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L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

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L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggioL’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è un romanzo di Haruki Murakami del 2013. Innanzitutto occorre comprendere la scelta di usare questo titolo per il libro. Con gli “anni di pellegrinaggio” non s’intende il girovagare del protagonista, ma è il titolo di una serie di tre suites per piano solo composte da Franz Liszt che vengono spesso ascoltate da Tsukuru, a cui è molto legato, che gli ricordano un particolare periodo della sua vita che non è mai riuscito a dimenticare e che l’ha profondamente segnato; si può dire che è la colonna sonora della sua vita, la musica che ben rappresenta il suo modo di vivere e l’atmosfera che sempre l’ha pervasa. “L’incolore Tazaki Tsukuru” gioca sul fatto che nel gruppo di amici di cui Tsukuru faceva parte ai tempi del liceo, lui era l’unico che non aveva un colore nel proprio nome; per capire cosa s’intende occorre capire un poco la lingua giapponese e il significato degli ideogrammi che la compongono. Akamatsu, Oumi, Shirame e Kurono: ognuno di loro aveva un colore nel nome e i loro soprannomi erano la forma tronca degli aggettivi akai, aoi, shiroi e kuroi che significano rosso, blu, bianco, nero (come spiega la nota a pag.7 del romanzo). Aka, Ao, Shiro e Kuro prendevano alle volte in giro bonariamente Tsukuru per questa cosa (il suo nome è scritto con l’ideogramma “costruire”), senza cattiveria, ma il non avere un colore nel nome gli dava una certa sensazione di estraneità al gruppo.
Come dice Tsukuru, non esiste nessuna relazione tra il carattere di una persona e il nome che porta, eppure leggendo il romanzo si capisce che i nomi hanno un’importanza più rilevante di quel che si può pensare e in un certo modo rivelano il carattere dei personaggi. Aka è esuberante, estroverso, sportivo, quello che più si mette in mostra, che trascina: elementi ben associati al colore rosso. Ao è più riflessivo, ponderato, attento a osservare le cose, come suggerisce il colore blu. Shiro, legata al bianco, è per la purezza, ma in Giappone il bianco è legato alla morte, al lutto. Kuro, amica intima di Shiro, si può dire che è il suo opposto e insieme vanno a formare il simbolo tanto famoso del Tao: lei ha il colore della notte, profondo, misterioso, in cui si celano segreti e misteri. Tuskuru, che come visto ha l’ideogramma “costruire”, progetta e realizza stazioni ferroviarie, sua passione da sempre: è lì che va quando ha bisogno di pensare, di chiarire le idee, di calmarsi: gli piace osservare l’andare e il venire delle persone e dei treni. In fondo, lui è come una stazione: un punto fermo, statico, che non cambia, quello dove la gente si ferma per un po’ prima di ripartire. Anche se inconsciamente, è così che lui si sente:  un qualcosa dove la gente che lo frequenta vi si ferma per un po’ per poi andarsene. Lui ritiene che questa avvenga perché vuoto, perché non ha niente da dare. Ma avviene anche perché non si espone mai troppo, per non farsi coinvolgere emotivamente e così poter essere ferito: un comportamento sorto dopo un’esperienza del passato che l’ha profondamente segnato, facendo cadere per mesi in depressione e a fargli pensare seriamente alla morte. Dopo una simile esperienza non è più stato lo stesso e solo a trentasei anni, spinto da Sara, la ragazza che sta frequentando, è costretto ad affrontare quella questione a lungo irrisolta del suo passato. Un trauma nato nel secondo anno d’università: per seguire gli studi che gli avrebbero poi permesso di progettare stazioni ferroviarie, si era trasferito a Tokyo, lasciando Nagoya, dove era rimasto il gruppo di amici cui era fortemente legato. Nonostante la distanza, il legame era perdurato, fino a quando, di punto in bianco, gli altri quattro decidono di non voler più avere a che fare con lui. Nessuna spiegazione è data. Talmente è forte è lo choc che nessuna spiegazione è richiesta; purtroppo questa è una cosa che quando si è giovani si fa: se la ferita è profonda, si rimane inermi, non si reagisce, non si cerca di capire le ragioni di certe scelte. Ma è una cosa che ci si porta dietro per anni, rimanendone condizionati.

Murakami con il suo stile delicato accompagna il lettore in un viaggio di scoperta, per ritrovare se stessi e far chiarezza su questioni irrisolte. Un viaggio pieno di malinconia per incomprensioni, cose perdute, per cose che passano, cambiano e non potranno più tornare; un viaggio che mostra come crescendo tante cose ritenute importanti quando si è giovani, specie gli ideali, i legami con le persone, cambiano e si perdono, anche se sono stati forti e importanti. Un viaggio malinconico come lo è Le mal du pays, brano appartenente ad “Anni di pellegrinaggio”, ma anche liberatorio, che aiuta a risanare, come scopre Tsukuru quando uno a uno rincontra gli amici del gruppo cui era tanto legato e scopre la verità che ha portato al suo allontanamento. Una verità choccante, che sembra assurda per come si è verificata, ma che avanzando nella scoperta mostra la complessità dell’anima umano e dei suoi lati oscuri, di cui spesso s’ignora l’esistenza e che se non si viene a patti con essi possono distruggere, sia se stessi, sia gli altri.
L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è un romanzo molto denso e toccante, struggente e delicato; come in altre opere di Murakami, l’elemento onirico è presente e sottilmente s’insinua nella trama, lasciando la sua impronta in modo misterioso e indefinito, ma ben presente. Un romanzo che ha tanto da dare, anche se non dà certezze, ma che spinge alla comprensione, all’accettazione e a capire che la vita e le persone sono davvero tante cose, alle volte buie, alle volte luminose; alle volte morbide, alle volte taglienti. Dure e fragili, capaci di far sanguinare.
Un libro profondo e intimo: L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è davvero qualcosa che merita di essere letto.

La ragazza dello Sputnik

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La ragazza dello SputnikLa ragazza dello Sputnik è un romanzo del 1999 di Haruki Murakami ed è incentrato sul legame e l’intreccio di vicende che si crea tra tre personaggi: il protagonista (la voce narrante, di cui non si conosce il nome), la giovane Sumire e Myu, una donna sui quarant’anni bella, ricca e affascinante. Di base la storia è qualcosa che da sempre si ripete: il protagonista è innamorato di Sumire, ma lei ama Myu, che a sua volta è sposata, ma non è certo questo il motivo per cui non corrisponde, bensì a seguito di un evento del passato che l’ha cambiata, l’ha fatta divenire “metà” di quella che era.
Una storia quotidiana, nata come nascono tante storie quotidiane, con incontri imprevisti e legami instauratisi frequentando gli stessi ambienti, ma già dal titolo (Sumire si riferisce in questo modo a Myu perché in una conversazione che loro due hanno avuto, la donna, volendosi riferire agli scrittori appartenenti alla corrente letteraria Beatnik, si è sbagliata e l’ha chiamata Sputnik, il satellite mandato in orbita negli anni Cinquanta dall’Unione Sovietica) si capisce che si ha a che fare con qualcosa che va lontano, che si spinge in profondità oscure e sconosciute.
Come già in altri suoi romanzi, Murakami, con la sua delicatezza fatta di gesti semplici e quotidiani, ma ricchi d’interiorità, mostra la sua passione per la musica (soprattutto quella classica), per la lettura e la scrittura (Sumire aspira a divenire scrittrice e ha una forte ammirazione per Kerouac), usando per il protagonista il ruolo d’insegnate come fatto già altre volte e raccontando quella che è una storia d’amore. Ma un amore che non è corrisposto, che è vissuto interiormente, dove si avverte con forza la solitudine che ogni individuo deve affrontare dinanzi alle esperienze della vita.
Un romanzo che parla del reale, ma in La ragazza dello Sputnik non può mancare l’elemento bizzarro che scivola nel fantastico, in ciò che non può essere spiegato con la logica, facendo incontrare atmosfere oniriche, dove sembra di essere in un luogo diverso dalla Terra, con la Luna che sembra avere un particolare potere nel far vivere esperienze fuori dal comune (come capita a tutti e tre i personaggi). Una lettura sottile e delicata, che parla di perdere se stessi, di una realtà dolorosa, che lacera, a cui si può solo sfuggire rifugiandosi nei sogni oppure divenire dei gusci vuoti; un rifugiarsi che, almeno da quanto si è letto, in alcuni casi può essere inteso alle volte in senso letterale. Questa però è una visione che ogni individuo può avere solamente da sé.

Nel segno della pecora

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nel segno della pecora Erano gli anni dei Doors, dei Rolling Stones, dei Byrds, dei Deep Purple, dei Moody Blues. C’era qualcosa di esaltante nell’aria, si aveva l’impressione che bastasse una spallata per far crollare tante cose. Bevevamo cattivo whisky, facevamo goffamente sesso, ci perdevamo in discussioni sconclusionate, ci scambiavamo libri… cosí passavamo le nostre giornate. E intanto su quei maldestri anni Sessanta calava scricchiolando il sipario. (1)

Con queste poche parole Haruki Murakami in Nel segno della pecora riesce a descrivere l’atmosfera che si respirava alla fine degli anni ’60. E il protagonista, pubblicitario trentenne (di cui non si conosce il nome, perché i nomi sono per le cose fisse, come l’autore fa dire a un personaggio, mentre l’uomo è un costante mutamento) ben rappresenta l’andare alla deriva e il perdersi di quel periodo. Se si osserva, di nessuno dei personaggi si conosce il nome, tranne che di Jay, proprietario di un bar; si può dire che è l’unico punto fermo, l’unico punto dove il protagonista e il suo amico Sorcio sanno di poter trovare rifugio.
La vita che conduce il protagonista è un tirare avanti giorno per giorno, senza sogni, senza obiettivi, con un matrimonio fallito alle spalle, una fidanzata con cui non ci sono progetti in atto e un lavoro che gli permette di vivere ma che non lo esalta. Murakami con il suo tratto tipico mostra la quotidianità della gente comune, fatta di gesti che si ripetono, che va avanti uguale, con al massimo qualche scossone o imprevisto.
Ed è proprio l’inaspettato che giunge a stravolgere l’esistenza monotona che conduce il protagonista, facendolo nel modo più strano: una foto di un paesaggio montano, dove pascolano delle pecore. Nulla d’eccezionale, se non che tra quelle pecore ci sia una pecora che non appartiene a nessuna specie, una pecora speciale, ricercata a lungo da un potente uomo politico conosciuto come il Maestro. Il protagonista così si troverà coinvolto nella sua ricerca, intraprendendo un viaggio difficile accompagnato dalla sua fidanzata (dotata di un particolare sesto senso che lo porterà sulla strada giusta) che lo porterà in un vecchio hotel a conoscere il Professor Pecora e la sua particolare storia, fino a giungere all’arrivo e a scoprire la verità in mezzo al silenzio e alla solitudine delle montagne.
Quella solitudine che tanto è cara a Murakami, che sempre è presente nelle sue opere e fa affrontare ai suoi personaggi un confronto con se stessi e come si rapportano con il mondo, un mondo che spesso appare lontano ed estraneo, di cui non ci si sente parte e che per questo è facile abbandonare.
Nel segno della pecora è un ottimo libro, con un ritmo calmo e introspettivo, con il soprannaturale che è presente nella vita quotidiana o vi entra lentamente; una presenza, come quella della pecora, capace di stravolgere la vita di quelli che incrociano il suo cammino.

1. Nel segno della pecora. Haruki Murakami. Einaudi 2013, pag. 5

1Q84 - Libro tre. Ottobre-Dicembre di Haruki Murakami.

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Ovvero la seconda parte pubblicata in Italia dell’opera dello scrittore giapponese.
A differenza del volume precedente, i capitoli non s’alternano più solo con i punti di vista di Tengo e Aomane, ma viene aggiunto quello di Ushikawa, l’investigatore privato già incontrato lungo le vicende dei due protagonisti. Figura sfuggente e inquietante, non tanto per l’aspetto fisico non proprio aggraziato, quanto per il suo agire subdolo, il suo muoversi nell’ombra; ingaggiato dal Sakigake, è l’incarnazione della minaccia “concreta” che aleggia sulla storia (quella non visibile è, ovviamente, dei Little People).
Tuttavia non va inteso come il “cattivo” di turno: sarebbe un errore, perché Murakami non delinea in modo affettato il bene e il male. Anzi, non lo delinea affatto. Con il suo modo di scrivere delicato e sfumato, mostra come il confine tra i due elementi sia davvero labile, spesso relativo, solo una questione di punti di vista: il mondo è un campo dove sono in gioco diverse energie e ognuna di esse cerca di avere la sua fetta, di ricavarsi il proprio spazio. Proprio come fanno i protagonisti della storia, impegnati a sopravvivere, a ricercare uno scopo per la propria esistenza, una ragione d’esistere.
E’ così che pagina dopo pagina si scopre il passato di Ushikawa, delle vicende che l’hanno reso l’uomo razionale, in apparenza privo di sentimenti, che é: ed è normale che sia così, dato che è uno dei tanti bambini cresciuti in un ambiente, familiare e scolastico, privo di affetto, di amicizia, quegli aspetti che avrebbero permesso di sviluppare la propria parte emozionale. Lentamente l’antipatia provata inizialmente per questo personaggio sfuma perché si conoscono le sue miserie, una vita priva di veri contatti umani: si capisce che non è altro che un pezzo che viene usato da qualcosa che lavora dietro le quinte e che non vuole essere scoperto. Da persona intelligente qual è, Ushikawa ne è cosciente e non gli dà neppure troppo importanza: l’unica cosa che gli importa è dimostrare il proprio valore, le capacità che lo rendono in certi frangenti utile, perché le persone comuni non hanno simili capacità. Un distinguersi che lo rende un isolato, un emarginato: un individuo che è lontano dai suoi simili, con i quali non riesce a provare empatia, a stringere legami.
Quello che fa Murakami con 1Q84 è raccontare le vicende di diverse solitudini che per un caso del destino trovano a intrecciarsi tra loro. Aomane, Tengo, Ushikawa, Tamaru e la signora per la quale lavora: sono persone sole, che hanno creato un modo di vivere che ha fatto da corazza ai colpi inflitti dagli altri. Protagonisti
di un copione che sembra preparato da tempo, come se il Karma spingesse con forza verso un punto prestabilito. Niente di tutto quello che accade, accade per caso: anche il dettaglio più banale ha il suo significato e le coincidenze non esistono.
La narrazione di Murakami procede fluida e piacevole come un torrente montano. Nella sua placidità rivela un mondo nascosto che si nasconde dietro le semplici azioni di una persona: un mondo, quello dei pensieri, che rimarrebbe segreto, sconosciuto, se non ci fosse una penna a descriverlo. E Murakami sa farlo magnificamente sia quando narra la vita ripetitiva che Tengo fa al capezzale del padre malato d’Alzhaimer (un tocco di poesia la similitudine che l’uomo fa tra il mondo in cui vive e il paese dei gatti), sia quando descrive la monotonia della vita isolata cui Aomane è costretta dopo l’omicidio del Leader: una quieta dolcezza che delicata va a mostrare le miserie, le apatie, la ripetitività del vivere comunitario, dove l’individuo non è nulla agli occhi degli altri, solamente uno dei tanti che s’incontra per strada.
I colpi di scena non mancano, anche se non sono esplosivi, ma vengono mostrati con una calma serafica. Fossero altri a descrivere certi eventi, si rimarrebbe perplessi o si storcerebbe il naso per certe svolte inverosimili. Niente che tuttavia che si sia già visto: Stephen King ha fatto qualcosa di molto simile nella serie della Torre Nera. Ma dopo l’iniziale spaesamento, ci si accorge che tutto ha un senso e che non è stato creato tanto per fare sensazione. Scelte che non rovinano l’atmosfera magica di un mondo che presenta due lune e forze misteriose di cui si riesce solamente a sfiorare la loro vera natura: la daugther e la mother, gli oscuri Little People la cui presenza non deve essere svelata perché continuino a elargire i loro servigi.
Un volume che conclude degnamente la storia ideata da Murakami con due nei, ma che non riguardano l’autore, quanto la realizzazione italiana. Il primo riguarda la divisione in due parti: l’attesa di mesi per poter leggere la conclusione spezza l’atmosfera, facendo perdere parte del gusto della lettura; un modo di fare in Italia ormai tristemente consolidato, spiegabile solamente con il voler guadagnare quanto più possibile con l’opera di un autore. Il secondo, il gigantesco spoiler messo dall’Einaudi nella sinossi del libro: praticamente rivela un evento che si trova verso il finale del libro, determinante per l’epilogo. A simili livelli, non si possono compiere errori così macroscopici: denotano mancanza di professionalità.

Prossime uscite

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che rientrano nei miei interessi.
La prima riguarda la pubblicazione della seconda parte di 1Q84 di Haruki Murakami: sono curioso di leggere la conclusione di un romanzo che ho trovato coinvolgente e veramente ben fatto, con storia e personaggi davvero molto belli.
La seconda riguarda il film Imaginaerum realizzato dai Nightwish: ho apprezzato molto l’album e adesso aspetto di vedere cosa è saltato fuori con la pellicola cinematografica.
La terza è l’ormai attesissima conclusione di La Ruota del Tempo con A Memory of Light, iniziata da Robert Jordan e portata a termine da Brandon Sanderson: una storia epica che ha saputo mostrare un mondo vasto che affonda nel mito e nella leggenda, con personaggi che lasciano un segno in chi legge.
Concluso il monumentale lavoro, Sanderson potrà dedicare le sue energie al secondo capitolo di Le Cronache della Folgoluce: in questo caso ci sarà da attendere un pò di più, visto che lo scrittore americano deve terminare il lavoro, pubblicarlo e cosa non da poco venire tradotto in Italia.
Attesa che si spera giunga presto a risoluzione anche per l’edizione italiana dell’ottavo volume della saga Malazan di Steven Erikson, Toll the Hounds: lo scrittore ha concluso da un anno la serie e sarebbe tempo che Armenia, la casa editrice che ha pubblicato in Italia finora le sue opere, cercasse di mettersi in pari, magari evitando di spezzare come ha già fatto in tre occasioni i volumi in due parti. Un’attesa che risponde agli studi fatti sul mercato interno, ma che, di fronte alla bontà dell’opera, risulta ingiustificata. Come sempre la qualità a discapito del guadagno: ma in questo caso non si è di fronte a un esordiente su cui si hanno timori che non dia i risultati sperati, bensì a uno scrittore di livello internazionale che ha dimostrato quanto il suo lavoro possa dare guadagno.
Che sia tempo di cambiare modo di fare è evidente; che lo si sia capito invece è un altro paio di maniche.


1Q84 - Murakami Haruki

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Non bisogna lasciarsi ingannare dalla copertina e nemmeno dal titolo: 1Q84 di Murakami è un romanzo appartenente al genere fantastico. Una precisazione necessaria, dato che c’è la convinzione nel nostro paese che il fantastico sia un genere adatto solo per bambini e adolescenti: storie semplici in mondi inesistenti dove sono presenti draghi, elfi, nani, tutto permeato di buoni sentimenti, cotte amorose che terminano con il lieto fino come nello stampo ormai conosciuto del paranormal romance.
Una visione limitata e se vogliamo anche offensiva, sia nei riguardi dei romanzi appartenenti al genere, sia verso gli scrittori, sia verso i lettori, perché è un modo per considerare le persone con simili gusti di categoria inferiore, un dare giudizi basandosi su pregiudizi senza fare il minimo sforzo di conoscere l’individuo.
Fatto questo inciso, il romanzo di Haruki Murakami è un’opera densa e profonda, coinvolgente in maniera sottile, ma efficace, che trasporta all’interno del mondo (un mondo reale quello che vede lo svolgersi delle vicende nell’anno 1984) dove il fantastico viene inserito quasi in un sussurro, un battito d’ali di farfalla. Ma si sa che un battito d’ala di farfalla in una parte del mondo può provocare dall’altra un uragano capace di sconvolgere qualsiasi cosa. E’ così che Tengo e Aomane scopriranno come la loro vita sta prendendo un binario inaspettato, trasportandoli in una direzione diversa dal conosciuto.
1Q84 è un ottimo romanzo, forse il migliore pubblicato nel 2011, realizzato in maniera eccellente sia per quanto riguarda lo stile, sia l’intreccio, sia la caratterizzazione dei personaggi e che per questo ho molto apprezzato. Ma non solo.
Capita d’incontrare libri che si sente vicini, quasi fossero propri, una parte di sé. Così è stato per me con 1Q84, specialmente per quanto riguarda Tengo, un personaggio su diversi aspetti molto vicino a lati del mio carattere, tant’è che mi è sorto il sospetto di aver avuto nel passato Murakami nei paraggi a osservarmi.
Battute a parte, ribadisco che si è di fronte un’ottima lettura davvero densa e coinvolgente, con una delicatezza che riesce a catturare il lettore e a trasportarlo all’interno di una storia profonda, come ho avuto modo di spiegare più approfonditamente nella recensione per Fantasy Magazine.

Verità

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La maggior parte delle persone non cerca verità che si possono dimostrare. La verità, in molti casi, come ha detto lei, comporta sofferenza. E quasi nessuno vuole soffrire. Quello di cui le persone hanno bisogno è una storia piacevole, che renda la loro esistenza almeno un pò più significativa. E’ proprio per questo che nascono le religioni.

1Q84 – Haruki Murakami

La verità è sempre stata un argomento molto discusso, da sempre l’uomo l’ha ricercata e soltanto in pochi sono riusciti a comprenderla, dato che nella sua semplicità è molto elusiva.
Da questo stato delle cose sono sorte filosofie, psicologie, religioni, spesso in lotta fra loro per dimostrare chi aveva ragione, chi era il migliore. Questo ha portato divisione e confusione tra gli uomini, fratture che hanno allontanato gli uni dagli altri, che hanno portato alla chiusura. E questo con il tempo ha portato all’acuirsi dell’incomprensione, facendo sorgere liti, scontri, violenza psicologica, verbale, fisica. Chi non è della stessa linea di pensiero viene isolato, gli si creano dei muri intorno perché viene visto come un nemico, come qualcosa di pericoloso che va reso inoffensivo, eliminato per salvaguardare la propria incolumità, specialmente psicologica. Perché chi la pensa e vive in maniera diversa può scuotere le fondamenta delle certezze che si hanno, può far sorgere dei dubbi e questi portare a modificare il punto di vista e il modo di vivere; porta, in poche parole, il cambiamento, una delle cose che fa più paura, dato che toglie le certezze, mentre l’uomo vuole la sicurezza che fa vivere tranquilli, senza pensieri, senza patemi.
Tutte le istituzioni, per attirare il maggior numero di persone dalla propria parte (i numeri sono potere), puntano proprio su questo: dare alle persone elementi che rassicurino, facendoli passare per verità.
Ma questa non è verità (come spesso dicono loro, LA Verità), perché verità è qualcosa di sottile, mutevole, in costante evoluzione, che va sempre più in profondità, sempre in crescendo, fino ad arrivare al centro di ogni cosa; quanto vogliono far passare per verità, non sono che filtri, schermi, anestetici, per placare le ansie, le paure delle persone, dare rassicurazioni e chetare quella parte insoddisfatta di sé e della vita.
Da secoli è chiara questa realtà, eppure continua a essere perpetra anche se non dà quello che si cerca, ma solo un’illusione di essa.
E seguendola, le persone non fanno altro che allontanarsi da quanto è veramente importante.

«Vai a pregare?» Giunse inaspettata la domanda.
«Sì, è la mia intenzione.» Rispose sorpreso, non riuscendo a comprendere la stonatura che aveva avvertito nel tono dell’altro.
Periin lo guardò in modo strano. «Non riuscirò mai a comprendere perché la gente vuole rimanere legata a luoghi e sistemi che sanno dare solo obblighi e costrizioni. Soprattutto non capisco perché c’è bisogno d’appoggiarsi a entità effimere e lontane.» Costatò freddamente.
Ghendor non riuscì a capire il significato delle parole. «Il tempio è un luogo dove la gente può trovare pace e serenità, un supporto per i momenti di difficoltà, un rifugio per animi in crisi. Il tempo impiegato a pregare non è speso inutilmente: la preghiera può dare una grande forza a chi crede.»
«La forza non è data da colonne o muri affrescati, non è un luogo considerato sacro a dartela. Sei tu a creartela.» Lo apostrofò duramente Periin. «Il Tempio che tu segui tanto non fa altro che sfruttare il bisogno della gente, facendo credere d’essere indispensabile come aiuto. La condiziona sfruttando le sue debolezze, per tenerla legata a sé, facendole credere che da sola non può farcela. Cerca di tenerlo a mente e non cadere nella ragnatela di questo sistema corrotto: può solo addossarti fardelli da portare.» Gli voltò le spalle, allontanandosi dalla zona del Tempio.
Ghendor rimase perplesso dal veloce scambio di battute avuto con il compagno, avviandosi verso l’imponente porta dell’edificio. Varcata la soglia andò a cercare un angolo lontano dalla piccola folla seduta sulle panche.
Né il religioso silenzio né gli ornamenti sacri furono d’aiuto per raggiungere la tranquillità che stava cercando. I pensieri tornarono alla discussione avuta con Periin.
Come era possibile avere una concezione simile di quel luogo? Tanta gente era stata confortata dal Tempio e l’Ordine era sempre pronto a dare un aiuto a chi lo richiedeva. Come si poteva vedere lati negativi nell’Ordine?
Ma la risposta la conosceva già. Non era l’Ordine ad avere qualcosa che non andava: erano gli uomini al suo interno a macchiarne l’immagine.