Indiana Jones e il quadrante del destino è sicuramente meglio del film della serie che lo precede, Indiana Jones e i teschi di cristallo, ma non è al livello delle prime pellicole; questo è quello che succede quando si ricerca di donare nuova linfa a una serie di film che in un determinato periodo hanno avuto successo, non capendo che quello che è stato buono in un certo tempo può non esserlo. I tempi cambiano, così i gusti del pubblico e occorre capire che alcune cose appartengono al passato; soprattutto occorre capire che non ci si può sempre appoggiare a idee già usate perché non si ha il coraggio o la capacità di trovarne delle nuove. I primi tre film di Indiana Jones sapevano unire mistero e ironia, avevano fascino perché le sue storie si basavano su elementi del soprananturale legati alle religiosi, a oggetti sacri che sono entrati nell’immaginario collettivo come l’Arca dell’Alleanza, Il Sacro Graal, perché collegati a qualcosa di più grande, di superiore all’uomo. Che si sia credenti oppure no, tali oggetti hanno un’aura di sacralità che non si può ignorare, sono dotati di un fascino, anche di una magia, che attira e colpisce la mente umana: attingere a poteri dell’aldilà, avere la possibilità di vincere la morte e poter vivere in eterno, è qualcosa che fa presa sulla mente umana, da sempre.
Personalmente, i film di Indiana Jones avevano detto quello che avevano da dire con i primi tre film. Purtroppo non è stato dello stesso avviso chi ha voluto farne dei seguiti, puntando sull’effetto nostaglia, sul fatto che tanti fa anelavano vedere nuove storie del famoso archeologo. Ma gli anni passano per tutti, anche per l’attore che interpreta il protagonista e non si può non notare che manca, inevitabilmente, la verve iniziale, non ci si può non accorgere la stanchezza di portare avanti un progetto che ormai è a corto di idee.
Così, dopo il soprannaturale, si passa agli alieni dei teschi di cristallo per poi giungere ai viaggi nel tempo dell’ultima avventura di Indiana Jones e il quadrante del destino. Qualcuno avrà trovato interessante mostrare un’altra peripezia del dottor Jones, ma non si è considerato che veder un proprio “beniamino”, un proprio “eroe” invecchiato, che non fa più le cose di un tempo, può non far piacere. Invecchiare è normale, è qualcosa di naturale che va accettato e compreso nella realtà ed è proprio questo il punto: in questi film non si sta parlando si realtà, ma di finzione, una finzione che fa leva sulla sospensione dell’incredulità (meccanismo, in parte conscio e in parte inconscio, che permette di mettere da parte il pensiero critico e godersi una storia di fantasia). Se questa sospensione viene a mancare, tutto il castello crolla. O si punta su un approccio diverso cercando di percorrere stade nuove o cercare di riproporre canovacci che un tempo hanno fatto centro non porterà da nessuna parte; occorre alle volte fermarsi e lasciare il passato dov’è, così com’è.
Ultima nota. Sinceramente, la Disney sta stancando di rovinare prodotti che hanno lasciato un segno nel mondo del cinema. Oltre a Indiana Jones vedere quello che ha fatto con Guerre Stellari e i live action di film d’animazione da lei stessa prodotti in un tempo in cui sapeva fare le cose in modo decente.






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