano per prenderla. Spero davvero, Ron, che non appena ti sarà possibile, lascerai Salton City, attaccherai una roulotte al camion e comincerai a goderti il grande lavoro che il Signore ha compiuto nell’ovest americano, vedrai cose, conoscerai gente, e ti insegneranno molto. Dovrai farlo in regime d’economia, niente motel, preparati da mangiare da solo e, come regola generale, spendi il meno possibile, perché così ti ritroverai ad apprezzare immensamente ogni cosa. Spero che la prossima volta che ti vedrò sarai un uomo con una sfilza di nuove esperienze e avventure alle spalle. Non esitare o indugiare in scuse. Prendi e vai. Sarai felice di averlo fatto. Riguardati. Alex.”

Into the Wild – Lettera di Christopher McCandless a Ronald Franz

Disperazione. Stanchezza. Libertà.

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Sul sito di Lara Manni, in questo articolo , si parla di come Tolkien nel Signore degli Anelli non dia molto spazio alla speranza. Temi come la perdita e la morte sono profondi e radicati in quest’opera, così come lo sono l’orrore per la guerra, lo sfruttamento e la distruzione della natura, la brutalità e l’inumanità dell’industrializzazione: un’opera fantastica che mostra lati della realtà. Si prova tristezza e disperazione di fronte alle immagini nate da queste parole, così come s’avvertono anche nel finale quando si comprende che ogni ciclo dell’esistenza ha termine, che il passato non può più tornare e che quanto è stato è perduto.
Ma è davvero andato perduto per sempre? Certo, ogni attimo, ogni periodo è unico, non ce n’è uno uguale all’altro: è tutto un divenire e si può provare malinconia per qualcosa di bello che ha dato tanto.
Allora perché si prova disperazione?
Forse perché si rimane attaccati a esperienze che hanno segnato. Affetto, certo, ma anche attaccamento, un appoggiarsi agli altri. Se ci si riflette un attimo, qualsiasi individuo trova negli altri un appoggio, un sostegno. Un fattore normale, dato che l’uomo viene considerato un animale sociale, che cresce in mezzo ai suoi simili e che se costretto all’isolamento s’ammala e muore. Ma cosa succede se quanto è importante, ciò a cui si tiene viene a mancare, se ne viene privati?
Dolore, anche cocente, che solo il tempo attuirà riuscendo a far rivedere il calore perduto. Così è la vita: dolce e amara allo stesso tempo. L’esperienza, il vissuto faranno raggiungere questa comprensione, facendo andare oltre. Ma richiede impegno, fatica e sudore; può stancare, certo. E anche molto, specie quando intorno non si ha un quadro confortante.
Fa riflettere il post di G.L. D’Andrea. Una stanchezza che va oltre quella fisica e mentale: ci si stanca della gente, del suo modo di fare, di vivere. Così scialbo, misero, povero. Così svilente e di scarso valore.
Stanchezza, rassegnazione, senso d’impotenza di fronte a un vivere chiuso in se stesso, limitato dall’egoismo e dal narcisismo, dal prendere (e pretendere) e non dare nulla.
Sì, ci si stanca della gente, anche di quelle persone che si professano amiche, che si ricordano dell’altro solo se hanno bisogno, ma che se devono contraccambiare o essere di sostegno non vogliono trovare il tempo, impegnati a pensare solo a se stessi. Individui egocentrici e accentratori, che basano l’esistenza sul culto dell’ego e della propria persona, gente superficiale e vuota, priva di valore.
Sì, ci si stanca di gente del genere, capace solo di ferire e distruggere, di basarsi sull’apparenza e sul giudizio degli altri.
Questa è la realtà. Una realtà che molto smentirebbero, dicendo che non è vero, profondendosi in dichiarazioni d’amicizia, di buoni sentimenti, di valori elevati.
Sono solo parole.
Parole vuote, che non hanno valore, che servono alla gente a far tacere la coscienza, a sentirsi a posto, a sentirsi delle “brave” persone, cercando di mantenere quelle apparenze, quella bella immagine che vogliono il mondo abbia di sé. Semplici maschere. O come le definiscono alcuni, ipocrisie.
E’ l’atteggiamento, quello che si fa, che conta e rivela ciò che si è veramente. Se una persona si dichiara amica, afferma di sentirsi legata a un altro da un bellissimo legame e poi nel momento del bisogno trova qualsiasi scusa per non esserci, perché impegnata a divertirsi, a dover andare in ferie, ha tempo per tutto fuorché per chi ha bisogno (e che invece c’è sempre stato quando lei si è trovata nella necessità), si può parlare d’amicizia?
No, solo d’approfittarsi, d’usare l’altro, che viene considerato solo un oggetto, uno strumento da usare nel momento del bisogno e poi si mette da parte.
Un individuo di fronte a questa realtà si sente ai margini, sente di non poter far parte di un mondo del genere, di non potersi adattare. Magari può avvertire un moto d’essere come gli altri, di essere parte di qualcosa e non sentire quella diversità che lo fa essere così distante dal mondo. Ma alla volte adattarsi è impossibile, troppo grande il divario tra il proprio essere e il modo di vivere comune.
Una realtà ben mostrata dal film A trenta secondi dalla fine, la cui sceneggiatura originale è stata realizzata dal grande regista Akira Kurosawa, una persona capace di cogliere con grande perizia le sfumature dell’animo umano. La trama è semplice, di quelle ben conosciute. Due carcerati evadono dal penitenziario di massima sicurezza di Stone Heaven in Alaska, raggiungendo una stazione e salendo su un treno da usare come mezzo di fuga per allontanarsi il più possibile dalla prigione e far perdere le proprie tracce. Un incidente al macchinista fa sì che il treno merci viaggi senza controllo (simbolo di come l’uomo nonostante la tecnologia a disposizione non possa controllare ogni cosa). Il direttore del carcere, Ranken, deciso a riacciuffare gli evasi (soprattutto Oscar Mannheimer detto Manny, con il quale ha un conto in sospeso), si getta in un inseguimento che lo condurrà all’epilogo della vicenda.
La forza di questo film è la caratterizzazione di Manny, il personaggio principale, individuo carismatico, fuori dalle righe: l’uomo che non si piega alle regole, colui che è consapevole che potrà essere sempre e soltanto fuori dal sistema, che non potrà mai integrarsi insieme agli altri, il suo essere troppo eccessivo per poter cambiare e adattarsi. Uno spirito libero che non può essere trattenuto nè da sbarre reali (quelle della prigione) nè da sbarre invisibili (quelle del modo di vivere della società).
Sbarre invisibili. Il vivere della società, i rapporti tra le persone, fatte di condizionamenti, possessività, egoismi, l’accontenstarsi di un vivere mediocre sono prigioni. E’ così: i modelli proposti dallo stile di vita della società sono una prigionia, tengono legati e incatenati: una vita passata dietro le sbarre facendo trascorrere gli anni senza vivere veramente, facendo affievolire un giorno dietro l’altro la luce presente nello sguardo, un’esistenza di quieta disperazione.
In un sistema che sopravanza, che coltiva la supremazia di un individuo sull’altro, vincere, perdere…che differenza fa?
“Sono Libero, Ranken! Sono Libero!” E’ una delle frasi di Manny dell’intenso finale.
Sì: libero di essere se stesso. A qualsiasi prezzo, contro qualsiasi logica. Oltre ogni comprensione.

Mondo

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Nel post In principio, Giulia non concordava sulla necessità di una geografia del contesto. C’è una parte di verità in quanto afferma, dipende il modo in cui si vuole affrontare il tema dell’opera da scrivere. Si possono narrare storie profonde e significative anche in ambienti asettici (è quello che succede nell’opera Aspettando Godot, dove sul palco praticamente ci sono solo gli attori), ma un’ambientazione ben delineata può rendere maggiormente inserita e caratterizzata la storia e le vicende dei protagonisti.
Ci sono autori come China Mieville che fanno dell’ambientazione il punto di forza dei propri libri, trattandola allo stesso modo dei personaggi protagonisti. Simili mondi sono pieni di simbologie (i simboli non sono altro che mezzi per giungere a un più alto livello di consapevolezza; lo stesso fine che si ha nel narrare una storia. Per questo nell’antichità, ma anche nella cultura contadina di qualche decennio fa, raccontare storie ai bambini, oltre che un divertimento, era considerato un modo d’insegnare) che raggiungono il lettore e che vanno a far sbocciare quanto hanno da dire: può essere un lampo, un’improvvisa rivelazione, oppure un lento avvicinamento, come nebbia che si dirada lentamente e permette di vedere con chiarezza il paesaggio.
Che l’autore sia conscio o no dell’uso di simboli nella costruzione del mondo dove si svolgono le vicende, di certo l’ambientazione è specchio dell’umore che lo scrittore vuole trasmettere attraverso le immagini che le sue parole vogliono creare. Tolkien quando nel Signore degli Anelli parla della Contea, con le sue colline e i suoi campi, vuole mostrare un luogo che evoca tranquillità e serene abitudini, un mondo senza scossoni che scorre placido come un torrente montano. Di tutt’altro avviso quando disegna le terre di Mordor, aspre, sterili, rocciose, un luogo dove tutto è rinuncia alla vita e alla felicità.
Per questo la caratterizzazione del mondo non è utile solo ai fini delle vicende e come abbellimento coreografica, ma serve a trasmettere emozioni e dare un’impronta dell’atmosfera che vige in momenti specifici della storia. Un’ambientazione urbana trasmetterà sensazioni diverse da quella rurale o montana; può essere più adatta per descrivere senso d’oppressione, claustrofobia, mentre una catena montana può apparire pià adatta per descrivere un sentimento di libertà. Questi sono solo esempi classici, quelli usati per la maggiore; linee guida le chiamerebbero alcuni. Con attenzione si può fare qualsiasi cosa con un’ambientazione, darle qualsiasi connotazione, stravolgendo anche regole consolidate.

In Principio

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In principio Dio creò il cielo e la terra.
La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso
e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse:
«Sia la luce!»
E la luce fu.
Dio vide che la luce era cosa buona
E separò la luce dalle tenebre
(Genesi)

La voce degli Ainur, quasi con arpe e liuti, e flauti e trombe e viole e organi, quasi con innumerevoli cori che cantassero con parole, prese a plasmare il tema di Iluvatar in una grande musica…
Ma giunti che furono nel Vuoto, così Ilùvatar parlò: «Guardate la vostra musica!» Ed egli mostrò loro una visione, conferendo agli Ainur vista là dove prima era solo udito.
(Il Silmarillion, J.R.R. Tolkien)

Ecco un paio d’esempi che parlano di creazione di mondi. Molti sanno che le opere di Tolkien sono specchio delle sue esperienze (la perdita degli amici durante prima guerra mondiale, l’amore per la moglie, l’orrore verso l’industrializzazione sfrenata) e delle credenze religiose che aveva (cattoliche), asserendo pertanto che questo autore s’è ispirato alla Bibbia per creare l’ambientazione dei libri che ha scritto.
Non è questo il punto su cui voglio soffermarmi, bensì sull’Inizio; sia che si tratti di storia inventata, sia di credo religioso, hanno la stessa origine: l’uomo. O meglio, qualcosa che è presente in lui e che solo dando il via a questa parte della sua essenza (il Creatore), riesce a scoprirla.
Tuttavia sarebbe errato parlare d’inizio vero e proprio, perché è una cosa al di fuori del tempo e dello spazio, è dove tutto è possibile: nell’immaginazione, il luogo della creazione.
La parola ha la capacità di creare, ma non di creare dal nulla: semplicemente dà forma a qualcosa che già c’è, ma che prima era diverso e che sembra oscuro solo perché non lo si conosce ancora. E’ guardando in questa oscurità che si scoprono le cose, come illuminare gli abissi degli oceani: sono ricchi di vita, di creature e mondi inesplorati . E’ da questo buio che si fanno emergere scoperte, cose nuove: nuove vite.
E’ così nella Genesi, così nelle leggende vichinghe con il mondo che sorge dal Ginnungagap (voragine primordiale, l’abisso insondabile che racchiudeva forze contrastanti separate tra loro e in stato d’inerzia)

Nel tempo remoto non c’era nulla: non sabbia, non mare, né gelide onde; non esisteva la terra e neppure la volta del cielo, l’erba non cresceva in alcun luogo. C’era soltanto il Ginnungagap, la voragine immane.
Tuttavia l’abisso degli abissi non era vuoto; vi erano in esso due mondi contrastanti: a settentrione Niflheim, la dimora delle nebbie, territorio di duri ghiacci e di nevi esistenti da innumerevoli ere; a mezzogiorno Muspell, la dimora dei distruttori del monfo, regione di fiamme e calore ardente impenetrabile allo straniero e a chi non vi era nato.
(Miti e leggende dei vichinghi, Gabriella Agrati-Maria Letizia Magini, Mondolibri.)

E così in ogni religione esistita; è così quando si fanno emergere pensieri e conoscenze nascoste dall’inconscio.
Allo stesso modo quando si scrive un romanzo. Si va a ricercare il principio ed esso, nell’avanzare della scoperta, s’ingrandisce, come i cerchi creati da una goccia che cade nell’acqua che s’allargano sempre più.
Così inizia una storia: con la creazione di un mondo. Un luogo dove far vivere e agire i personaggi, permettendo lo svolgimento delle vicende. Senza di esso non vi sarebbe nulla.
Per questo occorre creare la geografia delle terre: mari, continenti, fiumi, colline, pianure, laghi. La sua superficie.
D’aiuto in questo caso è la realizzazione di una mappa, che oltre a dare un’idea di com’è creato il mondo, potrà dare suggerimenti per gli sviluppi della storia. Lasciare spazio all’immaginazione, all’intuizione e alla mano che disegna sul foglio, darà il via alla creazione, espandendo il mondo tratto dopo tratto.
Solo quando questa creazione sarà avvenuta, si potrà passare alla fase successiva.