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Manovra: la deroga all'Art.18

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In questi giorni si sta discutendo la Manovra e tra i punti in discussione c’è quello di poter licenziare i lavoratori a prescindere dalla Costituzione e dallo Statuto dei lavoratori.
Un punto che serve contro la crisi economica?
Assolutamente no.
E’ semplicemente una questione di potere. Potere che vogliono gli imprenditori e che viene concesso senza remore dal governo (che guarda caso è formato da imprenditori). Potere di fare della gente quello che si vuole, usarla e sfruttarla senza limiti, a qualsiasi costo ed essere intoccabili da qualsiasi legge.
Invece di trovare soluzioni che puntino a innovazioni, a ricerche che aprano nuove strade per nuovi mercati per uscire da questa palude, la soluzione che si trova è quella di massacrare ulteriormente la gente.
E’ un ritornare al medioevo, ai tempi degli schiavi.
E’ sopraffazione dell’uomo sull’uomo.
E’ un assassinio.
Di che cosa c’è una scelta ampia.
Assassinio dei diritti, perchè il lavoratore potrà lavorare solo per essere sfruttato alle condizioni dettate da chi sta in alto senza possibilità di scelta e di tutele.
Assassinio della dignità, perché per lavorare dovrà accettare di tutto, anche quanto va contro i suoi valori, le sue aspirazioni, la sua vita.
Assassinio della libertà, perché se vuole mantenere il lavoro deve restare in silenzio e subire (e non è detto che questo non possa evitargli una brutta fine), pena l’essere buttato fuori dalla porta senza pensarci due volte.
Sì, tutto questo è assassino.
E assassini sono quelli che propongono simili leggi.
Assassini sono quelli che vogliono queste leggi.
Assassini sono coloro che di fronte a tutto ciò non levano nemmeno una parola di protesta, non capendo la gravità di tale scelta e delle conseguenze che porterà in futuro.
Non fatevi abbagliare dal fatto che dicono che è solo una cosa temporanea, perché non c’è niente di più definitivo in Italia di qualcosa di temporaneo.
Tale giudizio è un’esagerazione?
No, perché è sempre dalle piccole cose che si comincia a costruire l’inferno. Per questo non va fatto passare nulla, bisogna resistere contro l’ingiustizia, i soprusi, la sopraffazione.

Proteste, scontri, ingiustizie

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La protesta degli operai della Fincantieri ha portato scontri e feriti. Una protesta dura, decisa per difendere un posto di lavoro che per molti significa sopravvivenza.
Triste a dirsi, ma è l’ennesimo fatto d’imprenditori che vogliono guadagnare senza investire, arricchendosi sulle spalle dei lavoratori; un modo per scrollarsi di dosso quelle che sono considerate spese superflue, ma un modo anche, se lo si vuol vedere, per costringere le persone che lavorano, se vogliono mantenere il posto di lavoro, ad accettare condizioni lavorative peggiori, con diminuzioni di stipendio e perdita di diritti. O a rivolgersi alle agenzie interinali per avere manodopera a basso costo, che comporta spese minori piuttosto di avere a proprio carico dipendenti fissi che hanno maturato una professionalità pluriennale e che come tale va ben retribuita.
La scuola Marchionne insegna.
Quando si era detto di stare attenti con il referendum Fiat, che si stava perdendo un’occasione importante per difendere la propria dignità e i propri diritti e che non sarebbe stata limitata solo alla casa automobilistica di Torino, ci si riferiva proprio a questo. Tanti hanno seguito e seguiranno chi ha aperto una strada che porta verso una china pericolosa, l’ennesimo tassello che porta alla rovina.
Non occorre poi meravigliarsi se la gente, vedendosi privata di quanto ottenuto negli anni, insorge e ci sono scontri. Una guerra tra poveri, perché poliziotti e manifestanti sono parte della stessa barca; invece di scontrarsi dovrebbero unirsi in una protesta univoca perché le cause di tanti mali stanno da altre parti. Già perché politici e imprenditori sono sulla stessa sponda, si spartiscono la stessa fetta di potere, essendo collegati tra loro. Ed è per questo che chi governa, fa politica, non dovrebbe avere in nessuna maniera a che fare con nessuna sfera economica: questa non è giustizia.
Ma se fosse un sistema giusto, molte cose non andrebbero in un certo modo e non si sarebbe raggiunto un punto così basso nella storia umana.

Per Chi Suona la Campana

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E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana.
Essa suona per te

E’ il pezzo di John Donne tratta da Nessun uomo è un’isola che compare all’inizio del famoso romanzo di Ernest Hemingway, Per chi suona la Campana, una perla di saggezza che mostra come non ci siano certezze nella vita, come tutto è mutevole; nemmeno la persona più saggia può sapere che cosa lo attende nel domani, tutte le conseguenze che comportano le sue azioni. La vita è una complessa equazione formata da infinite variabili che non fanno che cambiarla continuamente: tutti hanno influenza, non c’è niente di stabile e duraturo, soltanto la morte è immutabile.
Un romanzo che parla della lotta contro il regime franchista, contro l’oppressione e la riduzione della libertà, un libro dove i personaggi piuttosto che sottomettersi o cadere in mani nemiche preferiscono la morte. Una ribellione contro chi opprime, sapendo che per cambiare le cose occorre darsi da fare, anche a costo di effettuare sacrifici.
E’ quanto sta succedendo in Spagna con la protesta degli Indignados, per lo più giovani che stanno protestando contro un mondo del lavoro che non gli dà né spazio né dignità; un mondo fatto di precarietà e sfruttamento, dove le persone devono adattarsi a qualsiasi richiesta, accontentandosi di stipendi al di sotto delle loro qualifiche, accettando di tutto perché sono tanti gli individui nelle stesse condizioni che possono prendere un posto lavorativo al momento disponibile.
Un mondo egoistico che bada all’interesse di pochi, dove non si cerca di salvaguardare il bene collettivo, l’identità e la dignità dell’individuo.
Il problema non è solo della Spagna, lo è anche dell’Italia: non è possibile pensare d’essere un paese civile dove pochi s’arricchiscono e tanti sono costretti a subire vivendo nell’instabilità, con l’unica certezza d’essere un numero che può essere sfruttato come e quando si vuole perché in un qualche modo si deve sopravvivere.
Il tasso di disoccupazione nel nostro paese è molto alto, più di due milioni di persone senza lavoro (in questo numero però non sono contemplati i cassa integrati cronici che non rientreranno più nelle aziende o le persone che non hanno speranza di trovare un’occupazione e che non sono certificati come disoccupati) e la cosa che allarma in modo grave è che chi deve dare lavoro si preoccupa solamente di avere meno tesse e meno spese, non ha un progetto per il futuro che preveda uno sviluppo, ma solamente la volontà d’arraffare il più possibile sul momento. Per questo non si investe in ricerca, ricercando solamente lavoratori a chiamata, a somministrazione, a tempo determinato: le ditte non assumono più direttamente, si rivolgono alle società interinali per effettuare assunzioni dove la professionalità non viene riconosciuta e vengono proposti contratti con salari e qualifiche al di sotto della professionalità posseduta, perché se si è disoccupati per lavorare si deve accettare di tutto. Assunzioni che sono solo contratti a tempo determinato e che non si tramutano mai in tempo indeterminato.
L’arroganza delle imprese è molta: se si vuole lavorare si devono accettare le condizioni imposte. E’ facile in simili situazioni fare i forti e i prepotenti, ma anche la gente accettando tutto ciò permette che questo sistema continui a esistere: se tutti fossero uniti nel dire no, nell’opporsi a queste ingiustizie, le cose cambierebbero. Ma così non si fa, perché questo è il sistema e bisogna adattarsi per vivere, bisogna guadagnare per tirare avanti: ma la dignità non può essere comprata e se non si cerca di cambiare lo stato delle cose finché si è in tempo, le cose andranno sempre male e anzi peggioreranno.
Chi ha un lavoro, i dirigenti, non si preoccupano né si pongono il problema di chi versa in condizioni di precarietà: ma chi dice che chi si trova un giorno in una certa posizione, il giorno dopo sia sempre nello stesso punto? O invece si ritrovi in una posizione capovolta?
Davvero non si riesce a capire che questo modo di fare non solo angustia, demoralizza e fa morire interiormente un poco ogni giorno gli individui, ma uccide il sistema, facendo collassare tutto quello costruito finora e alla fine non ci sarà niente per nessuno?
Perché con questi presupposti non si può avere il mantenimento per costruire una famiglia, mettere al mondo figli o avere una semplice vita di coppia. E un popolo in cui non nascono nuove generazioni è un popolo in via d’estinzione.
Ancora di più se il sistema di quel popolo invece di aiutare le donne incinta, le colpisce duramente togliendogli ogni tutela e facendogli perdere il lavoro.

Professionalità

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E’ di questi giorni il ddl costituzionale per permettere a ragazzi che hanno compiuto i 18 e 25 anni di essere deputati e senatori. Il delirio di questa follia è talmente palese che chiunque dotato di buon senso lo riterrebbe uno scherzo, un pesce d’aprile: data la giovane età non si hanno né i mezzi né il bagaglio d’esperienza necessario per guidare un paese e decidere per un’intera popolazione, poiché a malapena si è in grado di badare a se stessi.
La gioventù a queste parole può risentirsi, come succede sempre con la verità dà fastidio; l’irruenza e la presunzione dell’età, unita a un sistema che inculca che basta avere soldi, prepotenza e che si può avere tutto subito perché si può comprare tutto (dalle lauree ai posti in parlamento), possono portare a protestare, ma questa è la realtà.
Siamo al delirio, allo sbando totale: si ha la presunzione di poter fare le cose senza basi, senza preparazione. Lo si vede nella politica (la proposta del premier è per i suoi interessi, per sistemare persone che hanno avuto a che fare con lui, specie giovani donne; e il popolo deve pagare di tasca propria per le sue scelte), nell’istruzione (smantellare la scuola pubblica a favore della privata dove può iscriversi solo chi ha i soldi, un modo per limitare la cultura, il modo di contrapporsi al potere, e aumentare l’ignoranza, aumentando il condizionamento sulla popolazione), nell’editoria (baby-boomer, pubblicando libri di poco superiori alle duecento pagine, con editing spesso mancanti: insomma, eliminare più costi possibili e avere solo ricavi).
Questa è mancanza di professionalità.
Si pretende d’avere successo eliminando la formazione e l’esperienza, perché ha un costo e si pensa che l’unico modo per avere utili è eliminare tali voci. Non si comprende invece che l’esperienza, le capacità professionali sono una risorsa e non è un caso se ci si trova in una crisi economica dalla quale non si riesce a uscire, come invece altre nazioni stanno facendo. Gli altri paesi sanno che persone qualificate, capaci di dare qualità al prodotto, di trovare nuove soluzioni e innovazioni, sono il punto di forza su cui concentrarsi per superare il duro momento e poter andare avanti.
L’Italia è mancante sotto questo aspetto e lo dimostra il fatto che continua a puntare sull’instabilità creata con le società di lavoro interinale (anche i centri per l’impiego che dovrebbero aiutare le persone a trovare un impiego non fanno che spingere verso questa soluzione, consigliando d’accettare qualsiasi proposta a prescindere dalle condizioni), dove si hanno contratti a tempo determinato e con salari bassi, sempre al minimo: siamo di fronte a una svendita della persona e della professionalità.
Le ditte però non sono certo di meglio, capaci di pretendere meno tasse, avere maggiori sgravi fiscali e agevolazioni, pretendere che ai lavoratori vengano tolte tutele e diritti per poterli far lavorare come e quanto gli pare e piace; specie in questo periodo di crisi se possono scegliere tra una persona con anni d’esperienza e un giovane sotto i ventotto anni, selezionano il secondo e non perché è un investimento per il futuro, ma perché gli si può applicare un contratto d’apprendistato
che ha un costo molto inferiore visto le agevolazioni di cui dispone (senza contare che se possono selezionano dalle liste di mobilità, visto il gran numero d’imprese che falliscono o fanno licenziamenti collettivi).
Ma a concentrarsi solo sul costo si perde di vista ciò che è davvero importante: la capacità di saper far bene il proprio lavoro.
Le grandi ditte possono permettersi di avere selezionatori interni (anche psicologi ed esperti in grafologia per conoscere meglio il soggetto che si sta valutando), facendo selezioni ad ampio raggio che permettono oltre a valutare le capacità per svolgere il lavoro anche l’attitudine a lavorare in squadra e a rapportarsi con gli altri, perché il lavoro non è solo tecnicità ma è fatto anche di rapporti umani. Selezioni che possono durare anche più di un giorno, un susseguirsi di test per avere il miglior quadro possibile sulle persone sotto esame.
Spesso le medie e piccole ditte demandano tale compito a società per il lavoro, dove il personale preposto però nel maggior numero dei casi non ha modo di verificare, mancandogli le basi, la preparazione di un individuo per un certo lavoro. Spesso la selezione viene effettuata tramite un colloquio conoscitivo e in alcuni casi test, ma non questionari per verificare le conoscenze dell’individuo sulla materia di competenza, bensì una sorta di test psicologici per verificare capacità d’apprendimento della persona.
Persone preposte hanno fatto degli studi su tali questionari, ma quanto può essere davvero utile saper come mettere una giraffa o un elefante in un frigorifero? O sapere quale animale manca alla conferenza tenuta dal re leone, a quale persona dare un passaggio tra un amico cui gli si deve la vita, tra un’anziana persona e l’anima gemella? O quale tra un politico, un avvocato e un matematico dice la verità?
Tali esperti affermano che questo metodo serve per valutare se davanti a un problema semplice si propone una soluzione semplice, per valutare il peso che si danno agli effetti delle proprie azioni, per valutare la capacità di correlare fatti apparentemente slegati. Simili analisi non significano affatto saper fare un lavoro, né a dimostrare l’intelligenza di una persona.
Piuttosto, certi test psicologici, più seri e approfonditi, vengono fatti per ruoli più delicati, come possono essere quelli d’infermieri e insegnanti per asili e scuole? Viste le notizie di cronaca che spesso si sentono, la domanda su come sono selezionate certe persone si pone: invece di piangere e lamentarsi poi, non sarebbe meglio fare un attento lavoro a monte, visionando e selezionando con cura? Oltre naturalmente a fare esami tossicologici per scoprire se si è fatto o si fa uso di droghe, dato che possono andare a influire sullo stato di salute mentale di una persona (esami cui dovrebbero essere sottoposti pure i politici e parlamentari, visto l’importanza del ruolo che ricoprono e dei danni che possono andare a fare nella posizione in cui si trovano)?
Se le cose vanno in un certo modo, non ci si lamenti, né ci si domandi perché. La risposta è sotto gli occhi di tutti ogni giorno: è mancanza di professionalità.

Il Porcellum del lavoro, ovvero instabilità, precariato, caporalato e sfruttamento.

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Distolti come si è da notizie che sono specchietti per le allodole, l’attenzione si concentra su omicidi resi torbidi e tirati per le lunghe per essere sotto i riflettori, macchine del fango, bunga bunga vari di politici, vip, calciatori e quanto può portare lontano dalla realtà. Senza contare che il sistema creato vuol far vedere un mondo perfetto, fatto di luci e sorrisi e ottimismo a fiumi, dove tutto va bene.
Tutto una facciata, sepolcri imbiancati, sono parole passate attuali nel presente che li giudicano: all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume.
Uno dei problemi da riconoscere e affrontare è questo: si è perso contatto con la realtà. La si vuole evitare, tenerla lontana, perché riconoscerla, significa riconoscere gli errori fatti e la responsabilità di essere fautori della situazione in cui ci si trova.
Una fetta di questa realtà è il mondo del lavoro, una giungla intricata, quando non un vero e proprio inferno, dove si sta tornando al livello di schiavi.
Anni fa è stata immessa, appoggiata e pluripubblicizzata la flessibilità, dicendo che era il futuro, il modo d’avanzare; le società interinali sono sorte come funghi, considerate manna dal cielo. Dopo poco più di un decennio, ma molti l’avevano capito subito, ci si trova a fare i conti con instabilità, precariato e caporalato, si è perso qualità nella realizzazione del prodotto e si è perso dignità. Si è costretti ad accettare di tutto per avere un posto di lavoro, perché ci si deve realizzare, si deve scalare la piramide per arrivare in cima e dimostrare che si è persone di valore.
Si è sfruttati, questa è la verità; il resto è illusione.
A trent’anni se si perde il posto si è quasi fuori dal mondo del lavoro perché non più in età di contratti d’apprendistato, perché si diventa un costo, non si è una risorsa; a quaranta e a cinquanta meglio non parlarne. Fino a poco tempo fa l’esperienza era un elemento ricercato, le ditte si contendevano persone che avevano maturato e sviluppato una buona professionalità; ora viene liquidata con disprezzo, contano solo i tagli e il risparmio economico.
Per tanto si è accettato questo modo di fare e lo si accetta ancora.
Ma qualcuno ha cominciato a dire basta. Ognuno lo fa nel modo che preferisce, come in questo caso (da guardare quest’intro : con ironia esprime con chiarezza il concetto; date un occhio anche alle varie pubblicità).
Ne parla anche Repubblica con questo articolo .
Qualcuno storcerà il naso per questa iniziativa, la riterrà un modo per attirare attenzione, avere visibilità, un moto gogliardico e nulla più. Resta il fatto che quanto è sbagliato, come il mondo del lavoro attuale, va giudicato, mostrato, condannato e fatto sì che non più esista.