Jonathan Livingston e il Vangelo

Jonathan Livingston e il Vangelo

L’Ultimo Demone

L'Ultimo Demone

L’Ultimo Potere

L'Ultimo Potere

Strade Nascoste

Strade Nascoste

Inferno e Paradiso (racconto)

Non Siete Intoccabili (romanzo)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

365 storie d'amore

L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

365 racconti di Natale

Il magazzino dei mondi 2

Il magazzino dei mondi 2

365 racconti d’estate

Il magazzino dei mondi 2

Wikio vote

http://www.wikio.it

novembre: 2017
L M M G V S D
« Ott    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930  

Archivio

La Ruota del Tempo: la serie tv

No Gravatar

La famosa saga La Ruota del Tempo di Robert Jordan avrà un adattamento televisivo: sarà la Sony a produrla con Red Eagle Entertainment e Radar Pictures. Visto il successo mondiale negli anni di questa serie fantasy e quello di altre serie televisive appartenenti allo stesso genere, la cosa non sorprende. Il grande successo di Il Trono di Spade tratto dai romanzi di George R.R.Martin ha sicuramente fatto volgere lo sguardo ai vari produttori verso storie di stampo fantasy e La Ruota del Tempo non è stata certo l’unica. A prescindere dai gusti personali e da certe scelte di sceneggiatura che si discostano dall’originale, si deve riconoscere che la cura dell’HBO per la realizzazione di Il Trono di Spade è stata molto buona: ottima recitazione, molto belli fotografia, ambientazioni, costumi. Ma se per questa serie il giudizio è positivo, non altrettanto si può dire per le serie dedicate a La Spada della Verità di Terry Goodkind e Shannara di Terry Brooks. Troppo presto per dare un giudizio (e fasciarsi la testa) su qualcosa di cui non si sa ancora nulla, ma il timore della riuscita dell’adattamento di una serie che conta quindici libri, c’è. Oltre che per i tagli che dovranno essere fatti sulla storia perché molto lunga (a meno che non si facciano almeno una ventina di stagioni), si teme per un certo tipo di sfumature che potrebbero essere date a sceneggiatura e personaggi.
A cosa ci si riferisce?
Ma al sesso, naturalmente.
Oramai, anche quando non c’è, il sesso lo mettono dappertutto; è vero che anche in La Ruota del Tempo è presente, ma nei romanzi viene fatto capire, non mostrato in tutto il suo fulgore.
Visto l’andazzo attuale, non sarebbe una cosa tanto peregrina vedere un Rand mandrillo di prima categoria, un Matt che perde la testa appena vede una gonna e i Reietti dei pervertiti dediti al sadomaso (:D ). Per non parlare delle Aes Sedai: sinceramente sarebbe meglio non vedere qualcosa come la scena mostrata nell’immagine (*) qui sotto 😉

Wolverine vs. The X-men usato per ironizzare sulla serie tv su La Ruota del Tempo

 

 

 

* l’immagine è tratta dalla storia a fumetti del 2011 Wolverine vs. the X-Men scritta da Jason Aaron e disegnata da Daniel Acuna.

Saghe fantasy famose

No Gravatar

Anomander Rake, uno dei protagonisti di Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson, una delle saghe fantasy più conosciuteIl fantasy negli anni scorsi ha avuto il suo periodo di maggior diffusione, questo grazie al grande successo dei film di Peter Jackson su Il Signore degli Anelli: come conseguenza, molte nuove opere di tale genere hanno visto la luce sugli scaffali delle librerie, dato che le case editrici hanno voluto sfruttare il mercato che si è andato creando. Sembrava che per il fantasy ci fosse una ribalta in Italia, ma questo non è avvenuto a causa di mancanza di conoscenza, preparazione e organizzazione: il genere non è stato conosciuto a dovere da chi pubblicava, realizzando prevalentemente opere che si adattavano alla moda ma che non davano qualità, e così si è persa l’occasione di dare risalto a un genere spesso sottovalutato e che è ritornato a essere di nicchia. Certo, alcune opere hanno avuto dopo quel periodo una buona diffusione lo stesso (ma si tratta sempre di autori stranieri), come la saga di Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski e Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin (che aveva però già un suo seguito e un buon numero di vendite in Italia), questo grazie al successo dei videogiochi dedicati al primo e della serie televisiva dedicata al secondo. Tutto questo non sorprende: già alla fine degli anni Novanta, i romanzi basati sui mondi di D&D (es. Forgotten Realms) avevano avuto il loro periodo di gloria grazie ai videogiochi creati dalla Black Isle (la serie Baldur’s Gate, per citarne una).
Come si può vedere, la maggior diffusione di certe opere fantasy è data al successo che hanno avuto in altri settori. Di certo questo aiuta (si veda il grande risalto avuto dalla saga di Harry Potter di J.K. Rowling grazie ai film), ma non significa che senza di esso un’opera non possa trovare grandi consensi: basta pensare alla serie di Shannara di Terry Brooks,  a La Ruota del Tempo di Robert Jordan (conclusa alla sua morte da Brandon Sanderson) e a Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson.

Questa è l’introduzione dell’articolo che ho scritto e pubblicato su Letture Fantastiche, nel quale analizzo brevemente i punti di forza e quelli deboli di alcune delle saghe fantasy più famose: Shannara di Terry Brooks, Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski, La Ruota del Tempo di Robert Jordan, Harry Potter di J.K. Rowling, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson, La Torre Nera di Stephen King.

Sfruttare meglio le proprio letture

No Gravatar

lettureA molti lettori capita di farsi abbagliare da una copertina accattivante (che però non significa che sia bella) o di farsi ingannare da una pubblicità, un incipit, una frase d’impatto. Non sono in molti quelli che prima di acquistare un libro fanno ricerche per capire se un’opera rientra nei propri gusti, se il genere o il tema trattato è di proprio interesse, oppure, andando in libreria, si prendono la briga di leggere dei brani per capire se lo stile dell’autore o il contenuto piace. Nella maggior parte dei casi, la gente, se acquista un libro, sceglie i best seller oppure ciò che in quel momento va di moda (per esempio si può pensare a Il codice da Vinci di Dan Brown o alla schiera di volumi sulla cucina usciti di recente), a dimostrazione che i più seguono la maggioranza, nella convinzione che in questo si celi la giustezza della scelta.
Se uno però non vuole seguire la massa, come fa a scegliere un libro valido senza incappare in qualche delusione?
Il consiglio dato sopra di leggere qualche brano prima dell’acquisto è quello a mio avviso il più valido: fare esperienza in prima persona, senza contare troppo sul giudizio altrui (alle volte può andare bene, ma dipende sempre se l’altro è stato obiettivo e soprattutto ha gusti simili ai propri). Ultimamente mi è capitata tra le mani una vecchia edizione di Selezione dal Reader’s Digest del 1962, dove in un articolo (Sfruttate meglio le vostre letture di John Kord Lagemann) vengono dati alcuni validi consigli su come scegliere e sfruttare al meglio le ore dedicate alla lettura.
Può capitare che un libro abbia un inizio che non coinvolga (molti editori, editor e gente del settore affermano che se un libro non prende dalla prima frase allora significa che è da scartare, che non è valido: sinceramente ho sempre ritenuto questa cosa una gran cavolata, troppo limitata, troppo superficiale per giudicare il valore di un’opera; cosa che però non mi sorprende, dato il tipo di società che si è andata a creare) e faccia stentare ad andare avanti: a questo punto, o si lascia perdere il libro, oppure, come consiglia l’autore dell’articolo, si comincia a leggere l’opera più avanti, per poi tornare in principio. C’è chi storce il naso dinanzi a questo consiglio, ritenendo che l’unico modo possibile per leggere sia di cominciare dall’inizio, si tratti di semplice romanzo o un’intera saga (fosse stato così, parlando di fantasy, avrei abbandonato autori come Robert Jordan, Terry Brooks, Margaret Weis e Tracy Hickmann dato che con i primi volumi delle loro saghe, L’occhio del mondo, La spada di Shannara e L’ala del drago, non erano riusciti a coinvolgermi; cominciando invece con i libri non iniziali delle varie serie, sono riuscito ad apprezzare i loro lavori e a non perdermi qualcosa di valido); ma per capire se quello che ha da dire l’autore è d’interesse, occorre andare dritti al cuore del suo lavoro, capire che cosa vuole comunicare e se questo può interessare.
Anche seguendo questi consigli, alle volte può succedere che non ci sia proprio verso d’ingranare con un libro: probabilmente non si è nella condizione d’animo adatta per leggere quel tipo di opera o semplicemente non è il tempo adatto per leggere quel particolare tipo di libro. L’unica cosa da fare è mettere il libro da parte e aspettare il momento opportuno.
Leggere più libri contemporaneamente, magari dello stesso argomento, può essere utile per “illuminarsi”; come può essere utile prendere nota di brani (e relativo numero di pagina dove trovarli) che hanno colpito.
Un ottimo consiglio dato dall’articolo è quello d’evitare l’errore di “credere che soltanto i libri frivoli, scemi o scritti male costituiscano una lettura divertente. La mediocrità non è mai divertente e nulla è più pesante di un libro troppo leggero.
Altro ottimo consiglio, che si rifà a quanto scritto all’inizio, è domandarsi quali argomenti interessano di più da leggere, senza farsi condizionare dagli altri.
Come è ottimo il suggerimento di non farsi prendere dalla fretta: spesso la gente si fa traviare dall’idea che la rapidità di lettura sia un segno d’intelligenza; allo stesso modo si ritiene che più libri si legge, più si è intelligenti. In questi anni, con i vari social dedicati ai libri, si erano create vere e proprie gare a chi finiva più velocemente un libro, a chi leggeva più romanzi. Una cosa che ho sempre ritenuto sterile e inutile, che faceva perdere il vero senso del leggere. Vivendo in questa società sempre atta a voler dominare, a dimostrare la propria superiorità, a dare alimento al proprio ego, comprendo cosa spinge molti (adattatasi a essa) ad agire in questo modo, ma non ne voglio far parte perché lo trovo assurdo. Andare veloci, accumulare, non ha senso; un libro va assaporato, bisogna godersi ciò che sa dare. Non tutti i libri possono essere letti allo stesso modo, alla stessa velocità; alcuni possono essere letti velocemente, altri più lentamente. Se un libro piace, coinvolge, va letto lentamente, per godersi il piacere che ha da dare, cercare di protrarlo, perché se lo si finisce subito, si brucia il piacere e il divertimento. Anche nel leggere si possono vedere i frutti del consumismo, atto a bruciare e a spingere sempre a comprare e spendere per fare sì che la macchina dell’economia non si fermi mai e crei profitto per chi la controlla.
Nell’articolo si afferma che la lettura acuisce tutti gli altri piaceri della vita. Un’affermazione che è vera, basta però che, come si è scritto sopra, non si vada di fretta, non si “competa”, e si sappia assaporare quanto si legge.
Si afferma anche che i libri accomunano la gente, dato che possano aiutare le persone a comunicare tra loro, specie si ci si ritrova a confrontarsi con quello che ha fatto provare la lettura di uno stesso libro.
In definitiva, si può concludere allo stesso modo in cui finisce l’articolo: non perdere mai un’occasione di leggere.

Guida alla leggenda di Drizzt di R.A.Salvatore

No Gravatar

Guida alla leggenda di Drizzt di R.A.SalvatoreGirando per i mercati dei piccoli paesi, alle volte si possono incontrare delle occasioni: è così che su una bancarella ho potuto trovare a un prezzo davvero vantaggioso Guida alla leggenda di Drizzt di R.A.Salvatore realizzato da Athans Philip. Quando uscì non lo presi perché non particolarmente interessato (visto anche il prezzo di 27.50 E): ho letto diversi libri di Salvatore, sia dedicati alle serie del famoso elfo scuro sia alla serie del Demone, e li ho anche apprezzati (specie le prima trilogia di quest’ultima e quella dedicata agli elfi scuri), ma non al punto da essere spinto all’acquisto di un volume che mostra mondo e personaggi che già conoscevo. Di fronte però a un’occasione del genere (prezzo davvero irrisorio), non si può dire di no. Volumi del genere (come mi era già capitato con Il magico mondo di Shannara realizzato da Terry Brooks e Teresa Patterson, anche questo edito in Italia dalla vecchia Armenia) non aggiungono niente a quanto chi ha letto tutto di un autore già non sappia, tuttavia sono una lettura piacevole per chi vuole rivisitare luoghi che con l’immaginazione ha già conosciuto.
La cura dedicata a Guida alla leggenda di Drizzt (come per quella dedicata a Shannara) è buona: volume rilegato con copertina rigida, buona impaginazione, carta lucida di qualità. La Guida presenta un riassunto degli eventi dei volumi delle prime quattro serie: Trilogia delle terre perdute (Le lande di ghiaccio, Le lande d’argento, Le lande di fuoco), Trilogia degli elfi scuri (Il dilemma di Drizzt, La fuga di Drizzt, L’esilio di Drizzt), L’eredità di Drizzt (L’eredità, Notte senza stelle, L’assedio delle ombre, L’alba degli eroi), I sentieri delle tenebre (La lama silente, L’ora di Wulfgar, Il mare delle spade). Oltre a questo si hanno capitoli dedicati ai vari personaggi (principali e secondari), oggetti e bestie magiche, alle varie creature incontrate nei viaggi di Drizzt nel Sottosuolo e sui Reami, ai luoghi che ha visitato (ben fatte le mappe).
Sono soprattutto i disegni, veramente curati e dettagliati, a caratterizzare l’opera e a conferirgli quel tocco di qualità in più che rendono il volume meritevole d’essere preso, logicamente per chi è interessato al fantasy e alle opere di R.A.Salvatore. Sono passati gli anni in cui i romanzi dedicati ai Forgotten Realms hanno avuto il loro seguito (si parla di fine anni ’90 e i primi anni del 2000), grazie soprattutto all’uscita e al successo di videogiochi quali quelli della Black Isle, una divisione della casa di sviluppo e di distribuzione Interplay Entertainment, (vanno ricordate le serie di Baldur’s Gate e Icewindale, per quanto riguarda quelli inerenti i Forgotten Realms, oltre all’ottimo Planescape: Torment e ai primi due Fallout), ma c’è ancora chi apprezza questo genere di storie, piacevoli e gradevoli, anche se non originali, di stampo D&D, che non hanno la complessità di trame come quelle del mondo Malazan di Steven Erikson, della Folgoluce di Brandon Sanderson o della Ruota del tempo di Robert Jordan. Un lettore adulto può trovare queste storie semplici, con il puro scopo d’intrattenere (anche se c’è da dire che simili romanzi, con quello che è stato pubblicato in Italia nel periodo del boom del fantasy, sembrano dei prodotti d’ottima qualità dai temi profondi), ma tra esse ci sono storie davvero meritevoli d’essere lette, quali sono quelle della Trilogia degli elfi scuri; questa guida permette di farsene un’idea e magari invogliare a recuperare volumi che sono davvero buone letture. E se così non fosse, i disegni sono davvero un piacere per gli occhi.

La Torre della Rondine

No Gravatar

La Torre della Rondine di Andrzej SapkowskiLa Torre della Rondine è il quarto romanzo di Andrzej Sapkowski dedicato alle avventure di Geralt di Rivia. Come ha potuto vedere chi è arrivato nella lettura fino a questo punto, tutto ruota attorno a Ciri, la Bambina Sorpresa, l’erede del regno di Cintra e del Sangue Antico, e alle diverse parti in causa che sono alla sua ricerca: l’impero di Nilfgaard, le maghe e naturalmente Geralt, dato che il suo destino è legato a lei. Attorno alla giovane ruota un’antica profezia e nella lettura delle pagine di La Torre della Rondine si scoprono le origini dell’eredità che pesa sulla protetta di Geralt, che la vede legata anche al popolo degli elfi.
Il romanzo inizia con Ciri che viene raccolta da Vysogota nella palude dove abita (che, come si scoprirà, è molto più di un eremita che caccia pellicce) e da lui curata per le ferite subite. Attraverso il racconto che la giovane fa al vecchio si scopre quello che le è successo, che cos’è la torre della Rondine che dà nome al romanzo (e come nella lingua elfica il suo nome, Zireael, significhi appunto rondine) e di come è legata alla comparsa della Caccia Selvaggia e agli eventi che ruotano attorno a essa.
Ma non è solo attraverso le parole di Ciri che si scopre ciò che la riguarda, ma anche grazie ai punti di vista di chi è al suo inseguimento, di chi le sta dando la caccia: grazie a tale struttura, la scoperta della trama è meno lineare di altri romanzi di Sapkowski e per questo risulta essere più coinvolgente, soprattutto meno didascalica del volume precedente (Il Battesimo del Fuoco), facendone guadagnare in piacevolezza.
Naturalmente non manca la parte riguardante Geralt, che ormai ha abbandonato la via dello strigo per ritrovare Ciri, anche se in misura minore. Del romanzo probabilmente questa è la parte più debole, dovuta in parte alla banalità e ingenuità con la quale Geralt si caccia nei guai: da un personaggio con la sua esperienza ci si aspetta un comportamento più navigato, non che si faccia guidare dalla prima incontrata e finisca dritto nelle mani di chi gli sta dando la caccia senza pensare che, vista ormai la sua celebrità, non si abbia una sua descrizione e così venire riconosciuto. Sapkowski ha gestito male questa parte della storia, forzando in maniera banale gli eventi per far giungere il personaggio in un determinato punto.
Nel complesso La Torre della Rondine è una buona lettura, di certo migliore del volume che l’ha preceduto, con qualche inciampo nello sviluppo della trama che però viene compensato dal sentore che si sta preparando qualcosa di grosso e che ben viene fatto percepire dalla comparsa della Caccia Selvaggia, un mito del nostro mondo che ha affascinato già altri autori (Guy Gabriel Kay con la trilogia di Fionavar e Robert Jordan con La Ruota del Tempo). Parlando di miti, sono citati con chiarezza anche alcuni dei vichinghi, specie per quanto riguarda Hemdall, Bifrost e Ragnarok, tanto per far capire che cosa ci sarà da aspettarsi nell’avvicinarsi al finale dell’esalogia dell’autore polacco.

Zeferina

No Gravatar

zeferinaZeferina è un romanzo fantasy di Riccardo Coltri, ambientato in Alta Italia durante il periodo della sua unificazione, popolato da creature del mito, delle favole e del folclore della credenza popolare di quei luoghi. Sono stati questi gli elementi che incuriosiscono la lettura, specie il fatto che sia presente il mito della Caccia Selvaggia. Già in altre opere fantastico la si è potuta vedere: dalla magnifica e toccante versione di Guy Gavriel Kay nella trilogia di Fionavar a quella epica di Robert Jordan in La Ruota del Tempo, per non dimenticare il ruolo che ha nelle vicende di Geralt di Rivia (protagonista della serie realizzata da Andrzej Sapkowski) nella serie dei videogiochi di The Witcher.
In questo caso non si ha nulla di così potente ed evocativo, è qualcosa di nebuloso, poco accennato: della Caccia Selvaggia non c’è traccia, se non una breve menzione per quanto riguarda il personaggio di Beatrico (lo si capisce leggendo l’appendice, non la storia). Così come nebulose sono le vicende dei personaggi Nero e Zeferina attorno a cui le vicende ruotano: il primo in cerca della seconda e questa in fuga da tutti quelli che stanno cercando lei e il suo bambino. I fatti si svolgono velocemente e proprio a causa di questa velocità non si ha ben chiaro quante siano le parti in causa, quali siano gli schieramenti: si riesce solo a comprendere che Zeferina è sola contro tutti, in un mondo ostile dove è cercata da molti. In questa corsa frenetica non c’è spazio per un approfondimento psicologico dei personaggi, cosa che avrebbe permesso di dare uno spessore maggiore alla storia; così, invece di avere dei personaggi, si hanno delle semplici figure che si muovono in uno scenario anonimo, che spesso non viene descritto. Così come non sono descritte le varie creature che vengono nominate, lasciando il lettore a chiedersi di che aspetto esse possono avere o se invece si tratta solamente di uomini chiamati in un determinato modo per via delle proprie origini o dello stile di vita che conducono (così si riveleranno essere i vari orchi, regninsaori, massariòl che vengono nominati). Le appendici permettono di farsi un’idea delle origini dei miti e delle creature menzionate nel romanzo, ma questo non aiuta a recuperare quanto la lettura della storia non è riuscita a trasmettere.
A causa di queste mancanze non si riesce a provare empatia e attaccamento verso i personaggi, facendo perdere molto al romanzo, trovandosi in alcuni casi a chiedersi del perché usare una violenza che è gratuita e non serve a nulla per le vicende.
Invece è stato ben realizzato e curato il mostrare le credenze e le superstizioni di cui le persone di quell’epoca erano permeate.
Zeferina risulta essere un’occasione perduta, con ottimo materiale che avrebbe potuto creare una storia affascinante e avvolgente, una favola oscura capace di far addentrare il lettore nel folclore e nelle credenze del nostro paese. E invece si rimane solo con una lettura nebulosa che giunge alla fine senza entusiasmare.

Parole di Luce

No Gravatar

Parole di luceParole di Luce è il secondo volume di Le Cronache della Folgoluce di Brandon Sanderson, un romanzo che supera di poco le milleduecento pagine nella traduzione italiana contro le quasi 1150 del precedente, La Via dei Re . Milleduecento pagine che scorrono piacevolmente, anche se non sono ricchi di eventi eclatanti; da questo punto di vista il ritmo è lento, dove ogni evento è un tassello di preparazione all’arrivo di qualcosa di grosso, una lenta scoperta che fa capire come tutto si stia ammassando, caricando come fa un’altempesta prima di esplodere in tutta la sua forza.
Già dal primo libro si è capito che ci sarà un conflitto di portata mondiale, dove tutti saranno coinvolti. Un conflitto che sarà di dimensioni epiche, che vedrà scendere in campo potenze gigantesche. Ormai si è capito che sta tornando il passato che è stato, che i Radiosi stanno riemergendo e si dovranno combattere i Nichiliferi. Ma come avverrà? Quali saranno gli schieramenti che si affronteranno?
E’ sui misteri da dipanare che Sanderson tiene viva l’attenzione del lettore in Parole di Luce, con una prosa scorrevole, ricca di dettagli, che vengono curati con attenzione senza però scadere nel prolisso. Un lavoro minuzioso e curato, davvero ben fatto se riesce a tenere incollati alle pagine anche se mancano dei veri momenti epici come accaduto nel primo libro (vedasi Dalinar che in Stratopiastra affronta da solo un abissale o Kaladin che va in suo soccorso quando è tradito da Sadeas e lasciato con i suoi uomini ad affrontare l’esercito dei parshendi).
Questo non significa che tutto scorra tranquillo. I combattimenti ci sono, ma non sono presenti in questo romanzo come in La Via dei Re, in buona parte perché, non essendo più pontiere ma guardia del corpo, Kaladin non prende parte alle sortite degli eserciti Alethi sugli Altipiani alla conquista delle cuorgemme: il suo nuovo ruolo lo vede impegnato a organizzare e addestrare chi deve assicurare la protezione di Dalinar e del re. Il loro posto è preso dai duelli in cui è impegnato Adolin per conquistare Strati, portando avanti così la strategia di suo padre nel cercare di costringere gli altri altiprincipi ad appoggiarlo e così rendere unito e saldo il regno. Ma per quanto ben descritti, non si riesce ad avvertire che i personaggi siano di fronte a prove che facciano riecheggiare atmosfere epiche.
Ci sono colpi di scena, anche se alcuni di essi si riescono a capire abbastanza facilmente (attenzione alla lettura dei prossimi brani: contengono spoiler).
Si capisce subito che l’incidente occorso a Re Elhokar sulla terrazza non è un tentativo dell’Assassino in Bianco o di un qualche luminobile che gli è avverso, ma che è causato da Moash (uno degli ex pontieri, ora soldato, sotto il comando di Kaladin) membro di una delle fazioni che vuole una Alethkar guidata da una figura forte, salda e non il fantoccio viziato qual è il figlio del defunto Gavilar (il movente delle sue azioni è la morte dei propri nonni, unica famiglia rimastagli, perché Elhokar ha voluto favorire un luminobile suo conoscente). Non sorprende che alla fine tra Moash e Kaladin ci sia un confronto, con il Folgoeletto che dopo qualche titubanza ritrova la sua via, che è quella di proteggere (proteggerò perfino quelli che odio, purchè sia giusto (1): queste sono le Parole che conferiscono forza ai Radiosi di cui tanto si parla nel libro e che danno anche il titolo al romanzo). Lascia un po’ perplessi invece la decisione presa da Kaladin di dargli la Stratopiastra e la Stratolama concesse a lui, nonostante non sia del tutto convinto del modo di fare della fazione che il compagno appoggia: è vero che è arrivato a comprenderla e a ritenerla quasi necessaria (scoprirà che il luminobile favorito da Elhokar è quello esiliato nella città dove abitava, la causa dell’entrata nell’esercito di suo fratello e della sua successiva morte), anche se non gli piace, ma da lui che era arrivato a essere così diffidente verso tutti, ci si aspettava un discernimento diverso.
Altra perplessità è che ci siano voluti due libri per mostrare il ritorno di due Radiosi e poi nella parte finale del libro comincino a proliferare (di Dalinar ce lo si aspettava, ma Renarin salta fuori all’improvviso). Così come cresce il numero di persone che possono assorbire e usare la Folgoluce; cosa che ricorda un po’ quanto avvenuto in La ruota del Tempo di Robert Jordan con gli asha’man, solo che in quel caso gli uomini capaci d’incanalare erano visti in modo peggiore rispetto ai vincolaflussi.
Non sorprende il colpo di testa di Kaladin, dopo essere andato in soccorso di Adolin e Renarin durante il duello nell’arena contro quattro Stratoguerrieri, di chiedere il Diritto di Sfida contro Amaran per il tradimento perpetrato nei suoi riguardi e per questo fatto arrestare dal re (evento che gli farà prendere coscienza delle ragioni di chi l’ha contattato per togliere di mezzo Elhokar),
Non sorprende che sia Shallan da piccola ad avere ucciso la madre e che il padre si sia assunto la colpa della sua morte (avvenuta per legittima difesa, dato che la madre voleva eliminare la bambina per via della sua natura). Sorprende invece un poco quando Shallan scopre di essere una Vincolaflussi e senza rendersene conto evochi una stratolama. Il che fa capire che è una cosa di famiglia, dato che anche il fratello Helaran ne possedeva una (con sorpresa, si scoprirà che Helaran è lo Stratoguerriero che Kaladin ha ucciso quando era al servizio di Amaram, il luminobile che lo ha tradito e lo ha reso schiavo dopo avergli ucciso tutti i suoi amici e avergli rubato la Stratolama e la Stratopiastra che si era conquistato sul campo di battaglia). Una famiglia piena di segreti che lungo tutto il libro vengono mostrati con capitoli interamente dedicati a raccontare il passato di Shallan e del rapporto con il padre e i fratelli e di come siano finiti a essere legati con i Sanguispettri. Benché sia interessante la scoperta del passato della ragazza, da quando entra nei campi degli Alethi nelle Pianure Infrante assume una facciata che è troppo sopra le righe, divenendo quasi una seconda Arguzia; una facciata, come fa notare anche Kaladin, troppo costruita, che non fa provare quell’empatia, quel “tifare” per lei come avveniva in La Via dei Re.
Sia Shallan, sia Kaladin devono fare i conti con la loro vera natura che sta venendo a galla. In Kaladin era già stata manifestata nel volume precedente e lui deve semplicemente accettarla e affinarla per poter proteggere Dalinar e la sua famiglia, presi di mira dall’Assassino in Bianco e da chi lo manovra, che lo vogliono morto perché vuole riportare in vita i Radiosi e i vecchi codici, così da creare un baluardo contro la tempesta che sta arrivando.
Mentre è in Parole di Luce che in Shallan comincia a prendere veramente forma ciò che lei è (e di cui si era dimenticata, avendo già avuto modo di scoprirlo grazie ad Arguzia, che anche in questo libro torna a fare la sua parte in un miscuglio di saggezza e irriverenza). Una Shallan più spigliata e audace, diversa dalla ragazzina insicura che cercava di aiutare la sua famiglia entrando nelle grazie di Jasnah e che si trova invischiata in qualcosa di più grande di lei. Una spigliatezza dovuta alla consapevolezza che c’è qualcosa di grosso in ballo e che ci siano misteri vitali da svelare (i Nichiliferi e dove trovare la città perduta Urithiru e cosa nasconde), ma anche dalla necessità, dato che rimane sola dopo l’assassinio di Jasnah (ma si ha da subito il presentimento che questa morte non sarà tale e che Jasnah, come si vedrà, tornerà nella storia), costretta a trovare quel coraggio che prima non sapeva di avere. In questa maniera riesce a sopravvivere agli assassini di Jasnah, ad arrivare alle Pianure Infrante, dove l’aspetta il fidanzamento combinato da Jasnah con il cugino Adolin e continuare la ricerca su Urithiru; proprio questa ricerca le farà avere una doppia vita, facendola divenire Veil (grazie al suo essere una Tessiluce, una Vincolaflussi che può cambiare aspetto manipolando luce e suono in tattiche illusorie) e infiltrandola tra le file di chi ha ucciso Jasnah per scoprire i loro piani.
I Dieci Flussi - Le Cronache della FolgoluceCome Kaladin ha Syl, anche lei ora è legata a uno spren: Schema (che però aveva già da bambina e di cui si era dimenticata). Interessante e ben costruito il rapporto tra i due, oltre che divertente, che mostra come la cooperazione tra loro porta a una crescita reciproca: per Shallan la conoscenza del mondo da cui viene lo spren e la consapevolezza delle proprie capacità, per Schema la scoperta delle emozioni e delle interazioni umane.
Molto azzeccata l’idea che gli spren, quando si legano a un umano, possano diventare la sua Stratolama o assumere la forma dell’arma che più si confà all’individuo, come succede con Kaladin che fa mutare in lancia o in scudo Syl (l’idea che le Stratolame siano esseri senzienti che si mutano in armi ricorda quella usata nel manga Soul Eater del 2003 di Atsushi Ohkubo, dove ci sono coppie di giovani, addestrati in una speciale scuola, in cui uno è il Maestro d’Armi che sfrutta i poteri del compagno che si trasforma in Arma) ed essere il mezzo per i Vincolaflussi di attingere alla Folgoluce.

Con Kaladin e Shallan viene mostrato come tra Roshar e Shadesmar ci sia un legame che sta venendo riscoperto. Sanderson mostra questa scoperta in maniera attenta e minuziosa, facendo un buon lavoro; un lavoro che prende spunto da storie che già si conoscono, che affondano nel mito e nelle credenze di molti popoli dove si professava un legame tra mondo materiale e spirituale, come a esempio gli indiani d’America, dove gli Spiriti erano visti come qualcosa d’importante nella vita dell’uomo. In fondo gli spren sono proprio questo: degli spiriti. Spiriti che aiutano l’uomo e che grazie a lui crescono e possono divenire più forti. In questo il lavoro di Sanderson ricorda l’ambientazione Mondo di Tenebra creato dalla Whitewolf, in special modo quanto descritto nel manuale Lupi Mannari – I rinnegati (pubblicato nel 2005). Diverse le similitudini: a esempio che le emozioni umane come rabbia e gioia attirino spren dello stesso tipo (rabbiaspren, gioiaspren), proprio come succede nel Mondo di Tenebra, dove simili emozioni attirano spiriti analoghi; altro esempio è che in entrambe le ambientazioni, nell’antichità c’è stato un tradimento nel mondo degli spiriti che ha cambiato le cose.
Albero della vitaMa questi non sono gli unici elementi da cui Sanderson prende ispirazione per creare la sua ambientazione: l’autore è molto legato alle religioni, dato che spesso nelle sue opere le rende elementi fondamentali. In special modo è ricorrente il tema dell’alterazione da parte di esse dei fatti, dell’operazione di ripulizia della realtà per renderla conforme al proprio credo e ai propri fini. In questo caso la ierocrazia ha cancellato le parti riguardanti i Radiosi perché ritenuti traditori, una macchia da cancellare (ma quale sia la verità, è ancora da scoprire).
Sempre riguardo il tema religione, se si è notato il disegno del precedente volume La via dei Re (in Parole di Luce viene descritto a pag.120), non si può non accorgersi quanto sia somigliante all’Albero della Vita della kabbalah ebraica. E del fatto che i Flussi (le forze fondamentali secondo cui il mondo opera e le abilità base offerte agli Araldi e poi ai Cavalieri Radiosi) siano dieci proprio come le Sephirot (gli attributi divini).

Interessanti due dettagli messi da Sanderson per far capire quanto sarà vasta la sua storia e abbia ancora tanto da dire.
Il primo riguarda la piccola Lift e mostra come i poteri dei Vincolaflussi non dipendano solo dalla Folgoluce, ma possano essere alimentati da altri fonti (in questo caso, il cibo).
Il secondo si riferisce al fatto che ci sia un legame tra le opere di Sanderson. Già lo si era compreso con la presenza di Hoid in diversi romanzi (questo, La Via dei Re, la saga Mistborn, Il Conciliatore), ma ora si ha un indizio in più, anche se per il momento è meglio parlare di sospetto. Dopo il secondo scontro con Kaladin, Szeth muore, ma viene fatto rinascere da Nin (o Nalan o Nale, Araldo della giustizia); essendo morto, il suo legame con l’Onorlama che possedeva è stato spezzato e per poter seguire chi l’ha resuscitato e quanto richiesto da lui, gli viene data una nuova Stratolama. Una lama nera, con un fodero di metallo, che parla nella mente di chi la possiede con un tono che chi ha letto Il Conciliatore non può non riconoscere: si tratta di Sanguinotte.

(Fine degli spoiler)

La struttura del romanzo si mantiene come il precedente volume: suddiviso in parti, con interludi tra una parte e l’altra dove vengono mostrati nuove luoghi e nuovi personaggi. Interessante l’introduzione di Eshonai, una parshendi, e del suo punto di vista che mostra come il suo popolo non sia come lo vedono gli alethi, e non sia quella massa di creature remissive che vengono usate come schiavi e servitori; bella la varietà delle loro forme che possono scegliere di assumere (libidinosa, tediosa, operosa, bellicosa, flessuosa) e delle ricerche di tutte quelle che sono andate perdute. Anche in questo popolo c’è un passato che è andato perduto ed è da riscoprire, soprattutto c’è da capire qual è il legame che c’è con i loro dei da cui si sono allontanati. Tra le altre cose, negli interludi viene mostrato uno Szeth che si ritrova a riflettere sul fatto che gli è stato mentito e che è stato usato, e una nuova figura al momento sconosciuta ma fortemente legata alla giustizia, che si aggira per Roshar eliminando chi presenta la capacità di vincolare i Flussi per cercare di non far tornare (almeno a quanto afferma) la Desolazione nel mondo (belli e in alcuni punti toccanti i capitoli dedicati al vecchio Ym e alla piccola Lift).
Come già si è capito, i protagonisti della vicenda sono Shallan e Kaladin, ma anche Adolin ha un ruolo di primo piano in Parole di Luce, prendendo il posto di suo padre (che qui è più dietro le quinte), cui invece era stata data grande attenzione in La via dei re. Da notare come entrambi i titoli dei romanzi di Sanderson siano i titoli di volumi che nelle due storie hanno un ruolo importante: La via dei re è il tomo cui Dalinar s’ispira per far salvare il regno, Parole di luce è il tomo che Jasnah consegna a Shallan per farle comprendere la natura dei Vincolaflussi.
Il disegno posto all’inizio di ogni capitolo, come nella precedente opera, fa subito comprendere chi sia il personaggio su cui si concentra l’attenzione: per Kaladin si hanno sempre delle lance levate verso un vessillo (a indicare il suo essere soldato e la sua maestria nell’uso della lancia, arma che ha insegnato a usare anche agli altri pontieri), per Shallan lo stilizzazione di Schema, lo spren che l’accompagna (a parte i primi capitoli, quando non l’ha ancora riscoperto, dove ha un sole che sorge sul mare), per Adolin uno Stratoguerriero in posa con una Stratolama, per Dalinar uno stemma che rappresenta uno scudo con sopra una corona e la porta di una fortificazione.
Questo a indicare la cura e la professionalità che le case editrici straniere danno a un’opera, a quanto ci credano e siano disposte a investire.

Parole di luce è un libro molto buono, in alcuni punti ottimo, che incarna l’epica classica (anche se poi ci aggiunge altri elementi, rendendolo qualcosa di più: molto attuale l’immagine degli Altoprincipi di Alethkar persi in lotte di potere tra loro, divisi da egoismi e interessi personali, che se ne fregano del bene del paese e della popolazione, proprio come purtroppo si vede fare dai governanti di casa nostra, per esempio). Dalinar è la guida salda e sicura del regno, che segue ideali e valori. Adolin è il suo campione, che oltre alla maestria nelle armi, ha un gran fascino verso il gentil sesso, ricordando in questo Lancillotto. Gli Stratoguerrieri dipingono le loro armature, rendendole colorate proprio come nelle descrizioni dell’opera di Thomas Malory, Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Kaladin è l’eroe, l’eletto, che viene dal basso, in cerca di riscatto. C’è la ricerca di qualcosa di prezioso che è andato perduto. C’è riverenza e rispetto da parte degli uomini verso le Stratolame, venendo viste come qualcosa che eleva.
In tutto il romanzo si respira un’atmosfera epica, anche se rispetto a La via dei Re manca di momenti veramente epici come già detto. C’è da dire che a livello di stile non presenta errori come è stato fatto nel prologo Uccidere del precedente volume. Presenta momenti veramente belli, come quando Shallan ritraendo le persone le conferisce un aspetto migliore, più sicuro, più dignitoso e le persone, vedendo come sono raffigurate, cominciano a credere di poter essere così e alla fine diventano davvero in questa maniera, elevandosi dalla condizione in cui erano, diventando individui migliori. Ben fatte e intriganti le visioni che ha Dalinar durante le altempeste e le scritte che compaiono sui muri con il conto alla rovescia che avvisa dell’arrivo di qualcosa di grosso.
Dialoghi, descrizioni, concetti, fluiscono sempre senza stonature, sempre ben integrati nel contesto in cui si trovano. Alcune frasi sono davvero ben riuscite, coma a esempio questa pronunciata da Jasnah: “Usare un viso affascinante per indurre gli uomini a fare ciò che vuoi non è diverso da un uomo che usa i muscoli per costringere una donna a fare come vuole lui. Entrambe le cose sono spregevoli e verranno meno con il passare dell’età.” (2). O questa di Arguzia: “Tutte le storie sono già state narrate. Le raccontiamo a noi stessi, come hanno fatto tutti gli uomini che siano mai vissuti. E tutti gli uomini che vivranno. Le uniche cose sono i nomi” che cambiano. (3)
Ma in alcuni casi ci sono degli scivoloni che stonano con il contesto: certe scelte possono essere state effettuate per alleggerire l’atmosfera, per dare un tocco divertente, ma che Shallan, durante quello che dovrebbe essere il corteggiamento, per stupire chieda ad Adolin se mai se l’è fatta addosso quando indossava la Stratopiastra, è una caduta di stile, un andare verso il basso che si poteva (e doveva) evitare. Anche Bastiano Baldassarre Bucci in La Storia Infinita di Michael Ende fa qualcosa di simile, chiedendo al professore di religione se Gesù andava mai al gabinetto (e ricevendo una nota di biasimo per questo), ma lì è comprensibile, dato che si tratta di un bambino ed è un qualcosa capace di strappare un sorriso, visto che mostra la curiosità, l’innocenza e l’ingenuità dell’età dell’infanzia; in un dialogo tra persone ormai adulte (Adolin ha più di vent’anni, Shallan diciassette), se non si vuole essere scadenti, è qualcosa che non ci si aspetta. D’accordo che nella società attuale si è abituati a discorsi del genere (e anche peggiori), ma proprio per questo, almeno in un libro che vuol essere di un certo stampo, sarebbe stato meglio che non ci fosse stata una cosa del genere: due pagine del genere non aggiungono nulla a un lavoro di milleduecento (anzi, forse lo tolgono) e potevano essere tranquillamente evitate.
A parte le osservazioni su alcuni punti deboli, Parole di Luce è uno di quei libri che si rileggono volentieri perché riecheggiano di epicità, di valori perduti che vengono ritrovati, di grandezza, della ricerca che spinge verso l’alto, che volgono a tirar fuori il meglio che c’è in un animo. Un romanzo che lascia qualcosa di buono, che solleva ed eleva. Un’opera fantasy che si distacca dall’attuale produzione che ha invaso le librerie con storie che si mettono nella scia del lavoro di successo di vendita qual è quello di George R.R. Martin, romanzi prettamente incentrati sulle bassezze umane e di quanto si può sprofondare nel fango e nel sangue (non che il fantasy più cupo sia un male, se qualitativamente valido come quello di Joe Abercrombie è ben accettato, purché non diventi la totalità del genere). Ed è un bene che sia così, perché ci si è saturati di vedere il peggio essere protagonista (chi è in Italia vive costantemente con questa realtà), si ha bisogno di qualcosa di diverso: non il falso ottimismo che tanti ipocritamente elargiscono (politici ed imprenditori in primis), ma la conquista di valori come onore, dignità, giustizia e conoscenza per costruire un mondo migliore, per fare sì che la vita sia meritevole di essere vissuta. Una storia come già detto che è permeata dell’atmosfera di poemi antichi, di cavalieri e dei loro codici, di dei e dei loro patti con gli uomini e che per quello che sa evocare ricorda la trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay, altro autore capace di realizzare un’opera epica e profonda.

Alcune note sull’edizione italiana.
Sono state mantenute le illustrazioni all’interno del volume e la copertina originale.
Per una scelta editoriale (forse di costi) è stata omessa l’immagine di Shallan che dipinge presente invece nell’edizione originale; ci si domanda se invece non era possibile metterla al posto di una delle mappe presenti nel volume italiano, dato che per tre volte è riportata sempre la stessa immagine (due a colori e una in bianco e nero).
Per quanto non come nei volumi di La Ruota del Tempo di Robert Jordan, qualche refuso è presente. Oltre a ciò, si nota a pag. 433 un grosso errore: non si sa se anche nell’opera originale è presente questa svista, ma Shallan viene sostituita con Jasnah nel dialogo/scontro con Tyn, quando Jasnah non è presente sulla scena (è morta centinaia di pagine prima).
La copia in possesso (un regalo, come è stato per La Via dei Re, che altrimenti non si sarebbe avuta a causa del prezzo), oltre a presentare la rilegatura nel dorso incompleta (il pezzo che è stato usato non ricopre tutto il blocco di pagine, ma ne lascia fuori un buon centimetro), ne presenta una parte non incollata.
Ultima nota, il prezzo. Non ci si può aspettare che un volume del genere venga venduto per una ventina di euro o meno come prima edizione, visto quanto è lungo e com’è realizzato: ci sono i costi di traduzione, i diritti per l’autore, l’alto numero di pagine e le illustrazioni. Tutto questo ha un costo, che deve però essere adeguato: già 30 E per La via dei re era sopra le righe (qualche euro in meno avrebbe reso il prezzo più equo), ma 35 E per un romanzo dello stesso stampo è un prezzo che presenta un rialzo eccessivo (se però si pensa che Elantris, dello stesso autore, con quasi metà delle pagine, nessuna illustrazione e in edizione economica, viene venduto a 30 E, si capisce dove si poteva arrivare con un volume come Parole di luce). Se le vendite del romanzo non saranno soddisfacenti come preventivato, non si deve ricercare il motivo nella qualità dell’opera, che è ottima, o sul fatto che non trovi riscontro d’interesse da parte dei lettori (che c’è), ma proprio sul costo, che disincentiva l’acquisto. Se il prezzo aumenta di cinque euro a volume, si può immaginare quanto si verrà a pagare l’ultimo capitolo della saga. E questo non trova giustificazione, qualsiasi cosa dica la casa editrice che lo pubblica o chi la difende.
Shallan - Parole di Luce

1. pag. 1127

2. pag. 255

3. pag. 809

Di nuovo sull'editoria: Brandon Sanderson e altro

No Gravatar

Words of RadianceCi si sta avvicinando all’uscita (leggendo su Wuz si sapeva da tempo tale arrivo) di Parole di Luce, secondo volume delle Cronache della Folgoluce di Brandon Sanderson. L’editore italiano, come nei precedenti romanzi dello scrittore statunitense, è Fanucci e come per La Via dei Re ed Elantris, il prezzo è elevato: 35 E (prezzo confermato da libreria LaFeltrinelli), ben superiore ai 30 E dei due volumi sopra citati (se era già risultato tanto per La Via dei Re anche se con mappe a colori, copertina rigida e immagini all’interno, per Elantris è stato qualcosa di inammissibile, dato che era in versione economica).
Troppo, decisamente troppo: se si continuerà a pubblicare i romanzi di questa saga, di questo passo si arriverà a pagare i volumi tranquillamente 50 E, più del doppio di come vengono pagati in America e altri paesi.
Il dubbio sulla continuità di pubblicazione sorge perché con prezzi simili non si sa se si avranno volumi di vendita tali da far proseguire la traduzione in Italia di questa saga. In questo articolo, assieme a Emanuele Manco, si era parlato della questione del costo dei libri e del modus operandi che sta alla base della decisione dei prezzi, ma rimane forte il sospetto che si voglia approfittare troppo dei lettori, cercare di guadagnare più del dovuto e necessario, con il rischio che si ottenga invece il risultato opposto, ovvero di non vendere. La crisi è vero che non aiuta gli acquisti, ma è anche vero che certi editori fanno delle scelte più che discutibili; chi vorrà leggere questa saga e non potrà permettersela vista i prezzi o comincerà a leggere in lingua originale o si dovrà rivolgere alle biblioteche (è da notare che anche loro non stanno attraversando un bel periodo, visti i fondi limitati, e non è detto che il volume si trovi); ma se si continuano a proporre simili prezzi crescenti, le vendite saranno tali che non si pubblicherà più e di conseguenza neanche in biblioteca li si potrà trovare.
Le scelte di Fanucci lasciano spesso parecchio perplessi. 17 E per l’e-book di Le Torri di Mezzanotte di Robert Jordan e Brandon Sanderson è qualcosa d’inammissibile; come fa pensare la riproposizione di nuove edizioni di opere come La Trilogia di Valis di Philip K. Dick e Hyperion di Dan Simmons a 20 E, prezzo solitamente riservato alle nuove uscite, non a volumi che sono anni che vengono pubblicati (non si tratta nemmeno di versioni da “lusso” dato che sono sempre in economica).
Il problema però non è solo Fanucci o Mondadori (altre ca le cui scelte sono discutibili): è tutto un sistema che è sbagliato. Perché una ce, dopo che paga le tasse per la produzione dei libri, deve pagare su di essi le tasse per averli in magazzino; è per questo che per ridurre i costi, dopo qualche tempo i volumi in giacenza di magazzino vengono mandati al macero, salvo poi ristamparli nel caso ci fossero richieste di acquisto tali da richiederlo.
E’ palese che questo modo di fare assurdo comporta uno spreco di materie prime ed energia: carta, inchiostro, usura dei macchinari di stampa, elettricità per farli funzionare. Tutti elementi che si potrebbero ottimizzare se esistesse un sistema differente, se ci fosse la volontà di migliorare.
Invece non si capisce che quanto si sta facendo è sbagliato e se anche lo si capisce, non si vuole far nulla per cambiare, perpetrando un sistema fallimentare. Cosa ancora più avvilente, è che ci sono persone che reputano che il sistema non vada criticato, ma appoggiato.

Magia, tra figure storiche e immaginate - 1

No Gravatar

Fin dalla preistoria, la magia è stata un elemento presente nella storia dell’uomo. Rituali, incantesimi, segni, sigilli, rune, tomi oscuri, trattati arcani: tutte cose volte a conferire agli esseri umani potere per avere controllo sulle forze della natura, sulla propria vita e su quella altrui, di ergersi sopra la propria condizione.
Credenze che non hanno riscontri nella realtà, ma che tuttavia nel presente come nel passato tanti vi hanno dato importanza: nelle corti ci sono sempre state figure avvolte da aure di mistero, quasi magiche, che si riteneva potessero controllare energie soprannaturali, creando miti, leggende che non hanno fatto altro che conferirgli potere e fascino. L’uomo, nonostante la scienza e la logica abbiano dimostrato quanto tali elementi non fossero autentici, li ha sempre ricercati, ha sempre creduto in essi, seguendo e affidandosi a figure, libri, che riteneva potessero guidarlo verso poteri misteriosi, provenienti da dimensioni dove vigevano leggi differenti da quelle del mondo conosciuto. Proprio la parola “occulto”, così spesso associata alla magia, significa ciò che è nascosto, che non si vede, e l’ignoto ha sempre esercitato un forte magnetismo in chiunque, fin dall’antichità.
Le prime figure “magiche” incontrate nella storia dell’uomo risalgono alle società neolitiche e sono quelle degli sciamani, individui presenti presso le tribù con la capacità di diagnosticare e curare (ma anche causare, se di animo malvagio) le malattie grazie al rapporto che avevano con la natura e gli spiriti che lo popolano; tali personaggi sono esistiti per secoli e hanno continuato a esistere anche con lo svilupparsi di società più strutturate (vedasi i nativi americani) e che tuttora esistono in luoghi lontani dalla cosiddetta società civile occidentale. Lo sciamano è un ruolo che non è per tutti, cui può accedervi solo chi ha subito un evento fortemente traumatico che l’ha messo a confronto con la morte, permettendogli di prendere contatto con il mondo degli spiriti e di essere così guardiano della zona di confine che separa la sfera della vita da quella della morte: solo sopravvivendo a un’esperienza del genere riesce a creare quel legame che gli permette di acquisire capacità tali da avere una considerazione e una posizione privilegiata presso la sua gente, cui essa si rivolge per avere consiglio, aiuto e protezione.
Sebbene questa figura sopravviva ancora, con lo svilupparsi di società più numerose e organizzate da leggi più complesse, con il tempo è stata sostituita da quella dei sacerdoti, aventi associazioni più grandi e articolate, dove i favori, i portenti, sono elargiti dalle divinità, con il sacerdote che fa da tramite tra loro e i mortali. Come gli sciamani, i sacerdoti avevano molta considerazione e un gran rispetto presso il popolo, oltre che un gran potere anche a livello temporale, come dimostrato a esempio società mesopotamiche ed egizie; due società che hanno fortemente condizionato quelle a seguire con il loro sapere e le loro credenze esoteriche.
Di tutte le religioni del mondo antico (non per niente si affacciava sullo stesso bacino mediterraneo), la più incline alla magia fu quella greca, grazie anche a una conformazione del territorio che spingeva l’immaginazione a vedere i suoi luoghi come posti carichi di mistero. Monti remoti avvolti dalle nubi quali l’Olimpo, grotte, bocche vulcaniche, erano teatri perfetti per creature divine, mostri, eroi, maghe, come Medusa che pietrificava con il solo sguardo, Achille reso invulnerabile (tranne che un punto, il famoso tallone) dalle acque del fiume Stige, dei che trasformavano gli uomini in animali. Soprattutto certi luoghi divennero famosi per il sorgere di tempi dedicati agli Oracoli, figure capaci di condizionare anche la politica di uno stato e le decisioni dei re, dato che avevano la capacità di predire il futuro in molti modi (visioni indotte da vapori, sogni) senza dover entrare in contatto con il Regno dei Morti (l’Ade) e i defunti; i sacerdoti avevano gran considerazione, siccome erano loro a dover interpretare le parole e le profezie pronunciate dall’Oracolo.
Solo dopo le guerre persiane nel mondo greco comparve quella che viene chiamata stregoneria: evocazione di demoni, uso di filtri e pozioni per conquistare l’amore o avere la meglio sui nemici o protezione contro di essi. La maga Circe che mutava gli uomini in porci, Medea capace di grandi portenti e malefici, sono alcune delle figure più famose di chi usava la magia; senza contare Orfeo, la cui musica era artefice di prodigi quali farsi ubbidire da chiunque, animali, mostri (vedi Cariddi nell’impresa degli Argonauti) e divinità (Ade, quando scese nel Regno dei Morti per riportare Euridice nel mondo dei vivi). A loro vanno aggiunte figure famose realmente esistite come Pitagora e Apollonio di Tiana, dove le leggende gli conferiscono poteri magici quali l’essere presente nello stesso momento in più punti, richiamare animali e farsi obbedire da loro, guarire, fare profezie. Individui il cui sapere si riteneva nascesse dai contatti con l’oriente. Per tale sapere e credenze, nel caso di Apollonio, ci fu l’osteggiamento dei cristiani, che lo consideravano un operatore di malefici, vedendolo come un nemico (gli venivano attribuiti molti miracoli affini a quelli che i Vangeli attribuiscono a Gesù Cristo, come afferma il biografo Flavio Filostrato) e non prendendo in considerazione che anche lui predicava l’immortalità dell’anima, che la morte non poteva vincere sulla vita, dato che nulla mai moriva, ma cambiava solo sembianze, messaggi molto simili a quelli di Gesù. Da ricordare il suo professare che l’universo è un essere vivente, che ogni cosa che vi appartenga ha una coscienza e che insegnava il sistema alchemico dei quattro elementi (terra, fuoco, aria e acqua), convinto che ce ne fosse un quinto, etere o prana o spirito (se ci si fa caso, questi sono i Cinque Poteri, gli stessi elementi con cui le Aes Sedai intessono i loro flussi quando incanalano l’Unico Potere nella saga di La Ruota del Tempo creata da Robert Jordan).
I viaggi di Apollonio, dove apprese così tante cose, sono avvolti da leggenda, tant’è che attorno a essi si sono creati studi anche a secoli di distanza. Secondo essi aveva raggiunto Shambhala, un regno dove si custodisce e si cura l’anima dell’umanità, dove risiedono adepti di ogni razza e cultura all’interno di una valle riparata dai gelidi venti artici, con un clima sempre temperato e la natura fiorisce rigogliosa. Un luogo cui molti hanno cercato di dare una locazione, spesso indicato nel Tibet, che non è mai stato però trovato, ma che tuttavia ha ispirato scrittori come Andrew Tomas, Victoria Le Page e James Hilton (in Orizzonte Perduto, romanzo del 1933, lo scrittore descrive un luogo simile dandogli nome Shangri-La).
Non solo scrittori si sono lasciati affascinare da persone del genere, ma anche potenti come Nerone, come dà testimonianza Plinio il Vecchio, asserendo che l’imperatore nutriva per la magia una gran passione e per la quale volle avvalersi degli insegnamenti del re armeno Tiridate, famoso mago del periodo in cui la guida di Roma visse.

Merlino interpreteato da Nicol Williamson nel fil Excalibur di John BoormanTuttavia, la figura del mago per antonomasia, nonostante le premesse finora viste, raggiunge il suo culmine solo secoli dopo, incarnandosi in quello che sarà l’archetipo da tutti riconosciuto: Merlino. Individuo conosciuto per il famoso ciclo arturiano, viene citato per la prima volta in Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1136 ca), le cui vicende vengono fatte risalire al V secolo, prima come consigliere di Vortigern, poi di Uther Pendragon. Merlino ebbe un ruolo importante sul regno di quest’ultimo e della sua discendenza, dato che grazie alle sue arti magiche permise a Pendragon di unirsi con Ygraine e dare così vita ad Artù. Solo in seguito con autori quali Thomas Malory, il mito arturiano si arricchì dei famosi racconti della spada nella roccia e dei cavalieri della Tavola Rotonda.
Secondo alcuni, come Nikolaj Tolstoj, Merlino è ispirato all’ultimo dei druidi (sacerdoti delle antiche regioni celtiche di Britannia, Irlanda e Gallia, la cui esistenza è documentata dal III sec. A.C. da saghe irlandesi e testi romani, specie di Giulio Cesare), secondo altri invece era derivata da un bardo gallese del VI sec. d.C. di nome Myrddin, nome cambiato in seguito appunto in quello ben conosciuto. Nome che però secondo la storica Norma Lorre Goodrich era più che altro un appellativo riferito alla sua natura acuta, scrutatrice e rapace, dato che il merlin è un tipo di falco; i lettori della saga di Earthsea di Ursula Le Guin potranno vedere delle analogie tra Merlino/falco e Ged conosciuto anche come Sparviero, vedendo in questo una possibile fonte d’ispirazione avuta dalla scrittrice americana.
Ian McKellen interpreta Gandalf in Il Signore degli Anelli e Lo HobbitMa Merlino non ha ispirato solo questa saga, ne è un esempio un altro famoso mago, Gandalf, creato da J.R.R.Tolkien, gran conoscitore delle leggende nordiche e celtiche, usandole per dare vita alla Terra di Mezzo; entrambi i personaggi sono andati a creare l’immagine classica, l’archetipo che tutt’oggi si conosce. Danirl Radcliffe interprete Harry Potter nella famosa saga di  J.K.RowlingUn archetipo che è stata arricchito da poco da un altro personaggio, quello di Harry Potter creato da J.K.Rowling, scrittrice inglese che consolida la visione secondo la quale l’essere mago è un talento innato, che non può essere acquisito in nessun modo, distinguendolo così dalle persone comuni. E mantenendo la tradizione dell’immaginario, i maghi per gli incantesimi usano bacchette magiche, hanno proprie scuole con torri e ordini, dove imparare a usare i poteri di cui dispongono e che affondano le loro radici in qualcosa che non è di questo mondo dai libri.
Tutto ciò a differenziarsi dalle streghe, che non hanno bisogno né di maestri (maghi e stregoni hanno sempre scuole) né di gerarchie ufficiali che, per mantenere il controllo sull’utilizzo delle forze invisibili, diano regole e investiture precise ai loro adepti. Strega (femmina o maschio che sia) è chi impara da sé, chi cerca e trova, non smette mai di trovare, sul confine tra Aldiqua e Aldilà. In molte lingue per indicare le streghe si usano parole che letteralmente significano «le sapienti», persone libere e coraggiose, indifferenti a paure superstiziose, ai tabù, con mentalità pratiche. (1) Di fronte a tale descrizione, di nuovo vengono in mente le Aes Sedai di Robert Jordan, etichettate dalla gente comune in senso dispregiativo come le streghe di Tar Valon, ma anche la Strega del Crepuscolo del mondo di Landover di Terry Brooks, ottimo esempio di creatura a ridosso del confine tra Mondo Fatato e mondo materiale che ha appreso da sola l’uso della magia.

1 – Libro degli angeli, pag 93. Igor Sibaldi. Frassinelli 2007

Fonti su cui ci si è basati per realizzare l’articolo (apparso sul numero 9 di Effemme):

  • Storia dei maghi. Alan Baker. I edizione Oscar Mondadori 2005
  • Manuale di storia delle religioni. G.Filoramo, M.Massenzio, M.Raveri, P.Scarpi. Mondadori 1998
  • Dizionario universale dei miti e delle leggende. Anthony Mercatante. Mondadori 2002