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Credibilità

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Da tempo ormai la fiducia degli individui verso le istituzioni è calata, e continua a farlo anno dopo anno; se questo è avvenuto, è perché è stato cercato: ogni corda ha un proprio punto di rottura. E di corde tirate troppo ce ne sono state molte.
Le istituzioni non hanno fatto altro che usare parole per modificare o nascondere la realtà, per non far vedere quello che non hanno fatto o che hanno fatto male, per celare le loro mancanze; tante parole per ammansire la gente, per illuderle, per brandirle con promesse a cui non seguono mai fatti.
Le persone credono che non si possa fare nulla contro di esse perché troppo grandi, con troppo potere tra le mani per essere contrastate. Questo in parte è vero: le istituzioni sono potenti, possono schiacciare con facilità un singolo individuo. Tuttavia, si provi a pensare da dove arriva questo potere e per farlo si prendano come esempio i vampiri: esseri oscuri che tramano alle spalle degli uomini, che se ne stanno nell’oscurità, che possiedono terrificanti poteri, disprezzanti dei comuni mortali per la loro debolezza, per la loro impotenza. Ma proprio coloro che disprezzano, sono ciò che gli permette di esistere; senza, sparirebbero.
Le istituzioni sono come queste figure del folclore che si cibano delle energie della popolazione: la sfruttano, la disprezzano, ma se non ci fosse, anche loro perderebbero la facoltà d’esistere. Come queste creature, le istituzioni lavorano all’insaputa delle persone, chiuse nelle loro aule a fare leggi, prendere decisioni, che tanto di aiuto per le persone non sono.
In tutto ciò non c’è giustizia. Ed è proprio la mancanza di giustizia che ha allontanato le persone dalle istituzioni, perché sanno che la legge verrà piegata in favore dei potenti, di chi ha denaro, perché vedono che i problemi non vengono risolti, alle parole non seguono fatti: solo discorsi vuoti atti a imbonire le masse che fanno perdere credibilità.
E la credibilità una volta persa è difficile da recuperare.

Estratto da Ritrovare la capacità di pensiero.

Old

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OldTra i film che ho visto di M. Night Shyamalan, Old è quello che mi ha lasciato meno di tutti (si può dire che praticamente non mi detto o lasciato nulla): tutto troppo veloce per lasciare dentro qualcosa, per creare pathos, atmosfera, per far affezionare ai personaggi.
La trama è piuttosto semplice: una famiglia con due figli va in un resort tropicale e, su consiglio del direttore, visita una spiaggia isolata vicino a una riserva naturale, un posto esclusivo, riservato a pochi. Lì incontreranno altre persone già presenti. Un luogo paradisiaco per una vacanza fantastica, ma le cose cambiano di colpo quando in acqua vicino alla spiaggia viene ritrovato il cadavere di una ragazza; già di per sé la cosa è inquietante, ma lo diventa ancora di più quando dopo poco del cadavere non rimangono che le ossa: il corpo si è decomposto a velocità impressionante.
Come è impressionante il modo in cui i bambini crescono: in breve si ritrovano adolescenti. Ben presto si capisce che in quella spiaggia il tempo scorre diversamente: una mezz’ora corrisponde a un anno. Il problema è che non si può lasciare quel luogo, se ci si prova si perdono i sensi e ci si ritrova sulla spiaggia.
Le cose precipitano: chi muore tentando si scappare, chi per le patologie che ha, chi impazzisce e uccide. Rimangono soltanto i due figli della coppia, diventanti ormai adulti, che, grazie a un aiuto esterno, riescono a trovare il modo di lasciare la spiaggia, tornando al resort e facendo scoprire che si tratta di una copertura per un laboratorio dove si conducono esperimenti su ospiti ammalati: la spiaggia, visto come il tempo scorre velocemente, serve per testare su queste cavie inconsapevoli dei nuovi farmaci, così da non dover attendere anni per vedere dei risultati.
Shyamalan in un’intervista disse che il film «Riguarda sicuramente il nostro rapporto con il tempo e, secondo me, il nostro rapporto disfunzionale con il tempo che tutti noi abbiamo. Fino a quando non saremo costretti a esaminarlo, che si tratti di una pandemia o dei fattori che si trovano in questa situazione, questi personaggi sono intrappolati su questa spiaggia e devono riflettere sulla loro relazione nel tempo. Vedi alcuni personaggi incapaci di affrontare questo problema, e poi alcuni personaggi trovano pace. Perché hanno trovato la pace e come hanno trovato la pace in mezzo a tutto questo caos? Quindi c’è questa conversazione al riguardo, quella che sto avendo di me stesso con il tempo». Ma devo essere sincero, a me Old non ha fatto pensare a tutto ciò, nel film non ho trovato nulla di quanto il regista afferma: avviene tutto troppo in fretta perché le cose possano colpire lo spettatore. Anche i drammi che vivono i personaggi, appaiono, scompaiono e vengono elaborati in pochi istanti, come se niente fosse. Tutto è così frettoloso che non rimane nulla; nel giro di una giornata gli unici due sopravvissuti passano da bambi a cinquantenni e la battuta che riescono a dire è “andrà tutto bene”: la cosa mi lascia alquanto perplesso, dato che ci si è persi le esperienze di una buona metà della vita.
Old è stato candidato nel 2022 come miglior film thriller ai Saturn Award ma o non c’era niente di meglio oppure io e la critica abbiamo punti di vista differenti.

The whale

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The whaleThe whale è stato, si può dire, il riscatto per Brendan Fraser, attore conosciuto per film di cassetta come La Mummia, dopo essere rimasto ai margini della scena cinematografica a seguito dell’aver denunciato di essere stato molestato da Philip Berk, l’allora presidente della Hollywood Foreign Press Association, evento che ha condizionato sia la sfera lavorativa, sia quella privata, al punto da ritirarsi dalla scena pubblica. Non è una pellicola semplice, soprattutto è una pellicola scomoda per i temi trattati. Ciò che colpisce subito è la condizione di Charlie, il personaggio interpretato da Fraser, una forte obesità che limita pesantemente i suoi movimenti e che ha minato gravemente la sua salute: non si tratta di una condizione dovuta a una patologia di origine genetica, ma di uno stato in cui Charlie si è ridotto, una sorta di autodistruzione dopo il suicidio del compagno che amava. Charlie cerca di soffocare il dolore con il cibo, ben sapendo che questo lo porterà verso una fine inevitabile (anzi, forse la sta cercando), ma non gli importa, dato che non riesce ad accettare la perdita della persona amata e cerca di colmare il vuoto che ha dentro mangiando.
Ma l’obesità non è solo la conseguenza dell’anestetizzare il dolore con il cibo, è anche una condizione che la società non accetta, per cui prova avversione, disgusto, che fa vedere chi è obeso come un mostro, un qualcosa che spaventa; il grasso fa provare avversione, come se fosse una malattia contagiosa, una peste da cui stare lontani. La gente non riesce a vedere oltre la massa, non riesce a vedere cosa c’è dietro, non riesce a vedere la persona che vive una condizione che la fa soffrire, fisicamente, ma anche emotivamente, perché la sofferenza di Charlie è grande, non solo per la perdita dell’amato, ma anche per la famiglia che ha sacrificato per vivere il proprio amore, e di questo ne ha sofferto particolarmente la figlia, che, sentendosi abbandonata, si è incattivita, provando disprezzo e odio per tutti. Salvo Liz, l’unica amica che ha e sorella adottiva del suo compagno defunto, la gente non vede in lui che una balena e qui i parallelismi con Moby Dick, romanzo citato più volte nel film, non possono mancare: non si può non notare come Charlie sia una sorta di Capitano Achab vittima delll’impulso autodistruttivo che lo consuma, solo che questo impulso non è rivolto verso una figura esterna come succede con Achab, ma verso se stesso: Charlie è allo stesso tempo Achab e Moby dick, è se stesso la balena che vuole sconfiggere e uccidere perché Charlie odia se stesso, per come è diventato, per non essere riuscito a salvare il proprio compagno, per aver sacrificato la sua famiglia, soprattutto la figlia. Charlie si è dannato e non vuole essere salvato, anche se nel poco tempo che gli rimane da vivere cerca di rimediare in parte a quello che ha fatto aiutando la figlia.
The whale sicuramente mostra la sofferenza, i dilemmi, i rimpianti di un uomo, mettendo in primo piano la sua angoscia; ma allo stesso tempo Charlie tenta anche di dare speranza, di aiutare gli altri a trovare il meglio della vita andando oltre gli stereotipi, i ruoli, le facciate; è toccante quel voler dare speranza agli altri quando non la si ha per se stessi. Toccante e straziante, ma anche spietato, perché è spietata la critica che fa verso la società per il suo basarsi sull’apparire, sul ricercare il successo, la carriera come mezzo di realizzazione, ma anche verso l’ipocrisia delle organizzazioni religiose che additano l’omessessualità come peccato e non come una forma differente di amore; un amore che viene giudicato, condannato. Una mancanza di comprensione che fa solo danni, che allontana le persone e le spinge verso la morte, proprio come succede al compagno di Charlie che, roso dai sensi di colpa fatti nascere dal padre, capo pastore della New Life (una setta religiosa), arriva al suicidio. Una mancanza di comprensione che rende ciechi, ottusi, come ben mostrato dal personaggio di Thomas.
Ci sarebbe molto da dire sul finale, ma non vado oltre per non fare spoiler. The whale è un film meritevole d’essere visto.

La pace non piace.

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paceAgli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
Nell’ultimo caso, la risposta sarebbe stata facile da trovare: la gente comune non avrebbe ottenuto nulla dal partecipare a un conflitto in prima persona, se non subire ferite, menomazioni, perdere affetti e, in tanti casi, anche la vita. Alla fine di tutto, qualora fosse riuscita a sopravvivere, avrebbe avuto l’esistenza segnata dagli orrori vissuti.
Negli altri casi invece si può parlare di condizionamento nell’aver voluto credere a parole e ideali che li hanno illusi, il che è riconducibile all’ignoranza e alla pigrizia mentale di non farsi domande su quello che si stava facendo. Con un poco di riflessione, si sarebbe giunti a comprendere tale realtà e a evitarla, dato che senza il consenso della popolazione i governanti non avrebbero potuto dare il via a nessuna guerra. Se questo non è avvenuto, è perché, anche se non piace ammetterlo, nell’essere umano c’è una forte dose di aggressività e violenza. L’uomo sempre cerca il conflitto con gli altri e questo si verifica perché è sempre in conflitto con se stesso. Qualcuno ricondurrebbe la cosa al peccato originale, qualcun altro al fatto che fa parte della sua natura, dato che in fondo l’uomo rimane pur sempre un animale, anche se sa parlare e ha creato costrutti come l’arte, la scrittura, le società. Tuttavia, le cosiddette società, spesso considerate civili, non hanno eliminato la violenza e neppure hanno aiutato a comprenderla e rendere l’essere umano davvero consapevole di essa, ma si sono limitate a reprimerla; il che, come ben si sa quando si cerca di reprimere qualcosa, non è un bene, perché non fa che aumentare la pressione, con il rischio che poi esploda incontrollata. Se a questo ci si aggiunge che le società, con il modo di vivere che hanno instaurato, con i loro diktat, con tutto il loro sfruttamento e risucchiare energia, non fanno altro che generare insoddisfazione, tensione, intolleranza e malcontento che alimentano la violenza tenuta a bada, allora si può comprendere il verificarsi di certi eventi lesivi e distruttivi che continuano a perpetrarsi generazione dopo generazione.
E tutto ciò porta a un’altra questione: l’influenza che gli adulti hanno sui bambini proprio riguardo la violenza, dato che sono responsabili del farla entrare nel loro mondo, generando esempi negativi che vengono poi perpetrati dai piccoli quando crescono. Benché sia sempre stato così, a partire dall’ambito familiare, con lo sviluppo della tecnologia e di tutti i suoi mezzi d’informazione, i bambini sono bombardati da input di violenza: serie tv, telegiornali, film, reality show, social, non fanno che proporre modelli che presentano violenza fisica e verbale. Per capire la serietà del problema che si ha davanti, occorre ricordare che i bambini, a differenza degli altri cuccioli del mondo animale, non hanno un istinto che dice loro cosa fare, ma, per sopravvivere, devono imitare quanto vedono fare da altri per apprendere qualcosa. Questo fa comprendere quanto è importante il tipo di educazione che si riceve da piccoli per il corretto sviluppo perché, se questo non avviene, si possono avere delle conseguenze che non solo danneggiano quello che sarà il futuro adulto, ma anche la società in cui vive.

Estratto di Ritrovare la capacità di pensiero.

Un mondo sempre più diviso

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Ripropongo parte del commento fatto su un articolo scritto da Bruno sul suo sito.

“Il 25 aprile è sempre stata una festa divisiva perché è nata sul compromesso, su quella cosa chiamata riconciliazione: mentre in Germania c’erano processi, in Italia praticamente l’hanno voluta far finire a tarallucci e vino. “Ma sì, abbiamo fatto qualche errorino, dimentichiamocene, facciamo che tutto è come prima”. Il problema è che il fascismo ha ispirato in nazismo, causando una delle catastrofi peggiori create dall’uomo: sessanta milioni di morti, orrori, odi senza fine, paesi devastasti, eccidi, campi di concentramento. Chi ha aiutato i carnefici ed è stato carnefice è rimasto a piede libero e la mentalità, la cultura di morte e distruzione di cui è stato portatore esiste ancora ed è andata al potere.
Caliamo un velo pietoso su Israele, che non ha imparato dalla storia e ora è carnefice come chi lo è stato in passato.”
Luca e Paolo nella loro copertina hanno fatto un quadro ancora più chiaro.

Si parla del 25 aprile e di come sia (forse lo è sempre stata) una festa divisiva, ma ormai le divisioni sono tantissime: si guardi a quello che fa Trump, Israele, la Russia, ma senza guardare a livello internazione, limitandoci all’Italia, con le divisioni interno del governo che spesso si fa opposizione da solo, ma non solo lì, basti vedere quello che sta succedendo con il caso degli arbitri del calcio. Più si va a guardare in piccolo, più si vede che le divisioni imperversano: nella scuola, tra i coetanei, non parliamo della famiglia che si sta disgregando, quando si arriva a non formarsi proprio (e va già bene così, meglio che finire in tragedia come spesso, purtroppo, si vede).
Siamo in un mondo sempre più diviso e divisivo, con le persone che si riducono a essere sempre più isole causa un sistema sempre più nocivo e opprimente.