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Un estratto da L'inizio della Caduta: Delirio d'onnipotenza

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Era il 2008 quando realizzai la prima stesura di Non Siete Intoccabili, scritta subito dopo Strade Nascoste. L’intenzione allora era di proseguire con la narrazione delle Storie di Asklivion; dieci capitoli erano stati scritti quando sorse l’idea per una storia staccata da quel mondo, ambientata nel nostro che parlasse del mondo del lavoro, delle sue ingiustizie, del mobbing, delle morti bianche. Un’idea che premeva con forza per prendere vita e che non mi permetteva di continuare con le vicende di Asklivion e dei suoi personaggi: così è nato Non Siete Intoccabili.
In quest’opera ho voluto sperimentare, cambiare stile e approccio, cercando di realizzare qualcosa che estremizzava i comportamenti, i dialoghi, rendendolo eccessivo, sopra le righe, alle volte grottesco. Non rinnego quanto ho fatto perché mi è servito a capire qual è la strada che è più adatta a quanto voglio narrare, a come voglio porre storia e personaggi, a quali sono gli errori da evitare. Non Siete Intoccabili ha delle idee e degli spunti validi e sono state mantenute, ma sviluppate diversamente: per questo delle parti sono state tenute e usate per realizzare L’inizio della Caduta, una storia che partendo da esso è stata modificata per andare a completare il quadro che è andato formandosi con la realizzazione di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone. Si tratta di una narrazione con forti elementi fantastici e paranormali, ma che è fortemente ancorata nella realtà. Anche se in Italia il fantastico è sottovalutato, esso è un forte mezzo, pregno di simbolismo, per affrontare la realtà e soprattutto i suoi lati oscuri: in questo Stephen King è un maestro, con le sue opere fantastiche che mostrano spicchi densi di realtà e dei suoi problemi, della sua follia.
Quello che segue è uno dei brani di L’inizio della Caduta che sono stati mantenuti (anche se modificati un poco nello stile) di Non Siete Intoccabili: era il 2008, ma sembra di narrare i fatti di cronaca odierna. Non si tratta di essere stato profetico, ma se si osserva la realtà, il contesto storico, e soprattutto avendo studiato un poco la storia, si può vedere dove si vuole andare a parare. Quindi non sorprendono certe affermazioni fatte da Renzi contro i sindacati (Non lasceremo la cultura ostaggio di questi sindacalisti contro l’Italia) e da Squinzi (che vuole il dimezzamento degli stipendi dei lavoratori), dato che sono anni che governi e imprenditori cercano di togliere diritti ai lavoratori, rendere le loro condizioni peggiori e sfruttarli il più possibile. Più spesso di quanto si creda, realtà e fantastico non sono poi tanto lontani tra loro.

Mezz’ora dopo l’auto schizzò attraverso l’ingresso, correndo sul viale illuminato da lampioni di ferro battuto che ricordavano lo stile ottocentesco. Una lunga fila di fuoriserie era assiepata nell’ampio parcheggio, costringendola a posteggiare in uno dei pochi posti liberi in fondo al grande spiazzo.
Una folata d’aria gelida la investì appena aperta la portiera, costringendola a chiudere in fretta il bavero della giacca e avviarsi a passo svelto sul ghiaino del sentiero.
Passò accanto a lunotti e parabrezza imperlati di microscopici cristalli gelati. Si guardò intorno. Oltre le punte degli abeti si stendeva la vallata. Da quella posizione, nonostante la collina di fronte, si riusciva a scorgere la città. O almeno il punto dove si trovava la città: il centro urbano era sempre avvolto da una cappa nebbiosa che non si levava mai, neppure durante l’estate.
In giro non si vedeva nessuno. “Naturale: a quest’ora sono tutti alla convention. L’unica a mancare sono io.” L’irritazione le fece stringere i pugni.
Le porte scorrevoli dell’atrio si aprirono al suo avvicinarsi, scivolando silenziosamente sulle guide. La temperatura mite dell’ambiente l’accolse insieme al luccichio dei lampadari di cristallo. Nell’ampia sala d’attesa poltrone di velluto rosso erano disposte intorno a tavoli di vetro e ottone, contornate da piante ornamentali a foglia larga. Le tende erano tirate per coprire l’ampia vetrata che si affacciava sul giardino e sul parco.
Accompagnata dalla musica di sottofondo degli altoparlanti, si avvicinò al bancone della reception: non si vedeva nessun inserviente. “Logico, dato che tutti gli invitati sono già arrivati”. S’innervosì ancora di più mentre s’incamminava lungo la moquette che copriva il pavimento. Trovare dove si svolgeva l’incontro non fu difficile: indicazioni erano tappezzate su tutte le pareti.
Uno scroscio d’applausi la raggiunse prima di arrivare alla porta a doppio battente: la riunione doveva essere entrata nel vivo. “E io me la sono persa per uno stupido intoppo.”
Si affacciò al vetro circolare di una delle ante: la sala era gremita. Gli invitati erano seduti su poltrone rosse rivolte verso un palco costruito per l’occasione: sembrava di essere a uno di quei comizi per le elezioni presidenziali.
Socchiuse un poco la porta in modo da sentire. “Quando sarà il mio turno, entrerò facendo un’entrata a effetto: forse non tutto il male viene per nuocere.” Sentì il corpo rilassarsi. “Rimarrò in attesa senza farmi vedere”. Si appoggiò allo stipite, restando in ascolto.
«I tempi sono maturi: non sarà più come il passato. Nessun ostacolo ci fermerà ancora. I nostri avversari sono spezzati e divisi; non avremo più stupidi intoppi che rallentano e intralciano. Ritorneremo agli albori, come dovrebbe sempre essere stato, quando eravamo noi i creatori del futuro e della fortuna. Non saremo più limitati. Potremo agire come vorremo.»
Un altro scroscio d’applausi partì dalla platea.
L’oratore sorrise accondiscendente.
«Fratelli d’economia, commercio e guadagno! Menti dell’industria e del lavoro! Il tempo del destino che ci appartiene è scoccato! È l’ora imprescindibile della decisione! La guerra contro i sindacati e i lavoratori da tempo in atto è vinta e la bandiera del trionfo ci appartiene! Da decenni siamo scesi in campo contro coloro che hanno ostacolato la marcia e insidiato l’esistenza della nostra classe. Il mondo intero è testimone che abbiamo fatto quanto era possibile per evitare la tormenta che ha spazzato il mondo del lavoro: bastava che accettassero le nostre proposte per evitare inutili disagi e perdite.
Oramai tutto ciò appartiene al passato. Decisi, abbiamo affrontato rischi e sacrifici, perché grandi persone non evadono dalle prove supreme che determinano il corso della storia. E dopo che i dadi sono stati gettati e le nostre volontà unite, raccogliamo il frutto che spetta ai meritevoli. In questa vigilia di un evento di portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero a chi ci ha preceduto ed è morto per il nostro fine, interprete dell’anima che possediamo. La nostra parola d’ordine è stata una sola, categorica e imperativa: vittoria! E ora abbiamo vinto e finalmente possiamo aprire per noi un’epoca di ricchezza e prosperità.»
Gli applausi questa volta furono più carichi. Masha sentì aumentare i battiti del cuore.
«Con la mozione di domani al governo, ogni associazione sindacale sarà sciolta, non venendo più riconosciuta a livello legale. La nostra vittoria sarà ancora più schiacciante giacché ogni organizzazione del genere sarà perseguitata penalmente e quanti vi aderiranno saranno incriminati di terrorismo contro le basi della nostra civiltà. È giunto il tempo di dire basta ai vili ricatti di cui siamo stati schiavi! Basta con inutili cavalli burocratici atti solamente a far perdere tempo e denaro! Basta con normative sulla sicurezza solamente perché la gente non è capace di guardare quello che fa; perché chi non è in grado di badare a se stesso, è giusto che subisca le conseguenze delle sue azioni! Perché noi non siamo enti benefici che si devono occupare della tutela altrui, sprecando così inutilmente soldi! Basta con le pressanti richieste di rinnovi di contratto e aumenti di stipendio: vogliono rubarci quello che è nostro di diritto, approfittare della nostra generosità che permette loro di lavorare e avere uno stipendio! Ridurremo i salari: per troppo tempo hanno pesato sui nostri portafogli! Non saremo più ricattati da gente qualunque, sempre in balia dei capricci di lavoratori che si sentono privati di presunti diritti! Ora che nel governo ci sono i nostri rappresentanti e abbiamo tra le mani lo scettro del comando, non dovremo più temere l’azione del popolo, ma saremo noi a manovrare il popolo come meglio vogliamo! È tempo di raggiungere le vette del firmamento dell’economia e che ci sia riconosciuto il posto che ci compete di diritto!»
Gli altoparlanti fecero risuonare la voce carica e infervorata dell’uomo.
La platea esplose in un applauso assordante che cresceva d’intensità.
L’oratore, con le palme delle mani rivolte verso il basso, fece cenno di calmarsi.
«Capisco il vostro entusiasmo e ne avete ragione: è una data storica. In questo giorno le nostre volontà, i nostri intenti si sono incontrati in un patto che porterà vantaggi per tutti noi. Per la prima volta dalla nascita dell’era industriale, ci ritroviamo a un passo dell’avverarsi del sogno d’ogni imprenditore: ricchezza assoluta! Totale!» Alzò il pugno stretto con forza. «È l’era dell’economia e il potere le appartiene!» Tuonò. «E ora appartiene a noi!»
Tutti i presenti si alzarono in piedi, continuando ad applaudire.

Cose importanti

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In questi giorni la rete è impegnata a parlare di quanto avvenuto tra Vasco Rossi e Nonciclopedia. Ciascuno ha dato il suo contributo, scegliendo dove schierarsi ed esprimendo la propria opinione: se ne parla ad esempio qui, qui e qui.
Ma come succede spesso in Italia, impegnati a dare grande spazio al gossip, al calcio e alle discussioni politiche che non portano nulla di utile se non a chi è al potere, notizie come quella delle operaie morte nel crollo della palazzina a Barletta passano in secondo piano.
Le ennesime morti bianche.
Morti avvenute perché chi ha costruito l’edificio ha voluto arricchirsi non rispettando le regole, risparmiando sui materiali.
Morti avvenute sul lavoro, un lavoro in nero, dove venivano sfruttate, dove non c’erano diritti, dove c’era solo un misero stipendio, perché si deve pur mangiare, si deve sopravvivere.
Sopravvivere. Non morire.
Quanto sangue deve essere ancora versato per capire che servono diritti e tutele sul posto di lavoro? Quei diritti e quelle tutele che sono state tolti e che è stato permesso che accadesse.
Cosa serve ancora per risvegliare le coscienze? Fatti simili devono essere vissuti di persona, sulla propria pelle, perché si lotti e si difenda la dignità umana?
Non si distolga gli occhi dalle immagini di morte di questa sciagura non casuale, perché tutte le volte che si rinuncia ai diritti per lavorare, per guadagnare, accettando compromessi, svendendosi, perché “se non lo faccio io tanto lo farà un altro”, si mettono le basi per eventi simili, si è collaboratori nella creazione di questo sistema sbagliato.
Non serve a nulla dopo disperarsi e piangere: il passato non può essere modificato, ciò che è perso rimane perso.
E se il presente, figlio del passato, non cambia indirizzo, il futuro non potrà dare frutti migliori, perché il sangue dei padri scorre nelle vene dei figli.

Aggiornamento. “Non mi stento di criminalizzare chi in un momento come questo viola la legge, assicurando, però, lavoro a patto che non si speculi sulla vita delle persone.” Questo l’intervento del sindaco di Barletta che ha scatenato polemiche. Della serie, purché si paghi si può far di tutto; in fondo siamo o non siamo nell’Era dell’Economia e l’unico Dio conosciuto è Mammon, il Dio Soldo? Sempre il sindaco asseriva che “Sarebbe un paradosso se i titolari della maglieria che si trovava nel palazzo crollato, dopo avere perso una figlia e il lavoro, venissero anche denunciati”. Rispetto per il dolore, ma questa non è né pietà né misericordia, è lasciare che la giustizia venga calpestata, che il silenzio cali come se niente fosse, perché si vuol dimenticare quello che è l’errore di molti: nessuno vuole colpe, nessuno vuole responsabilità. Ma la verità è che tanti sono responsabili, tanti hanno avuto parte in questa tragedia.
Ora si vuole dimenticare?
No davvero. Chi ha infranto le regole deve rispondere delle proprie scelte e assumersi la parte che ha avuto in questo incidente. Basta con il subire danni e sberleffi, basta con il passare sopra la legalità e rendere legale l’illegale perché “così fan tutti”.

Non Siete Intoccabili (recensione)

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Sul sito che gestisce, Tanabrus ha redatto una recensione su Non Siete Intoccabili.
Un giudizio, anche se negativo, se fatto in maniera analitica e motivata, può essere utile e fonte di riflessione. In questo caso evidenzia lati di cui ero consapevole fin da quando ho avviato la stesura del libro.
Non Siete Intoccabili è un romanzo difficile: o lo si ama o lo si odia. Non ci sono mezze misure, come non le ha l’opera stessa. Politicamente scorretto, fastidioso e sgradevole come la verità sa fare, perché di verità parla, mostra alcuni lati del vivere della società che non si vogliono vedere. Chi non è stato testimone o non ha vissuto certe esperienze fa fatica a comprendere, sembrano cose dell’altro mondo, irreali.
E’ la critica mossa ai dialoghi, oltre alla loro pesantezza per le tematiche che ricorrono in essi.
Appaiono irreali, ma sono reali: una contraddizione, si direbbe, invece è tutt’altro, dato che la realtà alle volte supera la fantasia e quando si realizzano certe vicende sembra davvero di sognare, ritrovandosi increduli dinanzi a quello che sta accadendo.
La prima parte dell’opera non ha nulla d’inventato, è una testimonianza di fatti reali e i dialoghi sono il riportare di quanto udito e vissuto personalmente e d’esperienze di lavoratori che hanno passato simili vicissitudini. Le battute sembrano pesanti, cariche di retorica e fuori dal mondo, ma quando si vivono certe situazioni come mobilità, licenziamenti collettivi, instabilità sul futuro, precarietà, minaccia di perdere il posto di lavoro, si è su un altro mondo e solo chi vive o ha vissuto la stessa esperienza può comprendere. Le persone in queste situazioni non pensano a divertirsi, a fare battute e scherzare, hanno un unico pensiero fisso: non perdere quello che hanno, perché perderlo porterebbe a far crollare le basi su cui si basa la propria esistenza.
Certo, la vita è altre cose, ma nella società attuale tutto è incentrato e gira attorno al lavoro e al reddito che si possiede. Senza soldi non si è nessuno, questo è il dettame del sistema. E la gente ha paura di divenire invisibile, di non essere più considerata e messa da parte.
La paura, questo sentimento che perseguita e che non lascia pace, che fa vivere come un cane che si morde la coda; i pensieri diventano ossessione, si pensa solo alla situazione in cui si vive, non c’è spazio per altro. C’è chi reagisce restando nell’immobilismo e chi pensa a modi per far cambiare la situazione per uscire dal tunnel nel quale si trova; pensare sempre alla Rivoluzione, direbbe Tanabrus. Ma quando si subisce e si viene pestati per anni, quando si è la parte debole che ci rimette sempre, lo spirito di ribellione spinge sempre con forza maggiore. Chi lavora in banca o in ufficio difficilmente conosce le condizioni in cui lavorano gli operai: non tutte le officine sono belle come quelle mostrate nei telegiornali. D’inverno si lavora senza riscaldamento, e se viene acceso viene tenuto al minimo con temperature di media sui 13-14°C (quando va bene); d’estate niente ricircolo d’aria, figurarsi l’aria condizionata. Per andare ai servizi igienici serve il permesso e si è cronometrati, con il rischio di subire reclami se si supera il limite calcolato negli uffici. Spesso le norme di sicurezza non sono rispettate, e si lavora in condizioni fisicamente anche dannose; un esempio è dove si lavora con vernici o fusioni di plastiche: non ci sono respiratori e questo può portare il lavoratore a sviluppare allergie e intolleranze. Certo, per legge devono esserci, ma se ci sono vengono accesi solo quando ci sono i controlli; controlli che sono programmati dalla ditta e dall’ente che li fa con settimane d’anticipo, sapendo la date precisa in cui avvengono. Le certificazioni spesso servono solo per la burocrazia, ma non sono attuate, non servono a tutelare e a migliorare la qualità del lavoro del dipendente.
Non c’è solo la salute fisica, ma anche quella psicologia. Molti sostengono che il mobbing non esiste, che sia un’invenzione, un’impressione personale; ma la realtà è un’altra cosa e la violenza verbale e psicologica è presente e in maniera più larga di quanto descritto nell’opera.
La prima parte riporta fatti reali, fatti quotidiani. Per questo, salvo ai protagonisti, a luoghi e persone non è stato dato un nome: si vuole rendere la storia adattabile a qualsiasi contesto, dove chiunque può riconoscersi e farne parte, e non un essere limitata e circoscritta a una precisa ambientazione. Esiste però un’altra ragione, più profonda, legata al fatto che chi si adatta e conformizza al sistema e alla società non è più un individuo, ma un numero che va a far parte delle masse, sacrificando e perdendo la propria unicità. E un numero come tanti non merita di essere ricordato.
Se, per quanto riguarda i fatti, si segue la linea del verismo, ovvero cercare di riportare la realtà così come appare, in maniera oggettiva, lo stesso criterio non è applicato alla lettera ai dialoghi: lo spirito delle discussioni è rimasto intatto, si è mostrata la sua essenza, ma è stata filtrata, editata, se non fosse stato così, si sarebbero dovuto riportare volgarità, ma quando questo avviene si rischia di far perdere il filo, lasciare che ci si concentri sullo scontro e si vada a stimolare lo spirito della rissa.
Non è ciò che vuole lo spirito dell’opera. Nella recensione si è sottolineato i dialoghi come punto debole, perché poco credibili nel mondo reale: in parte è vero, per il motivo sopra citato, ma anche perché si è voluto concentrarsi sull’essenziale, senza essere dispersivi.
La maggior parte delle persone che non pensano con la propria testa e si appoggiano agli altri, anche se capace di fare discorsi riportati nel libro, lo fa con modi differenti, meno elaborati, più grezzi e questo perché poco interessate a scoprire nuove cose al di là della realtà che vive: andare al lavoro, andare in ferie, divertirsi, fare sesso. Solo una minoranza coltiva interessi quali sport, letteratura, arte; ancor meno fa volontariato, dedicandosi al prossimo, alla natura, agli animali. Tutti elementi che portano all’evoluzione non solo dell’essere, ma anche del linguaggio. Se fossi stato verista avrei dovuto riportare discussioni che fomentavano rissa, pettegolezzi e soprattutto scriverli in un italiano scorretto, perché si è perso padronanza della lingua che si parla.
I dialoghi invece sono stati strutturati per far riflettere, per questo possono sembrare analisi dove s’intrecciano filosofia, psicologia e insegnamenti che sfruttano simboli religiosi, spirituali: Non Siete Intoccabili non è una lettura d’evasione, è nato con la volontà di far prendere coscienza, per far elevare. Il fatto che nel libro sia presente un personaggio dotato di conoscenze varie e ampie non è un caso: è un modo per mostrare come la conoscenza non appartiene a chi ha titoli di studi o posizioni sociali di un certo rilievo, ma è di chiunque ha sete di sapere e vuole crescere, un non avere limiti e restrizioni.
Nella recensione si parla di luoghi comuni. Per chi non conosce l’ambiente dall’interno può sembrare così; si tratta invece di una realtà diffusa. Gli industriali nella recensione vengono indicati come cattivi; opinione diffusa, se si va a chiedere alle persone che hanno perso l’occupazione o devono sottostare in silenzio alle regole per mantenere il posto di lavoro, ingoiando le ingiustizie che subiscono ogni giorno. Certo, se si va a chiedere al lato forte, quello che detiene il potere, gli industriali sono eroi, sono creatori di ricchezza e benessere.
Ognuno tira acqua al suo mulino. Allora dove sta la verità?
No, questa volta non sta nel mezzo. Per scoprirla occorre osservare i fatti e vedere il risultato che portano.
Nell’agire degli industriali in alcuni casi non ci sarà cattiveria, non ci sarà disprezzo, ma indifferenza certo, mossa dall’egoismo e dalla chiusura agli altri, dal pensare solo a se stessi e ai propri interessi e profitti. L’incapacità nel riconoscersi nel prossimo, e del non dare peso a questa cosa, comporta ferite e reazioni che portano a conseguenze che appaiono ogni giorno: scontri di piazza, proteste e gesti estremi (suicidi, scioperi della fame, incatenamenti, salire sulle gru per attirare attenzione su problemi che altrimenti verrebbero ignorati) perché si è tirato troppo la corda e si è giunti agli estremi. Se per le scelte di poche figure, molte persone devono trovarsi in difficoltà, vivere male, ritrovandosi disperati, allora il giudizio è che queste scelte sono il male, la malattia e lo sbaglio per cui tanti pagano e soffrono: è la verità di questo frammento di realtà.
Spesso chi protesta e si ribella a questo staus quo è additato come violento; invece di giudicare tanto superficialmente, con pregiudizi e d’istinto, si cerchi di capire da dove nasce questa spirito, di capire qual è la causa. E si scoprirà che i responsabili di quanto accade sono altri, in apparenza brave persone che non commettono atti forti che colpiscono l’attenzione. Sono loro i violenti, perché il loro spirito, i loro pensieri sono violenti. Perché l’egoismo è violenza, è male, come lo è l’ignoranza.
Sì, l’uomo ha perso umanità provando, coltivando, adattandosi a sentimenti del genere; si può trovare più calore umano in un animale.
Non è un caso, né fine a se stessa, la scena nel libro che vede protagonista un animale. E’ l’unica scena dove si percepiscono sentimenti positivi, di speranza, d’affetto, perché il resto della storia è crudezza e durezza, non c’è spazio per amore, per qualcosa di buono, perché nel sistema attuale queste cose sono bandite, sacrificate per il profitto, il guadagno, il potere e l’apparire.
Senza speranza?
Così appare il mondo, (inteso come mentalità di vivere, non come pianeta) almeno finché gli individui non prendono coscienza della realtà e imparano a vivere da uomini. Perché essere uomini significa avere dei valori, difenderli e darsi da fare per attuarli, non solo parlarne, osare fare tutto ciò che si può e opporsi a tutto ciò che non è vita.
Questo è Non Siete Intoccabili: non è un libro commerciale, non dà quello che vogliono le masse. Un libro difficile, che come già detto o si ama o si odia, che va letto con attenzione, perché ogni dettaglio ha un fine, rimanda a simboli e questi a riflessioni: un personaggio che legge un brano di un poema, l’ascolto di una canzone, la citazione di nomi di personaggi della letteratura.
Se si cerca intrattenimento, avventura, possibilità di sognare, questa non è l’opera adatta: qui si parla di realtà dura e cruda.
E la denuncia

La fabbrica dei suicidi

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Avevo detto che sarei tornato alle origini, parlando di scrittura e come si crea un mondo fantastico, con la storia che si evolve in esso, i personaggi che vivono nelle sue terre, con credenze, miti, leggende: è un piacere parlare di certe cose.
Ma non si può non dare ascolto alla coscienza quando questa richiede attenzione: troppi fanno silenzio e rimangono nel mutismo.
Posto un articolo che m’è capitato sotto mano solo adesso, ma è di qualche mese fa, pubblicato su Gente.

«Conosco la Foxconn, non sfrutta i lavoratori. È una fabbrica, certo, ma è un bel posto, con ristoranti, cinema, piscine e un ospedale interno». Ha fatto scalpore la dichiarazione rilasciata da Steve Jobs, proprietario della Apple. Già, perché la Foxconn, azienda cinese specializzata nella produzione di componenti tecnologici, è da tempo al centro di una sconcertante vicenda: negli ultimi mesi, e a distanza ravvicinata, 11 dei suoi operai si sono tolti la vita.
Nei suoi stabilimenti di Longhua, vicino Shenzhen, le condizioni di lavoro sarebbero infatti proibitive: i dipendenti hanno turni di 12 ore consecutive, non possono parlarsi fra loro, sono soggetti a rimproveri pubblici da parte dei superiori e hanno uno stipendio da fame, 90 yuan al mese, circa 90 euro. Cosa c’entra Steve Jobs? Semplice, alla Foxconn si producono l’iPad e l’iPhone. E si sospetta che i turni più massacranti siano dovuti all’esigenza di star dietro alla grande richiesta sul mercato mondiale dei due prodotti di punta della Apple. A rendere ancora più inquietante la vicenda c’è poi l’incredibile provvedimento preso da Terry Gou, il presidente dell’azienda cinese, che impone un impegno scritto da parte degli operai a non suicidarsi.
«Siamo dispiaciutidi quando è accaduto. Per evitare altri casi drammatici d’ora in poi i lavoratori dovranno promettere formalmente di non farsi del male e di recarsi subito da uno psichiatra qualora soffrissero di problemi mentali», ha dichiarato l’alto dirigente. Resta un dubbio: chi dovrebbe andare a farsi vedere da un medico?
Marco Pagani

La notizia si trova anche in rete: Rainews24 , dallarete.blog.rainews24 , PSICOTERAPEUTICO.COM.
Il caso della Foxcomm non è l’unico: c’è anche quello della France Telecom . Il posto di lavoro diventa una prigione, in senso letterale; non basterebbe cambiare il modo di trattare il personale, invece di fare palazzi anti-suicidi?

Se si credeva che certe storie inventate fossero esagerate, allora non si conosce bene la realtà in cui si vive. Non occore inventare nulla: basta solo osservare. Non sono certi libri a essere dell’orrore: è la vita alle volte a essere il vero orrore.

Fantascienza e realtà

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Anni fa lessi un racconto di fantascienza ambientato in una società dove ai bambini, raggiunta una certa età, veniva fatto un test attitudinale e nel caso desse un certo esito, venivano eliminati secondo la procedura stillata dal governo.
Che requisito occorreva per incorrere in un simile destino?
L’intelligenza.
Il bambino del racconto era curioso, faceva domande, aveva voglia d’apprendere e imparare cose sempre nuove, non s’accontentava delle semplici risposte limitate del padre (figlio esemplare della società: s’accontentava della vita fatta di lavoro e dei passatempi passati dal sistema, non chiedeva altro).
Un racconto che mi ha sempre colpito, lasciandomi un timore che con il tempo ho visto concretizzarsi. Mettere da parte l’intelligenza perché può far crollare il sistema, un castello di carte campato in aria.
Molti racconti del genere, specie di fantascienza scritti nel passato, lanciavano moniti che allora sembravano solo fantasie, dove nei sistemi immaginati si potevano avere storie d’amore in base a punti da spendere conferiti dalla società, permessi d’avere figli in base al reddito o alla mappatura genetica.
Solo storie, si diceva, ma in realtà mostravano un futuro a cui si stava andando incontro: un futuro asettico, rigido, basato solo sulla produttività e sul far proliferare la società, il tutto per dar fasto al sistema, per dare splendore alla società. Il tutto naturalmente a discapito dell’umanità, dei sentimenti e dei rapporti umani; un processo che porta all’estraniazione dell’individuo.
Rende bene l’idea di questo il film Blade Runner: un mondo cupo, sempre battuto dalla pioggia, dove i protagonisti sono abbandonati a se stessi e non c’è speranza.
Non occorre guardare alla fantascienza del passato: il presente ne è un esempio concreto.
Basta pensare ad Alitalia e a Fiat, che hanno fatto e voluto accordi dove conta solo il lavoro e non si tiene in considerazione il fatto che le persone debbano avere una propria vita. Un esempio è quello che fa riferimento alle donne che hanno figli e che dovevano essere tutelate, aventi diritti che le società hanno ignorato, perchè la produttività e il profitto viene su tutto.
Se si continuerà di questo passo, si tornerà al passato, dove la gente sarà costretta a lavorare più di dieci ore al giorno, sabato e domenica compresi, con stipendi bassi, nessun diritto, solo il dovere di produrre, com’era all’inizio della rivoluzione industriale. Si avrà un futuro dove l’istruzione sarà per pochi, dove la gente non potrà più scegliere di creare la vita che vuole, ma sarà imposta dall’alto, dove avere anche una relazione o un figlio sarà deciso da regole fissate da chi governa.
Un mondo incentrato solo sul lavoro.
Un mondo privo di rapporti sociali e umani.
Privo di sentimenti.
Privo di amore.
Schiavitù.
Detta così sembra un racconto d’umor nero; si diceva così anche dei racconti di fantascienza: ora ci ritroviamo che la realtà li sta superando.
Non ci si crede? Andate a ricercare i racconti di tanti anni fa e vedrete. Non ascoltate chi dice che le produzioni attuali sono il meglio che ci possa essere: tirano solo acqua al loro mulino. Storie che dicono poco o niente, ma dove tutti sono felici e contenti, utilizzando un linguaggio (e tematiche) scarso ed elementare (un altro sintomo dell’impoverimento della cultura di una popolazione). Fate il confronto con le storie scritte nel passato e si avrà svelata la natura della società e il modo per contrastarla.
Perché con le storie si possono toccare tanti argomenti attuali: chi scrive con passione conosce questa realtà.

Nota a margine. Finora ho voluto parlare di mondo del lavoro,di mobbing, morti bianche, diritti, disagi (hichikomori):realtà che spesso non si vogliono sentire, ma che attraverso un racconto possono giungere lontano. Su questo è incentrato Non Siete Intoccabili, una storia che ho voluto scrivere.
Continuerò a parlare di storie, anche se cambierà la loro natura: nei prossimi post ci sarà un ritorno alle origini.

Non Siete Intoccabili

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Lo stile di vita e la vita che sono proposti e che con tanti sforzi si vogliono inculcare nelle persone è similare alla linea di pensiero che guida Candido di Voltaire. Ma questo non è il mondo migliore in cui si può vivere. E con mondo non intendo il bellissimo, e tanto angariato e rovinato, pianeta in cui viviamo, bensì il sistema di modi di fare e pensare creato dalla cosiddetta civiltà, che tanti credono l’apice dello sviluppo umano e che tanti hanno contribuito a far crescere.
Questo sistema è sbagliato e va giudicato. Una nuova mentalità deve sorgere e spazzare via la vecchia, ormai cosa morta e causa di morte e rovina.

Su queste fondamenta si basa Non Siete Intoccabili, un romanzo che ho scritto tra gennaio 2008 e febbraio 2009. Non mi piace utilizzare etichette per definire le cose, ma alle volte si rendono necessarie per far comprendere ciò che si ha davanti; possono essere un aiuto, purché non ci si attacchi troppo perché ogni parte della vita (opere d’arte, libri, persone, natura) è molto più di quanto appare e si cerca di classificare.
Non Siete Intoccabili è sia un thriller, sia un horror, ma soprattutto è di carattere sociale, affronta lati e problematiche della società attuale, specialmente del mondo del lavoro: situazione economica, mobbing, morti bianchi. Non solo: è un’osservazione dello stato in cui devono vivere le persone in questa società. Uno stato che non appartiene solo a tale sistema, ma che è un ripetersi di passaggi e meccanismi già incontrati nella storia: è già successo nel periodo precedente la rivoluzione francese, con quella che si poteva definire la classe dirigente che si faceva sempre più ricca e il popolo sempre più povero, chiusa in se stessa e incentrata a guardare solo al proprio tornaconto. Un atteggiamento che alla fine ha condotto a una rottura e a una reazione sintomatica. E’ successo allora e può succedere anche adesso: i segnali, a saperli vedere, ci sono già.
Questo è quanto vuole essere il libro, è così che è diventato scrivendo, non certo come è stato progettato. Anzi non è stato progettato affatto: è sorto senza essere ricercato, ma lo ha fatto con insistenza e con insistenza ha reclamato che la storia venisse scritta, non dando tregua finché questo non è avvenuto. Difficile spiegare: è stata una forza che si è imposta, che ha reclamato spazio. Una forza che potrei definire oscura, perché sorta dalle profondità e che finché non è giunta al suo compimento non è stata chiara; come un viaggio attraverso l’oscurità.
Dico questo perché non sono partito con i presupposti di scrivere un libro del genere, né credevo di ritrovarmi ad affrontare tematiche simili dato che come scrittore nasco nel fantastico (ma questa è una storia di cui si parlerà un’altra volta); allora non comprendevo appieno il processo in cui mi ero avviato. Ora credo di aver raggiunto una consapevolezza che mi permetta di capire quella forza che mi spinto in questa direzione.
“Gli artisti usano le menzogne per dire la verità. Io ho creato una menzogna, ma grazie al fatto di averci creduto hai scoperto una verità su te stessa.” E’ una frase di V per Vendetta. Non Siete Intoccabili è una storia inventata, ma allo stesso tempo reale perché attraverso la finzione mostra verità dell’esistenza e dell’uomo; lo scrivere, così come il leggere, non è solo intrattenimento, ma anche fonte per comprendere meglio la realtà e per giudicarla, quando c’è qualcosa di sbagliato.
Così questo libro può essere considerato anche di denuncia.

Ora che ho cercato di rendere l’idea del romanzo, spiego ciò che mi ha spinto a pubblicarlo sul sito con licenza CC. Come ogni persona che scrive, oltre e innanzitutto per il piacere di creare mondi e storie, il fine è quello di arrivare alla pubblicazione (non a pagamento, verso la quale sono sempre stato contrario, perché è solo sfruttamento: l’impegno e il piacere di scrivere non possono essere svenduti solo per apparire e poter dire d’aver pubblicato), per poter essere letto da quante più persone possibili; come tanti ho inviato lettere di presentazione e sinossi alle case editrici.
C’è stata una cosa che mi ha fatto pensare: Non Siete Intaccabili non è il primo libro che scrivo e che sottopongo a valutazione, ma è stato quello che non ha ricevuto nessun tipo di risposta: le altre opere hanno ottenuto esiti negativi e positivi, in diversi casi sono stati e sono in lettura e valutazione. Questo no, se si esclude la partecipazione a un concorso thriller: qualunque opera rispondesse a tale requisito era accettata. Ma non ho avuto nessun riscontro, se non sapere che non è arrivato a premiazione.
Tolto questo caso, è stato il nulla. Perché? Non ho effettuato invii random, ma ho selezionato gli editori cercando di trovare corrispondenze tra le collane che producono e la mia opera; non posso dire perché l’opera è scritta male, dato che non è mai stata letta.
Penso invece che sia stata l’idea a non farlo prendere in considerazione, perché viviamo in un periodo, e con un sistema, dove non si vuole parlare di certe cose, dove certe classi e figure non debbano venire toccate. Il sistema economico creato vuol venir fatto passare per perfetto, nonostante i riscontri che si hanno ogni giorno; le figure che lo dominano si considerano creatori di benessere, quando invece sono una delle cause dei mali di questa società (la vera imprenditoria, che è investire, fare ricerca e creare cose nuove è una minoranza: la maggioranza è sfruttamento e pensare ad arricchirsi sulle spalle altrui).
Questa è una motivazione, ma non è la sola. C’è stata un’altra spinta, molto più forte a farmi andare nelle direzione delle licenze CC e nella pubblicazione libera sulla rete: la piega sempre più pericolosa presa dal mondo del lavoro, dove si cerca togliere diritti ai lavoratori, sacrificarli in nome della produttività e del tornaconto degli industriali. Il caso più in vista è quello della Fiat e di Marchionne, con il referendum a Pomigliano, ma ce ne sono tanti: ogni giorno si sentono e si vedono attacchi di questo genere, nelle grandi e nelle piccole imprese.
Non mi piace lamentarmi, dato che non serve a nulla, preferisco darmi da fare, cercare di dare un contributo, di dare consapevolezza su una realtà che non vuole essere vista; voglio fare la mia parte. Sarà presunzione e illusione la mia, non so se servirà, ma non voglio restare con le mani in mano, perché chi non fa niente per opporsi a ciò che è sbagliato si rende responsabile alla stessa maniera di chi perpetra l’errore: il lasciar correre non porta mai a niente di buono. E ho la sensazione che questo sia il momento per opporsi a un sistema sbagliato, per ribellarsi e fermarlo.
Ripeto, il tentativo che faccio potrà essere pretestuoso, presuntuoso e illusorio, ma voglio e spero di dare una mano con questa iniziativa, anche se altri più in vista e con maggior capacità d’ascolto fanno già qualcosa (v. Zygmunt Bauman al Festival del Diritto 2010).
E a proposito di dare una mano, se non ne avessi avuta una, probabilmente ora non sarei a questo punto o ci sarei arrivato con in futuro. Conoscevo le licenze CC, ma non avevo mai preso seriamente in considerazione questa eventualità; il cambiamento è avvenuto attraverso il confronto con una persona. Ringrazio Andrea “Negróre” D’Angelo per questo e per il supporto tecnico e non che mi ha dato: non è facile trovare aiuto, specie in certi frangenti; questo a dimostrazione che il mondo non è fatto solo di ombre, ma anche di luci. Grazie Andrea 🙂

Ho scritto tanto, parlando forse troppo, perché l’autore deve restare nell’ombra e lasciare spazio all’opera che ha realizzato, perché è lei la protagonista, lei la portatrice del messaggio: è attraverso di lei che dialoga con le persone. Vi lascio con un estratto del libro, augurando bona lettura e ringraziando quanti vorranno leggerlo. (è possibile scaricarlo dalla sezione download). La tempesta inizia

«Cosa si prova quando il proprio mondo va in frantumi?» Si ritrovò a chiedere, dando voce al pensiero ancor prima che si fosse formato completamente. «Ho provato a riflettere, ma è accaduto tutto così in fretta che riesco a trovare solo vuoto. Non so cosa pensare. Non ho risposte, non so dove cercarle.»
«Si muore. E poi si rinasce. Solo che non si è più se stessi.» Mormorò Mark spegnendo una luce e lasciando accesa solamente l’abat-jour.
«Come si fa a morire e a rimanere in vita?» Masha si sollevò su un braccio guardandolo perplessa.
«Significa che una parte di te muore. Si perdono le proprie illusioni, tutte le falsità che si credevano vere nella propria vita. Ti vengono strappate via, lasciandoti solamente un guscio in un deserto sconfinato, senza direzione, senza identità: non sai più nemmeno chi sei. E allora, o ti perdi per sempre e sei un derelitto, un peso per te e per gli altri, o scocca quella scintilla particolare dalla quale ricomincia una nuova vita, una nuova esistenza. E tutto cambia: scopri cose che non credevi possibili, azioni e pensieri che pensavi non potessero mai appartenerti. E’ un percorso nuovo, sconosciuto. E si è soli. Maledettamente soli.»

Morti Bianche

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Foglie d'autunno

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

G.Ungaretti, Soldati

Ungaretti scrisse questi semplici, ma significativi versi dedicati ai soldati che partivano per il fronte della Prima Guerra Mondiale, la cui vita era appesa a un filo sottile, un destino quasi segnato, che poteva spezzarsi in qualsiasi momento.
Così è il mondo del lavoro oggi: un fronte di guerra, che ogni giorno sforna bollettini impietosi dei suoi caduti.

626-Legge sulla sicurezza del lavoro

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“Robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non ci possiamo permettere.” Così ha esordito Tremonti. Poche ore dopo, il portavoce Bravi s’è affrettato a precisare che per il ministro dell’economia “la sicurezza del lavoro è essenziale”

Le solite frasi di circostanza per cancellare parole che esprimono il pensiero di esponenti di spicco che sono al governo, per nascondere ciò che realmente è la linea guida della classe dirigente. Ormai la gente si è abituata a questo genere di cose, non ci fa più caso, ne è assuefatta e lascia correre. C’è da fermarsi e riflettere. Tutto questo non va assolutamamente bene, è totalmente sbagliato: a furia di lasciar andare, di permettere al lassismo e al disinteresse di prendere piede, si è finiti in un baratro che trascina sempre più in basso.
Robe: così è stata definita la 626, la legge che tutela la sicurezza sul lavoro e salvaguarda la vita di chi lavora. Questo termine dimostra disprezzo per la dignità dei lavoratori ed è la dimostrazione del valore che si dà alla vita umana. I lavoratori sono considerati oggetti da utilizzare e buttare via quando non sono più utili: carne da macello, ecco come sono ritenuti.
La vita umana, la dignità non hanno più valore: è questo il messaggio che passa. Ormai la morte ha talmente saturato la vita che non ci si fa più caso, la si tratta con indifferenza. Nei piccoli paesi dove le generazioni dei nostri genitori sono cresciute, la morte di una persona era un evento, un fattore che sconvolgeva, interessava tutta la comunità; ora è quotidianità, come andare al lavoro e fare la spesa. Non meraviglia, non tocca più.
Ma non si può morire per lavorare. Fatti di cronaca come questo non devono più succedere: è uno dei tanti, ma non deve più essere considerato solo un numero che va a sommarsi all’ammontare delle morti bianche. Ogni persona è importante, ogni morte lo è, non deve più essere solo un cumulo di numeri dati nei notiziari o sui giornali.
Siamo alla tragedia nazionale dove si muore per colpa del lavoro. Questo succede in un paese la cui forza è fondata proprio sul lavoro. Con il lavoro si crea ricchezza, ma, nello stesso tempo, uno rischia di morire ammazzato. E chi muore è sempre il lavoratore che mette a repentaglio la sua vita per sopravvivere. I diritti conquistati dai nostri padri sono stati perduti e calpestati. Anni di sacrifici, ma non è cambiato nulla d’allora, anzi è peggiorata la condizione operaia con le morti bianche.
Le promesse della politica che le morti bianche cessino e la falsa indignazione della classe dirigente sono solamente atteggiamenti retorici che durano un battito di ciglia. Il giorno dopo la scomparsa di un lavoratore non pensano più alle morti bianche, ma le persone continuano ad andare a lavorare con il pensiero che ogni momento potrebbe essere l’ultimo.
Il mondo del lavoro è un teatro di guerra altamente disumanizzato, con le persone ridotte a utensili, esistenze cosificate costrette a rincorrere la speranza di sopravvivere, anche quando in fondo a quella speranza c’è il concreto rischio di trovare la morte. Una guerra senza regole, senza senso e senza futuro, combattuta nel nome della produttività e della competizione sfrenata, dove tutti i soldati sono irrimediabilmente destinati a perdere, mentre a vincere sono soltanto i pochi burattinai che attraverso questa guerra costruiscono immensi profitti. E poco importa a loro se si tratta di profitti realizzati attraverso l’alienazione della vita umana.
E’ ora di dire basta.
Non si può morire per lavorare.
La vita e la dignità umana e personale devono tornare in primo piano ed essere tutelate a ogni costo, impedendo a chiunque di offenderle e toccarle.