Archivio mensile:Settembre 2026

A trenta secondi dalla fine

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A trenta secondi dalla fineA trenta secondi dalla fine è uno dei pochi film che non mi stanco mai di guardare ed è uno di quei film dove praticamente tutto funziona: trama, personaggi, fotografia. Penso che non sia un film per tutti, ma ugualmente lo consiglierei di vedere, anche se so che ad alcuni potrebbe dire poco o niente, forse perché una pellicola del genere fa più presa su chi si sente prigioniero di qualcosa, di legami, di situazioni. Vero, A trenta secondi dalla fine è una denuncia sulle dure condizioni che i detenuti sostengono in certe prigioni (in Italia la cosa sarebbe molto attuale per il sovraffollamento delle carceri), ma penso che ciò che lo fa funzionare davvero sia il personaggio di Manny (interpretato da un grande John Voight), un uomo violento, facile all’ira, che non si è mai saputo adattare alla società, a trovare un suo posto nel mondo, che non si è mai piegato al sistema, alle regole. Pensare che Manny però sia un pazzo è sbagliato: Manny è un uomo capace di andare in profondità, toccare tasti cui pochi riescono a raggiungere, non vive di sogni, non ha illusioni, infatti sa benissimo cosa va incontro, cosa lo aspetta. Volendo, se si è sinceri con se stessi, è anche uno specchio per tante persone che fanno un lavoro che non gli piace, che li rende insoddisfatti, che fa provare rabbia perché lo si deve fare per sopravvivere. Il dialogo tra Manny e Buck, il suo compagno di fuga dal carcere, mentre sono sul treno che hanno scelto per scappare, rende ampiamente l’idea.

“Ah, Manny, ci sarebbe un colpo a San Francisco: mezzo milione di dollari, le buste paghe di uno zuccherificio. E’ quello che ho sempre sognato: un colpo fantastico e poi mettermi a riposo. Non dover far più niente. Ah, cazzo, me ne andrei a Las Vegas con tanti di quei soldi in tasca da permettermi tutte le puttane che voglio. Che bello…ho passato tutte le notti a sognare di fare quello che voglio.”
“Sognare?”
“Sì.”
(Manny sputa a terra) “Sognare…STRONZATE…Non farai mai niente del genere. Te lo dico io cosa farai: ti troverai un lavoro. ECCO cosa farai, ti troverai un lavoro, uno di quei lavori che può trovare uno come noi. Passare le giornate a lavare le tazzine in un bar o a pulire i cessi. E ti aggrapperai a quel lavoro come se fosse oro, perché è oro: questo devi imparare. Quello è oro. OH! DEVI starmi a sentire! E quando il padrone entra a fine giornata, e viene a vedere come hai lavorato, TU non lo guarderai negli occhi. GUARDERAI per terra, perché avrai una gran voglia di saltargli addosso, sbatterlo per terra e farlo urlare. E farlo supplicare e piangere. E così guarderai per terra, perché avrai paura di farlo: QUESTA è la vita che ti aspetta, stronzo.
Lui si guarderà intorno per controllare quello che hai fatto e dirà: Oh, c’è ancora una macchiolina,laggiù. CRISTO, è possibile che non l’hai vista? PRIMA di andare via, quella me la levi!
Reprimerai la rabbia che ti sale al cervello e pulirai quella macchia, ecco; pulirai quella macchia bene, finché non diventerà bello lucido.
E il venerdì, ritirerai la tua busta paga. SE TU ci riuscissi, SE TU ci riuscissi, potresti diventare presidente di una banca, quello che vuoi! Se riesci a farlo.”
“NON IO, amico. IO non voglio fare quella vita di merda! Allora me ne rimanevo in galera.”
“Allora peggio per te,ragazzo. Peggio per te.”
“TU la faresti quella vita di merda?”
“Magari potessi…Magari potessi.”

Un dialogo per me tra i meglio riusciti del film, che, oltre a far ragionare sul fare lavori che non piacciono e cosa fanno provare, mostra parte della natura del protagonista, che non è solo l’uomo che vuole vivere senza regole, ma un individuo che sa che per lui non c’è un posto dove andare, dove restare, dove crearsi una vita, dove trovare pace. Una pace che troverà solo alla fine, dopo il confronto con il duro e spietato direttore del penitenziario dal quale è fuggito, proponendo uno dei dialoghi più belli che mi è capitato di vedere, accompagnato da una colonna sonora azzeccatissima per il momento (la bellissima Gloria in D Maggiore – Et in terra pax di Vivaldi).
Per me, A trenta secondi dalla fine rimane un gran bel film che purtroppo non è stato conosciuto nella maniera che meritava.

La regina di fuoco

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Se devo essere sincero, La regina di fuoco di Anthony Ryan non mi ha preso e non mi ha detto molto, mi aspettavo molto di più e invece ha dato meno dei precedenti; è stata una lettura che è proceduta per inerzia, con stanca, procedendo a rilento. Se è vero che mi piace l’azione e i combattimenti, è altrettanto vero che se questi compongono praticamente la quasi totalità della storia (lunga quasi novecento pagine nell’edizione in mio possesso), alla fine mi stancano, soprattutto se i personaggi sono piatti e non hanno nulla da dire. E qui si tocca un punto dolente: persino un personaggio come Vaelin che aveva dato il meglio di sé nel primo romanzo (Il canto del sangue) e se l’era cavata più che bene nel secondo, in La regina di fuoco, dopo aver perso il suo potere, è vuoto, praticamente uno spettatore che è sul campo dell’azione dove fa poco o niente.
In poche parole, la trama del romanzo è il Regno che, guidato dalla regina Lyrna in cerca di vendetta, muove guerra contro l’Impero Volariano, il nemico invasore che ha basato la sua forza sugli schiavi. Libertà contro schiavitù, giustizia contro ingiustizia; Ryan ci aveva abituato a storia più sfumate, niente bianco e nero. Le uniche parti che ho trovato interessanti sono quelle che riguardano Verniers, ma sono troppo poche per far salire la valutazione di la Regina di fuoco.

Pagare sempre più per avere sempre meno

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Sony e il dover pagare sempre di piùSono passate alcune settimane dall’annuncio di Sony che dal primo gennaio 2028 cesserà la produzione di giochi fisici su disco per quanto riguarda i titoli pubblicati per PlayStation; non sono mancate contestazioni, proteste, ma ciò non ha fatto cambiare idea alla società. Senza girarci tanto intorno, il motivo di tale scelta è molto semplice: la Sony ha un guadagno molto più alto a vendere giochi solo in digitale, tagliando così i costi di produzione dei supporti fisici. Gira e rigira, è sempre e solo una questione di soldi. In questo modo si ottiene anche un’altra cosa: niente più mercato dell’usato. Se si vuole giocare si deve acquistare direttamente dalla società un videogioco, così solo lei avrà da guadagnarci (infatti, con i supporti fisici se uno voleva vendere un videogioco, la società produttrice non prendeva più un centesimo); non ci potrà neppure essere più il prestito di un gioco: se uno vuole giocarci, o lo acquista o va a casa di chi ce l’ha.
Un’altra notizia recente riguardante Playstation ma anche Xbox è la decisione di Microsoft di limitare il cloud gaming: il nuovo limite mensile imposto agli utenti di Game Pass Ultimate potrebbe avere una motivazione economica precisa: le 15 ore di streaming incluse nell’abbonamento rappresenterebbero infatti il punto oltre il quale Microsoft inizierebbe a sostenere costi superiori ai ricavi generati dal servizio (1) (non parliamo di cosa poi ha fatto Sony riguardo le proteste sorte:https://www.youtube.com/shorts/1zbFJp5y9X8).
Queste decisioni non mi toccano minimamente, dato che la mia “carriera” (se così vogliamo chiamarla) da videogiocatore è terminata anni fa (l’ultimo videogioco preso e giocato fu The Witcher 2- Assassins of Kings), ma non solo non mi piacciono, ma non le reputo proprio giuste perché vedo un concentrarsi solamente solo sul guadagno, dimenticandosi della passione per la creazione di giochi. Vero, le ditte devono pensare al guadagno altrimenti chiudono, ma un tempo c’era anche passione, c’era ingegno, voglia di creare storie che rimanessero nella mente di chi le giocava (e sì, si può dire che anche le si viveva); ora invece ci si siede a tavolino, si fanno analisi di mercato, e si creano gioco che possano vendere, avendo così storie che praticamente si somigliano, che non hanno guizzi, distinzioni; non si vuole più sperimentare, si vuole andare sul sicuro.
Non che le cose altrove vadano diversamente, vedere l’editoria che pubblica romanzi che spesso sembrano dei copia/incolla (riferimenti al romantasy non sono puramente casuali). A proposito dell’editoria, qui ho una malignità che mi è venuta in mente: quando è cominciata la diffusione dell’ebook, magari si era sperato che avvenisse la stessa cosa, ovvero eliminazione del cartaceo per non avere più costi di produzione e ottenere così solo guadagno (con conseguente eliminazione del prestito e dell’usato). Fortunatamente le cose non sono andate così e il cartaceo esiste ancora e di conseguenza esiste ancora il prestito e soprattutto i mercatini dell’usato (benedetti mercatini, dove si possono trovare delle chicche pagando il giusto).
Sarà un discorso da vecchio, ma questi nuovi tempi non mi piacciono; penso di aver vissuto l’epoca migliore dei videogiochi, dove bastava avere pc o console, comprare il gioco che piaceva e passarci sopra tutto il tempo che si voleva. Ora bisogna avere la connessione di rete per scaricarlo, attivarlo, aggiornarlo (una volta si comprava un gioco finito, ora si pagano fior di soldi per avere delle versioni beta) e giocarlo; occorre registrarsi, avere un account; poi ci sono le micro transazioni, gli acquisti in game (non basta più aver acquistato solo il gioco). Tutte cose che occorre pagare naturalmente (sarà per questo che mi sono fermato alla PS2, perché tale modo di fare non mi piaceva per niente?)
Pagare, pagare, pagare.
Vero che siamo nell’era dell’economia dove impera il dover guadagnare, ma tutto dovrebbe avere un limite, le società dovrebbero avere più criterio e rispetto per gli utenti. Tutto ciò però è un problema minimo, perché il problema grosso è che oramai è tutto così: occorre pagare sempre di più per avere sempre di meno. Questo almeno per quanto riguarda le persone comuni, perché questa regola non vale per multinazionali, milionari, miliardari, imprenditori e chi governa. Il che, se si permette, è uno schifo all’ennesima potenza (uno schifo che si va a sommare allo schifo di chi perché è al potere continua a perpetrare massacri e guerre).

  1.  https://multiplayer.it/notizie/il-limite-di-15-ore-di-xbox-cloud-gaming-imposto-da-microsoft-dovrebbe-coincidere-con-il-punto-di-pareggio.html

La locanda dei gatti e dei ricordi

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La locanda dei gatti e dei ricordiLa locanda dei gatti e dei ricordi è una raccolta di quattro racconti che ruota attorno alla perdita e alla sua accettazione/superamento. Non conosco il giapponese, ma stando al traduttore di Google “Chibinekotei No Omoidegohan: Kuroneko to Hatsukiu Sandwich” vuol dire “Pasti memorabili al Chibineko-tei: il gatto nero e il sandwich di Hatsuki”, secondo Deepl Translate significa “Il pasto dei ricordi di Chibinekotei: il panino con il gatto nero e il primo autunno”; sinceramente non so quale delle due versioni sia quella più esatta, ma entrambe concordano su una cosa: c’è solo un gatto, proprio com’è nel romanzo. Allora la domanda sorge spontanea: perché nella traduzione italiana viene usato il termine “i gatti” quando il rappresentante felino nella locanda di Yuta Takahashi è uno soltanto?
Tralasciando questo particolare, La locanda dei gatti e dei ricordi è un romanzo che si legge velocemente, affrontando le vicende di quattro protagonisti: una ragazza che ha perso il fratello, un bambino cui è venuta a mancare una compagna di studi di cui si era innamorato, un anziano che ha perso la moglie e un giovane uomo la cui madre è morta da poco. Anche se queste quattro figure avranno modo d’interagire tra loro, ciò che li accomuna è il kagezen, il vassoio d’ombra, il pasto tradizionale giapponese che si cucina per chi non c’è più; secondo alcune storie pare che, mentre il cibo è ancora caldo (il calore/vapore è ciò di cui si cibano gli spiriti), per una volta soltanto, è possibile entrare in contatto con un defunto di cui si sente maggiormente la mancanza. Per ogni defunto il pasto è diverso, dato che per ogni persona c’è un cibo diverso legato a un ricordo con una persona cui si teneva.
Yuta Takashashi con tono delicato affronta un tema non facile come quello della morte, dove la tristezza inevitabilmente non può mancare, ma non scade in sentimentalismo né si compiace nel far vedere la sofferenza dei protagonisti, semplicemente mostra un elemento della vita che inevitabilmente tutti incontrano, rendendo La locanda dei gatti e dei ricordi un libro che alla fine della lettura lascia qualcosa di buono.