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Magia, tra figure storiche e immaginate - 1

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Fin dalla preistoria, la magia è stata un elemento presente nella storia dell’uomo. Rituali, incantesimi, segni, sigilli, rune, tomi oscuri, trattati arcani: tutte cose volte a conferire agli esseri umani potere per avere controllo sulle forze della natura, sulla propria vita e su quella altrui, di ergersi sopra la propria condizione.
Credenze che non hanno riscontri nella realtà, ma che tuttavia nel presente come nel passato tanti vi hanno dato importanza: nelle corti ci sono sempre state figure avvolte da aure di mistero, quasi magiche, che si riteneva potessero controllare energie soprannaturali, creando miti, leggende che non hanno fatto altro che conferirgli potere e fascino. L’uomo, nonostante la scienza e la logica abbiano dimostrato quanto tali elementi non fossero autentici, li ha sempre ricercati, ha sempre creduto in essi, seguendo e affidandosi a figure, libri, che riteneva potessero guidarlo verso poteri misteriosi, provenienti da dimensioni dove vigevano leggi differenti da quelle del mondo conosciuto. Proprio la parola “occulto”, così spesso associata alla magia, significa ciò che è nascosto, che non si vede, e l’ignoto ha sempre esercitato un forte magnetismo in chiunque, fin dall’antichità.
Le prime figure “magiche” incontrate nella storia dell’uomo risalgono alle società neolitiche e sono quelle degli sciamani, individui presenti presso le tribù con la capacità di diagnosticare e curare (ma anche causare, se di animo malvagio) le malattie grazie al rapporto che avevano con la natura e gli spiriti che lo popolano; tali personaggi sono esistiti per secoli e hanno continuato a esistere anche con lo svilupparsi di società più strutturate (vedasi i nativi americani) e che tuttora esistono in luoghi lontani dalla cosiddetta società civile occidentale. Lo sciamano è un ruolo che non è per tutti, cui può accedervi solo chi ha subito un evento fortemente traumatico che l’ha messo a confronto con la morte, permettendogli di prendere contatto con il mondo degli spiriti e di essere così guardiano della zona di confine che separa la sfera della vita da quella della morte: solo sopravvivendo a un’esperienza del genere riesce a creare quel legame che gli permette di acquisire capacità tali da avere una considerazione e una posizione privilegiata presso la sua gente, cui essa si rivolge per avere consiglio, aiuto e protezione.
Sebbene questa figura sopravviva ancora, con lo svilupparsi di società più numerose e organizzate da leggi più complesse, con il tempo è stata sostituita da quella dei sacerdoti, aventi associazioni più grandi e articolate, dove i favori, i portenti, sono elargiti dalle divinità, con il sacerdote che fa da tramite tra loro e i mortali. Come gli sciamani, i sacerdoti avevano molta considerazione e un gran rispetto presso il popolo, oltre che un gran potere anche a livello temporale, come dimostrato a esempio società mesopotamiche ed egizie; due società che hanno fortemente condizionato quelle a seguire con il loro sapere e le loro credenze esoteriche.
Di tutte le religioni del mondo antico (non per niente si affacciava sullo stesso bacino mediterraneo), la più incline alla magia fu quella greca, grazie anche a una conformazione del territorio che spingeva l’immaginazione a vedere i suoi luoghi come posti carichi di mistero. Monti remoti avvolti dalle nubi quali l’Olimpo, grotte, bocche vulcaniche, erano teatri perfetti per creature divine, mostri, eroi, maghe, come Medusa che pietrificava con il solo sguardo, Achille reso invulnerabile (tranne che un punto, il famoso tallone) dalle acque del fiume Stige, dei che trasformavano gli uomini in animali. Soprattutto certi luoghi divennero famosi per il sorgere di tempi dedicati agli Oracoli, figure capaci di condizionare anche la politica di uno stato e le decisioni dei re, dato che avevano la capacità di predire il futuro in molti modi (visioni indotte da vapori, sogni) senza dover entrare in contatto con il Regno dei Morti (l’Ade) e i defunti; i sacerdoti avevano gran considerazione, siccome erano loro a dover interpretare le parole e le profezie pronunciate dall’Oracolo.
Solo dopo le guerre persiane nel mondo greco comparve quella che viene chiamata stregoneria: evocazione di demoni, uso di filtri e pozioni per conquistare l’amore o avere la meglio sui nemici o protezione contro di essi. La maga Circe che mutava gli uomini in porci, Medea capace di grandi portenti e malefici, sono alcune delle figure più famose di chi usava la magia; senza contare Orfeo, la cui musica era artefice di prodigi quali farsi ubbidire da chiunque, animali, mostri (vedi Cariddi nell’impresa degli Argonauti) e divinità (Ade, quando scese nel Regno dei Morti per riportare Euridice nel mondo dei vivi). A loro vanno aggiunte figure famose realmente esistite come Pitagora e Apollonio di Tiana, dove le leggende gli conferiscono poteri magici quali l’essere presente nello stesso momento in più punti, richiamare animali e farsi obbedire da loro, guarire, fare profezie. Individui il cui sapere si riteneva nascesse dai contatti con l’oriente. Per tale sapere e credenze, nel caso di Apollonio, ci fu l’osteggiamento dei cristiani, che lo consideravano un operatore di malefici, vedendolo come un nemico (gli venivano attribuiti molti miracoli affini a quelli che i Vangeli attribuiscono a Gesù Cristo, come afferma il biografo Flavio Filostrato) e non prendendo in considerazione che anche lui predicava l’immortalità dell’anima, che la morte non poteva vincere sulla vita, dato che nulla mai moriva, ma cambiava solo sembianze, messaggi molto simili a quelli di Gesù. Da ricordare il suo professare che l’universo è un essere vivente, che ogni cosa che vi appartenga ha una coscienza e che insegnava il sistema alchemico dei quattro elementi (terra, fuoco, aria e acqua), convinto che ce ne fosse un quinto, etere o prana o spirito (se ci si fa caso, questi sono i Cinque Poteri, gli stessi elementi con cui le Aes Sedai intessono i loro flussi quando incanalano l’Unico Potere nella saga di La Ruota del Tempo creata da Robert Jordan).
I viaggi di Apollonio, dove apprese così tante cose, sono avvolti da leggenda, tant’è che attorno a essi si sono creati studi anche a secoli di distanza. Secondo essi aveva raggiunto Shambhala, un regno dove si custodisce e si cura l’anima dell’umanità, dove risiedono adepti di ogni razza e cultura all’interno di una valle riparata dai gelidi venti artici, con un clima sempre temperato e la natura fiorisce rigogliosa. Un luogo cui molti hanno cercato di dare una locazione, spesso indicato nel Tibet, che non è mai stato però trovato, ma che tuttavia ha ispirato scrittori come Andrew Tomas, Victoria Le Page e James Hilton (in Orizzonte Perduto, romanzo del 1933, lo scrittore descrive un luogo simile dandogli nome Shangri-La).
Non solo scrittori si sono lasciati affascinare da persone del genere, ma anche potenti come Nerone, come dà testimonianza Plinio il Vecchio, asserendo che l’imperatore nutriva per la magia una gran passione e per la quale volle avvalersi degli insegnamenti del re armeno Tiridate, famoso mago del periodo in cui la guida di Roma visse.

Merlino interpreteato da Nicol Williamson nel fil Excalibur di John BoormanTuttavia, la figura del mago per antonomasia, nonostante le premesse finora viste, raggiunge il suo culmine solo secoli dopo, incarnandosi in quello che sarà l’archetipo da tutti riconosciuto: Merlino. Individuo conosciuto per il famoso ciclo arturiano, viene citato per la prima volta in Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1136 ca), le cui vicende vengono fatte risalire al V secolo, prima come consigliere di Vortigern, poi di Uther Pendragon. Merlino ebbe un ruolo importante sul regno di quest’ultimo e della sua discendenza, dato che grazie alle sue arti magiche permise a Pendragon di unirsi con Ygraine e dare così vita ad Artù. Solo in seguito con autori quali Thomas Malory, il mito arturiano si arricchì dei famosi racconti della spada nella roccia e dei cavalieri della Tavola Rotonda.
Secondo alcuni, come Nikolaj Tolstoj, Merlino è ispirato all’ultimo dei druidi (sacerdoti delle antiche regioni celtiche di Britannia, Irlanda e Gallia, la cui esistenza è documentata dal III sec. A.C. da saghe irlandesi e testi romani, specie di Giulio Cesare), secondo altri invece era derivata da un bardo gallese del VI sec. d.C. di nome Myrddin, nome cambiato in seguito appunto in quello ben conosciuto. Nome che però secondo la storica Norma Lorre Goodrich era più che altro un appellativo riferito alla sua natura acuta, scrutatrice e rapace, dato che il merlin è un tipo di falco; i lettori della saga di Earthsea di Ursula Le Guin potranno vedere delle analogie tra Merlino/falco e Ged conosciuto anche come Sparviero, vedendo in questo una possibile fonte d’ispirazione avuta dalla scrittrice americana.
Ian McKellen interpreta Gandalf in Il Signore degli Anelli e Lo HobbitMa Merlino non ha ispirato solo questa saga, ne è un esempio un altro famoso mago, Gandalf, creato da J.R.R.Tolkien, gran conoscitore delle leggende nordiche e celtiche, usandole per dare vita alla Terra di Mezzo; entrambi i personaggi sono andati a creare l’immagine classica, l’archetipo che tutt’oggi si conosce. Danirl Radcliffe interprete Harry Potter nella famosa saga di  J.K.RowlingUn archetipo che è stata arricchito da poco da un altro personaggio, quello di Harry Potter creato da J.K.Rowling, scrittrice inglese che consolida la visione secondo la quale l’essere mago è un talento innato, che non può essere acquisito in nessun modo, distinguendolo così dalle persone comuni. E mantenendo la tradizione dell’immaginario, i maghi per gli incantesimi usano bacchette magiche, hanno proprie scuole con torri e ordini, dove imparare a usare i poteri di cui dispongono e che affondano le loro radici in qualcosa che non è di questo mondo dai libri.
Tutto ciò a differenziarsi dalle streghe, che non hanno bisogno né di maestri (maghi e stregoni hanno sempre scuole) né di gerarchie ufficiali che, per mantenere il controllo sull’utilizzo delle forze invisibili, diano regole e investiture precise ai loro adepti. Strega (femmina o maschio che sia) è chi impara da sé, chi cerca e trova, non smette mai di trovare, sul confine tra Aldiqua e Aldilà. In molte lingue per indicare le streghe si usano parole che letteralmente significano «le sapienti», persone libere e coraggiose, indifferenti a paure superstiziose, ai tabù, con mentalità pratiche. (1) Di fronte a tale descrizione, di nuovo vengono in mente le Aes Sedai di Robert Jordan, etichettate dalla gente comune in senso dispregiativo come le streghe di Tar Valon, ma anche la Strega del Crepuscolo del mondo di Landover di Terry Brooks, ottimo esempio di creatura a ridosso del confine tra Mondo Fatato e mondo materiale che ha appreso da sola l’uso della magia.

1 – Libro degli angeli, pag 93. Igor Sibaldi. Frassinelli 2007

Fonti su cui ci si è basati per realizzare l’articolo (apparso sul numero 9 di Effemme):

  • Storia dei maghi. Alan Baker. I edizione Oscar Mondadori 2005
  • Manuale di storia delle religioni. G.Filoramo, M.Massenzio, M.Raveri, P.Scarpi. Mondadori 1998
  • Dizionario universale dei miti e delle leggende. Anthony Mercatante. Mondadori 2002

Archetipi - Il Guerriero

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Un mio libro è sempre opera del destino. Quando si scrive si va incontro a qualcosa d’imprevedibile (1). Le parole di Carl Gustav Jung sono perfettamente comprensibili per chi si è cimentato nella stesura di un libro: c’è un’idea da cui nasce tutto e poi dopo ci si costruisce attorno un progetto che cresce man mano che si avanza, spesso andando dove si vuole che vada, ma anche alle volte conducendo verso punti che all’inizio non sarebbero stati presi in considerazione.
Carl Gustav JungQuesto vale sia per la saggistica, sia per i romanzi, per questi ultimi ancora più con forza, dato che si ha una maggiore libertà nel creare una storia.
Ma che cosa spinge a scrivere una storia?
I motivi possono essere tanti, uno per ogni individuo esistito, ma l’uomo ha sempre sentito il bisogno di raccontare esperienze vissute, fatti cui ha assistito, pensieri che ha realizzato: un modo per condividere con i suoi simili, per sentirsi parte di qualcosa, per trasmettere conoscenza e consapevolezza. Così abbiamo avuto dipinte scene di caccia sulle pareti per raccontare le imprese di gruppi di cacciatori; papiri, libri che narravano imprese di re e regine, ma anche storie di dei ed eroi, che per i popoli passati era un cercare di spiegare quello che vedevano, ma di cui non capivano il significato o l’origine, come accaduto nell’incontro tra Thor e Utgardaloki, il re del Recinto Esterno, dove attraverso il racconto venivano mostrati la natura del pensiero, delle maree e della vecchiaia.
Di racconti del genere, l’umanità è ricca e se si osserva, si può notare che ricorrono sempre le stesse figure, anche se appaiono con sembianze e nomi diversi: sono simboli che l’uomo utilizza per imparare a conoscere se stesso, parti di sé che proietta all’esterno per poterle osservare e comprendere. Si tratta degli Archetipi, stadi dell’inconscio umano che ogni individuo incontra nella propria vita e che gli sono da specchi e compagni nel percorso personale di crescita.
Uno dei più famosi e immediati che viene in mente è il Guerriero, spesso associato all’uomo in armatura, dotato di scudo e spada, come i famosi spartani (considerati i migliori combattenti dell’antica Grecia), gli uomini dei Medioevo che andavano in battaglia equipaggiati di tutto punto, ma anche i Samurai.
Gatsu, il Guerriero Nero del manga Berserk di Kentaro MiuraCon il passare delle epoche è stato normale che tale figura cambiasse sembianze, ma lo spirito è sempre rimasto lo stesso, comparendo in varie forme in ogni forma di storia: fumetti, film, libri.
Così abbiamo Kenshiro di Tetsuo Hara e Buronson (un connubio tra Mad Max di Interceptor, che oltre al personaggio prende ispirazione anche per l’ambientazione, e Bruce Lee), maestro della Scuola di Okuto (semplificando, una sorta di arti marziali), e Gatsu di Kentaro Miura, mercenario nel mondo inventato delle Midlands che ricordano Medioevo e Rinascimeto, per fare un esempio prendendo spunto fra due tra i manga più famosi. Visto che è stato citato come fonte d’ispirazione, non si può non parlare di Mad Max, che grazie alla sua trilogia cinematografica ha fatto conoscere e lanciare Mel Gibson nel mondo dello spettacolo: nessuna tecnica di combattimento speciale o armi magiche e mostri, ma pura e semplice sopravvivenza con ogni mezzo in un mondo impazzito.
Artù nel film Excalibur del 1981Per quanto riguarda la letteratura, un ottimo esempio è il personaggio di Arthur Pendragon mostrato nella trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay, conosciuto proprio come il Guerriero: è vero che Arthur incarna anche altri simboli (il Re, l’Eroe, il Cavaliere, anche se questo simbolo è rappresentato con molta più forza da Lancelot, altro personaggio attinto dai ciclo arturiani da Kay), ma in questa veste rappresenta in maniera molto chiara e forte l’archetipo che lo caratterizza.
Questi sono solo tre esempi di come può essere il Guerriero. Tre esempi uguali, ma allo stesso tempo con delle sfumature che li fanno essere differenti; una ripetizione si può pensare, ma una ripetizione importante e utile, perché usando la ripetizione, presentando lo stesso soggetto a varie riprese, ogni volta da un angolo visuale leggermente diverso dal precedente, fino a che il lettore, che non si è mai trovato di fronte a nessuna singola prova conclusiva, si accorge improvvisamente di avere abbracciato e accolto dentro di sé una verità più ampia. (2)
E’ questo che fanno gli archetipi nelle loro diverse manifestazioni: dare una maggiore consapevolezza di sé all’uomo per farlo crescere.
Ma esattamente, che cosa rappresenta il Guerriero?
Il coraggio, la risolutezza di raggiungere i propri obiettivi (quindi la conquista), la forza e i mezzi di difendere ciò che ha valore, la preparazione, la disciplina. E’ colui che combatte per le proprie idee e lo fa a tutti i costi, anche se questo può portare a sacrifici, perdite economiche e materiali, isolamento. Il Guerriero è una figura che bada al sodo, è pratica, razionale, concentra la sua attenzione e le sue energie nella realizzazione della sua ragion d’etre, eliminando ciò che ritiene superfluo; è uno stratega. Appare saldo, solido, ma anche duro e tagliente, con poco spazio per la tenerezza. Questo non significa che sia privo di sensibilità, gentilezza, ma i suoi modi senza fronzoli e abbellimenti che rimangono sempre legati al concreto non fanno scorgere i gesti di attenzione che rivolge agli altri. Spiccio e diretto, non ha tempo per perdersi in lunghi discorsi atti a comprendere gli altri ed essere di supporto come può fare il Saggio.
Il vero Guerriero combatte solo per quanto conta realmente, non combatte per il piacere di combattere; se questo avviene, se lotta per il piacere di distruggere, per dimostrare la sua forza e la sua superiorità, significa che si sta allontanando dal suo essere.
Anche lui, come tutti, possiede delle paure e quella che più lo spaventa è di essere sconfitto, di fallire, di non avere forza sufficiente per affrontare le sfide e i nemici e così non essere in grado di proteggere chi gli è caro, i suoi ideali.
Se riesce a superare le sue paure, le proprie zone d’ombra, se riesce davvero a essere se stesso, il Guerriero è una forza che lotta per il bene comune e non c’è nemico che lo possa piegare, ma combatterà fino all’ultima goccia di sangue, con tutte le sue forze.
Per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza di questo archetipo, in rete si possono trovare pezzi interessanti come L’archetipo del guerriero/eroe.

Come si evince da questo articolo (ma non solo, avendone già parlato altre volte sul sito), Guerriero (e di conseguenza il suo Archetipo) è il protagonista delle vicende di L’Ultimo Potere. Perché la scelta è ricaduta su un personaggio con tale caratteristiche?
Perché in un periodo come quello che stiamo vivendo, dove si lascia andare, dove si sacrifica tutto per i soldi e ci si adegua a un sistema che si sa che è sbagliato, ma dove non si fa nulla per cambiarlo (un po’ per pigrizia, un po’ perché fa comodo ai propri interessi, un po’ perché non si hanno più valori e un po’ perché non si hanno i mezzi e la volontà per vedere quello che non va), occorre avere l’esempio di una figura che lotta per qualcosa che va oltre la materialità, che cerca di migliorare la propria vita, uscendo da un’esistenza che non ha nulla da dare, che è solo capace di togliere e privare di tutto chiunque. Nel contesto attuale c’è bisogno di qualcuno che sia diverso, che si dia da fare, che combatta consapevole che ci saranno sì difficoltà nelle sue battaglie, ma che alla fine ne sarà valsa la pena, perché si otterrà molto, mentre invece c’è tutto da rimetterci a conformarsi o a lasciar fare a un sistema che ha mostrato tutti i suoi limiti e che ha solo da far perdere: la libertà in primis, ma soprattutto far perdere se stessi. I più sono convinti che la modernità abbia portato benefici, miglioramenti nella vita di ognuno; questo può essere in parte vero. Non voglio certo negare che siano risultati grandi vantaggi dall’evoluzione della società civilizzata, ma tali vantaggi sono stati ottenuti al prezzo di perdite enormi della cui entità abbiamo appena cominciato a renderci conto. (3) Ed è quello che viene fatto vedere in L’ultimo Potere: un modo per mostrare sì le caratteristiche dell’archetipo in questione, ma che da sole però non bastano a far comprendere e vivere tale simbolo. Perché essi sono contemporaneamente sia immagini che emozioni. Si può parlare di archetipi solo quando questi due aspetti si manifestino simultaneamente. Quando c’è solo l’immagine si tratta di una notazione di scarso rilievo, ma quando è implicata l’emozione, l’immagine acquista un carattere numinoso (o energia psichica)…Poiché tante persone hanno intrapreso a trattare gli archetipi come semplici parti di un meccanismo che può essere appreso a memoria, è necessario insistere che essi non sono né nome puri e semplici, né concetti filosofici. Essi appartengono alla vita stessa, sono immagini integralmente connesse con l’individuo vivente per il tramite di emozioni…Gli archetipi cominciano a vivere solo quando si cerca pazientemente di scoprire perché e in quali guise essi sono significativi per un determinato individuo vivente. (4)

1- Ricordi, sogni, riflessioni. Carl Gustav Jung, pag.6. Bur 2008
2- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, pag. X. Tea 2010
3- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, pag. 32. Tea 2010
4- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, pag. 79. Tea 2010

Terry Brooks, tra passato e presente

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Terry Brooks è stato uno degli autori che ho apprezzato e di cui ho letto diversi libri di tutte le saghe che ha scritto, Landover, Shannara, Verbo e Vuoto, come dimostrato dagli articoli di approfondimento che ho realizzato per FM (Gli Eredi di Shannara – Terry Brooks,  La Trilogia del Verbo e del Vuoto di Terry Brooks, Il ciclo di Landover- Terry Brooks, La prima saga di Shannara – Terry Brooks); a questi vanno poi aggiunti Hook (romanzo scritto sul film omonimo di Steven Spielberg del 1991) e A volte la magia funziona (libro autobiografico sulla sua vita da scrittore che dà anche qualche consiglio su come scrivere).
Gli Eredi di Shannara1 La validità del suo operato non si discute, almeno fino a un certo periodo: certo i suoi scritti non sono il massimo dell’originalità, ne è un Maestro del fantasy come fanno tanti lanci pubblicitari, ma è stato uno scrittore meritevole che ha prodotto romanzi capaci di coinvolgere e appassionare: escluso l’esordio con La Spada di Shannara (il cui vero neo non era tanto l’essere una copia di Il Signore degli Anelli, quanto una certa pesantezza nello stile e in una non eccezionale caratterizzazione dei personaggi), Brooks ha saputo creare mondi e personaggi convincenti, come dimostrato con Le Pietre Magiche di Shannara, La Canzone di Shannara e il ciclo degli Eredi , dove ha saputo dare vita a storie magnifiche e protagonisti come Allanon, Walker Boh, Pe Ell, Morgan Leah, Gareth Jax (senza contare che anche i personaggi secondari erano di notevole spessore). Stessa cosa è avvenuta con Landover, dove, oltre a una certa originalità della storia (un avvocato che compra un regno magico e ne diventa re) e a una certa ironia (il regno non è proprio perfetto come è stato descritto), ha lasciato nella mente di chi ha letto la saga creature fantastiche come il drago Strabo, la Strega del Crepuscolo, il gatto prismatico Edgewood Dirk.garet jax
Con la prima trilogia di Il Verbo e il Vuoto Brooks ha saputo riproporre la guerra tra il Bene e il Male: una guerra nascosta alla gente comune, ma che si combatte ogni giorno, in ogni angolo della Terra, portata avanti da Demoni del Vuoto e Cavalieri del Verbo.
Per anni lo scrittore americano ha saputo proporre letture molto valide, ma poi qualcosa s’è inceppato e ha cominciato a proporre copioni che si sono fatti sempre più simili. Le due trilogie del mondo di Shannara seguite al ciclo degli Eredi (Il Viaggio della Jerle Shannara e Il Druido Supremo di Shannara ) avevano buone idee di base, ma non sono state sviluppate a dovere, soprattutto non avevano personaggi all’altezza di quelli che li avevano preceduti. Di questa china discendente ce ne si è resi conto con la trilogia La Genesi di Shannara, dove l’autore ha unito le saghe di Shannara e Verbo Vuoto, volendo mostrare come il mondo della prima sia nata da quello della seconda: dopo un’ottima prima parte del primo volume, I Figli di Armageddon, Brooks ha commesso l’errore di far sì che il mondo degli Elfi, con l’Eterea e tutto il resto, fosse sempre stato presente sulla Terra, ma invisibile agli uomini. Una scelta che ha dimostrato o pigrizia o mancanza d’idee: c’erano modi migliori per spiegare come il mondo di Shannara fosse nato e discendesse dal nostro.
Ancora peggio ha fatto quando ha ripreso Landover scrivendo il sesto libero della serie, La Principessa di Landover, rovinando la saga con una storia banale, dove si perde tutta la magia dei precedenti volumi perché s’incentra la trama su una cotta adolescenziale (vedasi la recensione più approfondita).
A fronte di opere sempre meno coinvolgenti e qualitativamente scivolate verso il basso, non ho proseguito nella lettura delle nuove opere di questo scrittore. E da quello che si legge in rete sulle sue nuove uscite, a ragion veduta. Nei prossimi mesi uscirà Il fuoco di sangue, secondo volume di Gli oscuri segreti di Shannara. Questo quanto si legge dalla quarta di copertina presente in rete (fonte Libreriauniversitaria): La ricerca delle Pietre Magiche, perdute da troppo tempo ormai, ha fatto sì che i druidi più importanti delle Quattro Terre si siano spinti fino al Divieto, la dimensione dove sono state racchiuse tutte le creature più malvagie e demoniache, restandone imprigionati. E intanto, nel villaggio di Arborlon, l’Eterea, pianta magica e senziente, sta morendo. E solo lei sapeva mantenere la separazione tra le Quattro Terre e il Divieto. L’unica che adesso può impedire che l’orda mostruosa e infernale degli esseri che abitano il Divieto si riversi nelle Quattro Terre a portare la morte, il dolore e la distruzione è Arlingfant Elessedil, giovane e coraggiosa. Arlingfant è stata scelta per portare un seme dell’Eterea nel Fuoco di Sangue. Se riuscirà, la barriera che divide il Divieto dalle Quattro Terre verrà ripristinata nella sua piena forza. Ma al tempo stesso Arling dovrà cessare di esistere, tramutandosi nella nuova Eterea. Sospesa tra due scelte terribili potrà salvare le Quattro Terre, senza rinunciare alla vita.
Chi conosce l’autore avendo letto altre sue opere, può accorgersi che questo volume praticamente è una copia di Le Pietre Magiche di Shannara; salvo qualche piccola differenza di trama e nome dei protagonisti, quella più grossa è che il nuovo volume non riuscirà a essere all’altezza del precedente.
Si sapeva che Brooks fosse un autore commerciale, ma di certo non ci si aspettava che si adeguasse così tanto alle richieste del mercato. E’ vero che questa è la professione su cui vive e pertanto occorrono dei compromessi per poter vendere e mantenere buone fette di mercato; quello che viene da domandarsi è se sia stato veramente un freddo ragionamento centrato sul puro far soldi o se semplicemente l’autore abbia esaurito tutte le idee valide e per questo punti su cavalli che un tempo gli sono valsi il successo, sperando così di poterlo ripetere.

Sulla politica editoriale dei prezzi dei libri

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Ho già parlato in altre occasioni dei prezzi dei libri in Italia  (qui, qui, qui, e qui): il discorso è stato ripreso anche in questo articolo per FM, apparso in questi giorni sulla rivista, ma realizzato da tempo. Se si è aspettato tanto è perché da questo discorso è nata un’idea con Emanuele Manco di mostrare due punti di vista differenti, ovvero quello del lettore e quello dell’editore; naturalmente questo ha comportato una ricerca di dati e informazioni per poter parlare dell’argomento, cosa di cui Emanuele si è fatto carico sobbarcandosi una discreta mole di lavoro e che ha richiesto tempo per rendere l’articolo approfondito ed esaustivo, portando così a questo periodo l’approdo alla pubblicazione.
Perché più volte ho sottolineato questo argomento? Non certo per lamentarmi o protestare, cose che non servono a nulla, ma per rendere consapevole chi compra dello stato delle cose. E rendendolo consapevole, fargli capire che è lui che può decidere appunto comprando o non comprando il comportamento del mercato; soprattutto renderlo consapevole che gli editori quando si tratta di tradurre opere estere sfruttano la sua ignoranza perché purtroppo è un fatto che gli italiani, che già conoscono poco la propria lingua, hanno scarsa dimestichezza con le altre lingue.
Per questo, di fronte al modo di fare delle case editrici italiane, il consiglio è di sforzarsi e imparare a leggere in inglese: in questo modo si avrà un risparmio economico e anche il piacere di non avere a che fare con traduzioni non proprio all’altezza e attinenti al testo originale, così da non essere più sfruttati e far sì che si speculi sulle spalle altrui.

Una nota a margine sull’articolo. In esso Gargoyle viene presa a esempio come ce che applica prezzi equi. Va fatto notare che  Il Sapore della Vendetta di Joe Abercrombie, ha subito un notevole rincaro passando da 17.90 E e 19.90 E dei volumi che l’hanno preceduto a 24 E. Va aggiunto che nella copia giuntami in possesso, che ha costretto a far cambiare il volume come già avvenuto in precedenza sempre con Gargoyle, sono presenti difetti di stampa e rilegatura; per Non prima che siano impiccati le ultime righe delle prime pagine non erano state stampate, per Il Sapore della Vendetta la mancanza di alcune pagine relative all’indice. Visto il prezzo che viene fatto pagare, il cliente si aspetta un prodotto che sia esente da difetti. Anzi, simili prodotti non dovrebbero neppure entrare in commercio.

Words of Radiance

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Negli Stati Uniti è uscito in questi giorni Words of Radiance, secondo volume della saga Stormlight Archive di Brandon Sanderson.
Visto che per il momento non si può parlare di qualcosa che non si è letto, ecco un paio d’immagini evocative realizzate da Michael Walen sul mondo di Roshar.

Shallan

Words of Radiance

In viaggio con la testa (Deadpool)

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Nel 1999 la Black Isle faceva uscire Planescape: Torment, un videogioco di ruolo sviluppato per computer basato sulle regole di Ad&D (Advenced Dungeon & Dragons) con ambientazione il multiverso di Planescape. Uno dei migliori videogiochi realizzati di sempre per quanto riguarda trama, storia e dialoghi (in questo articolo se ne parla approfonditamente): proprio questi elementi sono stati il punto di forza del gioco più dei combattimenti. Ottima è stata la caratterizzazione dei personaggi rendendoli caratteristici e indimenticabili: un cadavere condannato alle fiamme eterne che continua a esistere, una sboccata ladra tiefling, una bellissima dama spettrale, una stupenda succuba che ha scelto la via della castità, un drone (unico tra i suoi simili) ad avere una personalità, un’armatura infestata dal fantasma di chi un tempo l’ha indossata. Senza contare il fantastico due che si ha all’inizio del gioco composto dal protagonista Nameless One (individuo dall’aspetto pieno di cicatrici con la mente che gli gioca strani scherzi che a seguito di un rituale grazie al quale non può morire, ma si “rigenera” ogni volta che sembra essere deceduto) e il fido compagno Morte, un teschio fluttuante dalla parlantina sciolta e sempre pronta che proviene da un’altra dimensione, il piano infernale di Baator, dove era parte dalla colonna di teschi.
Un duo che fa venire in mente uno più recente, quello composto da Deadpool e Headpool nella storia creata da Victor Gischler per il volume della Marvel In viaggio con la testa. Una storia stravagante, alle volte quasi geniale, che riprende fatti narrati nella saga Marvel Zombi, capace di far ridere per le sue bizzarrie e per il protagonista sopra le righe. Per chi volesse scoprire di più, in questo articolo si possono scoprire maggiori elementi sia sul volume citato, sia sul suo protagonista.

La Battaglia di Tull

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La Torre Nera di Stephen King è una saga iniziata nel 1982 con L’ultimo Cavaliere, l’opera omnia dello scrittore statunitense che ha allacciamenti a molte sue altre opere (Le notti di Salem, Cuori in Atlantide, L’ombra dello Scorpione, Gli Occhi del Drago, Il Talismano per citarne alcune): composta di sette volumi più uno spin off (Il canto del vento), ha trovato nella serie a fumetti iniziata nel 2007 dalla Marvel un modo per raccontare degli eventi di cui nei romanzi spesso si è solo accennato; in questo modo si è avuto modo di conoscere il passato di Roland Deschain, il pistolero, il protagonista della saga. Fumetti si sono sempre tenuti su livelli più che buoni, mostrando cura e attenzioni particolari, sia a livello di trama, sia di grafica, dove a figure sempre presenti (King, Robin Furth, Richard Isanove, Peter David), se ne sono alternate altre, specie per quanto riguarda i disegni (Jae Lee, Sean Phillips, Luke Ross, Michael Lark).
Come per la serie dei romanzi, si è arrivati all’ottavo volume e proprio l’ultimo volume uscito, La Battaglia di Tull, è la delusione di tale produzione: non c’è assolutamente nulla di nuovo, vengono riproposti fatti di cui si è già a conoscenza se si sono è letto il primo libro. E’ vero che questo succedeva anche con La nascita del pistolero, ma tale volume riproponeva i fatti di La sfera del buio: un volume corposo e ricco di eventi, a differenza di questo che risulta essere quasi la metà, ma con un prezzo superiore (19.50 E contro i 16.50 E del primo).
Un prodotto ben confezionato, questo sia chiaro. Ma, come ho scritto nella
recensione per FM, di fronte a uno dei volumi a fumetti più brevi pubblicati finora sulla Torre Nera e più cari, considerando che appena alla prima lettura i vari fascicoli si sono già scollati, non si può certo essere soddisfatti. Se a questo si aggiunge che se le pubblicazioni continueranno a non immettere nulla di nuovo del Nuovo Mondo, ma a limitarsi a riproporre quanto già conosciuto, divenendo solamente un’operazione commerciale per continuare a sfruttare un prodotto che ormai ha già dato tutto, la delusione non può che aumentare.

Romanzi fantasy realizzati in Italia

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Il periodo di crisi colpisce ogni settore e l’editoria non ne è certo esentata. Le case editrici sono in difficoltà, stanno chiudendo o hanno chiuso; quelle che rimangono investono certamente meno e il fantasy non fa certo eccezione, specialmente per quanto riguarda la ricerca di nuove figure in ambito nazionale.
La causa di tutto ciò è solo dovuta alla crisi oppure c’è dell’altro?
La questione porta a riflettere e a fare un’analisi di quanto prodotto per poter esprimere delle opinioni sulle quali discutere.
La crisi ha portato sicuramente a un minor numero di vendite (con meno soldi a disposizione, la gente si concentra sul necessario e i libri, per quanto possono essere interessanti, non sono una necessità primaria) e di conseguenza a investimenti minori, soprattutto per quanto riguarda gli autori italiani; ma le cause di tale scelta sono anche altre e dipendono dal fatto che il periodo di boom del genere (che ha portato a una sua maggiore diffusione rispetto al passato) è stato un fuoco di paglia, che non solo non ha gettato le basi per un solido sviluppo e consolidamento del fantasy, ma ha bruciato la fetta di mercato che si era creato. A differenza dell’estero, dove si ottengono buoni risultati.
Che cos’è che crea questo divario? La grandezza delle case editrici? Il metodo di lavoro? La qualità di quanto producono gli scrittori? Perché il fantasy scritto in Italia ne esce male dal confronto con quello estero?
Prima però di addentrarsi nelle varie cause, occorre fare una doverosa precisazione: il fantasy non ha nazionalità, è di tutti e non appartiene a nessuno. Non esiste quello italiano, francese, inglese, tedesco, ma quello realizzato da autori di nazionalità differenti.
In Italia ci sono autori validi, ma si contano sulle dita delle mani di un uomo; i restanti dimostrano un livello mediamente basso: storie che ricalcano i cliché della moda del momento, propinando libri che sono cibo in scatola per gatti.
Questa scelta ha mostrato in breve tutti i suoi limiti; è logico che romanzi del genere possano essere solo comete, con un’esistenza della durata di una stagione, che non lasciano il segno. Segno inteso in senso positivo, perché in senso negativo invece c’è stato: a causa di essi il mercato è stato bruciato.
Com’è stato possibile tutto questo? E com’è invece che ci sono stati autori le cui opere sono rimaste e continuano a essere lette anche dopo la loro morte?
J.R.R.TolkienSi prenda uno degli esempi più famosi: J.R.R.Tolkien.
Lo scrittore inglese si è sempre lamentato e rammaricato che il suo paese non avesse una gran tradizione mitologica, al punto che ha voluto crearne una con la realizzazione del mondo in cui si svolge il suo romanzo più famoso, Il Signore degli Anelli. È partito dal principio, dalla creazione del mondo, dalla sua geografia, dandogli una storia millenaria, arrivando addirittura a creare le lingue delle varie razze. La sua professione certo l’ha aiutato (insegnante di lingua e letteratura anglosassone e inglese), ma si è dato da fare per ricercare e documentarsi delle favole e dei miti che possedevano altri paesi, una passione ereditata dalla madre.
Quello che ha conferito così tanta forza alla sua opera è stato il modo in cui è riuscito a riportare e far rivivere le sue esperienze di vita. L’amore per la moglie mostrato attraverso Beren e Luthien. Gli orrori delle battaglie, la perdita di compagni che tanto l’avevano segnato avendo partecipato alla Prima Guerra Mondiale. La consapevolezza di quanto la tecnologia e l’industrializzazione potessero essere dannose per la natura, come la distruggessero.
Tutte cose che la maturità raggiunta in una vita gli ha permesso di elaborarle e metabolizzarle e immetterle in un libro, facendole divenire così universali, comprensibili e vicine a chiunque.
Tutto ciò invece manca in molti dei libri prodotti dall’editoria italiana: si è di fronte a mancanza di conoscenza e mancanza di esperienza di vita. Di nuovo, si dà quello che si ha: in questo, parecchi degli autori italiani sono mancanti e il risultato si vede.
Il fantasy è più che mera commercialità, anche se va considerato che pure all’estero si ha la convinzione che il fantasy sia un sottogenere della letteratura, come ha denunciato Steven Erikson, autore di un fantasy adulto e maturo qual è la saga La Caduta di Malazan; una mentalità da questo punto di vista sbagliata, ma che nonostante ciò dimostra come ci sia da parte degli autori e degli editori una preparazione, un’attenzione che in Italia si è ancora ben lontani dall’avere.
Tutto questo è solo la punta di un iceberg di un modo di fare sbagliato che ha portato solo perdita in Italia, che ha radici molto più profonde, basti pensare al livello culturale e di conoscenza della sua popolazione (per farsene un’idea leggere questo pezzo). Per approfondire la questione, in questo articolo su FM ne parlo in maniera più ampia.

Words of Radiance

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Se guardando delle nuvole al tramonto, l’immaginazione prendesse il sopravvento e nelle forme morbide che si hanno davanti agli occhi si vedesse un gigantesco volto che sta ricambiando lo sguardo? Cosa succederebbe?
Si farebbe qualche riflessione, i pensieri che viaggiano liberi, magari arrivando a costruire qualche storiella divertente e fantastica, come se nella mente girasse la scena di un film; passato il momento, tutto finisce e come vento se ne va, dissolvendosi e venendo dimenticato.
O forse no.
Forse diviene davvero la scena di un film o magari la descrizione per un libro: tutto è possibile.
Forse è quello che è successo a Brandon Sanderson quando ha realizzato La Via dei Re; forse è guardando certi tramonti che ha pensato alle vicende che si svolgono sotto un cielo solcato da potenti tempeste.
Non ci sono certezze, ma tutto è possibile.
Ma guardando le belle ed evocative copertine realizzate da Michael Whelan per le Cronache della Folgoluce, come quella del già menzionato La Via dei Re o come quella del secondo volume di prossima uscita, Words of Radiance, viene da pensare che le cose siano andate proprio così.