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Una riflessione da un discorso di Ursula K. Le Guin

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Ursula K. Le GuinAl National Book Awards del 2014, Ursula K. Le Guin ha espresso la sua opinione sulle attuali pubblicazioni e sulle scelte che vengono fatte dall’editorie. Il sunto del suo discorso è una critica verso gli autori che si stanno adeguando al modo di fare di Amazon, ma anche un’esortazione a essere più liberi, riscoprendo il loro ruolo sociale, di essere coscienza e spunto critico di riflessione e non fare dello scrivere solo un modo per fare soldi.
Una riflessione che porta a prendere atto di una società cupa, pervasa di paura e ossessioni; una società che paralizza e che non dà speranza, quando invece è proprio della speranza di cui si ha bisogno, quella speranza che spinge alla libertà e non all’adeguarsi e al sottomettersi.
Proprio contro l’adeguarsi e al sottomettersi degli scrittori Ursula K. Le Guin ha puntato il dito, facendo osservare che gli uffici vendita stanno avendo un ruolo sempre più predominante nell’editoria, dove si creano opere seguendo il diktat delle strategie di vendita per avere maggiori profitti. Come si sapeva una volta, un libro non è solo un bene di consumo, come viene invece fatto passare in quest’epoca di consumismo e capitalismo, ma un qualcosa capace d’insegnare, far riflettere, trasmettere valori, ideali: è questo che non va perso per essere sacrificato in nome del denaro.
Ursula K. Le Guin non è l’unica a pensarla in questa maniera: ci sono altri scrittori che esortano a riscoprire questa via. Nel mio piccolo, ho già espresso più volte questo tipo di pensiero: chi segue questo sito ha avuto modo di leggere gli articoli che fanno riflettere su un sistema che si basa sui dettami dell’Era dell’Economia (sia inerenti all’editoria sia ai restanti sistemi) e ha avuto modo di vedere come questo mio pensiero si rifletta sulle opere che realizzo (L’Ultimo Potere in special modo).
Ma non è solo su Le Strade dei Mondi che ho parlato di questo: su Fantasy Magazine in più di un’occasione ho parlato di questo sistema (basta dare uno scorcio alla pagina collaboratori dedicatami per vedere: Qualche osservazione sulla percezione da parte dei lettori dei romanzi fantasy realizzati in Italia, Influenze e deterioramento delle storie e dello stile del Fantasy contemporaneo, Dove sta andando l’editoria? e Sui prezzi dei libri punti di vista a confronto). Per quanto espresso, in alcuni casi sono stato tacciato di voler mostrare che l’editoria è solo brutta e cattiva, che il sistema non va criticato.
Proprio su questo volevo fare una breve riflessione, che va sempre a ricadere sul due pesi due misure. Come si è visto in questo articolo, il pensiero espresso sullo scrivere libri e su come si giudica il sistema è lo stesso, l’unica differenza è che viene da persone distinte: una conosciuta e l’altra no, una che ha avuto successo e notorietà, il cui valore è stato riconosciuto da molti, e l’altra no. Ma questo non dovrebbe fare differenza, perché se un pensiero è giusto, è giusto a prescindere da chi lo pensa.
E invece si deve prendere atto che la realtà è differente, che molte persone riconoscono la validità di un pensiero solo se viene da chi ricopre certi ruoli. E’ questo il limite che molti individui hanno: non riconoscere la verità quando l’hanno davanti a prescindere dalla forma, ma basare la sua validità in base al successo, al consenso che la maggioranza da a chi esprime un certo pensiero.
Non ci si deve meravigliare che non si vada da nessuna parte fintantoché si possiede un simile modo di fare.

Magia, tra figure storiche e immaginate - 1

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Fin dalla preistoria, la magia è stata un elemento presente nella storia dell’uomo. Rituali, incantesimi, segni, sigilli, rune, tomi oscuri, trattati arcani: tutte cose volte a conferire agli esseri umani potere per avere controllo sulle forze della natura, sulla propria vita e su quella altrui, di ergersi sopra la propria condizione.
Credenze che non hanno riscontri nella realtà, ma che tuttavia nel presente come nel passato tanti vi hanno dato importanza: nelle corti ci sono sempre state figure avvolte da aure di mistero, quasi magiche, che si riteneva potessero controllare energie soprannaturali, creando miti, leggende che non hanno fatto altro che conferirgli potere e fascino. L’uomo, nonostante la scienza e la logica abbiano dimostrato quanto tali elementi non fossero autentici, li ha sempre ricercati, ha sempre creduto in essi, seguendo e affidandosi a figure, libri, che riteneva potessero guidarlo verso poteri misteriosi, provenienti da dimensioni dove vigevano leggi differenti da quelle del mondo conosciuto. Proprio la parola “occulto”, così spesso associata alla magia, significa ciò che è nascosto, che non si vede, e l’ignoto ha sempre esercitato un forte magnetismo in chiunque, fin dall’antichità.
Le prime figure “magiche” incontrate nella storia dell’uomo risalgono alle società neolitiche e sono quelle degli sciamani, individui presenti presso le tribù con la capacità di diagnosticare e curare (ma anche causare, se di animo malvagio) le malattie grazie al rapporto che avevano con la natura e gli spiriti che lo popolano; tali personaggi sono esistiti per secoli e hanno continuato a esistere anche con lo svilupparsi di società più strutturate (vedasi i nativi americani) e che tuttora esistono in luoghi lontani dalla cosiddetta società civile occidentale. Lo sciamano è un ruolo che non è per tutti, cui può accedervi solo chi ha subito un evento fortemente traumatico che l’ha messo a confronto con la morte, permettendogli di prendere contatto con il mondo degli spiriti e di essere così guardiano della zona di confine che separa la sfera della vita da quella della morte: solo sopravvivendo a un’esperienza del genere riesce a creare quel legame che gli permette di acquisire capacità tali da avere una considerazione e una posizione privilegiata presso la sua gente, cui essa si rivolge per avere consiglio, aiuto e protezione.
Sebbene questa figura sopravviva ancora, con lo svilupparsi di società più numerose e organizzate da leggi più complesse, con il tempo è stata sostituita da quella dei sacerdoti, aventi associazioni più grandi e articolate, dove i favori, i portenti, sono elargiti dalle divinità, con il sacerdote che fa da tramite tra loro e i mortali. Come gli sciamani, i sacerdoti avevano molta considerazione e un gran rispetto presso il popolo, oltre che un gran potere anche a livello temporale, come dimostrato a esempio società mesopotamiche ed egizie; due società che hanno fortemente condizionato quelle a seguire con il loro sapere e le loro credenze esoteriche.
Di tutte le religioni del mondo antico (non per niente si affacciava sullo stesso bacino mediterraneo), la più incline alla magia fu quella greca, grazie anche a una conformazione del territorio che spingeva l’immaginazione a vedere i suoi luoghi come posti carichi di mistero. Monti remoti avvolti dalle nubi quali l’Olimpo, grotte, bocche vulcaniche, erano teatri perfetti per creature divine, mostri, eroi, maghe, come Medusa che pietrificava con il solo sguardo, Achille reso invulnerabile (tranne che un punto, il famoso tallone) dalle acque del fiume Stige, dei che trasformavano gli uomini in animali. Soprattutto certi luoghi divennero famosi per il sorgere di tempi dedicati agli Oracoli, figure capaci di condizionare anche la politica di uno stato e le decisioni dei re, dato che avevano la capacità di predire il futuro in molti modi (visioni indotte da vapori, sogni) senza dover entrare in contatto con il Regno dei Morti (l’Ade) e i defunti; i sacerdoti avevano gran considerazione, siccome erano loro a dover interpretare le parole e le profezie pronunciate dall’Oracolo.
Solo dopo le guerre persiane nel mondo greco comparve quella che viene chiamata stregoneria: evocazione di demoni, uso di filtri e pozioni per conquistare l’amore o avere la meglio sui nemici o protezione contro di essi. La maga Circe che mutava gli uomini in porci, Medea capace di grandi portenti e malefici, sono alcune delle figure più famose di chi usava la magia; senza contare Orfeo, la cui musica era artefice di prodigi quali farsi ubbidire da chiunque, animali, mostri (vedi Cariddi nell’impresa degli Argonauti) e divinità (Ade, quando scese nel Regno dei Morti per riportare Euridice nel mondo dei vivi). A loro vanno aggiunte figure famose realmente esistite come Pitagora e Apollonio di Tiana, dove le leggende gli conferiscono poteri magici quali l’essere presente nello stesso momento in più punti, richiamare animali e farsi obbedire da loro, guarire, fare profezie. Individui il cui sapere si riteneva nascesse dai contatti con l’oriente. Per tale sapere e credenze, nel caso di Apollonio, ci fu l’osteggiamento dei cristiani, che lo consideravano un operatore di malefici, vedendolo come un nemico (gli venivano attribuiti molti miracoli affini a quelli che i Vangeli attribuiscono a Gesù Cristo, come afferma il biografo Flavio Filostrato) e non prendendo in considerazione che anche lui predicava l’immortalità dell’anima, che la morte non poteva vincere sulla vita, dato che nulla mai moriva, ma cambiava solo sembianze, messaggi molto simili a quelli di Gesù. Da ricordare il suo professare che l’universo è un essere vivente, che ogni cosa che vi appartenga ha una coscienza e che insegnava il sistema alchemico dei quattro elementi (terra, fuoco, aria e acqua), convinto che ce ne fosse un quinto, etere o prana o spirito (se ci si fa caso, questi sono i Cinque Poteri, gli stessi elementi con cui le Aes Sedai intessono i loro flussi quando incanalano l’Unico Potere nella saga di La Ruota del Tempo creata da Robert Jordan).
I viaggi di Apollonio, dove apprese così tante cose, sono avvolti da leggenda, tant’è che attorno a essi si sono creati studi anche a secoli di distanza. Secondo essi aveva raggiunto Shambhala, un regno dove si custodisce e si cura l’anima dell’umanità, dove risiedono adepti di ogni razza e cultura all’interno di una valle riparata dai gelidi venti artici, con un clima sempre temperato e la natura fiorisce rigogliosa. Un luogo cui molti hanno cercato di dare una locazione, spesso indicato nel Tibet, che non è mai stato però trovato, ma che tuttavia ha ispirato scrittori come Andrew Tomas, Victoria Le Page e James Hilton (in Orizzonte Perduto, romanzo del 1933, lo scrittore descrive un luogo simile dandogli nome Shangri-La).
Non solo scrittori si sono lasciati affascinare da persone del genere, ma anche potenti come Nerone, come dà testimonianza Plinio il Vecchio, asserendo che l’imperatore nutriva per la magia una gran passione e per la quale volle avvalersi degli insegnamenti del re armeno Tiridate, famoso mago del periodo in cui la guida di Roma visse.

Merlino interpreteato da Nicol Williamson nel fil Excalibur di John BoormanTuttavia, la figura del mago per antonomasia, nonostante le premesse finora viste, raggiunge il suo culmine solo secoli dopo, incarnandosi in quello che sarà l’archetipo da tutti riconosciuto: Merlino. Individuo conosciuto per il famoso ciclo arturiano, viene citato per la prima volta in Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1136 ca), le cui vicende vengono fatte risalire al V secolo, prima come consigliere di Vortigern, poi di Uther Pendragon. Merlino ebbe un ruolo importante sul regno di quest’ultimo e della sua discendenza, dato che grazie alle sue arti magiche permise a Pendragon di unirsi con Ygraine e dare così vita ad Artù. Solo in seguito con autori quali Thomas Malory, il mito arturiano si arricchì dei famosi racconti della spada nella roccia e dei cavalieri della Tavola Rotonda.
Secondo alcuni, come Nikolaj Tolstoj, Merlino è ispirato all’ultimo dei druidi (sacerdoti delle antiche regioni celtiche di Britannia, Irlanda e Gallia, la cui esistenza è documentata dal III sec. A.C. da saghe irlandesi e testi romani, specie di Giulio Cesare), secondo altri invece era derivata da un bardo gallese del VI sec. d.C. di nome Myrddin, nome cambiato in seguito appunto in quello ben conosciuto. Nome che però secondo la storica Norma Lorre Goodrich era più che altro un appellativo riferito alla sua natura acuta, scrutatrice e rapace, dato che il merlin è un tipo di falco; i lettori della saga di Earthsea di Ursula Le Guin potranno vedere delle analogie tra Merlino/falco e Ged conosciuto anche come Sparviero, vedendo in questo una possibile fonte d’ispirazione avuta dalla scrittrice americana.
Ian McKellen interpreta Gandalf in Il Signore degli Anelli e Lo HobbitMa Merlino non ha ispirato solo questa saga, ne è un esempio un altro famoso mago, Gandalf, creato da J.R.R.Tolkien, gran conoscitore delle leggende nordiche e celtiche, usandole per dare vita alla Terra di Mezzo; entrambi i personaggi sono andati a creare l’immagine classica, l’archetipo che tutt’oggi si conosce. Danirl Radcliffe interprete Harry Potter nella famosa saga di  J.K.RowlingUn archetipo che è stata arricchito da poco da un altro personaggio, quello di Harry Potter creato da J.K.Rowling, scrittrice inglese che consolida la visione secondo la quale l’essere mago è un talento innato, che non può essere acquisito in nessun modo, distinguendolo così dalle persone comuni. E mantenendo la tradizione dell’immaginario, i maghi per gli incantesimi usano bacchette magiche, hanno proprie scuole con torri e ordini, dove imparare a usare i poteri di cui dispongono e che affondano le loro radici in qualcosa che non è di questo mondo dai libri.
Tutto ciò a differenziarsi dalle streghe, che non hanno bisogno né di maestri (maghi e stregoni hanno sempre scuole) né di gerarchie ufficiali che, per mantenere il controllo sull’utilizzo delle forze invisibili, diano regole e investiture precise ai loro adepti. Strega (femmina o maschio che sia) è chi impara da sé, chi cerca e trova, non smette mai di trovare, sul confine tra Aldiqua e Aldilà. In molte lingue per indicare le streghe si usano parole che letteralmente significano «le sapienti», persone libere e coraggiose, indifferenti a paure superstiziose, ai tabù, con mentalità pratiche. (1) Di fronte a tale descrizione, di nuovo vengono in mente le Aes Sedai di Robert Jordan, etichettate dalla gente comune in senso dispregiativo come le streghe di Tar Valon, ma anche la Strega del Crepuscolo del mondo di Landover di Terry Brooks, ottimo esempio di creatura a ridosso del confine tra Mondo Fatato e mondo materiale che ha appreso da sola l’uso della magia.

1 – Libro degli angeli, pag 93. Igor Sibaldi. Frassinelli 2007

Fonti su cui ci si è basati per realizzare l’articolo (apparso sul numero 9 di Effemme):

  • Storia dei maghi. Alan Baker. I edizione Oscar Mondadori 2005
  • Manuale di storia delle religioni. G.Filoramo, M.Massenzio, M.Raveri, P.Scarpi. Mondadori 1998
  • Dizionario universale dei miti e delle leggende. Anthony Mercatante. Mondadori 2002

Città delle illusioni

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Ursula K. Le Guin ha sempre affrontato nei suoi romanzi temi universali che riguardano l’uomo e critiche rivolte ai sistemi e alle società. Città delle Illusioni non fa certo eccezione.
Attraverso Falk, alieno ma con caratteristiche molto simili alla razza umana, mostra la ricerca dell’individuo sulle proprie origini, su chi è, dove sta andando. Finito sulla Terra, si ritrova a vagare su di essa completamente privo di memoria, come se fosse un bambino appena nato; non è un caso che l’inizio della storia lo trovi in una foresta, luogo iniziatico dove l’individuo vi si aggira alla ricerca di se stesso, della sua vera natura. Quando riesce a uscirne, viene accolto da una piccola comunità d’esseri umani che vive distaccata dalle altre, come d’altronde lo sono tutte: tante isole sparse per il mondo che non hanno contatti le une con le altre, isolate, ignare di ciò che accade nel resto del pianeta: ciò che si sa è frutto di miti, di storie antiche, di frammenti di storia. L’umanità è stata conquistata da una razza aliena, gli Shink, che li ha spezzati e divisi per poterli dominare.
Nella diffidenza che possa essere uno di loro, Falk viene accolto e gli viene trasmessa la loro conoscenza, ma presto in lui sorge la necessità di scoprire quel passato di cui non ricorda nulla, di cui è stato privato, e parte alla ricerca della propria verità. Si trova così ad affrontare un viaggio solitario in un mondo sconosciuto, che gli mostra come l’umanità si sia imbarbarita e viva nella paura e nel sospetto, le armi migliori degli Shink, che in questo modo li tengono sotto controllo senza dover usare la forza. In mezzo a tutto questo Falk mantiene la sua integrità, il suo voler essere fedele alla sincerità ed è questo che gli permette da solo di riuscire nella sua ricerca. Perché la ricerca della verità è qualcosa che si può fare solamente da soli e ognuno deve scoprire la propria, perché non ne esiste una assoluta, anche se c’è chi cerca di farlo credere e nel tentativo di farlo è capace di stravolgerla e di usare l’inganno, la menzogna, al punto che risulta difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso.
Come si vede, i temi trattati da Ursula K. Le Guin sono universali, sempre attuali: basta semplicemente osservare la situazione e il modo di fare dell’Italia, dove le classi di governo non hanno fatto altro che intorbidire le acque per non far capire dove stavano i torti e le ragioni. Un modo di fare atto a voler dimostrare che tutti sono sporchi, che non esistono innocenti e pertanto non esistono colpevoli. Tutto questo sistema è la ben conosciuta e congeniata macchina del fango, utilizzata per non far capire qual è e dove sta la verità: in tal modo, la gente, non essendo più in grado di distinguere nulla, rimane immobile a non fare niente, presa da dubbi e incertezza, e in questo modo chi è al potere può ancora mantenerlo e continuare a fare liberamente ciò che ha sempre fatto. Ma la verità può essere ritrovata: basta applicarsi, impegnarsi, scavare, fare domande e non accettare tutto quello che viene propinato, dubitare di chi è al potere e usa le parole per perpetrare i propri fini.
Per questo la lettura e soprattutto certi testi sono importanti: perché permettono di essere consapevoli della realtà e dei meccanismi attuati dall’uomo per scopi personali.

La Soglia

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E’ capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di desiderare una dimensione dove poter rifugiarsi da una realtà in cui ci si sente estranei, fuori posto. Un luogo che non sia di questo mondo, un posto segreto dove poter trovare pace e protezione, dove incontrare tutto quello che la realtà non è capace di dare. Un luogo magico, dove il tempo non ha valore e ci si sente sicuri, apprezzati, lontano da ciò che fa soffrire, fa provare delusione, rammarico, amarezza.
Un sognare che non costa nulla e che alle volte può essere pure terapeutico, può far giungere a delle scoperte: “rivelazioni” che possono essere di aiuto nella risoluzione di problemi, di ansie. Ciò che però occorre ricordare è che, per quanto malvolentieri lo si debba fare, occorre tornare dal mondo dei sogni perché la vita non può essere vissuta solo nell’immaginazione. Per quanto possa essere bello un sogno, prima o poi occorre tornare alla realtà. Per quanto possa essere piacevole, come tutte le cose finisce e può arrivare a non essere più come le prime volte, a non dare quelle sensazioni che hanno fatto stare così bene, ma ci si ritrova a essere insoddisfatti, a trovarsi a disagio come indossare un paio di scarpe troppo piccole per i propri piedi: l’ambiente trovato così idilliaco all’inizio comincia ad andare stretto e si sente una spinta che porta altrove. Razionalmente non si riesce a capire questa emozione che viene dal profondo, dall’inconscio, ma si tratta del cambiamento, della vita che matura e allunga i suoi rami verso l’alto, verso la crescita.
E’ quello che succede a Hugh e Irene, i protagonisti di La Soglia, romanzo di Ursula Le Guin. L’autrice americana non scrive nulla di nuovo: nel corso dei tempi si è scritto di tutto, in ogni modo, e non è possibile realizzare qualcosa di originale. Ma scrive un buon romanzo, ben caratterizzato, capace di mostrare con lucidità le ombre della realtà in cui vivono i protagonisti; scrive una storia che sa cogliere molto bene aspetti della vita e situazioni che si è trovati a vivere, ad affrontare.
Hugh, ventunenne che si ritrova a non avere una vita al di là del lavoro di cassiere perché ha a che fare con una madre apprensiva, condizionata da sindrome d’abbandono, che le fa vivere in maniera possessiva, di dipendenza il rapporto col figlio, e anche condizionante, dato che crea limitazioni e sensi di colpa.
Irene invece non ha legami saldi con la famiglia e anzi le sta lontano per non subire le avance sessuali del patrigno.
Due solitudini che non hanno un posto nel mondo, che non hanno veri legami con qualcuno, ma cercano solamente un modo per non farsi schiacciare dal senso d’inutilità che hanno, dal non senso che ha la loro vita e che incontrano una ragione d’esistenza per caso, quando trovano un varco per un’altra dimensione. Una dimensione crepuscolare, dove non c’è giorno e notte, dove il tempo passa in maniera più lenta rispetto alla Terra; una terra fatta di boschi dove scorrono torrenti dall’acqua fresca e cristallina, dissetante come nessuna acqua aveva mai fatto.
Una scelta voluta quella di ambientare la storia in un simile scenario, perché il bosco è un luogo d’iniziazione, il luogo dove nella tradizione, nelle favole, i giovani venivano mandati per affrontare le prove e poter così divenire adulti: è il simbolo dello smarrirsi, dove occorre trovare (o ritrovare) se stessi.
Ed è questo che fanno i due protagonisti. Trascorsa una vita senza sapere quale ruolo hanno nel mondo, senza sentirsi parte di esso, ma più che altro senza sapere cosa vogliono esattamente o avere il coraggio di fare quello che desiderano, Hugh e Irene si ritrovano a percorrere lo stesso percorso: dapprima con riluttanza, diffidenza e anche risentimento, ma poi iniziando a comprendersi, a capire che sono complementari, che l’uno ha bisogno dell’altra, non solo per entrare e uscire da quel mondo crepuscolare (Hugh può accedervi tutte le volte che vuole, ma ha difficoltà a trovare la via del ritorno, mentre per Irene è l’opposto), ma anche per affrontare la vita, le esperienze. Un modo, attraverso i due giovani, per far vedere che è importante saper sognare, ma che è altrettanto importante sapere quando uscirne per vivere la realtà e non perdersi in un mondo immaginario fino a divenire un disadattato. Perché non è nella fuga che si trova la soluzione, ma solo nell’andare incontro alle difficoltà, alle paure.
E’ per questo che Hugh e Irene intraprendono un lungo cammino che ricalca quello che ben si conosce nelle storie: il viaggio verso la montagna (il luogo della prova, dell’ascesa che porta alla grandezza, alla vastità) dove si dovrà affrontare impugnando la spada (strumento magico che dissolve e annienta gli spiriti del male) il drago (il guardiano della Soglia, custode di tesori), che vive all’interno della grotta (il luogo fenomenico, oscuro, nel quale entrarvi per poi tornare a uscire alla luce trasformato, più forte, più consapevole perché si è trovato il vero Io nascosto). Un’esperienza che li farà crescere, che li farà andare avanti e uscire dalla dimensione crepuscolare che è la loro vita, facendogli incontrare quell’amore che renderà luminosa e meritevole d’essere vissuta la vita.

Il mondo di Eartshea

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Faccio la premessa che non ho letto tutti i libri della serie, ma solamente i primi tre. Aggiungo che ho visto il film d’animazione I Racconti di Terramare, realizzato da Goro Miyazaki: ben fatto, rende in parte l’atmosfera dei libri, ma è una cosa a parte, dato che sì, prende ispirazione dalla saga, ma costruisce una storia che è un amalgama di elementi presenti nei vari libri, creando qualcosa di nuovo.
Earthsea è una serie ambientata in un mondo costituito di isole, più di un centinaio, dove la magia è parte integrante dell’esistenza. Certo non è per tutti, solo chi ha il potere dentro di sé può studiare la magia e divenire mago recandosi a Roke, l’Isola dei Saggi; ogni isola ha un mago a cui rivolgersi nei casi di bisogno quali possono essere la cura di una malattia o degli animali, il controllo del vento per i pescatori o i viaggiatori che vanno per mare. Una magia basata sulla conoscenza delle cose, ottenuta tramite lo scoprire il vero nome che determina la loro natura: è attraverso di esso che si ottiene il controllo, il potere. Un potere che non viene usato tanto alla leggera perché non vada a infrangere l’Equilibrio, come insegna Ogion al suo apprendista Ged, il giovane che diventerà il grande mago conosciuto come Sparviero. Un nome, quest’ultimo, che non è il suo vero nome, ma che indica una natura spinta sempre a volare più in alto, ad acquisire nuove conoscenze; una fame di sapere quasi predatoria, mossa da un impeto che non si sofferma a valutare le conseguenze del suo agire, almeno fino a quando non imparerà dalle esperienze fatte.
Chi si aspetta, com’è abituato alla letteratura di genere attuale, incantesimi formulati per qualsiasi bisogno o evocazione di poteri che sconvolgono il mondo, può rimanere deluso, ma Ursula Le Guin ha un approccio diverso alla magia: essa è un simbolo, un mezzo per far comprendere l’animo umano, la sua evoluzione, per mostrare il viaggio dell’Uomo che fa attraverso la Vita. E’ così che in Il Mago di Earthsea si vede come ego e orgoglio, smania di dimostrare d’essere i migliori, d’essere superiori agli altri, possono creare grandi danni, sia a se stessi, sia agli altri che stanno intorno. E’ così che si fa conoscenza con l’Ombra, l’incarnazione dei lati oscuri ed erronei dell’individui, che finché non vengono riconosciuti fanno solamente danni: solo con la sua accettazione, senza più scappare da essa, si può arrivare a essere individui completi, capaci di realizzare il proprio percorso.
E’ la paura, dovuta all’ignoranza, alla mancanza di comprensione e consapevolezza, il vero nemico contro cui combattere. Se non lo si riconosce, si rischia solamente di creare attriti con le altre persone, di vederle come il male da affrontare, da schiacciare, da eliminare a ogni costo: un atteggiamento che rischia di divenire una prigione in cui si vive rinchiusi. Ma se in Le Tombe di Atuan la paura è circoscritta in un’area ben definita (simbolo della chiusura e ottusità di molte religioni, che si ritengono depositarie dell’unica verità, mentre si tratta solamente di controllo degli altri e del potere), in La Spiaggia più lontana questo sentimento è così forte che colpisce tutta Eartshea, facendo sparire la magia, le parole delle canzoni, la felicità, la speranza. Le persone vivono in una stasi priva di emozioni, di sentimenti, una vita dove non c’è morte, ma per colpa della cui assenza tutto ha perso senso. Un tema quello toccato da Le Guin sempre attuale nella storia umana, dove gli individui hanno sempre provato paura per questo elemento (ricorda molto la società attuale dove non si vuole parlare di morte e la si esorcizza cercando di rimanere sempre giovani grazie alla chirurgia estetica), spaventati dalla perdita che essa rappresenta, così dominati da questo sentimento da non riuscire ad apprezzare tutto quello di buono che l’esistenza ha da offrire; questo sentimento ha sempre proiettato nella ricerca della vita eterna, senza capire che è eterno solo ciò che è statico, mentre la vita è sempre mutamento, è tutto un trasformarsi. La vita è sempre vita, ma si presenta ogni volta in una forma differente, una continua rinascita, come lo fanno i protagonisti attraverso le loro esperienze, che dopo averle superate non sono più gli stessi di prima.
Ged, Tenar, Arren (il cui vero nome è Lebannen), sono i protagonisti, uno per ogni libro, di questa trilogia, accompagnatori del lettore lungo un cammino introspettivo, dove sono affrontati e mostrati i sentimenti umani, e che, a differenza delle pubblicazioni attuali, non si soffermano sull’emotività e sui patemi amorosi o i pruriti degli adolescenti, ma rappresentano un cammino evolutivo, mai banale e scontato. Con un ritmo lento le loro storie si dipanano senza fretta, senza quell’andare di corsa che tanto caratterizza la vita odierna e lo stile di molti scrittori del fantasy contemporaneo, dove il soffermarsi sulle cose è considerato una perdita di tempo. Una corsa che rende tutto uno sguardo superficiale, facendo perdere quei dettagli che rendono tutto così ricco e interessante.