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Una recensione su Strade Nascoste e altri lavori

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Sul blog Sole&Luna è stata pubblicata la recensione di Giancarlo Chiarenza su Strade Nascoste: fa piacere che l’opera che si è scritta sia apprezzata e valutata positivamente.
Quello di Strade Nascoste è stato un viaggio lungo, ma ne è valsa la pena, sia per il piacere del viaggio delle terre create accompagnati dai suoi personaggi, sia per quello che ho imparato su come migliorare lo stile, l’intreccio della trama, la caratterizzazione dei personaggi. Questo mi è stato di aiuto per le opere successive (L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone, la riscrittura di quello che era Non siete intoccabili e che ora è un’opera nuova), perché mi ha permesso di avere una maggiore sintesi che aiuta a mantenere un maggiore coinvolgimento nella lettura.
Parlando di altre opere che ho scritto, terminata come ho già scritto la revisione di L’ultimo potere (in attesa di risposta da parte di alcune ce, se ci sarà), adesso sto lavorando su un libro di saggistica: è un lavoro realizzato nel 2010, rimasto in attesa (sempre di risposte di ce che erano interessate al lavoro, ma che poi non se n’è fatto nulla per cambi al loro interno) e che ora ho ripreso sia per un ampliamento dei contenuti, sia per migliorare lo stile, renderlo più scorrevole e chiaro.
Scrivere un’opera di saggistica è un lavoro differente dal realizzare un’opera di narrativa, ma è comunque un viaggio interessante, perché si percorrono strade che solitamente non si prenderebbero, aiuta alla riflessione, all’osservazione e alla comprensione. Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta (citazione di una frase tipica di La Storia Infinita di Michael Ende).

Parole di Luce

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Parole di luceParole di Luce è il secondo volume di Le Cronache della Folgoluce di Brandon Sanderson, un romanzo che supera di poco le milleduecento pagine nella traduzione italiana contro le quasi 1150 del precedente, La Via dei Re . Milleduecento pagine che scorrono piacevolmente, anche se non sono ricchi di eventi eclatanti; da questo punto di vista il ritmo è lento, dove ogni evento è un tassello di preparazione all’arrivo di qualcosa di grosso, una lenta scoperta che fa capire come tutto si stia ammassando, caricando come fa un’altempesta prima di esplodere in tutta la sua forza.
Già dal primo libro si è capito che ci sarà un conflitto di portata mondiale, dove tutti saranno coinvolti. Un conflitto che sarà di dimensioni epiche, che vedrà scendere in campo potenze gigantesche. Ormai si è capito che sta tornando il passato che è stato, che i Radiosi stanno riemergendo e si dovranno combattere i Nichiliferi. Ma come avverrà? Quali saranno gli schieramenti che si affronteranno?
E’ sui misteri da dipanare che Sanderson tiene viva l’attenzione del lettore in Parole di Luce, con una prosa scorrevole, ricca di dettagli, che vengono curati con attenzione senza però scadere nel prolisso. Un lavoro minuzioso e curato, davvero ben fatto se riesce a tenere incollati alle pagine anche se mancano dei veri momenti epici come accaduto nel primo libro (vedasi Dalinar che in Stratopiastra affronta da solo un abissale o Kaladin che va in suo soccorso quando è tradito da Sadeas e lasciato con i suoi uomini ad affrontare l’esercito dei parshendi).
Questo non significa che tutto scorra tranquillo. I combattimenti ci sono, ma non sono presenti in questo romanzo come in La Via dei Re, in buona parte perché, non essendo più pontiere ma guardia del corpo, Kaladin non prende parte alle sortite degli eserciti Alethi sugli Altipiani alla conquista delle cuorgemme: il suo nuovo ruolo lo vede impegnato a organizzare e addestrare chi deve assicurare la protezione di Dalinar e del re. Il loro posto è preso dai duelli in cui è impegnato Adolin per conquistare Strati, portando avanti così la strategia di suo padre nel cercare di costringere gli altri altiprincipi ad appoggiarlo e così rendere unito e saldo il regno. Ma per quanto ben descritti, non si riesce ad avvertire che i personaggi siano di fronte a prove che facciano riecheggiare atmosfere epiche.
Ci sono colpi di scena, anche se alcuni di essi si riescono a capire abbastanza facilmente (attenzione alla lettura dei prossimi brani: contengono spoiler).
Si capisce subito che l’incidente occorso a Re Elhokar sulla terrazza non è un tentativo dell’Assassino in Bianco o di un qualche luminobile che gli è avverso, ma che è causato da Moash (uno degli ex pontieri, ora soldato, sotto il comando di Kaladin) membro di una delle fazioni che vuole una Alethkar guidata da una figura forte, salda e non il fantoccio viziato qual è il figlio del defunto Gavilar (il movente delle sue azioni è la morte dei propri nonni, unica famiglia rimastagli, perché Elhokar ha voluto favorire un luminobile suo conoscente). Non sorprende che alla fine tra Moash e Kaladin ci sia un confronto, con il Folgoeletto che dopo qualche titubanza ritrova la sua via, che è quella di proteggere (proteggerò perfino quelli che odio, purchè sia giusto (1): queste sono le Parole che conferiscono forza ai Radiosi di cui tanto si parla nel libro e che danno anche il titolo al romanzo). Lascia un po’ perplessi invece la decisione presa da Kaladin di dargli la Stratopiastra e la Stratolama concesse a lui, nonostante non sia del tutto convinto del modo di fare della fazione che il compagno appoggia: è vero che è arrivato a comprenderla e a ritenerla quasi necessaria (scoprirà che il luminobile favorito da Elhokar è quello esiliato nella città dove abitava, la causa dell’entrata nell’esercito di suo fratello e della sua successiva morte), anche se non gli piace, ma da lui che era arrivato a essere così diffidente verso tutti, ci si aspettava un discernimento diverso.
Altra perplessità è che ci siano voluti due libri per mostrare il ritorno di due Radiosi e poi nella parte finale del libro comincino a proliferare (di Dalinar ce lo si aspettava, ma Renarin salta fuori all’improvviso). Così come cresce il numero di persone che possono assorbire e usare la Folgoluce; cosa che ricorda un po’ quanto avvenuto in La ruota del Tempo di Robert Jordan con gli asha’man, solo che in quel caso gli uomini capaci d’incanalare erano visti in modo peggiore rispetto ai vincolaflussi.
Non sorprende il colpo di testa di Kaladin, dopo essere andato in soccorso di Adolin e Renarin durante il duello nell’arena contro quattro Stratoguerrieri, di chiedere il Diritto di Sfida contro Amaran per il tradimento perpetrato nei suoi riguardi e per questo fatto arrestare dal re (evento che gli farà prendere coscienza delle ragioni di chi l’ha contattato per togliere di mezzo Elhokar),
Non sorprende che sia Shallan da piccola ad avere ucciso la madre e che il padre si sia assunto la colpa della sua morte (avvenuta per legittima difesa, dato che la madre voleva eliminare la bambina per via della sua natura). Sorprende invece un poco quando Shallan scopre di essere una Vincolaflussi e senza rendersene conto evochi una stratolama. Il che fa capire che è una cosa di famiglia, dato che anche il fratello Helaran ne possedeva una (con sorpresa, si scoprirà che Helaran è lo Stratoguerriero che Kaladin ha ucciso quando era al servizio di Amaram, il luminobile che lo ha tradito e lo ha reso schiavo dopo avergli ucciso tutti i suoi amici e avergli rubato la Stratolama e la Stratopiastra che si era conquistato sul campo di battaglia). Una famiglia piena di segreti che lungo tutto il libro vengono mostrati con capitoli interamente dedicati a raccontare il passato di Shallan e del rapporto con il padre e i fratelli e di come siano finiti a essere legati con i Sanguispettri. Benché sia interessante la scoperta del passato della ragazza, da quando entra nei campi degli Alethi nelle Pianure Infrante assume una facciata che è troppo sopra le righe, divenendo quasi una seconda Arguzia; una facciata, come fa notare anche Kaladin, troppo costruita, che non fa provare quell’empatia, quel “tifare” per lei come avveniva in La Via dei Re.
Sia Shallan, sia Kaladin devono fare i conti con la loro vera natura che sta venendo a galla. In Kaladin era già stata manifestata nel volume precedente e lui deve semplicemente accettarla e affinarla per poter proteggere Dalinar e la sua famiglia, presi di mira dall’Assassino in Bianco e da chi lo manovra, che lo vogliono morto perché vuole riportare in vita i Radiosi e i vecchi codici, così da creare un baluardo contro la tempesta che sta arrivando.
Mentre è in Parole di Luce che in Shallan comincia a prendere veramente forma ciò che lei è (e di cui si era dimenticata, avendo già avuto modo di scoprirlo grazie ad Arguzia, che anche in questo libro torna a fare la sua parte in un miscuglio di saggezza e irriverenza). Una Shallan più spigliata e audace, diversa dalla ragazzina insicura che cercava di aiutare la sua famiglia entrando nelle grazie di Jasnah e che si trova invischiata in qualcosa di più grande di lei. Una spigliatezza dovuta alla consapevolezza che c’è qualcosa di grosso in ballo e che ci siano misteri vitali da svelare (i Nichiliferi e dove trovare la città perduta Urithiru e cosa nasconde), ma anche dalla necessità, dato che rimane sola dopo l’assassinio di Jasnah (ma si ha da subito il presentimento che questa morte non sarà tale e che Jasnah, come si vedrà, tornerà nella storia), costretta a trovare quel coraggio che prima non sapeva di avere. In questa maniera riesce a sopravvivere agli assassini di Jasnah, ad arrivare alle Pianure Infrante, dove l’aspetta il fidanzamento combinato da Jasnah con il cugino Adolin e continuare la ricerca su Urithiru; proprio questa ricerca le farà avere una doppia vita, facendola divenire Veil (grazie al suo essere una Tessiluce, una Vincolaflussi che può cambiare aspetto manipolando luce e suono in tattiche illusorie) e infiltrandola tra le file di chi ha ucciso Jasnah per scoprire i loro piani.
I Dieci Flussi - Le Cronache della FolgoluceCome Kaladin ha Syl, anche lei ora è legata a uno spren: Schema (che però aveva già da bambina e di cui si era dimenticata). Interessante e ben costruito il rapporto tra i due, oltre che divertente, che mostra come la cooperazione tra loro porta a una crescita reciproca: per Shallan la conoscenza del mondo da cui viene lo spren e la consapevolezza delle proprie capacità, per Schema la scoperta delle emozioni e delle interazioni umane.
Molto azzeccata l’idea che gli spren, quando si legano a un umano, possano diventare la sua Stratolama o assumere la forma dell’arma che più si confà all’individuo, come succede con Kaladin che fa mutare in lancia o in scudo Syl (l’idea che le Stratolame siano esseri senzienti che si mutano in armi ricorda quella usata nel manga Soul Eater del 2003 di Atsushi Ohkubo, dove ci sono coppie di giovani, addestrati in una speciale scuola, in cui uno è il Maestro d’Armi che sfrutta i poteri del compagno che si trasforma in Arma) ed essere il mezzo per i Vincolaflussi di attingere alla Folgoluce.

Con Kaladin e Shallan viene mostrato come tra Roshar e Shadesmar ci sia un legame che sta venendo riscoperto. Sanderson mostra questa scoperta in maniera attenta e minuziosa, facendo un buon lavoro; un lavoro che prende spunto da storie che già si conoscono, che affondano nel mito e nelle credenze di molti popoli dove si professava un legame tra mondo materiale e spirituale, come a esempio gli indiani d’America, dove gli Spiriti erano visti come qualcosa d’importante nella vita dell’uomo. In fondo gli spren sono proprio questo: degli spiriti. Spiriti che aiutano l’uomo e che grazie a lui crescono e possono divenire più forti. In questo il lavoro di Sanderson ricorda l’ambientazione Mondo di Tenebra creato dalla Whitewolf, in special modo quanto descritto nel manuale Lupi Mannari – I rinnegati (pubblicato nel 2005). Diverse le similitudini: a esempio che le emozioni umane come rabbia e gioia attirino spren dello stesso tipo (rabbiaspren, gioiaspren), proprio come succede nel Mondo di Tenebra, dove simili emozioni attirano spiriti analoghi; altro esempio è che in entrambe le ambientazioni, nell’antichità c’è stato un tradimento nel mondo degli spiriti che ha cambiato le cose.
Albero della vitaMa questi non sono gli unici elementi da cui Sanderson prende ispirazione per creare la sua ambientazione: l’autore è molto legato alle religioni, dato che spesso nelle sue opere le rende elementi fondamentali. In special modo è ricorrente il tema dell’alterazione da parte di esse dei fatti, dell’operazione di ripulizia della realtà per renderla conforme al proprio credo e ai propri fini. In questo caso la ierocrazia ha cancellato le parti riguardanti i Radiosi perché ritenuti traditori, una macchia da cancellare (ma quale sia la verità, è ancora da scoprire).
Sempre riguardo il tema religione, se si è notato il disegno del precedente volume La via dei Re (in Parole di Luce viene descritto a pag.120), non si può non accorgersi quanto sia somigliante all’Albero della Vita della kabbalah ebraica. E del fatto che i Flussi (le forze fondamentali secondo cui il mondo opera e le abilità base offerte agli Araldi e poi ai Cavalieri Radiosi) siano dieci proprio come le Sephirot (gli attributi divini).

Interessanti due dettagli messi da Sanderson per far capire quanto sarà vasta la sua storia e abbia ancora tanto da dire.
Il primo riguarda la piccola Lift e mostra come i poteri dei Vincolaflussi non dipendano solo dalla Folgoluce, ma possano essere alimentati da altri fonti (in questo caso, il cibo).
Il secondo si riferisce al fatto che ci sia un legame tra le opere di Sanderson. Già lo si era compreso con la presenza di Hoid in diversi romanzi (questo, La Via dei Re, la saga Mistborn, Il Conciliatore), ma ora si ha un indizio in più, anche se per il momento è meglio parlare di sospetto. Dopo il secondo scontro con Kaladin, Szeth muore, ma viene fatto rinascere da Nin (o Nalan o Nale, Araldo della giustizia); essendo morto, il suo legame con l’Onorlama che possedeva è stato spezzato e per poter seguire chi l’ha resuscitato e quanto richiesto da lui, gli viene data una nuova Stratolama. Una lama nera, con un fodero di metallo, che parla nella mente di chi la possiede con un tono che chi ha letto Il Conciliatore non può non riconoscere: si tratta di Sanguinotte.

(Fine degli spoiler)

La struttura del romanzo si mantiene come il precedente volume: suddiviso in parti, con interludi tra una parte e l’altra dove vengono mostrati nuove luoghi e nuovi personaggi. Interessante l’introduzione di Eshonai, una parshendi, e del suo punto di vista che mostra come il suo popolo non sia come lo vedono gli alethi, e non sia quella massa di creature remissive che vengono usate come schiavi e servitori; bella la varietà delle loro forme che possono scegliere di assumere (libidinosa, tediosa, operosa, bellicosa, flessuosa) e delle ricerche di tutte quelle che sono andate perdute. Anche in questo popolo c’è un passato che è andato perduto ed è da riscoprire, soprattutto c’è da capire qual è il legame che c’è con i loro dei da cui si sono allontanati. Tra le altre cose, negli interludi viene mostrato uno Szeth che si ritrova a riflettere sul fatto che gli è stato mentito e che è stato usato, e una nuova figura al momento sconosciuta ma fortemente legata alla giustizia, che si aggira per Roshar eliminando chi presenta la capacità di vincolare i Flussi per cercare di non far tornare (almeno a quanto afferma) la Desolazione nel mondo (belli e in alcuni punti toccanti i capitoli dedicati al vecchio Ym e alla piccola Lift).
Come già si è capito, i protagonisti della vicenda sono Shallan e Kaladin, ma anche Adolin ha un ruolo di primo piano in Parole di Luce, prendendo il posto di suo padre (che qui è più dietro le quinte), cui invece era stata data grande attenzione in La via dei re. Da notare come entrambi i titoli dei romanzi di Sanderson siano i titoli di volumi che nelle due storie hanno un ruolo importante: La via dei re è il tomo cui Dalinar s’ispira per far salvare il regno, Parole di luce è il tomo che Jasnah consegna a Shallan per farle comprendere la natura dei Vincolaflussi.
Il disegno posto all’inizio di ogni capitolo, come nella precedente opera, fa subito comprendere chi sia il personaggio su cui si concentra l’attenzione: per Kaladin si hanno sempre delle lance levate verso un vessillo (a indicare il suo essere soldato e la sua maestria nell’uso della lancia, arma che ha insegnato a usare anche agli altri pontieri), per Shallan lo stilizzazione di Schema, lo spren che l’accompagna (a parte i primi capitoli, quando non l’ha ancora riscoperto, dove ha un sole che sorge sul mare), per Adolin uno Stratoguerriero in posa con una Stratolama, per Dalinar uno stemma che rappresenta uno scudo con sopra una corona e la porta di una fortificazione.
Questo a indicare la cura e la professionalità che le case editrici straniere danno a un’opera, a quanto ci credano e siano disposte a investire.

Parole di luce è un libro molto buono, in alcuni punti ottimo, che incarna l’epica classica (anche se poi ci aggiunge altri elementi, rendendolo qualcosa di più: molto attuale l’immagine degli Altoprincipi di Alethkar persi in lotte di potere tra loro, divisi da egoismi e interessi personali, che se ne fregano del bene del paese e della popolazione, proprio come purtroppo si vede fare dai governanti di casa nostra, per esempio). Dalinar è la guida salda e sicura del regno, che segue ideali e valori. Adolin è il suo campione, che oltre alla maestria nelle armi, ha un gran fascino verso il gentil sesso, ricordando in questo Lancillotto. Gli Stratoguerrieri dipingono le loro armature, rendendole colorate proprio come nelle descrizioni dell’opera di Thomas Malory, Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Kaladin è l’eroe, l’eletto, che viene dal basso, in cerca di riscatto. C’è la ricerca di qualcosa di prezioso che è andato perduto. C’è riverenza e rispetto da parte degli uomini verso le Stratolame, venendo viste come qualcosa che eleva.
In tutto il romanzo si respira un’atmosfera epica, anche se rispetto a La via dei Re manca di momenti veramente epici come già detto. C’è da dire che a livello di stile non presenta errori come è stato fatto nel prologo Uccidere del precedente volume. Presenta momenti veramente belli, come quando Shallan ritraendo le persone le conferisce un aspetto migliore, più sicuro, più dignitoso e le persone, vedendo come sono raffigurate, cominciano a credere di poter essere così e alla fine diventano davvero in questa maniera, elevandosi dalla condizione in cui erano, diventando individui migliori. Ben fatte e intriganti le visioni che ha Dalinar durante le altempeste e le scritte che compaiono sui muri con il conto alla rovescia che avvisa dell’arrivo di qualcosa di grosso.
Dialoghi, descrizioni, concetti, fluiscono sempre senza stonature, sempre ben integrati nel contesto in cui si trovano. Alcune frasi sono davvero ben riuscite, coma a esempio questa pronunciata da Jasnah: “Usare un viso affascinante per indurre gli uomini a fare ciò che vuoi non è diverso da un uomo che usa i muscoli per costringere una donna a fare come vuole lui. Entrambe le cose sono spregevoli e verranno meno con il passare dell’età.” (2). O questa di Arguzia: “Tutte le storie sono già state narrate. Le raccontiamo a noi stessi, come hanno fatto tutti gli uomini che siano mai vissuti. E tutti gli uomini che vivranno. Le uniche cose sono i nomi” che cambiano. (3)
Ma in alcuni casi ci sono degli scivoloni che stonano con il contesto: certe scelte possono essere state effettuate per alleggerire l’atmosfera, per dare un tocco divertente, ma che Shallan, durante quello che dovrebbe essere il corteggiamento, per stupire chieda ad Adolin se mai se l’è fatta addosso quando indossava la Stratopiastra, è una caduta di stile, un andare verso il basso che si poteva (e doveva) evitare. Anche Bastiano Baldassarre Bucci in La Storia Infinita di Michael Ende fa qualcosa di simile, chiedendo al professore di religione se Gesù andava mai al gabinetto (e ricevendo una nota di biasimo per questo), ma lì è comprensibile, dato che si tratta di un bambino ed è un qualcosa capace di strappare un sorriso, visto che mostra la curiosità, l’innocenza e l’ingenuità dell’età dell’infanzia; in un dialogo tra persone ormai adulte (Adolin ha più di vent’anni, Shallan diciassette), se non si vuole essere scadenti, è qualcosa che non ci si aspetta. D’accordo che nella società attuale si è abituati a discorsi del genere (e anche peggiori), ma proprio per questo, almeno in un libro che vuol essere di un certo stampo, sarebbe stato meglio che non ci fosse stata una cosa del genere: due pagine del genere non aggiungono nulla a un lavoro di milleduecento (anzi, forse lo tolgono) e potevano essere tranquillamente evitate.
A parte le osservazioni su alcuni punti deboli, Parole di Luce è uno di quei libri che si rileggono volentieri perché riecheggiano di epicità, di valori perduti che vengono ritrovati, di grandezza, della ricerca che spinge verso l’alto, che volgono a tirar fuori il meglio che c’è in un animo. Un romanzo che lascia qualcosa di buono, che solleva ed eleva. Un’opera fantasy che si distacca dall’attuale produzione che ha invaso le librerie con storie che si mettono nella scia del lavoro di successo di vendita qual è quello di George R.R. Martin, romanzi prettamente incentrati sulle bassezze umane e di quanto si può sprofondare nel fango e nel sangue (non che il fantasy più cupo sia un male, se qualitativamente valido come quello di Joe Abercrombie è ben accettato, purché non diventi la totalità del genere). Ed è un bene che sia così, perché ci si è saturati di vedere il peggio essere protagonista (chi è in Italia vive costantemente con questa realtà), si ha bisogno di qualcosa di diverso: non il falso ottimismo che tanti ipocritamente elargiscono (politici ed imprenditori in primis), ma la conquista di valori come onore, dignità, giustizia e conoscenza per costruire un mondo migliore, per fare sì che la vita sia meritevole di essere vissuta. Una storia come già detto che è permeata dell’atmosfera di poemi antichi, di cavalieri e dei loro codici, di dei e dei loro patti con gli uomini e che per quello che sa evocare ricorda la trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay, altro autore capace di realizzare un’opera epica e profonda.

Alcune note sull’edizione italiana.
Sono state mantenute le illustrazioni all’interno del volume e la copertina originale.
Per una scelta editoriale (forse di costi) è stata omessa l’immagine di Shallan che dipinge presente invece nell’edizione originale; ci si domanda se invece non era possibile metterla al posto di una delle mappe presenti nel volume italiano, dato che per tre volte è riportata sempre la stessa immagine (due a colori e una in bianco e nero).
Per quanto non come nei volumi di La Ruota del Tempo di Robert Jordan, qualche refuso è presente. Oltre a ciò, si nota a pag. 433 un grosso errore: non si sa se anche nell’opera originale è presente questa svista, ma Shallan viene sostituita con Jasnah nel dialogo/scontro con Tyn, quando Jasnah non è presente sulla scena (è morta centinaia di pagine prima).
La copia in possesso (un regalo, come è stato per La Via dei Re, che altrimenti non si sarebbe avuta a causa del prezzo), oltre a presentare la rilegatura nel dorso incompleta (il pezzo che è stato usato non ricopre tutto il blocco di pagine, ma ne lascia fuori un buon centimetro), ne presenta una parte non incollata.
Ultima nota, il prezzo. Non ci si può aspettare che un volume del genere venga venduto per una ventina di euro o meno come prima edizione, visto quanto è lungo e com’è realizzato: ci sono i costi di traduzione, i diritti per l’autore, l’alto numero di pagine e le illustrazioni. Tutto questo ha un costo, che deve però essere adeguato: già 30 E per La via dei re era sopra le righe (qualche euro in meno avrebbe reso il prezzo più equo), ma 35 E per un romanzo dello stesso stampo è un prezzo che presenta un rialzo eccessivo (se però si pensa che Elantris, dello stesso autore, con quasi metà delle pagine, nessuna illustrazione e in edizione economica, viene venduto a 30 E, si capisce dove si poteva arrivare con un volume come Parole di luce). Se le vendite del romanzo non saranno soddisfacenti come preventivato, non si deve ricercare il motivo nella qualità dell’opera, che è ottima, o sul fatto che non trovi riscontro d’interesse da parte dei lettori (che c’è), ma proprio sul costo, che disincentiva l’acquisto. Se il prezzo aumenta di cinque euro a volume, si può immaginare quanto si verrà a pagare l’ultimo capitolo della saga. E questo non trova giustificazione, qualsiasi cosa dica la casa editrice che lo pubblica o chi la difende.
Shallan - Parole di Luce

1. pag. 1127

2. pag. 255

3. pag. 809

La cosa più preziosa

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Qual è la cosa più preziosa che un individuo possiede?
Qualcuno può dire la vita.
Altri possono asserire che siano le scelte che vengono fatte.
Altri ancora il tempo.
Se ci si pensa, tutte queste cose sono legate tra loro. Si può dire che la qualità della vita dipende da come decidiamo d’impiegare il tempo della durata della nostra esistenza. E si sa che essa è breve. Così breve da risultare preziosa.
Eppure, nonostante il suo valore senza prezzo, lo si vende per cifre irrisorie, passando la maggior parte dell’esistenza a far cose che non piacciono. Certo, le ragioni per questo comportamento possono essere tante: la necessità di sopravvivere, di avere di che mangiare, dove dormire, dover pagare le tasse, permettere ai figli di crescere, di poterli mandare a tennis, a calcio, in palestra.
Tutte cose giuste, per le quali occorre sacrificarsi per poter far sì che siano realizzabili, occorrono grandi sforzi, visto quanto sono costose.
Ma la verità, è che tutte queste cose le si stanno pagando molto di più di quanto esse valgono. E non solo inteso come valore monetario, ma anche come costo umano, come sacrificio di parti di sé. Certo è, che di quello che si guadagna, molto viene speso per il superfluo, non per il necessario.
Abbonamenti a tv satellitari, tariffe telefoniche per cellulari, telefonini, smart-phone, i-phone, i-pad: elementi ritenuti necessari per divertirsi, per poter comunicare con gli altri, essere connessi al sistema, altrimenti si rischia di essere tagliati fuori da quella che si considera vita. Ma si fa fatica ad accorgersi che così facendo si perde la capacità di comunicare veramente, di avere veri rapporti umani con gli altri; se si osserva diventa sempre più difficile trovare persone che guardano direttamente negli occhi il proprio interlocutore, visto che si prova disagio per non essere più abituati a trattare con i propri simili: si riesce a mantenere lo sguardo fisso su quello dell’interlocutore per pochi attimi prima di posarlo altrove.
Poi sono necessarie le ferie, perché occorre staccare dalla routine, occorre ricaricarsi delle energie spese per il lavoro, occorre smaltire lo stress accumulato per la convivenza forzata con i colleghi con cui non sempre si va d’accordo, costretti a mantenere dei rapporti anche se non si è in sintonia e ci sono degli attriti (come ogni essere vivente, c’è bisogno di avere un certo spazio vitale che non sia invaso dagli altri: altrimenti l’invasione crea una reazione che se non trova modo di sfogarsi porta a conseguenze poco piacevoli, come succede negli allevamenti intensivi di polli dove gli animali alle volte s’ammazzano tra loro perché costretti a stare uno addosso all’altro). Per svagarsi, divertirsi, non avere pensieri, trovare relax occorre naturalmente spendere denaro; si è arrivati a un livello tale di stress causato dai rapporti umani e dall’uso della tecnologia che si arriva a pagare profumatamente per andare in resort dove non c’è niente, dove si resta soli, tagliati fuori dalla rete e da tutto quello che è collegato a esso.
Questo sistema che crea così tanti contatti con la gente, ma non ne instaura di veri, reali, duraturi, fa nascere una desolazione, un’aridità interiore che crea un bisogno d’affetto; un bisogno che crea una domanda e pertanto fa nascere un’offerta. In America ci sono persone che si fanno pagare per coccolare chi ha questa necessità: niente di sconcio, non si tratta di prostituzione, ma semplicemente di abbracciare e dare tenerezza.
Ma se si è parlato di pagare il superfluo, non bisogna dimenticare che c’è anche le necessità.
Una delle più costose è la casa, con costi di affitti e mutui (quando vengono dati) sempre più alti. Per non parlare delle bollette di luce, acqua, telefono, riscaldamento, che ogni anno non fanno che aumentare il loro costo, a fronte invece di stipendi che quando non aumentano, calano.
Subito dopo viene l’auto, necessaria a molti per recarsi sul posto di lavoro perché le loro residenze non sono servite da un servizio pubblico adeguato alle esigenze richieste. Carburanti che crescono senza controllo (una continua speculazione), bolli auto, assicurazioni, portano via una buona fetta dello stipendio; senza contare i costi dei tagliandi e delle spese di manutenzione che il mezzo richiede. A questo si aggiunga il prezzo dei parcheggi, dato che nelle città trovarne di liberi è come trovare oasi nel deserto.
Poi ci sono le trattenute sullo stipendio per avere una pensione, le tasse da pagare per i servizi offerti dallo stato. Soldi versati per non ricevere servizi adeguati e mantenere un carrozzone di politici e governanti che si aumentano sempre i salari e pretendono sempre più sacrifici dalla popolazione per mantenere il loro livello di vita.
Visto che gli stipendi non aumentano, ma le spese che sono sempre più incidenti sul portafoglio sì, ne consegue che le persone per mantenere lo stesso tenore di vita cui sono stati abituati, devono lavorare molto di più, anche trovare un secondo lavoro, quando ci si riesce. Quindi sempre più tempo della vita è passato al lavoro e sulle strade per raggiungerlo, dato che spesso non è proprio dietro l’angolo, ma si devono percorrere decine e decine di chilometri. Tempo che è tolto ai rapporti sociali, familiari, d’amicizia. Non è strano che spesso si abbia a che fare solo con estranei, instaurando rapporti che non durano, dove non c’è spazio per costruire qualcosa di solido, per approfondire conoscenze e conoscere veramente le persone che si scelgono poi di avere al proprio fianco. Così nascono le incomprensioni; incomprensioni che non trovano risoluzione perché non c’è tempo per il dialogo, il confronto (ma non va dimenticato che spesso la causa è la mancanza di volontà di trovare il tempo per porre rimedio alle situazioni creatisi).

«L’unica cosa che importi nella vita », proseguì l’uomo, « è riuscire in qualche cosa, arrivare a essere qualcuno, possedere qualcosa. Colui che arriva più lontano e diventa più importante e possiede di più, avrà tutto il resto – e per giunta gratis – cioè amicizia, amori, onori eccetera.» (1)

Tutti tesi dallo stare al passo con quanto detta il modo di vivere che si è costruito, non ci si accorge che si sta alimentando un costrutto sfruttatore, risucchiante energie, vita, come un parassita, un vampiro: qualcosa che non avrebbe nessuna forza, se non fossero le persone ad alimentarlo. Un costrutto che fa leva, gioca, alimenta i Vizi degli individui, puntando soprattutto sull’invidia che spinge a voler sempre di più, per raggiungere una posizione migliore ed essere guardati, ammirati dagli altri. Un modo per sentirsi migliori, superiori: una percezione illusoria che gioca sull’Ego.
Ma che non rende felici.
Basta guardare il modo di comportarsi delle persone. Scontrose, lamentose, maleducate. Sempre pronte a scagliarsi sugli altri, ad attaccar briga, dando la colpa al prossimo dei propri problemi, dei propri insuccessi, quando invece per trovare un responsabile basterebbe fissare uno specchio.
Proprio la mancanza di felicità è il termometro che rileva il livello d’insoddisfazione delle persone, la qualità della loro esistenza.
Signori GrigiCome raccontato da Michael Ende in Momo, questi tempi sono governati da Signori Grigi che vogliono il nostro tempo e cercano in ogni modo, con ogni mezzo, di strappare il nostro consenso per ottenerlo e sfruttarlo. Ma questo tempo non verrà risparmiato, non potrà essere recuperato: una volta passato, il tempo non ritorna, è qualcosa che sarà perdita, che finirà in fumo se non vissuto nel migliore dei modi e lo si rimpiangerà, sprecando così altro tempo.
Tutte le cose materiali che abbiamo, che vediamo, ciò a cui aneliamo, possono essere utili se rendono la vita migliore, non se ci rendono dipendenti, degli schiavi, facendoci esistere e tribolare solo in funzione di esse; a quel punto non è più vita, ma prigionia. E di prigioni intorno a noi ce ne sono molte, con la porta sempre aperta, pronte ad accoglierci e a tenerci dentro.

Ogni giorno alla radio, alla televisione, sui quotidiani si spiegavano e si magnificavano i vantaggi delle nuove tecniche per risparmiare tempo, che – un giorno – avrebbero offerto agli uomini la libertà per una « vera vita ». Sui muri e sugli spazi pubblicitari gli attacchini incollavano manifesti raffiguranti ogni possibile immagine della felicità; e, sotto, l’ossessione delle scritte a lettere luminose:
I RISPARMIATORI DI TEMPO VIVONO MEGLIO!
oppure:
IL FUTURO APPARTIENE AI RISPARMIATORI DI TEMPO!
oppure:
MIGLIORA LA TUA VITA… RISPARMIA IL TEMPO!
Ma la realtà era molto diversa. Certo, i risparmiatori di tempo erano vestiti meglio della gente che viveva nei dintorni dell’anfiteatro; guadagnavano più denaro e potevano spendere di più. Ma avevano facce afflitte, stanche o amareggiate e occhi duri e freddi. Ignoravano che si potesse « andare da Momo ». Non avevano chi sapesse ascoltarli tanto bene da renderli ragionevoli, concilianti e perciò felici. Ma se anche avessero conosciuto l’esistenza di una creatura tanto preziosa, non è sicuro che sarebbero andati a trovarla, a meno che si potesse risolvere la faccenda in cinque minuti; altrimenti lo avrebbero reputato tempo perduto. Secondo il loro modo di pensare, anche il tempo libero doveva essere messo a profitto, e in tutta fretta, per procurarsi divertimenti e distensione nella massima misura possibile.
Così non potevano celebrare feste o commemorare avvenimenti tristi o lieti; i sogni erano considerati quasi dei crimini. Ma la cosa più difficile da sopportare era, per loro, il silenzio. Nel silenzio li assaliva l’angoscia perché nel silenzio intuivano quel che stava capitando alla loro vita.
Per questo facevano rumore quando il silenzio li minacciava; però non il baccano giocondo che regna là dove giocano i bambini, ma un rumore rabbioso e sgomento che di giorno in giorno inondava la grande città con irrefrenabile crescendo.
Che a uno piacesse il suo lavoro e lo facesse con amore per l’opera creata, non aveva importanza… anzi dava fastidio. Importante era solo fare il massimo di lavoro in un minimo di tempo.
In tutti i luoghi di lavoro delle grandi fabbriche, in tutti gli uffici, pendevano cartelli con scritte di questo genere:
IL TEMPO È PREZIOSO – NON PERDERLO!
oppure:
IL TEMPO È DENARO – RISPARMIALO!
Cartelli analoghi erano appesi dietro le scrivanie dei capi, dietro le poltrone dei direttori, nei gabinetti medici, nei negozi, nei ristoranti, nei grandi magazzini, nelle scuole e persino negli asili d’infanzia. Dappertutto, senza alcuna esclusione.
E infine – giorno dopo giorno – anche la grande città aveva mutato aspetto. Si demolivano i vecchi quartieri e si costruivano case nuove dalle quali era escluso qualsiasi elemento reputato superfluo. Si evitava la fatica di costruire abitazioni adatte all’umanità che doveva viverci; assecondare i molteplici gusti degli uomini significava edificare case di stile e tipo diverso. Era più a buon mercato – e soprattutto si risparmiava tempo – costruirle tutte uguali.
A nord della grande città si estendevano già immensi quartieri nuovi. Fabbricavano case d’abitazione a molti piani, casermoni che si assomigliavano come un uovo bianco somiglia a un altro uovo bianco. E siccome tutte le case erano uguali, anche le strade erano identiche. E quelle strade monotone aumentavano e aumentavano, rettifili lanciati a perdersi nell’orizzonte. Un deserto di ordine. Allo stesso modo scorreva la vita dell’umanità che le abitava: rettifili fino all’orizzonte. Perché lì tutto era calcolato e pianificato ori esattezza, ogni centimetro e ogni istante.
Nessuno si rendeva conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmiava tutt’altro. Nessuno voleva ammettere ,che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda.
Se ne rendevano conto i bambini, invece, perché nessuno aveva più tempo per loro.
Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiavano, tanto meno ne avevano.
(2)

1 Momo – Michael Ende. pag. 89
2 Momo – Michael Ende. pag. 67-69

Il cammino di crescita

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può percorrere tante strade: ognuno ha il proprio sentiero da scegliere e da creare.
Tuttavia, anche se cambia il modo in cui viene fatto, e magari anche i tempi in cui si verificano, le tappe sono sempre le stesse per ciascun individuo, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo.
Solo attraverso l’eperienza personale si può giungere alla crescita: questo è un fatto inconfutabile. Ma attraverso le vicende altrui, si possono avere dei consigli utili, in grado di aiutare: è il caso della storia, oppure la lettura di un buon libro, di qualsiasi genere, anche fantastico, come La Storia Infinita di Michael Ende, dove la fantasia è molto più di un “avere la testa fra le nuvole”. Perché la fantasia è un regno senza confini, continuamente in crescita e pertanto sempre mutevole; un regno che non è fisico e reale nel modo in cui si è abituati a pensare, ma che esiste e per chi vi entra può essere un’esperienza che fa apprendere, che può insegnare, come avviene con Bastiano, il piccolo protagonista delle vicende del romanzo dello scrittore tedesco.
Un discorso ampio, quello che riguarda il libro di Ende, che è stato approfondito in questo
articolo che ho realizzato per Fantasy Magazine, dove affiancando Bastiano nel suo viaggio attraverso boschi notturni, deserti colorati, città d’argento, s’incontrano personaggi come Morla, l’Oracolo del Sud, MorK, Fucur, Graogramàn, Donna Aiuola, capaci di rendere il libro di Ende più di un semplice racconto.

Ancora sulla Montagna

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Testi, racconti arrivati a noi dall’antichità mostrano come la Montagna sia un luogo dove l’individuo possa trovare quella strada che lo conduca al cambiamento, a modificare la propria esistenza verso qualcosa di nuovo, che è andato avanti. E come sempre è un percorso individuale, non si vedranno mai masse salire lungo sentieri montani; certo, si può obiettare che succede con i pellegrinaggi sul monte Sinai, ma questa non è spiritualità, si tratta semplicemente di curiosità, turismo e soprattutto un modo per guadagnare soldi. Non ha nulla a che vedere con la vicenda verificatasi in quel luogo, anzi, allontana dal significato della sua storia, che rappresenta un percorso che ogni uomo deve fare per evolvere, un allontanarsi dalla massa, dalle consuetudini, dalle comodità per ritrovare l’essenziale, il nucleo dell’esistenza. Un’ascensione che porta a trovare la spiritualità, l’essenza della vita che in tanti modi è stata chiamata e rappresentata dai popoli nel corso dei secoli. Sul Sinai Mosé incontra Dio e la divinità gli consegna la conoscenza delle Tavole della Legge; Legge, non Comandamenti come le consuete traduzioni erroneamente riportano. Un dettaglio importante perché cambia il significato di quanto vuol essere trasmesso. Un comandamento è un imporre una volontà, una costrizione che può trovare attuazione solo se la parte che la subisce lo permette: si tratta d’obbedienza e nient’altro, un fatto che non ha nulla da trasmettere o insegnare. Di tutt’altro avviso invece è la legge, che si limita a mostrare una realtà, un insegnamento che se attuato dà dei risultati e che ne dà altri se invece non viene seguito; una sorta d’indicazioni stradali che possono rendere più sicuro il viaggio, evitando spiacevoli avventure o intoppi.
Dunque sulla montagna si trova la Spiritualità, si trova Dio (nel suo insegnamento Gesù, come altri Maestri, spiega che la si può trovare in qualsiasi luogo si vada, perché è dentro l’uomo, basta solo risvegliarla; ma l’uomo, non essendo ancora evoluto o illuminato, ha bisogno di simboli per arrivare a questa consapevolezza). Un’associazione che ha trovato attuazione negli antichi greci, che vedevano nella cima del monte Olimpo la dimora degli Dei, il luogo dove era racchiusa quella saggezza che l’uomo da sempre cerca di scoprire e che finché non la scopre la vede avvolta da nebbie o nuvole, come il fenomeno che si verifica sul monte più alto della Grecia e che ha dato il via alla nascita dei tanto famosi dei, i cui miti e leggende sono giunti fino a noi; figure cariche di potere, d’insegnamento ed evoluzione, come accade con gli Archetipi.
E’ proprio una di queste figure che si ripete nell’immaginario umano: il vecchio dalla barba bianca. Sia il dio degli ebrei, sia Zeus, capo degli dei greci sono rappresentati in tal maniera. Nell’antichità (non come adesso nella nostra cultura che viene disprezzata come una malattia o una patologia) la vecchiaia era simbolo di saggezza, quella saggezza accumulata in una vita attraverso le esperienze; un simbolo rafforzato dalla presenza della barba bianca, elemento che oltre a indicare una lunga vita, quindi accumulo di conoscenza, rappresenta anche con il suo candore la calma e la quiete interiore che si raggiunge acquisendo consapevolezza.
Immagine ben caratterizzata in La Storia Infinita di Michael Ende, descritta in maniera tale che fa sorgere dai meandri della mente una figura che da sempre si porta con sé.

La faccia dell’uomo faceva pensare alla corteccia di un albero vecchissimo, tanto era segnata dalle rughe. Aveva una lunga barba bianca e gli occhi erano così infossati in orbite scure che non si vedevano neppure. Indossava una tonaca da monaco, di colore blu, con un cappuccio che gli copriva il capo, e in mano teneva uno stilo con cui scriveva nel libro.

Con tale descrizione è facile far andare l’immaginazione a vedere Dio che scrive le Tavole della Legge per consegnarle a Mosé. In questa maniera molti si figurano un essere superiore, che nel romanzo di Ende è la memoria di Fantàsia, la mano che scrive la Storia Infinita, occhio osservatore del presente che diventa passato e che pone le basi per ciò che può essere nel futuro; perché nessuno, nemmeno un dio, ha la certezza di ciò che avverrà, ma ha solo modo di scorgere eventuali opportunità che possono divenire realtà.
E ancora una volta non è un caso che il Vecchio si trovi nelle Montagne del Destino.

Le Montagne del Destino erano il complesso montagnoso più alto e più importante di tutto il Regno di Fantàsia e la vetta più alta arrivava letteralmente al cielo.
Neppure gli alpinisti più audaci osavano inoltrarsi in questa regione di ghiacci eterni. O, per essere più esatti: in tempi di cui nessuno ormai serbava memoria, ci fu chi riuscì a scalare quelle vette, ma era passato troppo tempo perché qualcuno se ne rammentasse. Questa infatti era una delle molte e incomprensibili leggi che regnavano in Fantàsia: le vette delle Montagne del Destino potevano essere conquistate da uno scalatore, soltanto quando colui che lo aveva preceduto nell’impresa era ormai stato completamente dimenticato e quando non v’era più traccia o scritta alcuna che testimoniasse del suo passaggio. In tal modo colui che giungeva alla vetta era sempre il primo.

Un passaggio che limpidamente mostra la realtà dell’individuo, perché il percorso, la scalata che ognuno fa è unica, si è sempre i primi a farla: una strada unica perché personale, perchè ognuno deve trovare la propria e non si possono percorrere quelle intraprese da altri. E una volta raggiunta la vetta, il punto più alto, è come essere dentro a un uovo che aspetta di schiudersi per poter dare inizio a una nuova vita.

Inaspettatamente, le pareti di roccia si aprirono, consentendo allo sguardo di spaziare su un’immensa superficie di scintillante candore. Questo era il punto più alto delle Montagne del Destino che non finivano in una vetta, come la maggior parte delle altre, ma in un altopiano, vasto quanto un’intera regione. Al centro di questo spiazzo, si levava, in maniera del tutto inattesa e sorprendente, un cono d’aspetto quanto mai singolare.
Era piuttosto alto e sottile e somigliante alla Torre d’Avorio, ma di un intenso azzurro sfavillante. II cono era formato da innumerevoli punte dentellate dalle forme più bizzarre, che si levavano verso il cielo come enormi ghiaccioli capovolti. A metà circa di questo cono, poggiato su tre di queste punte di ghiaccio, si trovava un uovo, grande quanto una casa.

Il Viaggio, la Crescita e la Creazione

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In questi giorni ho concluso la quarta opera. Certo, il lavoro non è concluso: devono entrare in gioco le fasi di rilettura e revisione, ma non c’è fretta, per ora ha bisogno di riposarsi, come dopo una lunga partita. Un attimo di tregua prima di tornare a lavorare e andare a toccare i settori dove può e deve essere migliorata.
Il riposo non significa certo inattività. C’è la quinta in cantiere, che richiede una condizione particolare per essere scritta. Riletture, revisioni di altri lavori. Recensioni, articoli d’approfondimento. Sì, sul fronte scrittura non si rimane fermi, perché è un arte sempre in affinamento.
Ma si è in una fase di calma, una fase d’osservazione e interventi mirati, non si è più mossi dall’impulso di creare, una forza che scorre come un fiume che corre per raggiungere il mare. Ora è un periodo che assomiglia più al placido scorrere di un torrente montano, la cui acqua scende tra lente curve all’ombra di boschi, lambendo radici.
Due modi di lavorare differenti, certo, ma in entrambi c’è bellezza: una è focosa, l’altra è tranquilla. Una è selvaggia, l’altra più riflessiva. Ma entrambe sono Bellezza.
Mentre aspetto, osservo e rifletto.
Noto che tutte le opere realizzate sono state concluse praticamente nello stesso periodo di tempo, siano racconti o romanzi. Coincidenze? Non credo, anche se non so spiegare come questo avvenga: forse sarà l’andare verso la primavera, il simbolo del risveglio della vita, l’impulso più forte dell’esistenza, perché l’energia più grande è sempre quella che fa iniziare le cose. Forse un giorno arriverà una risposta più precisa, ma intanto è un fatto che noto accadere con regolarità.
Non è l’opera più lunga (non arriva certo a eguagliare la prima), ma è corposa; è diversa dalle altre tre, ma ha di ciascuna qualche elemento. Un’opera nata da un’idea che fin da subito sapeva come cominciare e come finire, ma che solo durante il viaggio ha mostrato il cammino che si stava percorrendo.
Sì, narrare una storia è un viaggio sia per chi scrive sia per chi legge. Un pezzo di strada che si fa insieme con i personaggi e la storia, un incontro come avviene con le persone. Certo, in apparenza le cose sono diverse, ma fino a un certo punto, perché tutto è una scoperta.
E quando si giunge alla fine del percorso ci si trova arricchiti, diversi da quando si è cominciato: si avverte un senso di soddisfazione, ma anche un poco di malinconia, perché dispiace sempre quando qualcosa di positivo finisce. E’ questo che s’avverte quando un amico s’allontana, dovendo seguire una strada diversa dalla nostra, è questo che s’avverte quando si giunge alla fine di una storia e i personaggi hanno dato tutto quello che avevano da dare: ci si sente un pò svuotati perché in ogni cosa è inevitabile che si metta una parte di sé, è come se un frammento del proprio io s’allontani e vada per una strada diversa.
Esperienza diversa, certamente, ma è come crescere un figlio: questa è la creazione di una storia. La si accudisce, la si alimenta in una continua fioritura, maturazione.
Processo mostrato magnificamente da Michael Ende nella semplicità del personaggio Donna Aiuola della Storia Infinita.
Donna Aiula incarna la Crescita, un elemento presente in qualsiasi individuo, ancora di più in un bambino che deve diventare uomo. Una tappa fondamentale quella cui Bastiano giunge arrivando alla Casa Che Muta: perché questa casa non ha solo la particolarità di cambiare forma e non essere mai la stessa (metafora della vita che è sempre un divenire), ma perché cambia anche chi vi abita, lo trasforma, come un un germoglio che diventa un fiore. E Donna Aiuola, creatura fatta di frutti che le crescono addosso e che sono donati spontaneamente e generosamente, è il nutrimento per questa crescita, come lo è il latte che la madre dà al neonato. C’è una grande felicità, soddisfazione e senso di completezza nell’accudire una vita: è nella natura dell’uomo l’impulso al crescere e al voler far crescere.
Ma l’esistenza è fatta di cicli e come ogni cosa che ha un inizio, ha anche una fine: quando un compito, un ruolo che si ha avuto, termina, si sentono le energie diminuire, ci si sente spenti, appassiti, come succede a Donna Aiuola quando ha fatto tutto quello che serviva per Bastiano e lui è pronto ad andare da solo per la sua strada, pronto a stare in piedi con le sue gambe, senza più alcun supporto. Come succede a un genitore con il figlio cresciuto e divenuto uomo indipendente. Un periodo di malinconia naturale, un periodo di pausa, di riposo prima di ricominciare una nuova vita perché tutto è trasformazione. Avviene così con la natura, con l’inverno il periodo di tregua prima che la vita torni a sbocciare e ricominciare a crescere e dare frutti; così è mostrato nei miti e nelle leggende che parlano della creazione del mondo, dove la divinità alla fine del processo ha bisogno di riposo, fermandosi a rimirare quanto ha fatto.
Tutti esempi, simbologie per mostrare e far comprendere cos’è il processo creativo.
E quanti modi esistono per viaggiare.

Centralità dell' Essere

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E’ davvero difficile nella vita raggiungere il nucleo dell’Essenza; alcuni la chiamano ricerca di Dio, della Verità, dell’Amore. Tanti parlano di questi elementi, come se fossero materia di studio, di cui bisogna aver cultura; un accumulare conoscenza che non serve per vivere.
Ed è questo un fattore da prendere in considerazione: se la conoscenza non aiuta a migliorare le condizioni di vita, l’esistenza, allora non serve a niente, serve solo alle persone ad aumentare il proprio ego, a sentirsi colti e importanti.
Un altro elemento è da prendere in considerazione, un fattore che evidenzia in modo chiaro tutte le mancanze del tempo in cui si sta vivendo: più si parla di una cosa, più quella cosa è assente nella vita di quella persona. E’ quello che avviene nella nostra epoca. Si parla tanto di Dio, di Amore, ma l’uomo ha voluto allontanarli dalla sua vita, volendo seguire simulacri falsi.
Si è perso il senso dell’esistenza; si è divenuti come burocrati, come farisei: ligi a regole schematiche che rendono tutto più complesso. Automi capaci di applicare leggi e sistemi, ma incapaci di comprendere la centralità dell’essere.
Non c’è più passione, interesse nel fare le cose, solo guadagnare più soldi o raggiungere posizioni di una certa rilevanza e prestigio. E su queste basi si scelgono e si costruiscono i rapporti con le persone: non si cerca e accetta un individuo per ciò che è, ma per quello che può dare e per come appare agli occhi del mondo, convinti che scegliendo un “buon partito” si dimostri che si è delle persone di valore; brave persone che meritano di essere stimate.
Quanto ci si appoggia e si dà peso al giudizio degli altri, quanto ci si basa sull’apparenza.
Si parla tanto di diffondere cultura, consapevolezza tra i giovani, specie d’insegnargli valori, come ad amare la lettura, ma come si può trasmettere passione a un giovane se non si possiede personalmente questa passione? Non è possibile, dato che, salvo le piccole librerie mandate avanti da amanti del libro, i libri sono visti come merce, materiale che porta guadagno e i commessi svolgono quel lavoro per avere uno stipendio, perché è un lavoro come un altro. E nelle biblioteche la cosa non è diversa: i bibliotecari sono organizzatori di disposizioni di scaffali, conoscitori di leggi, decreti e disposizioni ministeriali, magazzino di un sapere che occupa tanto spazio e che non dà nulla. Perché le leggi che devono sapere, come la politica, sono tante parole per non dire niente, togliere lo spazio a ciò che è veramente importante.
E ormai tutto sta divenendo così, ci si sta smarrendo nel Nulla. Così direbbe Michael Ende: questo ha mostrato attraverso La Storia Infinita, una favola piena di meraviglia, capace di far sognare e fantasticare, di portare in mondi nuovi, di creare mondi nuovi, di spingere verso confini sconosciuti, perché è questa la Fantasia.
Ma pochi, solo i puri di cuore, possiedono ancora questa scintilla di creazione; i più delle persone sono servi del potere, senza volontà e irriconoscibili, che inducono gli uomini a comprare cose di cui non hanno bisogno, o a odiare cose che non conoscono, o a credere cose che li rendono ubbibienti, o a dubitare di cose che li potrebbero salvare, come direbbe Mork, il feroce, spietato, ma anche saggio Lupo Mannaro. Bugie e menzogne, aggiungerebbe, manie, idee fisse, immagini d’angoscia, là dove non c’è motivo d’angoscia; idee di disperazione, là dove non c’è ragione di disperarsi; desiderio di cose che poi li fanno ammalare.
Se la gente potesse vedere cosa realmente è, che cosa farebbe? Come si comporterebbe? Che cosa succederebbe se arrivasse dinanzi alla Porta dello Specchio Magico? Una porta sia aperta sia chiusa, che non è nè di vetro nè di metallo, dove ci si vede rispecchiati, ma non come in uno specchio comune: non si vede il proprio aspetto esteriore, ma il proprio io interiore, come è in realtà. Riuscirebbe a passarla, a superare la prova come ha fatto Atreiu, oppure fuggirebbe urlando di terrore?
E’ una domanda a cui si può dare risposta solo affrontandola, ma pochi riescono ad arrivare a entrare in se stessi: i più non lo prendono nemmeno in considerazione.

Il pensiero si volse ai nuovi giunti. Le loro emozioni erano molto forti, ma non avevano Doppi; non avevano similari creati dalle energie promanate che gli aleggiavano attorno: a loro nel Mondo Spirituale corrispondeva una figura chiara e distinta. E molto potente.
Si trovava davanti degli spiriti. Non spiriti umani, perché di essi non ne esistevano, ma potenti incarnazioni di essenze astratte.
C’era lo spirito nero, il Mietitore: un’ombra indistinta che si modificava costantemente, impregnata dell’essenza mortifera e unita allo spirito oscuro della notte. E di essa, anche se impensabile per un’essenza così tagliente, aveva pure la parte sognante e incantata. Conosceva gli spiriti della morte ed erano qualcosa di freddo, distaccato, a volte feroce; ma non questo. Per quanto non dubitasse del suo essere letale, le venature grigie che solcavano il punto dove in un corpo umano ci sarebbe stato un volto, gli davano un che di malinconico, come di chi fosse costretto a fare qualcosa che non gli piaceva. La Morte Triste, poteva chiamarlo. Davvero inusuale, dato che la morte non aveva compassione.
Al suo fianco aveva visto la presenza dello spirito guardiano. Un guerriero avvolto in un’armatura lucente, un grosso scudo d’acciaio assicurato alla schiena e una spada bruciante di sacra determinazione al fianco. Attraverso la visiera dell’elmo si scorgevano due fulgide fessure, capaci di scorgere e trafiggere le intenzioni malvagie, riducendole in cenere. Una figura protettiva e minacciosa, a seconda di ciò che c’era nel cuore di chi gli stava davanti; una forza pronta a combattere senza remore in nome della giustizia.
Subito dietro al guardiano era venuto lo spirito più luminoso del gruppo, che allontanava le tenebre, ma non come lo faceva il sole: la sua era una luce costituita da raggi di conoscenza, comprensione, carità, disponibilità. Il tipo di spirito che si donava agli altri, che aiutava a crescere e a progredire. Era tra i più rari nel Mondo Spirituale: compariva solo in certi periodi. Un’apparizione che preannunciava l’avvento di cambiamenti.
In ultimo veniva il più potente, perché era lo spirito del Potere stesso. Una figura di pura energia, senza forma, come una grossa polla d’acqua che si muoveva sulla terra. Pulsava di una luce azzurra e bianca, che s’accumulava sempre di più verso l’interno, come se si stesse preparando a scatenare l’intero potenziale dell’Essenza stessa. Possedeva talmente tanta energia che poteva essere capace di distruggere un mondo. O di crearlo.
Quei quattro erano qualcosa di particolare. Sarebbe occorso del tempo per comprendere appieno la loro natura.
Poteva essere che quegli spiriti fossero sfuggiti dal mondo spirituale e si fossero legati alle anime di uomini in maniera da divenire un tutt’uno? C’erano stati dei casi simili nella storia. Alcuni tra i più spietati assassini erano tra questi: uomini a cui si erano uniti spiriti dell’omicidio. Un paio dei più grandi condottieri di tutti i tempi avevano subito l’unione con lo spirito della guerra.
Potevano essere così anche per quei quattro? Oppure la forza interiore di cui disponevano era tale da far divenire una parte di loro uno spirito? Si sarebbe trattato di un evento nuovo, unico.
Accantonò il pensiero.
Lo spirito indecisione era spuntato da dietro gli alberi, tremolante a qualche metro da lui, titubante su cosa fare.

Declino

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“Quando sulla Terra le acque si prosciugarono, la gente disse:“la fine dell’umanità è prossima”. Ciascuno allora si preoccupò della propria sorte, trascurando ogni pensiero sull’immensità dell’universo, deridendo anzi quei pochi che confidando in un futuro migliore salparono verso gli spazi immensi del cosmo alla ricerca di altri mondi. Li chiamarono avventurieri a caccia d’illusioni, fuorilegge senza scrupoli, pazzi. La nostra storia risale a tanti anni fa, al lontano 2977.
Gli abitanti della Terra, in quei tempi lontani, vivevano in un clima di prosperità; pazienti e puntuali, numerosi robot emigravano su altri pianeti per ricavarne le più svariate risorse e trasportarle sulla terra. Il governo forniva gratuitamente alla popolazione tutto il necessario e nessuno aveva più bisogno di lavorare; per prevenire agitazioni e sommosse, il governo faceva trasmettere in ogni abitazione radiazioni ipnotiche, manipolando opportunamente le onde radio televisive. Di conseguenza, quasi tutti i terrestri erano mantenuti in uno stato di serenità incosciente.”

Così, nel 1976, comincia Capitan Harlock, manga di fantascienza creato da Leiji Matsumoto, dal quale nel 1978 è stato tratto un anìme.
Questa non vuole essere una disamina sul fumetto o la serie televisiva: serve a prendere spunto per una riflessione. E cioè come l’arte (in questo caso l’animazione, in altri casi la scrittura) possa essere un modo per mostrare a strada che certe scelte possono portare. In Capitan Harlock, come si vede dall’introduzione, le persone vivono indifferenti rispetto a quello che gli sta attorno e la loro avidità ha fatto sprecare tutte le risorse del pianeta: i mari sono stati prosciugati e molti beni vengono attinti da altri pianeti, perché ormai la Terra non è più produttiva. Oltre all’avidità, vivono in un perenne stato di accidia, non hanno più stimoli e bisogni: hanno tutto pronto, non devono nemmeno lavorare perché le macchine hanno sostituito l’uomo nei lavori più comuni. Vinti dalla noia, passano l’esistenza con il solo pensiero di come vincerla.
Come ormai sempre più spesso sta accadendo nella nostra realtà. Il livello di tecnologia non è al livello di quello mostrato nell’animazione e la gente ha bisogno di lavorare per mantenersi, ma, almeno nell’occidente ricco, ha più tempo libero e spesso non sa come impiegarlo; questo, unito a un calo di stimoli e mete da raggiungere (tutto si è standardizzato, compresi i sogni e desideri) ha portato a uno stato di noia e apatia che si cerca di vincere in ogni modo possibile. Dipendenze del passato si sono rafforzate (alcool, droga, gioco), altre sono sorte (sesso, internet), il tutto per sedare, anestetizzare, il malessere presente negli animi delle persone. Nell’anìme si parla di radiazioni ipnotiche mandate attraverso il segnale televisivo; non siamo a questo punto, ma una certa tipologia di trasmissioni televisive ha un certo potere sedante, più che altro appiattente, che abbassa il livello dell’energia e della consapevolezza delle persone, conformizzandole su uno stesso piano.
Fantascienza? Forse.
Ma anche Verne e Mary Shelley ai loro tempi erano considerati dei visionari. Influenzati dalle scoperte della scienza dell’epoca, realizzarono opere che trascesero la scienza stessa, quasi fossero casi di preveggenza; si trattava invece di un livello di consapevolezza tale che gli ha permesso di vedere oltre il recinto del loro periodo. Si può dire che Verne ha “predetto” lo sbarco sulla Luna e lo scandagliare gli abissi marini con decenni di anticipo. Mary Shelley ha “predetto” i trapianti di organi: in un qualche modo il ridare la vita a ciò che è morto, il Potere che da sempre l’uomo ricerca, il creare la vita. Chi aspetta un trapianto non può forse, anche se è brutale dire così, essere considerato un morto che ancora vive, perché condannato a morire anzitempo se non riceve un organo nuovo? E il trapianto non è per lui una possibilità di vita? (certo su questo argomento ci sarebbe aprire un’altra riflessione di questione morale su come sono nati i trapianti, e gli orrori sopportati per giungervi, e le speculazioni che ci sono dietro, ma non è l’argomento che si vuole trattare ora).
Leiji Matsumoto ha previsto, come altri prima di lui d’altronde, l’influsso sedante della televisione sulle persone. Ha mostrato politici occupati solo a divertirsi e a pensare di essere eletti, senza preoccuparsi di fare politica, ovvero organizzare e far funzionare al meglio ogni ambito della società per un maggior numero di persone possibili. Questo è il liet motiv attuale e la fotografia fatta più di trent’anni fa da tale autore rispecchia perfettamente il nostro tempo.
La gente, conformizzandosi ai modelli proposti dal tempo, non si preoccupa più dei problemi, non si prende più responsabilità, occupata a non vivere e a seguire vicende sportive e talk show, provando emozioni attraverso gli altri e non in prima persona. Attori troppo belli sono gli unici eroi, cantavano gli 883 negli anni ’90, una canzone che indicava la caduta di valori e ideali.
Pochi, davvero pochi hanno il coraggio di essere sé stessi, di vivere veramente e prendersi responsabilità verso l’esistenza.
Di tutto questo è esempio anche una vicenda presente nella Storia Infinita di Michael Ende. Bastiano, il protagonista delle vicende del libro, incontra gli Acharai, esseri vermiformi che vivono nel buio per la vergogna di mostrare il loro corpo, timorosi di offendere la vista di chiunque li veda. Vivono nel tormento e nel dolore, piangendo in continuazione. Un’esistenza triste e dannata, capace tuttavia di creare con le lacrime versate costruzioni di bellezza straordinaria. Oltre a essere un simbolo che la vera bellezza non è quella che appare, ma quella capace di costruire (e che nella sofferenza si possono trovare risorse stupende), sono anche un emblema di quelle generazioni che con sudore e fatica hanno ottenuto uno stile di vita migliore, perché senza sacrifici e impegni non si ottiene nulla (l’opposto di quelle che sono venute dopo, che hanno sperperato e rovinato tutto). Arrivati a questo punto, i tempi sono pronti per il cambiamento.
Bastiano, impietosito dalla condizione degli Acharai, i Perpetui Piangenti, avendo il potere di dare realizzazione a ciò che desidera, decide di cambiare la loro sorte, di renderla migliore (la stessa intenzione delle generazioni sopra citate, che purtroppo si scoprirà essere un male, anche se mossa da buone intenzioni). Le creature s’addormentano e al risveglio sono diventati gli Uzzolini, i Sempre Ridenti: esseri con ali da tarma colorate, vestiti con straccetti a quadri, a righe, tutti di misura sbagliata, messi insieme a caso. Niente era al posto giusto e dappertutto c’erano toppe. Le faccette erano dipinte come quelle dei clown, con nasi tondi e rossi o becchi ridicoli e bocche esagerate (cito alcuni brani del libro).
Una felicità finta; perché se è vero che la sofferenza è qualcosa di duro, è altrettanto vero che è un sentimento sincero. Mentre spesso, come la società dimostra, la felicità è qualcosa d’effimero, d’illusorio. Ed è così che si vive: nell’illusione. Come gli Uzzolini, si porta una maschera che simula felicità: una maschera dietro cui ci si nasconde per non essere se stessi, per non mostrarsi come si è realmente.
Questa è la generazione sorta dopo quella che tanto si è data da fare per ottenere qualsiasi cosa, che ha tentato di dare il meglio per chi veniva dopo. Ma se non si conosce il valore del conquistare con le proprie forze, tutto è destinato a essere perso. Lo insegna la storia, dove i successori di chi ha fatto grandi conquiste non hanno saputo mantenere quanto ottenuto perché non hanno consapevolezza di cosa si deve affrontare e superare per arrivare a certi punti.
Nel grande come nel piccolo.
Così gli Uzzolini (la nuova generazione nata dalla vecchia) non solo non sono capaci di costruire nulla, ma non sanno nemmeno mantenere, anzi distruggono quanto con tanti sforzi è stato costruito; sguaiati e sciocchi, pensano solo a divertirsi, rovinando quanto toccano.
Così è il presente che si vive.