Strade Nascoste – Racconti

Jonathan Livingston e il Vangelo

Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste

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Inferno e Paradiso (racconto)

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Il magazzino dei mondi 2

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Campagna contro la pedofilia

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Da anni si stanno svolgendo campagne contro la pedofilia: inutile dire quanto esse siano fondamentali. Importantissimo dare loro il più risalto possibile perché la guardia non è mai alzata abbastanza, perché nella società attuale, così tecnologica, così connessa, così legata alla rete, si tende a condividere di tutto, senza pensare alle conseguenze di questa scelta e come verrà usato quanto condiviso. Molti adulti pubblicano le foto dei propri figli in rete per farle vedere agli amici, per stimarsi, senza considerare che c’è chi le guarda con occhi malati: più del 50% dei contenuti pedo-pornografici deriva dai social network. Prima di condividere le foto dei propri figli è meglio pensare, perché la rete non è solo divertimento, intrattenimento, ma possiede un lato oscuro che sempre più prende piede e sfrutta la semplicità con la quale vengono compiuti certi atti. Occorre sempre essere consapevoli prima di agire per non andare incontro a situazioni spiacevoli: ognuno, nel piccolo può dare il suo contributo a rendere il mondo un posto migliore o se non si vuole essere così ottimisti, può impedire che nel mondo venga aggiunto altro fango. In fondo, in certi casi, non ci vuole niente per dare il proprio contributo.

Le origini della violenza

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Il brano che segue è tratto dall’intervista di Alessandro Gisotti – Città del Vaticano a Padre Renato Chiera.

Secondo alcune stime recenti… in Brasile avviene il 13 per cento degli omicidi commessi in tutto il mondo, nonostante i brasiliani rappresentino solo il 3 per cento della popolazione del pianeta. Il Brasile ha inoltre purtroppo raggiunto, nel 2014, il triste primato del numero assoluto di omicidi: oltre 59 mila persone uccise. Per padre Luis Ferndando da Silva, segretario esecutivo della Campagna di Fraternità, “il superamento della violenza” è la condizione necessaria per “una società e una cultura di pace” e “richiede impegno e azioni che coinvolgono la società civile, la Chiesa e le istituzioni”.
Proprio su questo fronte di impegno contro la violenza si trova fin dagli anni ’80 padre Chiera che, grazie all’attività della “Casa do Menor”, ha salvato dalla violenza della strada migliaia di bambini e ragazzi, abbandonati ad un tragico destino di abusi, prostituzione, criminalità e tossicodipendenza. A margine dell’udienza generale, padre Renato Chiera si è soffermato con Vatican News sulle radici di questa violenza che sempre più sta scuotendo il Brasile, non risparmiando nemmeno i bambini. “La violenza – sottolinea il missionario – ha molte cause: è il risultato di qualcosa che si spacca. La violenza è un grido che qualcosa non va bene”. I nostri ragazzi, ammonisce, “sono violenti perché mostrano il dolore che hanno, la sofferenza che hanno, le spaccature che ci sono state. Adesso, la violenza ha delle cause, delle radici molto profonde, innanzitutto nei rapporti ingiusti tra le persone. Quindi c’è un problema sociale, una struttura violenta che violenta la gente e che, come conseguenza, ha una reazione violenta”.
Nel suo Messaggio per la Campagna di Fraternità, Papa Francesco sottolinea che il perdono, per quanto difficile, è l’unico strumento per vincere la rabbia e la violenza, per ridonare la pace. Un’esperienza che padre Chiera vive ogni giorno con i suoi “ragazzi di strada”. “Cosa vuol dire il perdono? Che io devo darti possibilità. Tu – afferma il sacerdote – puoi avere sbagliato, ma io ti do possibilità di recuperarti, io credo nella tua bontà. Oggi, non si crede più nella bontà dell’essere umano”. Noi, prosegue, “capiamo questo con i ragazzi. I ragazzi che noi accogliamo sono colpiti quando noi li accogliamo come sono, non li giudichiamo, non vogliamo nemmeno sapere il loro passato! Loro non credono di aver valori, non credono che hanno delle possibilità. Loro accettano di essere uccisi perché dicono: `Lo merito. Ho preso questa strada … lo meritò. Quindi neppure si perdonano”. Quando vedono che noi li perdoniamo, sottolinea padre Chiera, “li aiutiamo a perdonarsi, quando riescono a perdonare papà e mamma, a perdonare quelli che hanno fatto loro del male, perdonare se stessi, allora riescono ad andare avanti”.
Il fondatore di “Casa do Menor” risponde infine sul dilagare della violenza giovanile in Italia, che sembra solo ora scoprire il drammatico fenomeno delle baby gang. “Vorrei dirvi questo: ascoltiamo il grido di questi ragazzi! Cosa ci vogliono dire? Non diciamo solo: `Sono dei banditi”. Per padre Chiera, quando “abbiamo detto questo”, “non abbiamo risolto nulla”. “Ecco il problema. Tuo figlio si droga, tuo figlio comincia una vita sbagliata. Chiedigli un po’ il perché! Chiedigli due cose: ti senti amato? Don Bosco diceva: `Non è sufficiente amare il figlio; bisogna vedere se lui si sente amato’. Seconda cosa: cosa stai soffrendo per fare così? Due domande chiave – sottolinea il missionario in Brasile – che aprono il cuore, perché tu ti avvicini, non per giudicare; tu ti avvicini anche per lasciarti giudicare”.

Dalla strada alla vita. Anno XVII – Numero 56 – Aprile 2018, pag. 13

Sacrificare tutto per la connessione

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“Tutto può essere sacrificato alla crescita della connessione.” Questo emerge da un memorandum di Facebook del 2016 di Bosworth, collaboratore di Zuckerberg, a seguito dello scandalo che ha colpito Facebook. sacrificare tutto per la connessioneOra tutti si meravigliano, ma era scontato che sarebbe andata a finire così: troppi dati, troppe informazioni per non essere sfruttate la connessione per fare soldi, per non acquisire potere. Sì, dati e informazioni sono divenuti un grande potere che era impossibile non venisse utilizzato per ottenere importanza e avere un ruolo fondamentale sul mondo.
Le persone si sono fidate, hanno condiviso, quando invece avrebbero dovuto non farlo.
Perché?
Perché non erano chiare le condizioni cui sottostare.
Perché non bisogna mai fidarsi dei grandi gruppi, dato che perseguono sempre i propri fini e non sono mai quelli dei singoli individui.
Le parole di Bosworth dovrebbero mettere in allarme e far riflettere su che cosa c’è dietro certi prodotti e che mentalità viene usata per gestirli: tutto è accettabile pur di raggiungere gli obiettivi prepostisi. Tutto ciò non è solo allucinante, ma è qualcosa che non ha più nulla di umano. Libertà, diritti, rispetto: tutto sacrificato. Si possono accettare violenza, morte, pur di ottenere maggiori fette di mercato, maggior potere, più soldi.
La cosa peggiore, nonostante la portata di questo scandalo, è che la gente non ha ancora capito come sta venendo spiata, usata, sfruttata. E se lo ha capito, non gli importa e continua a stare in un certo sistema, contenta di esserci.
Tutto questo avrebbe bisogno di una regolamentazione, di tutele; tanti stanno usando fiumi di parole nel dire questo, ma la verità è che si farà poco o niente per cambiare lo status quo delle cose. Ormai siamo alla deriva. Come dice V nell’opera V for Vendetta di Alan Moore “questa è la terra del prendi ciò che vuoi” non è anarchia perché “anarchia vuol dire senza capi; non senza un ordine… Non è anarchia questa. Questa è caos”. (1)

1. V for Vendetta. Alan Moore, David Lloyd. Magic Press Vertigo 2006, pag. 195.

Il fallimento del boom del fantasy

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Qualche anno fa c’è stato il boom del fantasy in Italia.
Fu un periodo, per il settore, di grande esaltazione: in tanti ci si sono buttati, in tanti hanno scritto romanzi appartenenti a questa categoria. Le case editrici sfornavano fantasy a tutto spiano. In tanti inneggiavano a una ribalta del genere. A chi faceva notare che le cose non sarebbero durate se non si fosse cercata maggiore qualità, veniva detto di stare zitto, di non fare il menagramo, di smettere di voler male all’editoria vedendola come un male.
Un estratto di Il mestiere dello scrittore che spiega il fallimento del boom del fantasyL’editoria non era il male, ma la mentalità che l’aveva pervasa sì, perché si mancava di conoscenza, di preparazione, s’improvvisava e si agiva senza pensare; si è seguita la moda, si è cavalcata l’onda del momento, poi tutto è finito e il mercato del fantasy è stato bruciato, tornando qualcosa di nicchia. Le cause sono state tante, ma uno degli errori più grossi è stato il voler seguire la moda, scrivendo seguendo indagini di mercato.
Il fantasy vende? Allora bisogna scrivere fantasy, non importa come.
Naturalmente questa è stata la scelta sbagliata. Il motivo lo spiega chiaramente Haruki Murakami in Il mestiere dello scrittore.

Un romanzo è qualcosa che scaturisce spontaneamente dall’animo dell’autore, non si può cambiare strategia con tanta disinvoltura. Non lo si può scrivere con un obiettivo in mente, dopo aver fatto delle ricerche di mercato. Ammettendo che qualcuno ci riesca, un’opera nata in modo così superficiale non riuscirà a conquistare un gran numero di lettori. E anche se avesse successo per un certo periodo, né l’opera né l’autore resisterebbero a lungo, verrebbero presto dimenticati. Abraham Lincoln ha lasciato queste parole: «Si possono ingannare molte persone per breve tempo. Si possono anche ingannare poche persone a lungo. Ma non è possibile ingannare molte persone per molto tempo». Credo che la stessa cosa si possa dire del romanzo. Ci sono tante cose a questo mondo che trovano conferma col tempo, soltanto col tempo. (1)

1. Il mestiere dello scrittore. Haruki Murakami. Einaudi Super Et, pag. 174-175.

Sull'importanza dell'educazione

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In un precedente articolo, affrontando l’argomento del calo di lettori in Italia, ho parlato di quanto questo dipenda dall’educazione e sull’importanza che essa abbia.
In un contesto differente (si parla del Giappone), Haruki Murakami fa un discorso analogo improntato proprio su quanto è rilevante la questione educazione. Una riflessione lucida e profonda tratta dal capitolo “A proposito della scuola” presente nel libro Il mestiere dello scrittore, che suggerisco caldamente di leggere.

Sull'importanza dell'educazione. Una riflessione basata su un brano tratto da Il mestiere dello scrittore di Haruki Murakami…all’epoca (ai tempi della scuola) per me leggere era più importante di qualsiasi cosa. Al mondo, inutile dirlo, ci sono un sacco di libri dal contenuto profondo, ben più emozionanti dei libri di testo. Libri che, pagina dopo pagina, ti entrano dentro. Ed è il motivo per cui non avevo mai voglia d’impegnarmi a studiare per gli esami…. La conoscenza acquisita macchinalmente in maniera non sistematica, col passare del tempo si dilegua da sé, svanisce, aspirata da qualche parte… sì, un luogo in penombra che è come il cimitero della conoscenza. Perché non è necessario conservarla indefinitamente nella memoria.
Invece ciò che resta nel cuore, senza svanire col passare degli anni, è molto più prezioso.… Ma non è un genere di conoscenza che abbia effetto immediato. Per rivelare in pieno il suo valore, ha bisogno di tempo. E disgraziatamente non ha alcun nesso con il risultato degli esami.

Negli ultimi anni di liceo ero in grado di leggere i romanzi inglesi in lingua originale…. Non per questo però i miei risultati in inglese sono migliorati.
…Tanti miei compagni avevano risultati ben migliori dei miei in inglese, eppure nessuno di loro era in grado di leggere un romanzo intero in lingua originale. Mentre io lo facevo senza difficoltà e con gran piacere. Ma allora perché i miei voti non miglioravano? Dopo aver fatto mille congetture, ho capito che lo scopo delle lezioni di inglese al liceo non era di insegnare agli allievi la lingua viva, pratica.
Allora qual era? Prima e innanzi tutto, ottenere un punteggio alto ai test d’ingresso all’università.

Ho l’impressione che fondamentalmente il sistema scolastico, e l’idea su cui si basa, in mezzo secolo non si sia evoluto… In qualsiasi materia, c’è da credere che il sistema educativo di questo paese non favorisca lo sviluppo armonioso delle qualità individuali. Ancora oggi inculca la conoscenza seguendo pedestremente i libri di testo e vuole solo far acquisire la tecnica per passare i concorsi di ingresso al livello di insegnamento seguente. E il fatto che alcuni allievi siano ammessi o meno in questa o quella università è motivo di gioia o dolore per insegnanti e genitori. È deplorevole.
…ho l’impressione che 1’obiettivo del sistema scolastico giapponese, quale lo conosco io, sia di formare individui con un carattere «da cane», utili a un sistema cooperativo; anzi, che a volte vada ben oltre, che tenda a formare gente con un carattere «da pecora», gente che si lasci condurre in massa in un luogo designato.
Questa tendenza non appartiene soltanto al sistema educativo, ma credo che si estenda anche al sistema sociale giapponese, basato sulla struttura delle imprese e della burocrazia. E tutto questo – la grande importanza attribuita ai valori espressi in numeri e all’efficacia immediata, la propensione utilitaristica alla «memorizzazione meccanica» – genera danni profondi in diversi campi. Per un certo periodo questo sistema utilitaristico ha funzionato molto bene….tuttavia, quando lo sviluppo economico era ormai alle spalle, quando la bolla è scoppiata sgonfiandosi di colpo, il sistema sociale che spingeva ad «avanzare tutti insieme verso la meta, come una sola flotta» ha terminato di svolgere il suo ruolo…. In qualunque società, naturalmente è necessario che ci sia consenso. Altrimenti le cose non funzionano. Al tempo stesso, bisogna anche rispettare l’eccezione, cioè l’esistenza di un gruppo relativamente limitato che si pone a una certa distanza dal consenso. Inserirlo nel proprio campo visivo. In una società evoluta questo equilibrio è essenziale. Perché dal modo di gestirlo nascono ampiezza di vedute, profondità e capacità introspettiva. Nel Giappone attuale però non mi sembra che la barra del timone sia rivolta in questa direzione, non abbastanza.
Ad esempio, riguardo all’incidente nucleare avvenuto a Fukushima nel marzo del 2011…A causa di quell’incidente nucleare, decine di migliaia di persone hanno dovuto lasciare le loro case e si trovano ora in una condizione senza via d’uscita, senza speranza di poter mai tornare alla loro terra. È una cosa che fa male al cuore. Ciò che ha portato a questo stato di cose, a prima vista è una disgrazia naturale al di là di ogni previsione, e alcune coincidenze gravi e sfortunate. Tuttavia, ciò che ha innalzato l’incidente al livello di una tragedia, a mio avviso è un difetto strutturale del sistema sociale presente e lo squilibrio che ne deriva. L’assenza di responsabilità all’interno del sistema, la totale incapacità di discernimento. L’efficacia perseguita senza ipotizzare la sofferenza di altre persone è un’efficacia nociva per mancanza di immaginazione.
La produzione di energia nucleare è stata promossa come politica nazionale sulla base di un solo argomento, «è utile all’economia», senza che ci venisse data la possibilità di esprimersi a favore o contro, e i rischi impliciti sono stati tenuti nascosti intenzionalmente (rischi che si sono però avverati in varie forme). Il conto questa volta abbiamo dovuto pagarlo noi. Se non facciamo luce sull’aggressività che si trova al cuore di questo sistema sociale, se non mettiamo in chiaro i fattori problematici e non li risolviamo alla radice, causeremo di nuovo lo stesso genere di tragedia.
L’idea che il Giappone, privo di materie prime, abbia bisogno dell’energia nucleare ha forse una sua ragion d’essere. Io per principio sono contrario, ma se venisse attentamente amministrata da qualcuno degno di fiducia, se la gestione venisse severamente sorvegliata da una terza parte all’altezza del compito, se il pubblico fosse informato con precisione, ci sarebbe forse spazio, in una certa misura, per una discussione. Ma un dispositivo che può provocare danni fatali come quelli causati dall’energia nucleare, un sistema potenzialmente tanto pericoloso da distruggere un paese intero (l’incidente di Cernobyl è di fatto una delle cause che hanno portato alla disgregazione dell’Unione Sovietica), quando è controllato da un’impresa commerciale basata sulla «priorità dell’efficacia» e sull’«importanza dei valori espressi in numeri», quando viene indirizzato o guidato da un’organizzazione burocratica che ha perso l’empatia con la natura umana e si regge sulla memorizzazione macchinale e la trasmissione dall’alto verso il basso, allora il pericolo è tale da far rizzare i capelli. Il risultato cui porterà sarà di distorcere la natura, causare danni fisici alla popolazione, far perdere la fiducia nello Stato e privare tanta gente dell’ambiente in cui ha sempre vissuto. Ed è quello che è successo a Fukushima.
Il discorso si è allargato, ma quello che voglio dire è che le contraddizioni del sistema educativo sono direttamente legate alle contraddizioni del sistema sociale. E viceversa. In ogni caso, siamo arrivati a un punto in cui non è più possibile trascurare queste contraddizioni.

I sintomi patologici (credo li si possa chiamare così) di un luogo educativo del genere sono soltanto il riflesso dei sintomi patologici del sistema sociale. La società nel suo insieme ha un suo vigore, e se gli obiettivi sono fissati saldamente, i problemi che si verificano nel sistema scolastico si possono superare con la forza inerente al sistema stesso. Ma se la società perde il suo vigore e qua e là si manifesta un senso di soffocamento, è nei luoghi educativi che questo avviene nella maniera più appariscente e svolge l’azione più forte. La scuola, le aule scolastiche. Perché i bambini, come i canarini che una volta venivano portati nelle miniere, sono le creature che riescono a percepire per prime, con molta sensibilità, la tossicità dell’atmosfera.

Riguardo ai profondi problemi educativi che ingenera una società di questo tipo, priva di sufficienti «vie di fuga», dobbiamo trovare soluzioni nuove. Cioè, andando con ordine, creare luoghi in cui cercarle, queste soluzioni.
Quali?
Luoghi dove l’individuo e il sistema possano muoversi in reciproca libertà e trovare, portando avanti negoziazioni fluide, utili punti di contatto. Spazi dove ciascuno possa stendere liberamente braccia e gambe e respirare a fondo. Dove allontanarsi dal sistema, dalla gerarchia, dall’efficienza, dal bullismo. In parole povere, un rifugio provvisorio, semplice e accogliente. Dove chiunque sia libero di entrare e uscire quando vuole. Una serena zona intermedia tra l’individuo e il gruppo, dove la scelta della posizione da prendere venga lasciata alla discrezione del singolo. Li chiamerei «luoghi per la rinascita dell’individuo»…. sarebbe bello che questi luoghi sorgessero qua e là spontaneamente.
L’ipotesi peggiore è che un organismo tipo un ministero delle Scienze li imponga dall’alto come un sistema. Noi qui stiamo parlando di «rinascita dell’individuo», quindi se il governo cercasse di trovare una soluzione sistematica, si arriverebbe a un vero e proprio capovolgimento del problema, a una specie di farsa.

Tornando a me, ricordo che quando andavo a scuola l’aiuto più valido mi veniva dai quei pochi buoni amici che mi ero fatto, e dai tanti libri che leggevo.
Libri di tutti i generi… penso che il fatto di leggere libri di generi diversi abbia relativizzato il mio campo visivo, cosa che per me adolescente ha avuto un’importanza immensa. Mi immedesimavo nei personaggi, andavo e venivo liberamente con la fantasia attraverso il tempo e lo spazio, vedevo paesaggi straordinari, lasciavo scorrere nella mia mente fiumi di parole, e così il mio punto di vista si è più o meno diversificato. E ho anche acquisito la capacità di considerare me stesso, che osservavo il mondo da varie posizioni, con una certa obiettività…. Se non ci fossero stati i libri, se non ne avessi letti tanti, probabilmente avrei condotto un’esistenza più arida e indifferente alle cose. Insomma per me l’atto in sé di leggere ha costituito una grande scuola. Una scuola costruita a mia misura, organizzata a mio solo beneficio, dove ho imparato di mia volontà tante cose importanti. Senza regole fastidiose, valutazioni espresse in cifre, competizione per classificarsi in graduatoria. E naturalmente senza alcun bullismo. Ho potuto, pur facendo parte di un grande «sistema», preservare quello mio personale e diverso.
L’immagine che ho di uno « spazio di rinascita individuale», è qualcosa che ci va molto vicino. Non si limita alla lettura. Un bambino che non si adatti alla scuola attuale, che non abbia alcun interesse per quello che studia in classe, se avesse a disposizione uno «spazio di rinascita individuale» fatto su misura per lui e vi trovasse qualcosa che gli piaccia, consono alla sua personalità, e se riuscisse a far durare quest’opportunità seguendo il proprio ritmo, credo che sarebbe capace di espugnare «le mura del sistema». Perché questo avvenga, tuttavia, è necessario che il bambino faccia parte di un gruppo in grado di comprendere e valutare il suo spirito (il suo modo di vivere in quanto individuo), cioè che abbia l’appoggio della famiglia.

In qualsiasi epoca, in qualsiasi società, l’immaginazione ha un ruolo essenziale.
Una delle cose che si trovano all’estremità opposta dell’immaginazione è l’efficienza. Ciò che ha scacciato dalla loro terra decine di migliaia di persone a Fukushima, se andiamo a cercare all’origine, è il valore attribuito all’efficienza: l’energia nucleare è efficiente, quindi è buona. Quest’idea, e la falsità del mito della sicurezza che ne è risultato, hanno messo il paese in queste condizioni tragiche, hanno prodotto questo disastro da cui non è possibile risollevarsi. Credo si possa dire che è stata una mancanza di immaginazione da parte nostra. Ma non è troppo tardi. Possiamo fare resistenza a questa mentalità pericolosa e di corte vedute, ma dobbiamo impiantare dentro di noi il perno di un pensiero libero. Poi protenderlo verso la comunità.
Intendiamoci, ciò che io chiedo alla scuola non è di sviluppare l’immaginazione dei bambini. Non oso sperare tanto. Si dica quel che si vuole, ma questa è una cosa che possono fare solo i bambini stessi. Non gli insegnanti né gli strumenti scolastici. Tanto meno il governo e le politiche educative. Non tutti i bambini possono avere una grande immaginazione. Così come alcuni sono bravi nella corsa e altri no, ci sono bambini dotati di fantasia e altri no – probabilmente manifesteranno talento per qualche altra cosa. È ovvio. Questo è il mondo. Se noi adottiamo uno slogan fisso – «sviluppiamo la fantasia dei bambini» -, di nuovo otterremo risultati distorti.
Ciò che chiedo alla scuola, è di « non soffocare la fantasia nei bambini che ne hanno», nient’altro. Sarebbe sufficiente. Lasciare ad ogni personalità abbastanza spazio per sopravvivere. In questo modo la scuola diventerebbe un luogo più libero e completo. Al tempo stesso lo diventerebbe, di pari passo, anche la società.
(1)

1. Il mestiere dello scrittore. Haruki Murakami. Einaudi Super Et 2018, pag. 116-131.

Sul leggere - Perché aumentano i non lettori

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In Italia aumentano i non lettori di libri e il 30% non legge per mancanza di tempo. In particolare questo motivo è indicato dal 31,8% degli uomini e dal 27,7% delle donne. […] Dai dati emerge che il 23,7% di chi non legge preferisce altri svaghi rispetto ai libri, il 15,9% ha motivi di salute che allontanano dalla lettura (“non ci vedo bene, età anziana”) e il 9,1% è troppo stanco dopo aver svolto altre attività. Il motivo economico (“i libri costano troppo”) è scelto invece dall’8,5% dei non lettori. […]
La mancanza di tempo – spiega Levi – è sempre stata la motivazione principe che i non lettori portano per giustificare il loro rapporto con il libro e la lettura. È certamente vero, soprattutto all’interno degli odierni ritmi di lavoro, spostamento, occupazione del tempo. In realtà credo che dietro questa affermazione si nascondano delle dinamiche più complesse.
Dietro questo dato penso ci sia piuttosto un disinteresse verso la lettura più in generale che non si vuole dichiarare, un posizionamento del libro e dell’attività del leggere vissuto come qualcosa di non completamente positivo. Se questo è vero diventa centrale il ruolo che i soggetti delegati alla socializzazione della lettura, e in primo luogo scuole e biblioteche, dovranno svolgere nei prossimi anni. […]
Forse c’è da porsi anche una domanda: quanto incide sull’aumento della non lettura impegnata in genere l’abuso del tempo dedicato allo smartphone, durante il quale l’impegno degli utenti viene dedicato soprattutto alle immagini, ai video e alle chat, con prevalenza assoluta per le banalità?”

Questi sono estratti del seguente articolo.
Si sarà brutali, ma salvo qualche caso, quanto asserito dalle persone del sondaggio paiono essere delle scuse. Passi per chi ha seri problemi alla vista, dove il leggere diventa qualcosa difficile da effettuare, ma il resto andrebbe tradotto con “non ho assolutamente voglia di leggere perché + un’attività inutile e da sfigati”.
Certo, i libri non costano poco, ma non è detto che si debba acquistare l’edizione deluxe di un’opera: esistono anche quelle economiche. Si possono poi chiedere in prestito i libri agli amici; ci sono le bancarelle e le librerie dell’usato, dove a poco si possono trovare bei libri e anche davvero ben tenuti (con quanto si spende a comprare un libro nuovo, dai posti dove si vende l’usato si può tornare a casa alle volte con sei/sette volumi ); oltretutto, le vecchie edizioni che si trovano nell’usato sono molto migliori di alcune attualmente in commercio, dato che la cura del prodotto anni fa era migliore.
Senza dimenticare che esistono le biblioteche; è vero che non tutte sono ben fornite e che a parte le biblioteche delle città, quelle dei comuni (specie i piccoli) non sono molto rifornite e magari non si trova quello che si cerca (magari lo si può far arrivare, ma i tempi sono lunghi). Senza contare che le biblioteche hanno budget limitati, spesso subiscono tagli, e non possono comprare nuovi volumi (per questo ci sono spesso iniziative cui si chiede ai cittadini di comprare libri in libreria e poi donarli alle biblioteche; ma anche qui bisogna seguire dei dettami, non tutti i volumi vanno bene, bisogna seguire delle indicazioni precise).
Quest’ultima cosa porta a capire una cosa, ovvero a come è considerata la lettura in Italia.
Il problema è culturale, di mentalità, non di non avere tempo libero. Già ai tempi dei miei nonni e dei miei genitori, leggere era considerata una perdita di tempo, era qualcosa che era adatto solo a chi si laureava, perché gli serviva per gli studi che faceva; leggere come passatempo, come divertimento, o come approfondimento culturale, era qualcosa d’inconcepibile: si dovevano fare solo le cose utili, che davano guadagno, e il leggere non lo era.
Le cose con il tempo sono un poco cambiate, ma non più di tanto; è arrivata la televisione, i canali commerciali, poi sono arrivati internet e i social, e la lettura è rimasta qualcosa per pochi. La scuola non invoglia con i testi che propone, ma dipende sempre dal professore e dall’approccio che ha: c’è chi fa amare la materia, chi la fa odiare. Oltre a questo, influisce l’ambiente in cui si è: familiare, di amicizie, di studio e di lavoro.
Leggere è considerato qualcosa di passivo, mentre i media, la società, martellano per essere attivi, per essere “quelli del fare”, dell’essere sempre in movimento, di corsa; per leggere bisogna stare fermi e questo non è visto tanto di buon occhio in una società che spinge all’apparire e all’utile: si è dimenticato forse di ministri di governo che dicevano che l’arte e la cultura non danno da mangiare? Una cosa falsa, perché a valorizzare tutto ciò ci sarebbe da ottenere guadagno. Ma occorre fare i conti con una società e dei governi limitati, che limitano e guidano la popolazione in una certa direzione, dove si cerca di non spingere alla lettura perché fa riflettere, rende più consapevoli e apre orizzonti alla mente, aiutando a essere meno creduloni e vedere le menzogne che vengono propinate, mostrando realtà sgradevoli.
Questo tanti preferiscono non vedere, scegliendo qualcosa che non fa pensare, che fa divertire. Non diamo la responsabilità al non avere tempo quando la colpa è dell’uomo e delle scelte che fa.

Pro e Contro Hitler

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«Come il fallimento delle sue imprese non fa di Hitler uno stupido, così la mole di queste imprese non ne fa un grand’uomo.»
« voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli si spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancor fecondo» (B. Brecht, La resistibile ascesa di Arturo Ui, Einaudi, 1963).
(1)

Pro e contro - Hitler - Dossier Mondadori.Così scriveva Bertold Brecht su Adolf Hitler e così si conclude il libro Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori, che è andato ad analizzare la vita del dittatore tedesco che tanto danno ha portato nel mondo. Un’analisi che ha messo a confronto vari punti di vista, da chi lo appoggiava a chi lo contrastava. Hitler ha commesso tante atrocità, ma è stato possibile perché gli è stato permesso, non solo dalla maggioranza del popolo tedesco che l’ha seguito, ma anche dagli altri paesi che sono stati fermi quando ha iniziato a conquistare una nazione europea dopo l’altra. Anche l’America non è stata esente da colpe, dato che reputava meglio il nazismo che il comunismo: ben famose sono le parole del sottosegretario.

«Per salvaguardare i loro interessi economici, le democrazie occidentali e gli Stati Uniti d’America furono particolarmente lieti di accettare l’hitlerismo come un valido bastione contro l’avanzata comunista» (il sottosegretario di Stato americano Sumner Welles nel suo volume The Time for Decision). (2)

Nessuno può dimenticare la guerra che ha scatenato, gli orrori dei campi di concentramento: ci sono cose che non possono essere dimenticate. Ci sono cose che vanno ricordate perché non si ripetano: Hitler non c’è più, ma la sua mentalità, le sue idee vivono e possono vivere ancora. Bisogna stare attenti a chi va al potere e quello che gli si permette di fare, perché altrimenti si verrà manipolati, la verità verrà falsata.

Una prima anticipazione sui futuri interventi del regime in campo culturale e artistico è fornita da Hitler nel colloquio con Breiting del 1931. Sulla stampa: «La cosiddetta grande stampa d’informazione… sarà costretta a dare sul conto nostro le informazioni che a noi piaceranno. Dovranno ballare al suono della nostra musica, perché i lettori affamati di sensazioni esigono notizie… Il contenuto delle nostre notizie li farà rimanere interdetti ». Sull’editoria: «.., Si incoraggiano i libri contro la rinascita della Germania. Va da sé che noi bruceremo questi libracci e li bandiremo da Vienna come da Berlino » (E. Calic, op. cit.). E già nel 1931, appunto, i nazisti hanno dato la dimostrazione pratica dei loro sistemi, costringendo il governo – mediante una campagna di violenza ininterrotta sugli spettatori – a vietare le proiezioni del film antimilitarista « Niente di nuovo sul fronte occidentale ». (3)

Il primo rogo di libri appartenenti alla “disgregatrice letteratura ebraica” avviene il 9 maggio 1933, all’università di Berlino, con la regia dell’esultante Goebbels. Vengono date alle fiamme le opere dei “miserabili letterati” emigrati all’estero: da Thomas e Heinrich Mann a Kurt Tucholsky, da Franz Werfel a Bertolt Brecht. Alcuni uomini di cultura sono rimasti: per costringerli al silenzio sarà usata la tortura, come nel caso di Karl von Ossietzky, premio Nobel per la pace nel 1935, e di Erich Muhsam, ucciso in un campo di concentramento. (4)

Hitler parla nell’agosto del 1932 a una riunione dei quadri superiori nazisti: «L’istruzione generale è il veleno più corrosivo e più dissolvitore che il liberalismo abbia mai trovato per la propria distruzione. Non vi può essere che un grado di istruzione per ciascuna classe e, in ogni classe, per ciascun gradino. La totale libertà d’istruzione è il privilegio della classe scelta e di coloro che essa ammette nel suo seno. Tutto l’apparato della scienza deve rimanere sotto un controllo permanente… Conseguenti a noi stessi, accorderemo alla gran moltitudine della classe inferiore il beneficio dell’analfabetismo » (H. Rauschning, op. cit.). (5)

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi, con i mezzi a disposizione, nulla di questo sarebbe possibile. Invece è possibilissimo, perché queste cose dipendono dal consenso che la gente concede ad alcuni e da quanto riesce a farsi condizionare. Bisogna stare attenti a chi sa comprendere gli umori di un’epoca e sa sfruttarli, a chi segue fanatismi e vuole sottomissione, proprio come fece il nazismo.
Il nazismo vuole uomini obbedienti e fanaticamente sottomessi, come solo una religione li può plasmare; così il credo nazista si trasforma sempre più in una religione.

«L’anima della razza, il sangue e il suo appello misterioso, rappresentano la potenza immanente e superiore concretizzata dal popolo (Volk)… Il Fuhrer, che sa cogliere in modo infallibile i comandamenti dell’anima della razza, è anche il grande sacerdote che sa esprimere la volontà divina» (Léon Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Einaudi Editore 1955).
«Se l’ebreo non esistesse, bisognerebbe inventarlo » ha detto Hitler a Rauschning (op, cit.). L’ebreo infatti per il nazismo è come il diavolo per il cristianesimo. « Questo dualismo manicheo era essenziale. La presenza del diavolo faceva sì che meglio si percepisse il dio: scatenando l’odio verso l’Impuro, l’adorazione della divinità ne veniva stimolata. La religione della razza dei Dominatori permetteva di ottenere dai fedeli terrore e sottomissione generali » (L. Poliakov, op. cit.). E per circondare di sacro orrore questo diavolo in carne e ossa, tutti i mezzi sono buoni. « Lo sapete – dice un volantino di Streicher distribuito nel 1935 a Berlino – che gli ebrei insidiano i vostri bimbi, violentano le vostre mogli e sorelle, uccidono i vostri genitori, rubano la vostra proprietà, si fanno beffe del vostro onore, distruggono la vostra Chiesa? Lo sapete che i medici ebrei vi uccidono lentamente, e gli avvocati ebrei non vi aiutano mai a ottenere giustizia?» (“Storia Illustrata”, agosto 1969).
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Queste sono frasi pronunciate decenni fa, ma ancora si sentono oggigiorno, anche in Italia: cambia il soggetto indicato come colpevole di certe situazioni, ma lo spirito è sempre quello.
Se si studiasse la storia e la si comprendesse, certe idee non si ripresenterebbero e così non si ripeterebbero certe tragedie; ma per tanti gli anni passati non insegnano nulla.

1. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 159
2. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 102
3. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 94
4. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 94
5. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 94-95
6. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 100-101

Propaganda: pericoli e trappole insiti in essa

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Propaganda – Le regole d’oro del buon demagogo
1. La propaganda deve essere popolare
«A chi bisogna rivolgere la propaganda? Agli intellettuali o alle masse sensibilizzate? Secondo me essa deve rivolgersi solo alle masse… La propaganda deve essere popolare, svolta cioè a un livello di comprensione tale da essere recepita dai più umili tra quelli a cui si rivolge. Ne consegue che il suo livello spirituale sarà tanto più basso quanto più grande è la massa che si vuole coinvolgere ».

2. Trovare la via del cuore delle grandi masse
«L’arte della propaganda si basa su una tecnica fondamentale: trovare la via del cuore delle grandi masse; capire ed esprimere il loro mondo, rappresentare i loro sentimenti… Il modo di sentire del popolo non è tortuoso ma semplice ed elementare. Mancano in esso sfumature sottili o articolazioni composite; lo schema di interpretazione del mondo ha solo due poli: positivo o negativo, vero o falso, giusto o ingiusto, bene o male.»

3. Esercitare la violenza del padrone
«La massa è come le donne: la loro sensibilità non è influenzata da argomenti di natura astratta, ma piuttosto da una vaga e sentimentale nostalgia per qualcosa di forte che le completi, cosicché sono molto più disposte a subire la violenza del forte piuttosto che a esercitarla sul debole. Così la massa si piega più facilmente davanti alla violenza del padrone piuttosto che alle preghiere dell’imbonitore.»

4. Calcolare con precisione le debolezze umane
«È necessario conquistare con astuzia e con prudenza una posizione dopo l’altra. Tutti i mezzi sono buoni, dai ricatti segreti ai furti veri e propri… Si tratta di saper calcolare con precisione le debolezze umane : questa tattica porterà sempre alla vittoria, finché anche l’avversario non sia in grado di rispondere con le stesse armi venefiche.»

5. Affidarsi alle grandi menzogne
«Può darsi che il popolo sia corrotto, fin nelle pieghe più nascoste del suo sentimento, ma esso non è mai consapevolmente malvagio. È dunque assai più facile coinvolgerlo in una grande piuttosto che in una piccola bugia, appunto per la semplicità del suo modo di sentire. Anche la massa, infatti, è spesso bugiarda nelle piccole cose, ma si vergognerebbe certo di esserlo in quelle importanti. Se la menzogna è di proporzioni iperboliche, alla gente non verrà neanche in mente che sia possibile architettare una così profonda falsificazione della verità…»

6. Limitarsi a pochissimi punti
«Le grandi masse hanno una capacità di ricezione assai limitata, un’intelligenza modesta, una memoria debole. Perché una propaganda sia efficace deve basarsi quindi su pochissimi punti, ripetuti incessantemente, finché anche l’uomo più rozzo sia indotto a ripeterli di continuo così da imprimerli nel profondo della sua coscienza innocente.»

7. Mostrare che il nemico è sempre lo stesso
«È compito del leader politico mostrare che anche i nemici più diversi appartengono a un’unica categoria: individuare più di un avversario può provocare infatti tra le masse insicure e perplesse discussioni e dubbi sulla giustezza del loro diritto… Non bisogna esitare a scatenare sull’avversario un fuoco continuo di menzogne e calunnie, fino a provocare uno stato di isterismo collettivo: a questo punto, per riottenere la pace, il popolo sarà disposto a sacrificare la vittima prescelta.»
(1)

Hitler, purtroppo, ha saputo effettuare una propaganda efficaceSe siete inorriditi, se avete provato un senso di allarme e preoccupazione leggendo questi brani, non preoccupatevi: è una reazione normale, perché essi sono tratti da Mein Kampf di Adolf Hitler. Quello che deve preoccupare è che le parole di questo genio del male sono state e sono tuttora seguite e attuate da molti: purtroppo hanno fatto scuola, e non solo a livello di propaganda. Ascoltate i discorsi di certe figure politiche, sia in Europa sia in Italia, e troverete molte analogie. Tutti i punti sono importanti e rivelano il modo di fare che certe figure politiche attuano, ma visto il periodo attuale, ci si soffermi sul punto 7; allora il nemico fu individuato negli ebrei (almeno in principio: poi lo divennero molti altri), oggi sono gli immigrati il nemico. Certo, una regolamentazione sull’immigrazione più chiara di quella attuale occorre perché mancano le risorse per accogliere un numero così elevato di persone e sostentarle in maniera dignitosa (e non ci si può arricchire con l’immigrazione come è stato fatto), ma il problema dello stato delle cose nel nostro paese non può essere additato agli immigrati: è una semplificazione troppo superficiale, ma è facile e immediatamente comprensibile dalla massa che non pensa, proprio come ha fatto notare Hitler, ed è su questo che si gioca. Risulta più semplice far credere che il problema è solo uno, dovuto a una sola categoria: quante volte si è sentito che se c’è delinquenza è colpa degli immigrati, se ci sono furti è colpa degli immigrati, se c’è spaccio di droga è colpa degli immigrati, se gli italiani non trovano lavoro è perché glielo fregano gli immigrati? Risulta più semplice far credere che una volta eliminati gli immigrati tutto andrà a posto, anche se è chiaro che le cose non stanno affatto così.
Molto più difficile invece far capire alla massa che i problemi sono molteplici, che sono dovuti a mentalità e atteggiamenti perpetrati da molti. I politici non ammetteranno mai che i problemi partono anche da loro, che sono loro i primi a commettere reati, ad attuare la corruzione, a creare leggi a proprio fare e a pensare che per loro le regole non valgono, a istigare odio, violenza e dare il cattivo esempio. Tanti rifiutano l’esistenza della mafia dato che vi sono legati e gli fa comodo che non venga portata alla luce perché hanno un tornaconto personale. Tantissimi non ammetteranno mai che se i figli commettono certe azioni, la colpa è dei genitori che non li hanno educati o gli hanno dato il cattivo esempio, reputando di poter fare tutto quello che gli passi per la testa, che il rispetto altrui è cosa inutile; certo, ci sono le eccezioni di figli che nonostante l’educazione ricevuta fanno poi quello che gli pare, ma la regola è che manca un’educazione di base, dove le varie parti si scaricano il barile l’uno con l’altro. Se tanti giovani commettono reati e violenze è perché, oltre a quanto appena scritto, vanno per imitazione: vedono quanto fatto sui social, in televisione, e lo mettono in atto perché questo dà notorietà, e avendo notorietà si sentono riconosciuti, quindi si sentono esistere. Questa società ha dato l’input che se non si appare, se non si è conosciuti, non si è nessuno, non si ha nessun valore; tanti ad attaccare i social, i media, additandoli come il male, ma questi sono soltanto dei mezzi: diventano il male perché sono le persone che gli trasmettono quello che hanno in sé in essi.
Si ritorna sempre sul fattore educazione: tutto dipende dalle persone, da come sono state educate e dal livello di consapevolezza raggiunto. Il problema si concentra allora su chi educa e si capisce quanto questo ruolo sia importante, nel bene come nel male. Gesù, nei Vangeli, metteva in guardia proprio da queste cose.

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato? (2)

Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso. (3)

Ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo (4)

Da duemila anni si viene messi in guardia (ma anche da prima, se si va a guardare anche in altre culture). La storia ha dato dei chiari esempi perché non si ripetano certi errori; eppure, pare che tutto questo ancora non basti, dato che si continua a perseverare. Oppure c’è un’altra ipotesi: queste cose le si è capite, ma vengono ignorate, perché si è disposti a tutto, anche a riproporre orrori, pur di ottenere il potere.

1. Pro e contro. Hitler. I dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 35,36,37.
2. Vangelo. Matteo 5,13.
3. Vangelo. Matteo 15, 14.
4. Vangelo. Matteo 15, 18-20.

Estremismi e follia

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I fatti di Macerata sono noti non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Già è stato grave il fatto che una ragazza sia stata uccisa e fatta a pezzi, ancora di più che una persona non legata alla vittima abbia deciso di farsi giustizia sparando su persone di colore che nulla avevano a che fare con la sua morte, ma che dovevano pagare solamente per avere la pelle dello stesso colore di chi è colpevole di un atto criminale.
Se possibile la situazione si aggrava ulteriormente con tanti attestati di stima e solidarietà all’uomo che ha sparato, cui sono seguiti inneggiamenti al duce, al fascismo e alla morte di chi è di colore, ma anche dei comunisti e di chi non è di destra. Chiari esempi di estremismi che stanno prendendo sempre più piede.
Che l’Italia sia nel caos lo si sa da tempo, come si sa che da tempo il fascismo sta sempre più prendendo piede, ma che ci siano forze politiche che speculano sull’immigrazione, che facciano leva su questo clima d’odio per ottenere voti e spingano sugli estremismi, fa preoccupare non poco. Perché è così che nascono cose come il nazismo: la storia ha insegnato che i tedeschi di allora prima colpirono gli ebrei, poi altre etnie, zingari, avversari politici, persone con handicap.
Qua, purtroppo, si teme che non andrà diversamente. Adesso gli africani, poi toccherà a sudamericani, orientali, chi non è della stessa appartenenza politica, disoccupati, anziani, handicappati.
La storia si ripeterà. E pare proprio che si voglia che si ripeta, dato che si lascia fare. Ci si domanda che fine ha fatto il reato di apologia di fascismo. Ci si domanda perché si permetta tranquillamente sui social di fare dei fotomontaggi dove si decapitano persone che politicamente la pensano diversamente. Ci si domanda perché un estremista di destra che ha sparato su persone innocenti venga difeso dando la colpa dell’accaduto agli immigrati perché sono in Italia.
Ci si pone molte domande, ma non si è meravigliati di quello che sta accadendo perché si sapeva che si sarebbe arrivati a questo punto. Era qualcosa di già scritto. I segnali erano chiari e vedendoli si poteva evitare di arrivare a questo punto; sono stati visti e si è voluto continuare lo stesso, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Studiando la storia ci si sarebbe accorti che di copioni simili ce n’erano già stati tanti, anche recenti, come fascismo e nazismo hanno insegnato con la Seconda Guerra Mondiale e tutto il periodo precedente che ha fatto giungere a essa.
Non è stato un caso, e non è stata certo fantasia, quando ho scritto di certi argomenti in L’Ultimo Potere: il contesto può essere differente, ma il copione è lo stesso. Chi ha letto il romanzo sa cosa è seguito dopo: si vuole fare la stessa fine?