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Il Libro Malazan dei Caduti

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Il Dio Storpio, decimo volume della serie Il Libro Malazan dei CadutiIl Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson è una serie fantasy di dieci romanzi iniziata nel 1999 con I Giardini della Luna e conclusa nel 2011 con Il Dio Storpio; questo per quanto riguarda il percorso della versione originale. Quello della versione italiana è stato più travagliato: è iniziato nel 2004 con il primo romanzo della saga, per poi interrompersi nel 2013 con la pubblicazione della prima parte di I Segugi dell’Ombra, l’ottavo libro, a causa del fallimento della casa editrice che pubblicava la serie, il Gruppo Editoriale Armenia. Dopo un periodo d’incertezza, dove si era temuto che non si giungesse a conclusione della traduzione, la casa editrice che lo pubblicava è stata acquisita dal gruppo editoriale Il Castello ed è tornata con il nome di Armenia; nel 2015 è ripresa la pubblicazione della saga Malazan: oltre a I Segugi dell’Ombra, questa volta in forma completa, sono stati riproposti anche i precedenti sette volumi nella nuova edizione.

Questo è l’inizio dell’articolo da me realizzato su Il Libro Malazan dei Caduti per Letture Fantastiche. Il pezzo esamina sia la realizzazione cartacea dei vari volumi, sia la cura editoriale del testo, nonché, naturalmente, il lavoro dello scrittore canadese. Il pezzo è stato realizzato per permettere a chi non si è ancora avvicinato alla saga Malazan di conoscerla meglio e così farsi un’idea se iniziare un lungo cammino di lettura. Sono stati esaminati i punti di forza dell’opera, si è cercato di cogliere lo spirito della serie senza fare spoiler; inoltre sono stati messi dei brani estratti dai vari libri per far vedere a chi non conosce il lavoro di Erikson lo stile usato.
Perché fare un articolo del genere quando in tanti hanno già parlato della saga di Erikson e ci sono dei forum dedicati solo a essa?
Uno, perché la saga è piaciuta; non fosse stato così, non l’avrei conclusa, ma l’avrei lasciata qualora non mi avesse soddisfatto.
Due, perché la saga merita di essere conosciuta, visto quello che sa dare.
Tre, per dare un supporto a chi non ha le idee chiare. I lettori meritano rispetto perché in un libro investono tempo e denaro (se lo acquistano e non lo prendono in biblioteca): elementi entrambi preziosi, che non vanno sprecati, visto in questo caso la quantità di essi richiesta.
A questo punto non mi resta che augurare buona lettura a chi vorrà addentrarsi nel mondo di Il Libro Malazan dei Caduti.

Il Dio Storpio

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Il Dio StorpioIl Dio Storpio è il decimo e conclusivo romanzo della serie Il Libro Malazan dei Caduti scritta da Steven Erikson. Dopo una lunga e travagliata storia per quanto riguarda l’edizione italiana (dove si era temuto che non si giungesse a conclusione della traduzione, rimanendo fermi a metà dell’ottavo volume), nell’autunno del 2016 i lettori dell’italo paese di questa saga monumentale hanno potuto leggerne la conclusione. In un panorama nazionale dove il fantasy è ritornato a essere di nicchia dopo il boom degli anni passati (di questo passo indietro si deve ringraziare la mancanza di preparazione e conoscenza dell’editoria nazionale, oltre al desiderio sfrenato di fare il più possibile soldi per poi passare al successivo genere di moda da dissanguare, ma una parte di colpa l’hanno avuta anche i lettori che, come gli editori, seguono l’onda del momento, senza fermarsi a riflettere per discernere il meritevole dal mediocre), va dato merito alla nuova Armenia di aver voluto continuare a puntare su un prodotto valido ma non facilmente commerciabile. Per fare questo si sono dovuti fare dei compromessi: per avere un buon prezzo (19 E per tomi da 1200 e passa pagine) e le belle copertine originali, la realizzazione del cartaceo non è potuta essere all’altezza dell’edizione precedente, con qualità di carta e rilegatura di livello decisamente inferiore. Inoltre, il poco tempo a disposizione prima della stampa non ha permesso di fare un lavoro curato a livello di editing che un’opera di questo livello meriterebbe: in poche settimane non si può revisionare totalmente un libro di così tante pagine, occorrerebbe molto più tempo. Va notato tuttavia che in Il Dio Storpio, come in La polvere dei sogni, il numero degli errori è molto inferiore rispetto ai precedenti otto della nuova edizione (nella vecchia, andando a memoria, ce n’erano meno).
Questa attesa e questo sforzo nel dare conclusione alla traduzione italiana del mondo Malazan ne sono valsi la pensa?
Sì.
Rimangono dei punti non sviluppati e non portati a conclusione, lasciando delle porte aperte, perché tanti sono i personaggi e le vicende in gioco, e probabilmente avranno spazio in altri lidi, ma le trame principali vengono portate a termine e si riesce ad avere spiegazione di quel grande intreccio che è Il Libro Malazan dei Caduti. Erikson crea una gigantesca convergenza dove si riescono a capire l’agire di tanti personaggi e le loro motivazioni. Piani vengo rivelati, verità sono mostrate. Dei scendono in campo, potenze inimmaginabili sono scatenate. Battaglie disperate, gesti eroici, sacrifici estremi. Il Dio Storpio è un libro di una guerra combattuta su più piani, con svariati fronti e fazioni, ognuna delle quali ha un proprio fine da portare avanti. Finalmente si riesce a capire realmente chi è colui che dà il nome al romanzo e che è stato al centro delle vicende narrate per dieci libri, attorno al quale si può dire ha girato tutto. Dopo jaghut, k’chain che’malle, imass, tiste andii, tiste liosan, tiste edur, fanno la loro comparsa i forkrul assail, una nuova razza che vuole importare e imporre il suo ordine estremo sulle altre popolazioni.
Steven Erikson è stato bravo nel dare conclusione a una saga monumentale senza essere ripetitivo o allungando il brodo: Il Dio Storpio, rispetto a La polvere dei sogni, non si dilunga nel filosofare dei personaggi (all’apparenza distogliente dal fulcro delle vicende, in realtà molto utile), ma mantiene un buon ritmo e gli scontri di certo non mancano. Questo non significa che sia privo di momenti di riflessione, d’interiorità, com’è tipico di Erikson:  ce ne sono e sono sempre all’altezza. Ma essendo all’atto finale, com’è logico che sia, è l’azione che deve essere protagonista; i piani, la preparazione: il loro tempo è passato e occorre mettere le carte in tavola (a proposito di carte, è affascinante quello che viene fatto con il Mazzo dei Draghi, ma che esso colpisse e fosse una delle cose meglio riuscite di Erikson, per chi ha letto la saga, non c’era bisogno di dirlo). Ed Erikson lo fa veramente alla grande, scatenando tutte le forze possibili. Finalmente si capisce la ragione delle scelte di Tavore e una rivelazione che la riguarda rende veramente d’impatto un agire che, per essere di tale portata, doveva avere una motivazione notevole.
E per chi ha seguito tutta la saga, non può che essere un piacere il ritorno in scena di un certo personaggio, molto conosciuto tra le schiere Malazan; come non si può non essere toccati dal finale riservato a un altro grande personaggio dei Malazan.
Il Dio Storpio è un romanzo epico: su questo non ci sono dubbi. Si hanno invece dubbi sul poter ricordare nel dettaglio tutte le cose narrate in precedenza, anche avendo fatto una rilettura recente dell’intera saga (ma non avendo preso appunti), perché è davvero tanto quello che è accaduto. Il mondo creato da Erikson è ricco di personaggi, ognuno con una propria storia e una caratterizzazione profonda e particolareggiata; per non parlare delle tante razze cui lo scrittore canadese ha dato vita, della storia che le lega tra loro. Come dimenticarsi dei tanti dei i cui poteri agiscono sul mondo; dei Canali e delle Fortezze e di come, giunti a questo punto, sia più comprensibile la loro natura, quando, per diversi libri si faticava a comprendere appieno cosa fossero per davvero (in I giardini della Luna ci si trovava da subito ad avere a che fare con essi senza capirci nulla, ma si sa, a Erikson non piace dare la pappa pronta: le risposte bisogna sudarsele, bisogna scavare a lungo per trovarle); del passato di un mondo ricco di misteri.
Il Dio Storpio è la degna conclusione di una saga meritevole di essere letta; non certo la più semplice e immediata, ma che sicuramente non lascia delusi per la sua profondità e ricchezza. Senza togliere che, in una storia epica e drammatica, non mancano momenti di grande ilarità e divertimento, capaci di far sorridere e ridere di gusto

 

La polvere dei sogni, nono volume di Il Libro Malazan dei Caduti

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La polvere dei sogniIn La polvere dei Sogni, Steven Erikson ha scritto questa nota: “Sebbene non possa definirmi uno scrittore di tomi fermaporta, ho sempre pensato che la conclusione de Il LIBRO MALAZAN DEI CADUTI richiedesse qualcosa di più di quanto potesse offrire la moderna tecnologia in materia di rilegatura. Fino ad oggi ho sempre evitato di scrivere romanzi con il cosiddetto finale in sospeso, essenzialmente perché, in veste di lettore, ho sempre odiato dovere aspettare per scoprire come va a finire. Ahimè, La Polvere dei Sogni è la prima parte di un romanzo in due volumi, che si concluderà con Il Dio Storpio. Pertanto, se pensate di trovare la conclusione di storie nella storia resterete delusi. La Polvere dei Sogni non presenta la struttura tradizionale di un romanzo, e la mancanza di un Epilogo ne è la testimonianza. Pertanto, non mi resta che chiedervi di essere pazienti. So che potete farcela. Dopotutto, avete aspettato fino ad ora, no?”
Chi ha seguito la saga Malazan, ha avuto modo di costatare che i suoi libri sono autoconclusivi: sebbene le vicende siano tutte collegate tra loro, Erikson prende un gruppo di personaggi e sviluppa le vicende che lo riguardano in una determinata zona e lasso di tempo, dandogli un inizio e una fine, senza lasciare il finale il sospeso. Certo è un finale che può essere continuato, e infatti nei volumi seguenti quello che si è letto sui personaggi viene ripreso, per arrivare a dare compimento al grande quadro d’insieme che lo scrittore ha preparato. Questo, se ce ne fosse ancora bisogno, a dimostrazione della professionalità e della correttezza dell’autore.
Altra nota che Erikson ha voluto fare è la dedica a Stephen R. Donaldson, scrittore di libri fantasy conosciuto in Italia per la pubblicazione di due trilogie dedicate a Thomas Covenant: già in un’intervista aveva voluto sottolineare l’importanza avuta dal collega in quello che ha scritto.
Fatte queste annotazioni, vediamo che cosa succede in La polvere dei sogni. Come ormai si è capito, ci si sta avvicinando alla convergenza finale e si chiarisce sempre più il quadro complessivo e tutti gli elementi messi in campo. Ci sono le macchinazioni degli dei antichi che non se ne vogliono stare con le mani in mano e vogliono tornare ai fasti del passato. Ci sono i Malazan e i Letherii che si ritrovano a essere alleati, che si vedono impegnati all’inizio in una lettura di grande pathos. C’è Tool e i barghast che guida. Per non dimenticare poi Toc.
E poi ci sono i K’Chain Che’Malle, la specie dalle sembianze di gigantesche lucertole già incontrata altre volte nei volumi precedenti. Ma se prima si erano viste solamente le loro azioni sul campo di battaglia e la pazzia della sua Matrona, in questo romanzo Erikson fa capire le motivazioni che li spingono ad agire, come pensano, cosa provano, a cosa mirano. Ora si capisce perché due di loro avevano seguito e appoggiato Maschera Rossa e perché lo avevano eliminato, ritenendolo inadatto al compito che gli avevano affidato. Un compito ora affidato a Kalyth, l’ultima degli Elan, adesso Destriante dei K’Chain Che’Malle.
La polvere dei sogni è introspettivo, riflessivo, filosofico ed epico come gli altri volumi scritti da Erikson; è qualcosa di grandioso come gli altri romanzi della saga Malazan, con un finale che presenta uno degli scontri più adrenalinici, epici e monumentali descritti in un romanzo. Un romanzo che parla di divisioni, solitudini, perdite, capace d’illuminare con pensieri che rivelano la natura del potere, della ricchezza, della saggezza, delle credenze, delle religioni. Toccante, evocativo, denso di attesa, di magia (come non restare affascinati dalle varie letture delle Mattonelle e del Mazzo o di come la magia sia legata alla vita), che però riesce anche a strappare un sorriso nelle scene dove Tehol e Ublala Pung sono protagonisti.
Notevole. Non immediato, ma notevole come sempre.

Potere: che cos'è?

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He-Man e il potere di GrayskullPotere: che cos’è? Una domanda che tanti si son posti, una cosa che tanti vogliono.
“Io ho il potere” esclamava il principe Adam quando si trasformava in He-Man nel cartone animato che è andato in voga negli anni ’80 (si potrebbe fare una dissertazione sul fatto che Adam sta a indicare Adamo, il primo uomo, l’uomo com’è all’inizio, e che con l’uso della spada di Grayskull, altro archetipo molto forte, diventa “Lui, l’Uomo”, ma lasciamo al cartone animato il suo scopo d’intrattenimento e divertimento), ma il potere, nella vita reale è qualcosa di meno visibile, ma che comunque ha grande influenza e lo si trova a tanti livelli differenti, nel grande come nel piccolo.

 

 Si finisce sempre a meditare sull’essenza del potere. Io sono inna­morato di Beverly Marsh, che esercita un potere su di me. Lei ama Bill Denbrough e perciò lui ha potere su di lei. Ma, ho l’impressio­ne che Bill stia incominciando a innamorarsi di Beverly. Forse è sta­to per il suo viso, per l’espressione che ha fatto quando ha detto che non poteva farci niente se è femmina. Forse è stato per averle vi­sto un seno per un attimo. Forse è solo come appare certe volte, quando la luce è quella giusta, o per i suoi occhi. Non fa niente. Ma se lui comincia a innamorarsi di lei, allora lei comincia ad avere po­tere su di lui. Superman ha potere, se non c’è della kriptonite nelle vicinanze. Batman ha potere, anche se non sa volare o vedere attra­verso i muri. Mia madre ha potere su di me e il suo principale, giù alla fabbrica, ha potere su di lei. Tutti ne hanno… eccetto forse i bambini piccoli e i neonati.
Poi pensò che anche i bambini piccoli e i neonati avevano un po­tere: potevano strillare fino a costringerti a far qualcosa per farli smettere. (1)

 

Stephen King è molto bravo nel mostrare una forma del potere, ma come dice poco più avanti del brano citato, il potere è multiforme, come la cosa che i Perdenti stanno affrontando.

 

…il potere è collettivo. L’individuo ha potere fintanto che cessa di essere un individuo. Conosci lo slogan del Partito: “La Libertà è Schiavitù”. Hai mai pensato che se ne possono invertire i termini? La schiavitù è libertà. Da solo, libero, l’essere umano è sempre sconfitto. Deve essere per forza così, perché l’essere umano è destinato a morire, e la morte è la più grande delle sconfitte. Se però riesce a compiere un atto di sottomissione totale ed esplicita, se riesce a uscire dal proprio io, se riesce a fondersi col Partito in modo da essere lui il Partito, diviene onnipotente e immortale. La seconda cosa che devi capire è che il potere è il potere sugli esseri umani: sul corpo, ma soprattutto sulla mente. Il potere sulla materia, o realtà esterna che dir si voglia, non è importante. E comunque, il controllo che abbiamo sulla materia è già assoluto. (2)

«Il vero potere, il potere per il quale dobbiamo lottare notte e giorno, non è il potere sulle cose, ma quello sugli uomini.» Si interruppe, e per un attimo riprese quell’aria da maestro che interroga uno scolaro promettente: « Winston, come fa un uomo a eser­citare il potere su un altro uomo?».
Winston rifletté. «Facendolo soffrire» rispose.
«Bravo, facendolo soffrire. Non è sufficiente che ci obbedi­sca. Se non soffre, come facciamo a essere certi che non ob­bedisca alla nostra volontà ma alla sua? Potere vuol dire in­fliggere dolore e umiliazione. Potere vuol dire ridurre la mente altrui in pezzi che poi rimetteremo insieme nella forma che più ci parrà opportuna.
(3)

 

George Orwell in 1984 dà del potere una visione molto più brutale, distopica e totalitaria. Anche J.R.R.Tolkien ne dà identica rappresentazione, seppur in modo diverso, in Il Signore degli Anelli con l’Unico Anello, mostrando come il potere corrompe, logorando e distruggendo l’individuo che cerca di possederlo. Ad analoga conclusione giunge Steven Erikson nella sua saga Il Libro Malazan dei Caduti; in Venti di Morte, settimo romanzo della serie, anzi, va oltre questo concetto quando asserisce che alla fine il potere distrugge sempre se stesso.

 

Lettore si portò con passo deciso a fianco di Sanjuro.
«Che cos’è il Potere?» domandò senza preamboli.
«Forza. Pura e semplice forza.»
«Questo l’avevo già capito.» Lettore trattenne la sua impazienza. «Ma che cos’è esattamente? Da dove viene? Perché non tutti l’hanno?»
«Troppe domande tutte in una volta» lo ammonì Sanjuro. «Riprendiamo dall’inizio. Il Potere è forza. Ma non la forza dei muscoli o delle macchine; non è nemmeno la forza che viene da quella che tu chiami magia, con formule, pozioni, incantesimi. È una forza che nasce da una dimensione che è dentro di te, uno spazio di cui spesso ignori l’esistenza e che pertanto non puoi conoscere.»
Lettore s’imbronciò. «Una dimensione? Dentro di me?»
Sanjuro continuò a guardare davanti a sé. «È come un pozzo che fa da collegamento a un immenso lago che sta sotto terra: ti permette d’attingere all’acqua che contiene.»
Lettore continuò a essere pensieroso. «Che cos’è quell’acqua?»
«È l’essenza di tutte le cose. L’energia che fa soffiare il vento, crescere le piante, battere i nostri cuori, ci fa muovere e alimenta il Potere.»
«Allora perché non tutti usano il Potere? Da quello che dici, tutti dovrebbero usarlo.»
Sanjuro assentì. «Perché non tutti sono consapevoli della vita che possiedono: sanno che senza di essa non esisterebbero, ma tutto quello che riescono a concepire è che essa gli permette di muoversi, respirare, pensare. Nient’altro. Non riescono ad andare oltre questo limite: è come se chiudessero quasi del tutto il pozzo, lasciando solo un buco per far passare quel poco da bere per non morire di sete.»
«Non capisco…»
«Neanche loro» costatò Sanjuro. «Ritengono che la vita sia qualcosa di limitato e per questo la usano con parsimonia, per timore di consumarla.»
«Vuol dire che non ci sono limiti?»
«Dipende fin dove uno è disposto a spingersi. E quanto la paura è capace di frenarlo.»
«Paura?»
«È sempre una questione di paura quello che riusciamo o non riusciamo a fare.»
«Perché si ha paura di farsi del male?»
Il passo di Sanjuro rallentò. «Sì, alle volte è la paura di farsi male a frenare. O di fare del male agli altri. Essa va di pari passo con quanto uno è disposto a sopportare del prezzo che si deve pagare.» Per la prima volta l’uomo si voltò a guardarlo. «Sì» prevenne la domanda del bambino. «C’è sempre un prezzo da pagare quando si vuole ottenere qualcosa.»

Questo è quanto ho voluto mostrare in L’Ultimo Demone, altro romanzo appartenente a I Tempi della Caduta, su che cos’è il potere: una visione magari meno legata alla realtà rispetto a quella di King, più “elevata”, che affonda di più le radici nel fantastico, ma che comunque rappresenta una realtà: il potere è forza. Chi ha potere può imporre il proprio volere sugli altri, condizionarli, fargli fare quello che vuole: è quello che fanno politici, governanti, imprenditori sulle cosiddette persone comuni che stanno sotto di loro. Ma questo potere è una falsa forza, perché non è una forza che proviene da se stessi, ma è un potere che viene concesso, perché sono le persone comuni che permettono a certi individui di avere influenza nella propria esistenza. Come dice saggiamente Gesù a Pilato “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Giovanni, 19,11): una frase su cui occorrerebbe riflettere attentamente, perché renderebbe le persone più libere e il mondo un luogo migliore.

 

  1. IT. Stephen King. Sperling&Kupfer Economica 2009. Pag. 957.
  2. 1984. George Orwell. Oscar Mondadori 2011. pag. 271-272
  3. 1984. George Orwell. Oscar Mondadori 2011. pag. 273-274

 

La Conquista dello Scettro - Libro Primo delle Cronache di Thomas Covenant l'Incredulo

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Thomas Covenant è divenuto una persona di successo grazie alla pubblicazione di un libro e dinanzi a sé gli si prospetta una brillante carriera. È felicemente sposato con Joan e insieme hanno un figlio. La sua è una vita felice, dove tutto sembra filare liscio, ma come tutte le cose, ha una fine. Una fine che si presenta con un segnale all’apparenza insignificante, ma che stravolgerà la sua esistenza: le sue dita nello scrivere appaiono incerte, gli fanno commettere errori; polsi e caviglie cominciano a dolergli, sente un gelo in esse. E alla radice del mignolo compare una macchia rossastra. Con la moglie e il figlio lontani perché si possa concentrare sul suo secondo romanzo da scrivere, Thomas Covenant ignora i segnali; quando Joan ritorna, accorgendosi del suo stato di salute, lo fa ricoverare in ospedale. Lì due dita della mano gli sono amputate perché andate in cancrena, ma ancora più dura è la diagnosi della malattia che ci sta dietro: la lebbra.
Thomas Covenant è un lebbroso. Sembra incredibile che una malattia del genere esista ancora in un mondo evoluto come il nostro, eppure è così. E nonostante si dica che la razza umana si sia evoluta e civilizzata, i pregiudizi e gli atteggiamenti delle persone versi i lebbrosi non sono cambiati. Thomas Covenant viene abbandonato dalla moglie (che gli porta lontano anche il figlio perché non lo contagi), viene isolato dalla comunità che lo considera una vergogna, qualcuno da evitare, come se quello che gli è successo sia colpa sua. Le persone gli fanno vivere la sua già difficile condizione come una colpa, come se la sua malattia sia la conseguenza dei suoi peccati. Covenant viene sempre più isolato, spinto sempre più ai margini della comunità, desiderando che sparisca. Senza quasi più contatti umani, Thomas è costretto per sopravvivere a imporsi una ferrea disciplina, costretto a continui controlli sul suo fisico (EVE) per verificare che non ci siano tagli e graffi che portino a infezioni, cosa di cui altrimenti non si accorgerebbe, dato che la lebbra distrugge i nervi, rendendolo insensibile e impotente.
Una vita distrutta, senza speranza, fino a quando non avviene l’incontro con un vecchio mendicante, con il quale ha una strana conversazione; poco dopo un’auto della polizia lo investe. Al suo riprendere i sensi Thomas Covenant si ritrova in una caverna, alla presenza di Droll Scavaroccia e del Sire Immondo, convocato dal potere dello Scettro nella Landa. Catapultato in un’altra dimensione, si ritrova con il compito di portare un messaggio al Consiglio dei Signori: quello di fermare Droll e riconquistare lo Scettro per ritardare la fine del mondo.

La Conquista dello Scettro - Stephen R. DonaldsonQuesto è quanto succede nei primi capitoli di La Conquista dello Scettro, Libro Primo delle Cronache di Thomas Covenant l’Incredulo, scritto da Stephen R. Donaldson. Il romanzo appare come la solita lotta tra il bene e il male, con un gruppo di persone che parte in una cerca per riprendere un potente artefatto e salvare il mondo, un po’ come succede con Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien (la compagnia dell’Anello che parte per Mordor per distruggere l’Anello e impedire così che la Terra di Mezzo cada sotto i colpi di Sauron): anche qui c’è un signore oscuro che vuole portare rovina, c’è un anello dal grande potere, c’è un consiglio per decidere cosa fare, c’è l’impresa eroica. Ma nonostante le somiglianze, La Conquista dello Scettro è qualcosa di diverso. L’anello che porta Thomas Covenant (la fede nuziale) possiede il potere dell’Oro Bianco, ma è una magia primordiale che nessuno sa usare, a differenza di quanto visto con l’anello di Sauron dove ben si conoscevano gli effetti. Thomas Covenant viene visto come la reincarnazione di Berek Mezzamano (fondatore della dinastia dei Signori) per via della sua menomazione alla mano e pertanto un grande eroe, un salvatore, ma lui rinnega questo ruolo, anzi, rinnega che la Landa e i suoi abitanti siano reali, li considera un sogno.
È su questo che gioca Donaldson: lasciare il lettore con il dubbio se la Landa sia effettivamente un mondo reale oppure una proiezione inconscia di Covenant mentre è privo di sensi dopo l’incidente. Quindi il Signore Immondo che contamina e rovina la Landa può essere la lebbra che distrugge il corpo di Covenant; l’anello di Oro Bianco il simbolo di un legame matrimoniale che Thomas non riesce più a comprendere; la violenza fatta alla giovane Lena è lo sfogo che non è riuscito ad avere e di quello che avrebbe voluto fare alla moglie Joan per averlo abbandonato e lasciato solo nel momento di maggior bisogno; i Ranyhyn, i grandi, liberi cavalli delle Pianure di Ra, sono il regalo di riconciliazione che manda a Lena/Joan per espiare la propria colpa.
La Conquista dello Scettro può avere una doppia chiave di lettura, come avviene con Il Labirinto del Fauno: la storia è davvero reale oppure è tutto frutto della mente del protagonista? Se lo si vede sotto questo punto di vista, il romanzo assume uno spessore diverso rispetto all’uomo che dalla Terra si ritrova catapultato in un mondo medioevale/fantastico con il compito di salvatore. La Conquista dello Scettro, scritto nel 1978, è un fantasy cupo, per adulti, con un protagonista che non solo non è un eroe, ma neppure un antieroe, quanto piuttosto un individuo che non crede in quello che vede, che non crede neppure in se stesso e cerca di trovare risposta all’incubo che è divenuta la sua vita. È difficile provare simpatia ed empatia per Thomas Covenant: all’inizio la sua condizione, le sue vicende fanno riflettere, danno adito all’introspezione e alla comprensione, ma la violenza commessa sulla giovane Lena lo allontana dal lettore. Covenant, che nella Landa ritrova la sensibilità ai nervi, viene travolto dalle sensazioni perdute, dalla tensione cui è sottoposto e perde il controllo; questo però non giustifica affatto quanto commesso e lo stesso Covenant non si perdonerà mai per il proprio gesto (è arduo parteggiare per personaggi del genere, a qualunque autore e mondo appartengono, anche se c’è chi in rete critica l’opera di Donaldson per questa scena, mentre apprezza se tale gesto viene narrato da altri scrittori, a esempio George R.R. Martin, dove simili violenze sono molto più presenti).
Un fantasy cupo come già detto, ma la Landa, il Signore Mhoram, il gigante Salcuore Seguischiuma, Bannor e tutte le altre Guardie del Sangue, il Giuramento di Pace, la Magia del Legno e delle Rocce, sono qualcosa di epico: Donaldson sa creare con la Landa un mondo affascinante, anche se non complesso come quello Malazan (in un’intervista, Steven Erikson ha dichiarato che è stato ispirato dalle opere di Donaldson: R: Do you have any favourite authors? Other than Gardner? S: Well, Glen Cook definitely… He was a huge inspiration for me. Stephen Donaldson was probably the biggest because I came to it in my late teens, early twenties… the Chronicles of Thomas Covenant, and suddenly it was as if, with that series, fantasy had grown up. It was no longer straddling YA sort of approach to the genre. With Donaldson, it really grew up. So those two definitely were huge inspirations for me). Una serie, quella delle Cronache di Thomas Covenant l’Incredulo, adatta a chi ricerca una lettura matura e introspettiva e che in Italia è stata sottovalutata e poco conosciuta (come già successo ad altri autori come Guy Gavriel Kay).

Saghe fantasy famose

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Anomander Rake, uno dei protagonisti di Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson, una delle saghe fantasy più conosciuteIl fantasy negli anni scorsi ha avuto il suo periodo di maggior diffusione, questo grazie al grande successo dei film di Peter Jackson su Il Signore degli Anelli: come conseguenza, molte nuove opere di tale genere hanno visto la luce sugli scaffali delle librerie, dato che le case editrici hanno voluto sfruttare il mercato che si è andato creando. Sembrava che per il fantasy ci fosse una ribalta in Italia, ma questo non è avvenuto a causa di mancanza di conoscenza, preparazione e organizzazione: il genere non è stato conosciuto a dovere da chi pubblicava, realizzando prevalentemente opere che si adattavano alla moda ma che non davano qualità, e così si è persa l’occasione di dare risalto a un genere spesso sottovalutato e che è ritornato a essere di nicchia. Certo, alcune opere hanno avuto dopo quel periodo una buona diffusione lo stesso (ma si tratta sempre di autori stranieri), come la saga di Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski e Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin (che aveva però già un suo seguito e un buon numero di vendite in Italia), questo grazie al successo dei videogiochi dedicati al primo e della serie televisiva dedicata al secondo. Tutto questo non sorprende: già alla fine degli anni Novanta, i romanzi basati sui mondi di D&D (es. Forgotten Realms) avevano avuto il loro periodo di gloria grazie ai videogiochi creati dalla Black Isle (la serie Baldur’s Gate, per citarne una).
Come si può vedere, la maggior diffusione di certe opere fantasy è data al successo che hanno avuto in altri settori. Di certo questo aiuta (si veda il grande risalto avuto dalla saga di Harry Potter di J.K. Rowling grazie ai film), ma non significa che senza di esso un’opera non possa trovare grandi consensi: basta pensare alla serie di Shannara di Terry Brooks,  a La Ruota del Tempo di Robert Jordan (conclusa alla sua morte da Brandon Sanderson) e a Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson.

Questa è l’introduzione dell’articolo che ho scritto e pubblicato su Letture Fantastiche, nel quale analizzo brevemente i punti di forza e quelli deboli di alcune delle saghe fantasy più famose: Shannara di Terry Brooks, Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski, La Ruota del Tempo di Robert Jordan, Harry Potter di J.K. Rowling, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson, La Torre Nera di Stephen King.

Dragnipur

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Anomander Rake e Dragnipur, protagonisti di I Segugi dell'OmbraDragnipur, per chi ha seguito la saga Malazan scritta da Steven Erikson, è la spada di Anomander Rake, creata da Draconus. Fin dalla sua prima apparizione in I Giardini della Luna (primo volume della serie) si è capito che non è una spada come le altre: Dragnipur incute paura al solo guardarla, emana un’aura inquietante e la morte avvenuta per il suo acciaio è tra le peggiori (al punto che Baruk, Alto Alchimista di Darujistan, preferisce consegnare la testa dei maghi traditori di Pale ad Anomander Rake piuttosto che il Tiste Andii li giustizi con la sua spada). Dragnipur, come ormai si è ben capito, non è una spada normale, ma è una con potere soprannaturale, capace di contenere un mondo al suo interno, dove finiscono tutti quelli uccisi da essa e ne vengono imprigionati, senza possibilità di uscita, incatenati e costretti a seguire un gigantesco carro. Tutto questo la rende una spada che pochi possono impugnare e tantomeno portare (se posata sulla pietra, il suo peso la fa crepare).
La sua creazione ha uno scopo ed è rivelato (almeno in parte) in I Segugi dell’Ombra: non si aggiunge altro per non rovinare la lettura del romanzo e privare il lettore di qualcosa di epico e grandioso.
A fronte di quanto scritto finora, una breve riflessione sul nome che le è stato dato è d’obbligo: non è stato qualcosa di casuale, basta osservarne l’etimologia.
Ammazzadraghi, la spada si gatsu in Berserk di Kentaro MiuraDrag, in inglese, tra i suoi significati ha “erpice pesante” e questo fa capire come questa spada, più che a tagliare, sia atta a frantumare, un po’ come l’Ammazzadraghi (la spada di Gatsu) in Berserk di Kentaro Miura (era un oggetto troppo grande per chiamarlo spada. Troppo spesso, troppo pesante e grezzo. Un enorme blocco di ferro.1). Ma non ci si ferma solo a questo: to drag in inglese significa, tra le altre cose, trascinare, tirare, proprio come fa chi è imprigionato all’interno della spada, costretto a tirare e spingere il carro, a trascinarsi dietro le ossa e le catene in un cammino senza fine.
Nip in inglese significa morso, freddo intenso e anche qui non è difficile cogliere quanto questo sia legato alla natura della spada: il morso della morte, il fatto che nel mondo all’interno della spada non ci sia certo caldo.
Tutto ciò fa capire il tipo di lavoro fatto da Erikson nella realizzazione della sua opera, quanto l’abbia curata e che attenzione ai dettagli ha dato. Per questo (e non solo) in Italia la saga Malazan meriterebbe da parte dei lettori una maggiore attenzione, a riconoscimento della professionalità e dell’onestà di questo autore (piccola provocazione: ma non è che, proprio a causa dell’onestà del modo di fare dell’autore, in Italia la saga Malazan non è riuscita ad avere un gran seguito, venendole preferita quella del furbetto Martin?)

1. Berserk Collection 1. Planet Manga maggio 2000. Kentaro Miura.

Redenzione

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Nella credenza cristiana, il Natale indica la nascita del Redentore, di colui, come già ben dice il nome, porterà redenzione per l’umanità intera.
Ma che cos’è la rendenzione?
Tanti hanno dato risposta a questa domanda e ognuno sceglie quella che più gli aggrada (e gli fa comodo), ma ritengo che quanto scritto da Steven Erikson in I Segugi dell’Ombra sia una buona strada da seguire.

«Sei stato tu, facendomi fare quello che abbiamo appena fatto». Si lasciò andare a un’aspra risata. «È strano, mi sento… redento. Che ironia, eh, Spin?».
Spindle si lasciò andare contro il muro della trincea e lentamente scivolò giù fino a sedersi nel fango. «Merda. Com’è possibile. E io ho fatto un sacco di strada alla ricerca di quello che tu hai fatto e hai trovato qui. Avevo bisogno di qualcosa, pensavo fossero risposte… ma non conoscevo nemmeno le domande giuste». Contorse il volto in una smorfia e sputò. «E continuo a non conoscerle».
Monkrat si strinse nelle spalle. «Anch’io».
«Ma tu sei stato redento». E quell’affermazione aveva quasi un sapore amaro.
Monkrat cercò di mettere ordine ai propri pensieri. «Be’, quando ciò che provi si fa strada in te, Spin, è come se redenzione assumesse un nuovo significato. A un tratto non hai più bisogno di risposte, perché sai che chi promette risposte dice solo stronzate. Sacerdoti, sacerdotesse, dei, dee. Solo stronzate, mi capisci?».
«No, c’è qualcosa che non va», obiettò Spindle. «Per essere redento, qualcuno deve redimerti».
«Ma forse non deve essere qualcun altro. Forse basta fare qualcosa, essere qualcosa, qualcuno, e sentire il cambiamento dentro di te; sei tu a redimere te stesso. E l’opinione degli altri non ha alcuna importanza. E tu sai di avere ancora tutte quelle domande, alcune giuste, altre sbagliate, e forse sarai in grado di trovare una risposta o due, o forse no. Ma non importa. L’unica cosa che importa è che ora tu sai che non c’entra nessun altro. Quella è la redenzione di cui parlo».

I Segugi dell’Ombra. Steven Erikson. Armenia 2015, pag.1181

I Segugi dell'Ombra

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Anomander Rake e Dragnipur, protagonisti di I Segugi dell'OmbraDella prima parte di I Segugi dell’Ombra aveva già parlato qui. Ora, con la nuova edizione da parte di Armenia dell’ottavo libro della saga Malazan di Steven Erikson, la lettura è stata conclusa ed è possibile dare un giudizio su quest’opera. Che si mantiene sugli alti livelli cui lo scrittore canadese ha abituato i lettori. Non è esente tuttavia da pecche: benché quanto Erikson scrive sia profondo, faccia riflettere, alle volte diventa troppo lungo; un dilungarsi che rallenta il ritmo, divaga. Meno filosofia in certi punti avrebbe reso maggiormente godibile I Segugi dell’Ombra; ciò comunque non toglie la bontà e la grandiosità dell’opera.
Come grandiosa è la figura di Anomander Rake, il centro delle vicende che si stanno verificando a Darujhistan: è in questo libro che si scoprono le ragioni del suo agire, dei piani a lungo preparati e ora attuati. Nulla è stato lasciato al caso, tutto va come lui ha pianificato. Il suo è stato un cammino lungo e solitario, portando sulle spalle il peso delle scelte fatte, spesso incompreso anche dalle persone a lui più vicine. Scelte che ha fatto non per sé, ma per gli altri, per dare una salvezza al proprio popolo, per risollevarlo dallo stato in cui è caduto. Nei libri letti finora si era capito la levatura di questo personaggio, intuendo quale sarebbe stato il suo fato (e che fato: grandioso, epico.)
Ma non è solo di Anomander Rake che viene svelata la verità: si scopre anche la natura della spada Dragnipur, l’arma che il Tiste Andii porta sempre sulla schiena. La spada creata da Draconus con all’interno un mondo, dove chi viene ucciso da essa finisce incatenato a tirare un gigantesco carro. Un fato all’apparenza crudele e un’arma all’apparenza malefica, ma con un intento nella sua creazione e uno scopo che solo leggendo lo si potrà (almeno in parte) comprendere. Una cosa si può dire senza spoilerare: arma e Tiste Andii sono legati tra loro in un cammino che li porterà insieme alla meta e a condividerne il finale.
Benché la trama di Anomander Rake e Dragnipur sia quella principale, altre in I Segugi dell’Ombra troveranno risoluzione. Harllo, figlio di uno stupro, finito per la cattiveria e dispetto di un ragazzo poco più grande di lui in miniera, riuscirà a compiere un piccolo miracolo e risanare una ferita che sembrava insanabile.
Cutter, Rallick Nom e Torval Nom faranno le loro scelte: alcune porteranno a rotture e separazioni con il passato, altre faranno riavvicinare.
Barathol Mekhar e Scillara troveranno il loro posto, non senza tribolazioni.
Hood, Trono d’Ombra, Cotillion, continueranno a fare le loro comparse e ad avare un ruolo in una vicenda fatta d’intrighi e scontri maestosi.
Nimander e il suo seguito avranno la resa dei conti ricercata.
Si scoprirà l’identità del Dio Morente e di Viaggiatore.
Il Redentore, in apparenza così debole, avrà un ruolo decisivo per la conclusione della storia.
E poi ci sono Karsa Horlong, i Segugi, Kaladan Brood, Kallor, Iskaral Pust, Kruppe, i Malazan, in una vicenda ricca d’intrighi, colpi di scena, morti strazianti e salvataggi insperati.
Erikson si mantiene sempre sui suoi soliti livelli, con brani di grande bellezza e profondità, come il seguente.
Molti adulti, nell’immobilità indurita degli anni, sviluppano una paura di luoghi in cui non sono mai stati, sebbene anelino a qualcosa di diverso nella loro vita, a qualcosa di nuovo. Ma questo qualcosa di nuovo è un mondo del fantastico, un mondo privo di forma in risposta a desideri vaghi ed è definito tanto quanto dall’assenza presenza. È un’evocazione di emozioni e bramose fantasie, che possono o non possono possedere una geografia specifica. Raggiungere un luogo simile richiede una successione di rotture con la propria situazione attuale, un tentativo sempre traumatico, e al completamento, ecco che appare all’improvviso la paura. (1)
Se ancora fosse necessario dirlo, I Segugi dell’Ombra è un ottimo romanzi, magari alle volte un po’ lento e dispersivo, ma ricco di trame, personaggi, epicità, aggiungendo a questa grande avventura una riflessione non indifferente su che cos’è la redenzione.

Una nota sull’edizione italiana. A differenza dell’edizione precedente, si è riscontrato un certo numero di refusi (diverse decine). Segnalati gli errori alla casa editrice, Armenia, ringraziando, ha preso visione della cosa, asserendo che le segnalazioni effettuate saranno utilizzate per effettuare le correzioni nel volume alla prima ristampa che verrà fatta.
1. I Segugi dell’Ombra. pag. 757