Agli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
Nell’ultimo caso, la risposta sarebbe stata facile da trovare: la gente comune non avrebbe ottenuto nulla dal partecipare a un conflitto in prima persona, se non subire ferite, menomazioni, perdere affetti e, in tanti casi, anche la vita. Alla fine di tutto, qualora fosse riuscita a sopravvivere, avrebbe avuto l’esistenza segnata dagli orrori vissuti.
Negli altri casi invece si può parlare di condizionamento nell’aver voluto credere a parole e ideali che li hanno illusi, il che è riconducibile all’ignoranza e alla pigrizia mentale di non farsi domande su quello che si stava facendo. Con un poco di riflessione, si sarebbe giunti a comprendere tale realtà e a evitarla, dato che senza il consenso della popolazione i governanti non avrebbero potuto dare il via a nessuna guerra. Se questo non è avvenuto, è perché, anche se non piace ammetterlo, nell’essere umano c’è una forte dose di aggressività e violenza. L’uomo sempre cerca il conflitto con gli altri e questo si verifica perché è sempre in conflitto con se stesso. Qualcuno ricondurrebbe la cosa al peccato originale, qualcun altro al fatto che fa parte della sua natura, dato che in fondo l’uomo rimane pur sempre un animale, anche se sa parlare e ha creato costrutti come l’arte, la scrittura, le società. Tuttavia, le cosiddette società, spesso considerate civili, non hanno eliminato la violenza e neppure hanno aiutato a comprenderla e rendere l’essere umano davvero consapevole di essa, ma si sono limitate a reprimerla; il che, come ben si sa quando si cerca di reprimere qualcosa, non è un bene, perché non fa che aumentare la pressione, con il rischio che poi esploda incontrollata. Se a questo ci si aggiunge che le società, con il modo di vivere che hanno instaurato, con i loro diktat, con tutto il loro sfruttamento e risucchiare energia, non fanno altro che generare insoddisfazione, tensione, intolleranza e malcontento che alimentano la violenza tenuta a bada, allora si può comprendere il verificarsi di certi eventi lesivi e distruttivi che continuano a perpetrarsi generazione dopo generazione.
E tutto ciò porta a un’altra questione: l’influenza che gli adulti hanno sui bambini proprio riguardo la violenza, dato che sono responsabili del farla entrare nel loro mondo, generando esempi negativi che vengono poi perpetrati dai piccoli quando crescono. Benché sia sempre stato così, a partire dall’ambito familiare, con lo sviluppo della tecnologia e di tutti i suoi mezzi d’informazione, i bambini sono bombardati da input di violenza: serie tv, telegiornali, film, reality show, social, non fanno che proporre modelli che presentano violenza fisica e verbale. Per capire la serietà del problema che si ha davanti, occorre ricordare che i bambini, a differenza degli altri cuccioli del mondo animale, non hanno un istinto che dice loro cosa fare, ma, per sopravvivere, devono imitare quanto vedono fare da altri per apprendere qualcosa. Questo fa comprendere quanto è importante il tipo di educazione che si riceve da piccoli per il corretto sviluppo perché, se questo non avviene, si possono avere delle conseguenze che non solo danneggiano quello che sarà il futuro adulto, ma anche la società in cui vive.
Estratto di Ritrovare la capacità di pensiero.






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