Archivio mensile:Luglio 2026

La scrittura oggi.

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Nelle settimane passate ho visto un paio di video di Yasmina Pani riguardo com’è la scrittura adesso.

Poi ho visto quest’altro di Andrea Passador: https://www.youtube.com/watch?v=V3PmVUqjazw

Tutto ciò è sconsolante, ma non è una cosa nuova, l’involuzione della scrittura è un processo iniziato da tempo, ancor prima che iniziassi a fare delle collaborazioni online, cosa che risale ormai a una quindicina di anni fa; già allora venivano mosse delle critiche su come scrivevo, asserendo che non dovevo usare il punto e virgola, che dovevo usare frasi lunghe una, al massimo due righe, che dovevo limitare i termini da usare. Non sono mai stato d’accordo con questa modalità di lavoro, come già detto in un precedente articolo, e non mi sono adeguato per una questione di rispetto, verso me stesso, verso la lingua italiana e verso i lettori, perché (mi si scusi la franchezza) non li reputo dei deficienti; vero, sono abituati a cose (sempre più) semplici, quindi possono fare più fatica quando trovano un diverso livello di scrittura, ma sono convinto che con costanza e abitudine possono far salire il loro livello di conoscenza (sia per quanto riguarda la lingua, sia per quanto riguarda le modalità di scrittura).
Viene da porsi una domanda: il livello di scrittura attuale è tale perché ci si adegua al livello medio delle persone oppure perché si vuole usare un livello basilare per mantenere il livello delle persone nella media?
Senza andare nel complottismo, è risaputo che meno conoscenza si ha, più questa mancanza di conoscenza influisce sui processi mentali, facenso perdere capacità di analizzare situazioni, questioni, problemi. Ed è risaputo che una massa ignorante è maggiormente manipolabile da chi sta in alto (vedere cosa hanno fatto religioni e regimi). Come è risaputo che all’umo piace stare nel conosciuto, perché è confortante leggere, vedere, copioni che non si distaccano da ciò che piace, è confortante usare un linguaggio che usa sempre i soliti termini. La sicurezza è una buona cosa, ma lo è sempre? A questo quesito forse è bene rispondere con le parole usate da V nel film V per Vendetta.

Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità. E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c’era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere e sottomettervi.
Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole… non c’è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l’avete fatto: so che avevate paura, e chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie: c’era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, e il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all’attuale Alto Cancelliere: Adam Sutler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso obbediente consenso.

L’uso delle parole.

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I figli di dune:l'uso delle paroleAnche nelle forze piú socializzanti, troverete sempre qualche moto sotterraneo che tende a conquistare e a mantenere il potere attraverso l’uso delle parole. Dagli stregoni ai sacerdoti, ai burocrati, è sempre la stessa cosa. II basso popolo, governato, dev’essere condizionato ad accettare queste parole-potere come qualcosa di vero, perché scambi questo sistema di simboli inconsistenti per la realtà tangibile dell’universo. Onde conservare una simile struttura di potere, certi simboli devono esser tenuti fuori portata della comune comprensione: simboli, ad esempio, che abbiano a che fare con le manipolazioni economiche, oppure quelli che definiscono localmente ciò che s’intende per equilibrio mentale. Una simile segretezza nei simboli porta allo sviluppo di sub-linguaggi parziali, e ognuno di essi è il segnale di riconoscimento per quelli che lo usano,, accrescendo ogni volta il proprio potere. (1)

 

Un libro sacro è un libro di potere; un potere che ha la capacità d’insegnare, a chi vuole ascoltare, il cambiamento comportante la crescita. È un libro vivo, sempre attuale, perché di vita parla: attraverso la parola (uno dei mezzi per dare forma a volontà e pensiero) mostra un cammino che ogni individuo, in qualsiasi epoca, può intraprendere. Da solo però non può fare tutto: se dopo averlo letto, o ascoltato, non seguono atteggiamenti concreti, tutto risulta vano. Il messaggio in esso contenuto, se non è sorretto dalla volontà dell’individuo di metterlo in atto, è solo lettere che si dissolvono, finché non rimane niente. Realtà che invece cambia se lo si mette in pratica: esso diviene una forza capace d’influenzare chiunque, di cambiare l’esistenza dei suoi simili. Una forza che però non avrebbe nessun potere sugli altri se questi non glielo permettono.
Comprendendo da questo ragionamento come agisce il potere della parola sulle persone, si capisce come si creano le maggioranze e da esse gli uomini che governano: tutto dipende da quanto gli individui sono disposti a concedere agli altri. Un modo di conferire potere con il quale i popoli hanno concentrato, incanalato, proiettato le proprie energie su pochi individui perché li guidassero e decidessero per loro, facendoli responsabili delle proprie azioni.
Un qualcosa da cui stare in guardia, perché vuol dire affidarsi e dipendere dagli altri, sottostare alla loro volontà e non essere più liberi, pagandone perciò un prezzo; ne parla la Bibbia nell’Antico Testamento e precisamente nel Primo Libro di Samuele (8, 5-22), quando il popolo ebraico chiese a Samuele di dargli un re perché lo governasse ed egli, seguendo la parola di Dio, lo concesse perché imparasse l’errore che stava commettendo (con tale scelta, il popolo ebraico non voleva più seguire Dio, che altro non è che il vero essere interiore dell’uomo, rinunciando alla libertà).
Un brano attuale adesso come allora perché serve agli individui a essere responsabili e consapevoli della vita che vivono e delle scelte che compiono. Consapevolezza che tanto spesso sfugge all’uomo: pochi riescono a comprendere questa lezione, i più sono impegnati nel cercare lontano e negli altri ciò che già possiedono. Una mancanza di comprensione che comporta delle conseguenze: nel piccolo, perché condiziona e limita la libertà personale, nel grande, perché può portare all’impoverimento d’intere nazioni, quando non addirittura la rovina.
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1. I figli di Dune. Frank Herbert. Editrice Nord 1977, pag.203
2. Jonathan Livingston e il Vangelo.

La martire

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La martireCon La martire Anthony Ryan continua la storia dil Alwyn lo Scrivano. Nel primo volume si era vista la crescita del protagonista da orfano a fuorilegge a prigioniero nelle miniere a fuggitivo fino a divenire membro sempre più importante all’interno dell’Alleanza. La sua non è solo una crescita a livello di abilità e capacità, ma anche a livello di conoscenza e consapevolezza di un mondo dove la verità è qualcosa di nebuloso, specie per quanto riguarda la religione, che non è quella cosa pura che si crede, ma è legata a quelle che per molti sono soltanto credenze pagane. In tutto ciò si posso vedere dei punti di contatto con la nostra realtà: non è cosa inusuale che una religione prenda elementi di un credo che ha soppiantato (vedere quanto fatto dalla religione cristiana con quelle pagane, dato che non si è appropriata soltanto degli edifici).
Come non si possono non vedere le somiglianze tra Evadine, la Martire Risorta, e Giovanna d’Arco: entrambe hanno una connessione con qualcosa di superiore (nel mondo di Ryan, Evadine pensa che siano i Serafili a mandarle visioni sul futuro e sulla strada da seguire, nel nostro Giovanna d’Arco ode delle voci celestiali), entrambe acquisiscono una notorietà e un seguito sempre maggiore, come sempre maggiore è il carisma e l’aura di cui si ammantano. Le loro figure diventano quasi mitologiche, come se fossero dotate di poteri ultraterreni; questo però comporta invidie, sospetti sia tra i nobili sia tra il clero che le vedono come fastidi, quando non vere e proprie minacce da eliminare.
Tra assedi, complotti, tradimenti, rivelazioni e quel poco di elementi magici che permettono di far rientrare il romanzo nel genere fantasy, La martire mantiene buono il livello della scrittura e della storia di Anthony Ryan in questa sua saga.

Perché Indiana Jones e il quadrante del destino non funziona.

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Indiana Jones e il quadrante del destinoIndiana Jones e il quadrante del destino è sicuramente meglio del film della serie che lo precede, Indiana Jones e i teschi di cristallo, ma non è al livello delle prime pellicole; questo è quello che succede quando si ricerca di donare nuova linfa a una serie di film che in un determinato periodo hanno avuto successo, non capendo che quello che è stato buono in un certo tempo può non esserlo. I tempi cambiano, così i gusti del pubblico e occorre capire che alcune cose appartengono al passato; soprattutto occorre capire che non ci si può sempre appoggiare a idee già usate perché non si ha il coraggio o la capacità di trovarne delle nuove. I primi tre film di Indiana Jones sapevano unire mistero e ironia, avevano fascino perché le sue storie si basavano su elementi del soprananturale legati alle religiosi, a oggetti sacri che sono entrati nell’immaginario collettivo come l’Arca dell’Alleanza, Il Sacro Graal, perché collegati a qualcosa di più grande, di superiore all’uomo. Che si sia credenti oppure no, tali oggetti hanno un’aura di sacralità che non si può ignorare, sono dotati di un fascino, anche di una magia, che attira e colpisce la mente umana: attingere a poteri dell’aldilà, avere la possibilità di vincere la morte e poter vivere in eterno, è qualcosa che fa presa sulla mente umana, da sempre.
Personalmente, i film di Indiana Jones avevano detto quello che avevano da dire con i primi tre film. Purtroppo non è stato dello stesso avviso chi ha voluto farne dei seguiti, puntando sull’effetto nostaglia, sul fatto che tanti fa anelavano vedere nuove storie del famoso archeologo. Ma gli anni passano per tutti, anche per l’attore che interpreta il protagonista e non si può non notare che manca, inevitabilmente, la verve iniziale, non ci si può non accorgere la stanchezza di portare avanti un progetto che ormai è a corto di idee.
Così, dopo il soprannaturale, si passa agli alieni dei teschi di cristallo per poi giungere ai viaggi nel tempo dell’ultima avventura di Indiana Jones e il quadrante del destino. Qualcuno avrà trovato interessante mostrare un’altra peripezia del dottor Jones, ma non si è considerato che veder un proprio “beniamino”, un proprio “eroe” invecchiato, che non fa più le cose di un tempo, può non far piacere. Invecchiare è normale, è qualcosa di naturale che va accettato e compreso nella realtà ed è proprio questo il punto: in questi film non si sta parlando si realtà, ma di finzione, una finzione che fa leva sulla sospensione dell’incredulità (meccanismo, in parte conscio e in parte inconscio, che permette di mettere da parte il pensiero critico e godersi una storia di fantasia). Se questa sospensione viene a mancare, tutto il castello crolla. O si punta su un approccio diverso cercando di percorrere stade nuove o cercare di riproporre canovacci che un tempo hanno fatto centro non porterà da nessuna parte; occorre alle volte fermarsi e lasciare il passato dov’è, così com’è.
Ultima nota. Sinceramente, la Disney sta stancando di rovinare prodotti che hanno lasciato un segno nel mondo del cinema. Oltre a Indiana Jones vedere quello che ha fatto con Guerre Stellari e i live action di film d’animazione da lei stessa prodotti in un tempo in cui sapeva fare le cose in modo decente.