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Fantasy: un genere ancora sconosciuto.

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Nonostante tutti i mezzi d’informazione e la diffusione che si è avuta negli anni passati, ancora oggi non si ha del tutto chiaro che cosa sia il fantasy. Purtroppo vige in tanti la mentalità che sia un genere di serie b, adatto a un pubblico adolescenziale; un giudizio questo limitato e si sta ancora andando bene, perché certi danno un giudizio ancora più negativo.
Ho scritto diversi pezzi sia su Le Strade dei Mondi, sia su Fantasy Magazine su questo argomento (qui e qui due articoli dedicati a esso), ma non sono stato certo l’unico. Ma nonostante in tanti si siano impegnati a far conoscere il fantasy, tanti pregiudizi continuano a perdurare.
Per questo, il tempo dedicato alla conoscenza non è mai troppo: suggerisco la lettura dell’articolo scritto da Domenico Russo, Il genere fantastico, questo sconosciuto: oltre a proporre definizioni e storia del fantasy, dà anche una classificazione dei vari rami in cui questo genere si suddivide. Un articolo ben fatto, che dovrebbe chiarire le idee a chi ancora ha dei dubbi sul fantasy e sul fantastico.
Nel caso ci fossero però dei Tommaso che non credono a quanto scritto finché non toccano con mano, allora non resta che suggerirgli di leggere alcuni libri e mostrare che il genere non è roba solo per bambini e adolescenti.

Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien.

It e la serie della Torre Nera di Stephen King.La Torre Nera, la famosa serie di Stephen King: ottimo esempio di opera fantasy e non solo

La storia infinita di Michael Ende.

1Q84 di Haruki Murakami (qui e qui per saperne di più).

La fattoria degli animali di George Orwell.

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach.

Io sono leggenda di Richard Matheson.

La casa del tempo sospeso di Mariam Petrosjan.

Di letture valide per capire quanto sono validi e di spessore il fantasy e il fantastico ce ne sono tante altre, ma per cominciare i libri sopra riportati vanno più che bene.

Potere: che cos'è?

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He-Man e il potere di GrayskullPotere: che cos’è? Una domanda che tanti si son posti, una cosa che tanti vogliono.
“Io ho il potere” esclamava il principe Adam quando si trasformava in He-Man nel cartone animato che è andato in voga negli anni ’80 (si potrebbe fare una dissertazione sul fatto che Adam sta a indicare Adamo, il primo uomo, l’uomo com’è all’inizio, e che con l’uso della spada di Grayskull, altro archetipo molto forte, diventa “Lui, l’Uomo”, ma lasciamo al cartone animato il suo scopo d’intrattenimento e divertimento), ma il potere, nella vita reale è qualcosa di meno visibile, ma che comunque ha grande influenza e lo si trova a tanti livelli differenti, nel grande come nel piccolo.

 

 Si finisce sempre a meditare sull’essenza del potere. Io sono inna­morato di Beverly Marsh, che esercita un potere su di me. Lei ama Bill Denbrough e perciò lui ha potere su di lei. Ma, ho l’impressio­ne che Bill stia incominciando a innamorarsi di Beverly. Forse è sta­to per il suo viso, per l’espressione che ha fatto quando ha detto che non poteva farci niente se è femmina. Forse è stato per averle vi­sto un seno per un attimo. Forse è solo come appare certe volte, quando la luce è quella giusta, o per i suoi occhi. Non fa niente. Ma se lui comincia a innamorarsi di lei, allora lei comincia ad avere po­tere su di lui. Superman ha potere, se non c’è della kriptonite nelle vicinanze. Batman ha potere, anche se non sa volare o vedere attra­verso i muri. Mia madre ha potere su di me e il suo principale, giù alla fabbrica, ha potere su di lei. Tutti ne hanno… eccetto forse i bambini piccoli e i neonati.
Poi pensò che anche i bambini piccoli e i neonati avevano un po­tere: potevano strillare fino a costringerti a far qualcosa per farli smettere. (1)

 

Stephen King è molto bravo nel mostrare una forma del potere, ma come dice poco più avanti del brano citato, il potere è multiforme, come la cosa che i Perdenti stanno affrontando.

 

…il potere è collettivo. L’individuo ha potere fintanto che cessa di essere un individuo. Conosci lo slogan del Partito: “La Libertà è Schiavitù”. Hai mai pensato che se ne possono invertire i termini? La schiavitù è libertà. Da solo, libero, l’essere umano è sempre sconfitto. Deve essere per forza così, perché l’essere umano è destinato a morire, e la morte è la più grande delle sconfitte. Se però riesce a compiere un atto di sottomissione totale ed esplicita, se riesce a uscire dal proprio io, se riesce a fondersi col Partito in modo da essere lui il Partito, diviene onnipotente e immortale. La seconda cosa che devi capire è che il potere è il potere sugli esseri umani: sul corpo, ma soprattutto sulla mente. Il potere sulla materia, o realtà esterna che dir si voglia, non è importante. E comunque, il controllo che abbiamo sulla materia è già assoluto. (2)

«Il vero potere, il potere per il quale dobbiamo lottare notte e giorno, non è il potere sulle cose, ma quello sugli uomini.» Si interruppe, e per un attimo riprese quell’aria da maestro che interroga uno scolaro promettente: « Winston, come fa un uomo a eser­citare il potere su un altro uomo?».
Winston rifletté. «Facendolo soffrire» rispose.
«Bravo, facendolo soffrire. Non è sufficiente che ci obbedi­sca. Se non soffre, come facciamo a essere certi che non ob­bedisca alla nostra volontà ma alla sua? Potere vuol dire in­fliggere dolore e umiliazione. Potere vuol dire ridurre la mente altrui in pezzi che poi rimetteremo insieme nella forma che più ci parrà opportuna.
(3)

 

George Orwell in 1984 dà del potere una visione molto più brutale, distopica e totalitaria. Anche J.R.R.Tolkien ne dà identica rappresentazione, seppur in modo diverso, in Il Signore degli Anelli con l’Unico Anello, mostrando come il potere corrompe, logorando e distruggendo l’individuo che cerca di possederlo. Ad analoga conclusione giunge Steven Erikson nella sua saga Il Libro Malazan dei Caduti; in Venti di Morte, settimo romanzo della serie, anzi, va oltre questo concetto quando asserisce che alla fine il potere distrugge sempre se stesso.

 

Lettore si portò con passo deciso a fianco di Sanjuro.
«Che cos’è il Potere?» domandò senza preamboli.
«Forza. Pura e semplice forza.»
«Questo l’avevo già capito.» Lettore trattenne la sua impazienza. «Ma che cos’è esattamente? Da dove viene? Perché non tutti l’hanno?»
«Troppe domande tutte in una volta» lo ammonì Sanjuro. «Riprendiamo dall’inizio. Il Potere è forza. Ma non la forza dei muscoli o delle macchine; non è nemmeno la forza che viene da quella che tu chiami magia, con formule, pozioni, incantesimi. È una forza che nasce da una dimensione che è dentro di te, uno spazio di cui spesso ignori l’esistenza e che pertanto non puoi conoscere.»
Lettore s’imbronciò. «Una dimensione? Dentro di me?»
Sanjuro continuò a guardare davanti a sé. «È come un pozzo che fa da collegamento a un immenso lago che sta sotto terra: ti permette d’attingere all’acqua che contiene.»
Lettore continuò a essere pensieroso. «Che cos’è quell’acqua?»
«È l’essenza di tutte le cose. L’energia che fa soffiare il vento, crescere le piante, battere i nostri cuori, ci fa muovere e alimenta il Potere.»
«Allora perché non tutti usano il Potere? Da quello che dici, tutti dovrebbero usarlo.»
Sanjuro assentì. «Perché non tutti sono consapevoli della vita che possiedono: sanno che senza di essa non esisterebbero, ma tutto quello che riescono a concepire è che essa gli permette di muoversi, respirare, pensare. Nient’altro. Non riescono ad andare oltre questo limite: è come se chiudessero quasi del tutto il pozzo, lasciando solo un buco per far passare quel poco da bere per non morire di sete.»
«Non capisco…»
«Neanche loro» costatò Sanjuro. «Ritengono che la vita sia qualcosa di limitato e per questo la usano con parsimonia, per timore di consumarla.»
«Vuol dire che non ci sono limiti?»
«Dipende fin dove uno è disposto a spingersi. E quanto la paura è capace di frenarlo.»
«Paura?»
«È sempre una questione di paura quello che riusciamo o non riusciamo a fare.»
«Perché si ha paura di farsi del male?»
Il passo di Sanjuro rallentò. «Sì, alle volte è la paura di farsi male a frenare. O di fare del male agli altri. Essa va di pari passo con quanto uno è disposto a sopportare del prezzo che si deve pagare.» Per la prima volta l’uomo si voltò a guardarlo. «Sì» prevenne la domanda del bambino. «C’è sempre un prezzo da pagare quando si vuole ottenere qualcosa.»

Questo è quanto ho voluto mostrare in L’Ultimo Demone, altro romanzo appartenente a I Tempi della Caduta, su che cos’è il potere: una visione magari meno legata alla realtà rispetto a quella di King, più “elevata”, che affonda di più le radici nel fantastico, ma che comunque rappresenta una realtà: il potere è forza. Chi ha potere può imporre il proprio volere sugli altri, condizionarli, fargli fare quello che vuole: è quello che fanno politici, governanti, imprenditori sulle cosiddette persone comuni che stanno sotto di loro. Ma questo potere è una falsa forza, perché non è una forza che proviene da se stessi, ma è un potere che viene concesso, perché sono le persone comuni che permettono a certi individui di avere influenza nella propria esistenza. Come dice saggiamente Gesù a Pilato “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Giovanni, 19,11): una frase su cui occorrerebbe riflettere attentamente, perché renderebbe le persone più libere e il mondo un luogo migliore.

 

  1. IT. Stephen King. Sperling&Kupfer Economica 2009. Pag. 957.
  2. 1984. George Orwell. Oscar Mondadori 2011. pag. 271-272
  3. 1984. George Orwell. Oscar Mondadori 2011. pag. 273-274

 

La Conquista dello Scettro - Libro Primo delle Cronache di Thomas Covenant l'Incredulo

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Thomas Covenant è divenuto una persona di successo grazie alla pubblicazione di un libro e dinanzi a sé gli si prospetta una brillante carriera. È felicemente sposato con Joan e insieme hanno un figlio. La sua è una vita felice, dove tutto sembra filare liscio, ma come tutte le cose, ha una fine. Una fine che si presenta con un segnale all’apparenza insignificante, ma che stravolgerà la sua esistenza: le sue dita nello scrivere appaiono incerte, gli fanno commettere errori; polsi e caviglie cominciano a dolergli, sente un gelo in esse. E alla radice del mignolo compare una macchia rossastra. Con la moglie e il figlio lontani perché si possa concentrare sul suo secondo romanzo da scrivere, Thomas Covenant ignora i segnali; quando Joan ritorna, accorgendosi del suo stato di salute, lo fa ricoverare in ospedale. Lì due dita della mano gli sono amputate perché andate in cancrena, ma ancora più dura è la diagnosi della malattia che ci sta dietro: la lebbra.
Thomas Covenant è un lebbroso. Sembra incredibile che una malattia del genere esista ancora in un mondo evoluto come il nostro, eppure è così. E nonostante si dica che la razza umana si sia evoluta e civilizzata, i pregiudizi e gli atteggiamenti delle persone versi i lebbrosi non sono cambiati. Thomas Covenant viene abbandonato dalla moglie (che gli porta lontano anche il figlio perché non lo contagi), viene isolato dalla comunità che lo considera una vergogna, qualcuno da evitare, come se quello che gli è successo sia colpa sua. Le persone gli fanno vivere la sua già difficile condizione come una colpa, come se la sua malattia sia la conseguenza dei suoi peccati. Covenant viene sempre più isolato, spinto sempre più ai margini della comunità, desiderando che sparisca. Senza quasi più contatti umani, Thomas è costretto per sopravvivere a imporsi una ferrea disciplina, costretto a continui controlli sul suo fisico (EVE) per verificare che non ci siano tagli e graffi che portino a infezioni, cosa di cui altrimenti non si accorgerebbe, dato che la lebbra distrugge i nervi, rendendolo insensibile e impotente.
Una vita distrutta, senza speranza, fino a quando non avviene l’incontro con un vecchio mendicante, con il quale ha una strana conversazione; poco dopo un’auto della polizia lo investe. Al suo riprendere i sensi Thomas Covenant si ritrova in una caverna, alla presenza di Droll Scavaroccia e del Sire Immondo, convocato dal potere dello Scettro nella Landa. Catapultato in un’altra dimensione, si ritrova con il compito di portare un messaggio al Consiglio dei Signori: quello di fermare Droll e riconquistare lo Scettro per ritardare la fine del mondo.

La Conquista dello Scettro - Stephen R. DonaldsonQuesto è quanto succede nei primi capitoli di La Conquista dello Scettro, Libro Primo delle Cronache di Thomas Covenant l’Incredulo, scritto da Stephen R. Donaldson. Il romanzo appare come la solita lotta tra il bene e il male, con un gruppo di persone che parte in una cerca per riprendere un potente artefatto e salvare il mondo, un po’ come succede con Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien (la compagnia dell’Anello che parte per Mordor per distruggere l’Anello e impedire così che la Terra di Mezzo cada sotto i colpi di Sauron): anche qui c’è un signore oscuro che vuole portare rovina, c’è un anello dal grande potere, c’è un consiglio per decidere cosa fare, c’è l’impresa eroica. Ma nonostante le somiglianze, La Conquista dello Scettro è qualcosa di diverso. L’anello che porta Thomas Covenant (la fede nuziale) possiede il potere dell’Oro Bianco, ma è una magia primordiale che nessuno sa usare, a differenza di quanto visto con l’anello di Sauron dove ben si conoscevano gli effetti. Thomas Covenant viene visto come la reincarnazione di Berek Mezzamano (fondatore della dinastia dei Signori) per via della sua menomazione alla mano e pertanto un grande eroe, un salvatore, ma lui rinnega questo ruolo, anzi, rinnega che la Landa e i suoi abitanti siano reali, li considera un sogno.
È su questo che gioca Donaldson: lasciare il lettore con il dubbio se la Landa sia effettivamente un mondo reale oppure una proiezione inconscia di Covenant mentre è privo di sensi dopo l’incidente. Quindi il Signore Immondo che contamina e rovina la Landa può essere la lebbra che distrugge il corpo di Covenant; l’anello di Oro Bianco il simbolo di un legame matrimoniale che Thomas non riesce più a comprendere; la violenza fatta alla giovane Lena è lo sfogo che non è riuscito ad avere e di quello che avrebbe voluto fare alla moglie Joan per averlo abbandonato e lasciato solo nel momento di maggior bisogno; i Ranyhyn, i grandi, liberi cavalli delle Pianure di Ra, sono il regalo di riconciliazione che manda a Lena/Joan per espiare la propria colpa.
La Conquista dello Scettro può avere una doppia chiave di lettura, come avviene con Il Labirinto del Fauno: la storia è davvero reale oppure è tutto frutto della mente del protagonista? Se lo si vede sotto questo punto di vista, il romanzo assume uno spessore diverso rispetto all’uomo che dalla Terra si ritrova catapultato in un mondo medioevale/fantastico con il compito di salvatore. La Conquista dello Scettro, scritto nel 1978, è un fantasy cupo, per adulti, con un protagonista che non solo non è un eroe, ma neppure un antieroe, quanto piuttosto un individuo che non crede in quello che vede, che non crede neppure in se stesso e cerca di trovare risposta all’incubo che è divenuta la sua vita. È difficile provare simpatia ed empatia per Thomas Covenant: all’inizio la sua condizione, le sue vicende fanno riflettere, danno adito all’introspezione e alla comprensione, ma la violenza commessa sulla giovane Lena lo allontana dal lettore. Covenant, che nella Landa ritrova la sensibilità ai nervi, viene travolto dalle sensazioni perdute, dalla tensione cui è sottoposto e perde il controllo; questo però non giustifica affatto quanto commesso e lo stesso Covenant non si perdonerà mai per il proprio gesto (è arduo parteggiare per personaggi del genere, a qualunque autore e mondo appartengono, anche se c’è chi in rete critica l’opera di Donaldson per questa scena, mentre apprezza se tale gesto viene narrato da altri scrittori, a esempio George R.R. Martin, dove simili violenze sono molto più presenti).
Un fantasy cupo come già detto, ma la Landa, il Signore Mhoram, il gigante Salcuore Seguischiuma, Bannor e tutte le altre Guardie del Sangue, il Giuramento di Pace, la Magia del Legno e delle Rocce, sono qualcosa di epico: Donaldson sa creare con la Landa un mondo affascinante, anche se non complesso come quello Malazan (in un’intervista, Steven Erikson ha dichiarato che è stato ispirato dalle opere di Donaldson: R: Do you have any favourite authors? Other than Gardner? S: Well, Glen Cook definitely… He was a huge inspiration for me. Stephen Donaldson was probably the biggest because I came to it in my late teens, early twenties… the Chronicles of Thomas Covenant, and suddenly it was as if, with that series, fantasy had grown up. It was no longer straddling YA sort of approach to the genre. With Donaldson, it really grew up. So those two definitely were huge inspirations for me). Una serie, quella delle Cronache di Thomas Covenant l’Incredulo, adatta a chi ricerca una lettura matura e introspettiva e che in Italia è stata sottovalutata e poco conosciuta (come già successo ad altri autori come Guy Gavriel Kay).

Saghe fantasy famose

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Anomander Rake, uno dei protagonisti di Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson, una delle saghe fantasy più conosciuteIl fantasy negli anni scorsi ha avuto il suo periodo di maggior diffusione, questo grazie al grande successo dei film di Peter Jackson su Il Signore degli Anelli: come conseguenza, molte nuove opere di tale genere hanno visto la luce sugli scaffali delle librerie, dato che le case editrici hanno voluto sfruttare il mercato che si è andato creando. Sembrava che per il fantasy ci fosse una ribalta in Italia, ma questo non è avvenuto a causa di mancanza di conoscenza, preparazione e organizzazione: il genere non è stato conosciuto a dovere da chi pubblicava, realizzando prevalentemente opere che si adattavano alla moda ma che non davano qualità, e così si è persa l’occasione di dare risalto a un genere spesso sottovalutato e che è ritornato a essere di nicchia. Certo, alcune opere hanno avuto dopo quel periodo una buona diffusione lo stesso (ma si tratta sempre di autori stranieri), come la saga di Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski e Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin (che aveva però già un suo seguito e un buon numero di vendite in Italia), questo grazie al successo dei videogiochi dedicati al primo e della serie televisiva dedicata al secondo. Tutto questo non sorprende: già alla fine degli anni Novanta, i romanzi basati sui mondi di D&D (es. Forgotten Realms) avevano avuto il loro periodo di gloria grazie ai videogiochi creati dalla Black Isle (la serie Baldur’s Gate, per citarne una).
Come si può vedere, la maggior diffusione di certe opere fantasy è data al successo che hanno avuto in altri settori. Di certo questo aiuta (si veda il grande risalto avuto dalla saga di Harry Potter di J.K. Rowling grazie ai film), ma non significa che senza di esso un’opera non possa trovare grandi consensi: basta pensare alla serie di Shannara di Terry Brooks,  a La Ruota del Tempo di Robert Jordan (conclusa alla sua morte da Brandon Sanderson) e a Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson.

Questa è l’introduzione dell’articolo che ho scritto e pubblicato su Letture Fantastiche, nel quale analizzo brevemente i punti di forza e quelli deboli di alcune delle saghe fantasy più famose: Shannara di Terry Brooks, Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski, La Ruota del Tempo di Robert Jordan, Harry Potter di J.K. Rowling, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson, La Torre Nera di Stephen King.

Lo Hobbit - La trilogia cinematografica

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Lo HobbitLo Hobbit è un romanzo realizzato da J.R.R.Tolkien che pone le basi per quella che sarà la storia di Il Signore degli Anelli, ma Peter Jackson, per questioni di business, l’ha fatta divenire una trilogia cinematografica, cercando di ricalcare le orme del successo del suo lavoro precedente sulla Terra di Mezzo. Un’impresa destinata in partenza a non poter eguagliare quanto già fatto, perché le basi sono differenti: Lo Hobbit non può reggere il confronto con Il Signore degli Anelli, anzi non può nemmeno essere confrontato, perché sostanzialmente è una storia per bambini, mentre il SdA è qualcosa di molto più ampio, epico, profondo, strutturato e soprattutto ha tematiche che vanno oltre il semplice racconto. In Il Signore degli Anelli c’è l’amore per la natura, la critica contro la guerra, il potere e l’industrializzazione; attraverso di esso si avverte l’esperienza di Tolkien fatta durante la Prima Guerra Mondiale, dove forte è il sentore di morte e perdita di amici. Questo romanzo è pieno di simbologia, di personaggi; soprattutto, è ricco di storia.
Lo Hobbit, per come è strutturato, non ha tutti questi elementi. Presenta vicende gradevoli, ci sono creature dei miti e delle leggende come troll e draghi, un tesoro da ritrovare, lotte per riconquistare il proprio onore e anche una critica contro l’ossessione per la ricchezza che fa perdere se stessi, ma questo non basta: il materiale a disposizione è insufficiente per realizzare tre film. Per questo Jackson ha voluto immettere alcuni elementi presi da altre opere da Tolkien (vedasi l’ispirarsi alla storia di Beren e Luthien di Il Silmarillion) e altri invece li ha creati di sana pianta, cercando così di creare un collegamento con la trilogia di Il Signore degli Anelli che non sia solo il ritrovamento dell’Unico Anello da parte di Bilbo (in Lo Hobbit non c’è nessun accenno del ritorno di Sauron, figurarsi uno scontro con le sue forze da parte dei tre stregoni e dei signori degli elfi).
Nel complesso, se non si fa il confronto con Il Signore degli Anelli e non si ricerca la fedeltà al romanzo, Lo Hobbit risulta essere qualcosa di gradevole, sicuramente ben realizzato e curato nei dettagli, riproponendo il modo di lavorare dei primi film con l’aggiunta del 3d. Interessanti la storia e il personaggio di Beorn, molto ben realizzato e caratterizzato il drago Smaug, bella la fotografia. Tuttavia si avverte che ci sono delle forzature (anche per chi conosce poco il mondo di Tolkien), che vicende e personaggi sono stati immessi a forza per attirare e compiacere una certa fetta di pubblico (la presenza di Legolas è una, ma anche la creazione dell’elfa Tauriel, che assieme al nano Kili vuole proporre la storia di Beren e Luthien): alla lunga questo stanca e fa quasi annoiare, perché non c’è mordente. Lo Hobbit aveva materiale sufficiente per un solo film (magari di tre ore), già con due si rischiava di tirarla per le lunghe: con tre è stato troppo e di questa scelta ne risente particolarmente il terzo film. Se con Un viaggio inaspettato e La desolazione di Smaug si riuscivano a trovare ancora elementi che mantenevano vivo l’interesse, con La battaglia delle cinque armate si arriva ad annoiarsi, oltre a storcere alle volte anche il naso: troppi combattimenti, dove sembra (grazie anche al design delle armature dei nani) di essere in uno scontro di World of Warcraft o War Hammer, facendo perdere il fascino appartenente alla Terra di Mezzo (l’arrivo delle aquile venute in soccorso delle armate di elfi e nani contro gli orchi, con tanto di Beorn che, portato da loro, si getta dall’alto sul nemico, sa tanto di arrivano i marines).
Per chi ha avuto modo di visionare la versione estesa in dvd o bluray, con tutti gli speciali annessi, qualcosa in più viene aggiunto, ma anche se appartenente alla Terra di Mezzo, il mondo di Lo Hobbit non presenta gli stessi approfondimenti sulla storia realizzata da Tolkien visti nella trilogia cinematografica dedicata a Il Signore degli Anelli.
Nel complesso si può definire questo secondo lavoro di Jackson sulla Terra di Mezzo sufficiente, che svolge il suo ruolo d’intrattenimento, ma la voglia d’emulare il successo precedentemente avuto con Il Signore degli Anelli ha fatto perdere parecchi punti, che se ci si fosse “accontentati” di fare un unico buon film, si sarebbe ottenuto un risultato più che soddisfacente, se non ottimo.

Magia, tra figure storiche e immaginate - 1

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Fin dalla preistoria, la magia è stata un elemento presente nella storia dell’uomo. Rituali, incantesimi, segni, sigilli, rune, tomi oscuri, trattati arcani: tutte cose volte a conferire agli esseri umani potere per avere controllo sulle forze della natura, sulla propria vita e su quella altrui, di ergersi sopra la propria condizione.
Credenze che non hanno riscontri nella realtà, ma che tuttavia nel presente come nel passato tanti vi hanno dato importanza: nelle corti ci sono sempre state figure avvolte da aure di mistero, quasi magiche, che si riteneva potessero controllare energie soprannaturali, creando miti, leggende che non hanno fatto altro che conferirgli potere e fascino. L’uomo, nonostante la scienza e la logica abbiano dimostrato quanto tali elementi non fossero autentici, li ha sempre ricercati, ha sempre creduto in essi, seguendo e affidandosi a figure, libri, che riteneva potessero guidarlo verso poteri misteriosi, provenienti da dimensioni dove vigevano leggi differenti da quelle del mondo conosciuto. Proprio la parola “occulto”, così spesso associata alla magia, significa ciò che è nascosto, che non si vede, e l’ignoto ha sempre esercitato un forte magnetismo in chiunque, fin dall’antichità.
Le prime figure “magiche” incontrate nella storia dell’uomo risalgono alle società neolitiche e sono quelle degli sciamani, individui presenti presso le tribù con la capacità di diagnosticare e curare (ma anche causare, se di animo malvagio) le malattie grazie al rapporto che avevano con la natura e gli spiriti che lo popolano; tali personaggi sono esistiti per secoli e hanno continuato a esistere anche con lo svilupparsi di società più strutturate (vedasi i nativi americani) e che tuttora esistono in luoghi lontani dalla cosiddetta società civile occidentale. Lo sciamano è un ruolo che non è per tutti, cui può accedervi solo chi ha subito un evento fortemente traumatico che l’ha messo a confronto con la morte, permettendogli di prendere contatto con il mondo degli spiriti e di essere così guardiano della zona di confine che separa la sfera della vita da quella della morte: solo sopravvivendo a un’esperienza del genere riesce a creare quel legame che gli permette di acquisire capacità tali da avere una considerazione e una posizione privilegiata presso la sua gente, cui essa si rivolge per avere consiglio, aiuto e protezione.
Sebbene questa figura sopravviva ancora, con lo svilupparsi di società più numerose e organizzate da leggi più complesse, con il tempo è stata sostituita da quella dei sacerdoti, aventi associazioni più grandi e articolate, dove i favori, i portenti, sono elargiti dalle divinità, con il sacerdote che fa da tramite tra loro e i mortali. Come gli sciamani, i sacerdoti avevano molta considerazione e un gran rispetto presso il popolo, oltre che un gran potere anche a livello temporale, come dimostrato a esempio società mesopotamiche ed egizie; due società che hanno fortemente condizionato quelle a seguire con il loro sapere e le loro credenze esoteriche.
Di tutte le religioni del mondo antico (non per niente si affacciava sullo stesso bacino mediterraneo), la più incline alla magia fu quella greca, grazie anche a una conformazione del territorio che spingeva l’immaginazione a vedere i suoi luoghi come posti carichi di mistero. Monti remoti avvolti dalle nubi quali l’Olimpo, grotte, bocche vulcaniche, erano teatri perfetti per creature divine, mostri, eroi, maghe, come Medusa che pietrificava con il solo sguardo, Achille reso invulnerabile (tranne che un punto, il famoso tallone) dalle acque del fiume Stige, dei che trasformavano gli uomini in animali. Soprattutto certi luoghi divennero famosi per il sorgere di tempi dedicati agli Oracoli, figure capaci di condizionare anche la politica di uno stato e le decisioni dei re, dato che avevano la capacità di predire il futuro in molti modi (visioni indotte da vapori, sogni) senza dover entrare in contatto con il Regno dei Morti (l’Ade) e i defunti; i sacerdoti avevano gran considerazione, siccome erano loro a dover interpretare le parole e le profezie pronunciate dall’Oracolo.
Solo dopo le guerre persiane nel mondo greco comparve quella che viene chiamata stregoneria: evocazione di demoni, uso di filtri e pozioni per conquistare l’amore o avere la meglio sui nemici o protezione contro di essi. La maga Circe che mutava gli uomini in porci, Medea capace di grandi portenti e malefici, sono alcune delle figure più famose di chi usava la magia; senza contare Orfeo, la cui musica era artefice di prodigi quali farsi ubbidire da chiunque, animali, mostri (vedi Cariddi nell’impresa degli Argonauti) e divinità (Ade, quando scese nel Regno dei Morti per riportare Euridice nel mondo dei vivi). A loro vanno aggiunte figure famose realmente esistite come Pitagora e Apollonio di Tiana, dove le leggende gli conferiscono poteri magici quali l’essere presente nello stesso momento in più punti, richiamare animali e farsi obbedire da loro, guarire, fare profezie. Individui il cui sapere si riteneva nascesse dai contatti con l’oriente. Per tale sapere e credenze, nel caso di Apollonio, ci fu l’osteggiamento dei cristiani, che lo consideravano un operatore di malefici, vedendolo come un nemico (gli venivano attribuiti molti miracoli affini a quelli che i Vangeli attribuiscono a Gesù Cristo, come afferma il biografo Flavio Filostrato) e non prendendo in considerazione che anche lui predicava l’immortalità dell’anima, che la morte non poteva vincere sulla vita, dato che nulla mai moriva, ma cambiava solo sembianze, messaggi molto simili a quelli di Gesù. Da ricordare il suo professare che l’universo è un essere vivente, che ogni cosa che vi appartenga ha una coscienza e che insegnava il sistema alchemico dei quattro elementi (terra, fuoco, aria e acqua), convinto che ce ne fosse un quinto, etere o prana o spirito (se ci si fa caso, questi sono i Cinque Poteri, gli stessi elementi con cui le Aes Sedai intessono i loro flussi quando incanalano l’Unico Potere nella saga di La Ruota del Tempo creata da Robert Jordan).
I viaggi di Apollonio, dove apprese così tante cose, sono avvolti da leggenda, tant’è che attorno a essi si sono creati studi anche a secoli di distanza. Secondo essi aveva raggiunto Shambhala, un regno dove si custodisce e si cura l’anima dell’umanità, dove risiedono adepti di ogni razza e cultura all’interno di una valle riparata dai gelidi venti artici, con un clima sempre temperato e la natura fiorisce rigogliosa. Un luogo cui molti hanno cercato di dare una locazione, spesso indicato nel Tibet, che non è mai stato però trovato, ma che tuttavia ha ispirato scrittori come Andrew Tomas, Victoria Le Page e James Hilton (in Orizzonte Perduto, romanzo del 1933, lo scrittore descrive un luogo simile dandogli nome Shangri-La).
Non solo scrittori si sono lasciati affascinare da persone del genere, ma anche potenti come Nerone, come dà testimonianza Plinio il Vecchio, asserendo che l’imperatore nutriva per la magia una gran passione e per la quale volle avvalersi degli insegnamenti del re armeno Tiridate, famoso mago del periodo in cui la guida di Roma visse.

Merlino interpreteato da Nicol Williamson nel fil Excalibur di John BoormanTuttavia, la figura del mago per antonomasia, nonostante le premesse finora viste, raggiunge il suo culmine solo secoli dopo, incarnandosi in quello che sarà l’archetipo da tutti riconosciuto: Merlino. Individuo conosciuto per il famoso ciclo arturiano, viene citato per la prima volta in Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1136 ca), le cui vicende vengono fatte risalire al V secolo, prima come consigliere di Vortigern, poi di Uther Pendragon. Merlino ebbe un ruolo importante sul regno di quest’ultimo e della sua discendenza, dato che grazie alle sue arti magiche permise a Pendragon di unirsi con Ygraine e dare così vita ad Artù. Solo in seguito con autori quali Thomas Malory, il mito arturiano si arricchì dei famosi racconti della spada nella roccia e dei cavalieri della Tavola Rotonda.
Secondo alcuni, come Nikolaj Tolstoj, Merlino è ispirato all’ultimo dei druidi (sacerdoti delle antiche regioni celtiche di Britannia, Irlanda e Gallia, la cui esistenza è documentata dal III sec. A.C. da saghe irlandesi e testi romani, specie di Giulio Cesare), secondo altri invece era derivata da un bardo gallese del VI sec. d.C. di nome Myrddin, nome cambiato in seguito appunto in quello ben conosciuto. Nome che però secondo la storica Norma Lorre Goodrich era più che altro un appellativo riferito alla sua natura acuta, scrutatrice e rapace, dato che il merlin è un tipo di falco; i lettori della saga di Earthsea di Ursula Le Guin potranno vedere delle analogie tra Merlino/falco e Ged conosciuto anche come Sparviero, vedendo in questo una possibile fonte d’ispirazione avuta dalla scrittrice americana.
Ian McKellen interpreta Gandalf in Il Signore degli Anelli e Lo HobbitMa Merlino non ha ispirato solo questa saga, ne è un esempio un altro famoso mago, Gandalf, creato da J.R.R.Tolkien, gran conoscitore delle leggende nordiche e celtiche, usandole per dare vita alla Terra di Mezzo; entrambi i personaggi sono andati a creare l’immagine classica, l’archetipo che tutt’oggi si conosce. Danirl Radcliffe interprete Harry Potter nella famosa saga di  J.K.RowlingUn archetipo che è stata arricchito da poco da un altro personaggio, quello di Harry Potter creato da J.K.Rowling, scrittrice inglese che consolida la visione secondo la quale l’essere mago è un talento innato, che non può essere acquisito in nessun modo, distinguendolo così dalle persone comuni. E mantenendo la tradizione dell’immaginario, i maghi per gli incantesimi usano bacchette magiche, hanno proprie scuole con torri e ordini, dove imparare a usare i poteri di cui dispongono e che affondano le loro radici in qualcosa che non è di questo mondo dai libri.
Tutto ciò a differenziarsi dalle streghe, che non hanno bisogno né di maestri (maghi e stregoni hanno sempre scuole) né di gerarchie ufficiali che, per mantenere il controllo sull’utilizzo delle forze invisibili, diano regole e investiture precise ai loro adepti. Strega (femmina o maschio che sia) è chi impara da sé, chi cerca e trova, non smette mai di trovare, sul confine tra Aldiqua e Aldilà. In molte lingue per indicare le streghe si usano parole che letteralmente significano «le sapienti», persone libere e coraggiose, indifferenti a paure superstiziose, ai tabù, con mentalità pratiche. (1) Di fronte a tale descrizione, di nuovo vengono in mente le Aes Sedai di Robert Jordan, etichettate dalla gente comune in senso dispregiativo come le streghe di Tar Valon, ma anche la Strega del Crepuscolo del mondo di Landover di Terry Brooks, ottimo esempio di creatura a ridosso del confine tra Mondo Fatato e mondo materiale che ha appreso da sola l’uso della magia.

1 – Libro degli angeli, pag 93. Igor Sibaldi. Frassinelli 2007

Fonti su cui ci si è basati per realizzare l’articolo (apparso sul numero 9 di Effemme):

  • Storia dei maghi. Alan Baker. I edizione Oscar Mondadori 2005
  • Manuale di storia delle religioni. G.Filoramo, M.Massenzio, M.Raveri, P.Scarpi. Mondadori 1998
  • Dizionario universale dei miti e delle leggende. Anthony Mercatante. Mondadori 2002

La religione e come si possono trasmettere i suoi insegnamenti

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Il SilmarillionQuando si pensa alla religione vengono alla mente dogmi, rituali, cerimoniali, preghiere; ma soprattutto si pensa a qualcosa di pesante e di difficile comprensione.
Tale mentalità in buona parte è dovuta all’individuo che non è interessato a essa, che non si sforza di conoscere, di scoprire, di andare oltre ciò che conosce e quanto può toccare con mano. In una società materialista come la nostra che incentra tutta l’esistenza sul guadagno e sul consumismo, la ricerca d’interiorità, di valori che si elevino e si distacchino dai  soldi e quanto possono comprare, è un elemento che ha scarsa considerazione, quando non è cacciato in un angolo come una cosa inutile.
Tuttavia c’è da costatare che tale mentalità è in parte causata anche dalle istituzioni che, volendo rimanere legate alla tradizione, a regole e dogmi secolari, non hanno saputo rinnovarsi e trovare il modo di comunicare adatto a trasmettere gli insegnamenti di cui sono depositarie. Questo, associato a chiusura, all’arrogarsi il diritto di essere nel giusto, di non saper ascoltare e ritenersi al di sopra delle persone, ha contribuito a tenere distanti le persone (salvo quelle che volevano qualcuno che le guidasse, cui appoggiarsi, anche se questo voleva dire limitare la propria libertà e voglia di ricerca) dalla religione.
Le istituzioni religiose con il loro modo di fare non si sono rese conto di aver fatto divenire spesso la religione qualcosa di sbagliato, travisandone il significato per il come è stata trasmessa. Sembra superfluo sottolinearlo, ma va ricordato che le istituzioni, di qualsiasi genere, sono formate da uomini e tutto, come sempre, si riconduce all’individuo, al livello di comprensione e intelligenza che riesce a raggiungere: l’essere umano è fallibile, anche se mosso da buone intenzioni, a causa dell’ignoranza, fatto che in ambito religioso ha trovato dimostrazione nella traduzione dei libri sacri, dove spesso il significato dei testi è risultato impreciso, se non quando distorto.
Si potrebbe dissertare a lungo su questi punti, ma la questione principale è un’altra: che cos’è la religione?
Semplicemente è un insegnamento sull’esistenza, un modo per trasmettere consapevolezza e permettere così all’uomo di evolvere e vivere meglio. E lo fa attraverso l’uso di simboli e di testi che possono essere visti come racconti, miti, volendo anche fiabe.
Certo una simile affermazione fa storcere il naso a molto membri del clero, dato che i testi sacri vengono considerati realtà che non possono essere mischiate con quelle che sono ritenute fantasie adatte a bambini e persone semplici. Un modo di pensare e fare come già detto limitante, che fa perdere occasioni perché da tutto c’è da imparare e che soprattutto dovrebbe comprendere che le vie dell’apprendimento sono infinite e non limitate solamente ad ambienti ecclesiastici: una cosa può essere mostrata in tanti modi e così essere più efficace nel raggiungere il maggior numero di persone. Questo è ciò che è importante, ma che spesso viene dimenticato perché fossilizzati sull’idea che esista un unico modo per insegnare, dando la priorità all’apparenza invece di quanto si cela dietro di essa.
DeadHouse Gates1Il modo d’insegnare dimostra la sua importanza perché è grazie a esso che si può avere l’interesse o il disinteresse delle persone e così ottenere un risultato oppure un altro.
Facciamo degli esempi.
La Bibbia è una lettura densa e significativa, ma può non avere un grande appeal dato che è stato usato un modo di scrivere risalente a secoli fa che non invoglia a proseguire, come invece succede quando si ha a che fare con un buon romanzo: benché ricca di simboli, la nascita del creato non suscita un interesse eclatante per come è normalmente conosciuta. Più interessante è invece leggere il tema della creazione proposto da J.R.R.Tolkien in Il Silmarillion: molti sono i riferimenti alla religione cristiana e con il racconto della creazione che ricorda molto la Genesi, con la differenza che viene usato uno stile più affascinante, più adatto al tempo in cui si vive.
Sempre in ambito letterario, molto toccante e di maggior impatto rispetto al brano originale da cui trae ispirazione è la scena della morte di Coltaine in La Dimora Fantasma (Deadhouse Gates)di Steven Erikson, che ripropone in tutto e per tutto il triplice rinnegamento di Pietro, il lavarsi le mani di Pilato e la crocefissione di Gesù.
MarvelPremiere1Riferimenti evangelici e biblici sono fortemente presenti anche nei fumetti dedicati ad Adam Warlock, personaggio del mondo Marvel: inizialmente conosciuto come Lui, fu creato da Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni) e comparve la prima volta in The Fantastic Four (Vol.1) n. 66 (settembre 1967), mentre è in Marvel Premiere n. 1,2 (aprile 1972), opera di Roy Thomas (testi) e Gil Kane (disegni) che si dà il via a uno spazio dedicatogli interamente; una serie durata otto numeri (agosto 1972 – ottobre 1973), che vede la sua conclusione in Incredibile Hulk con la trilogia di racconti scritti da Gerry Conway (n.176-178 giugno-agosto 1974).
Il primo ciclo dedicato a Warlock mostra un Alto Evoluzionario (assunto a livello divino dopo essere morto nel combattere le creature da lui create e sfuggite al suo controllo) che, viaggiando nello spazio all’interno di una struttura avveniristica camuffata da asteroide, decide di dare vita a una nuova Terra priva di tutti quegli errori e orrori che tanto hanno caratterizzato il suo pianeta natale, negando alla nuova razza umana l’istinto violento della vecchia, causa di un inferno dove avrebbe dovuto esserci un paradiso. E così, da un frammento del vecchio pianeta, grazie alla scienza e alla tecnologia a disposizione, ne fa nascere uno nuovo: qui si ripete la Genesi che già si conosce, un sogno che trova realizzazione. Un sogno che viene inquinato quando, a causa di un momento di stanchezza e distrazione dell’Alto Evoluzionario, l’Uomo Bestia (sua vecchia creazione e incarnazione del male), interviene a immettere la violenza nel nuovo mondo battezzato Contro Terra (viene ripreso il concetto del filosofo greco Pitagora che ipotizzava di un pianeta posto dall’altra parte del Sole sulla stessa orbita della Terra).
In questa parte della storia è chiaro il riferimento a Paradiso Perduto di Milton: è forte il concetto di perfezione della creazione rovinata dall’invidia di una creatura che si sente tradita e messa da parte come fatto dallo scrittore inglese. Come forte è il riferimento al passo della Bibbia dove Abramo supplica Dio di risparmiare Sodoma e Gomorra quando Warlock si oppone all’Alto Evoluzionario dal distruggere la nuova creazione perché crede fermamente che ci siano qualità nell’uomo per le quali merita d’essere salvato, quali l’orgoglio e una scintilla di divinità (riferimento al passo evangelico “io ho detto: voi siete dei” e al fatto che Gesù insegnava che tutti gli uomini sono Figli di Dio, portatori del gene del Divino).
Tutti i volumi sono permeati di simbolismo (con i servi dell’Uomo Bestia, incarnazione di Lucifero, che rappresentano sentimenti come la menzogna e l’aggressività), ma lanciano anche messaggi forti quali a esempio che la massa è fortemente influenzabile da chi ha abbastanza carisma, che si lascia irretire senza usare la propria testa per capire come stanno realmente le cose (affidandosi totalmente a chi sceglie come guida) e che la vera forza del male sta nell’inganno, nella manipolazione e nel cercare di avere controllo e influenza nelle figure che governano, perché esse hanno i mezzi migliori per mettere in atto i propri scopi (viene in mente a esempio il film The Omen che tratta il tema analogo del demonio che cerca di arrivare al governo degli Stati Uniti).
Una lotta contro le forze del male che appare titanica e non solo per la forza del nemico, ma perché si deve combattere contro un intero sistema, contro una mentalità violenta e ignorante profondamente radicata nell’uomo, arrivando fino alle estreme conseguenze, come proposto nelle tavole che concludono il primo ciclo di Warlock, dove Adam ripercorre lo stesso percorso di Cristo con un’ultima cena passata assieme ad amici e seguaci, il dileggio pubblico, il lavarsi le mani dell’autorità, la morte che ricorda la crocifissione, la deposizione all’interno di una grotta che funge da sepolcro, fino alla gloriosa resurrezione che porta alla sconfitta del male. Un male che va riconosciuto come parte dell’essere umano e al quale bisogna opporvisi per far sì che l’Uomo Bestia non torni a rivivere.

Come si è visto, se non si è chiusi di mente, ci sono tanti modi per trasmettere insegnamenti, che possono essere più efficaci di quelli tradizionali e lasciare un segno, evitando così che quanto c’è di valore vada perduto. Non è meglio ascoltare un concetto, un principio, attraverso una storia con eroi e supereroi sentendosi coinvolti in essa, piuttosto che seguire una lezione classica di tipo scolastico che può risultare passiva e noiosa?

Romanzi fantasy realizzati in Italia

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Il periodo di crisi colpisce ogni settore e l’editoria non ne è certo esentata. Le case editrici sono in difficoltà, stanno chiudendo o hanno chiuso; quelle che rimangono investono certamente meno e il fantasy non fa certo eccezione, specialmente per quanto riguarda la ricerca di nuove figure in ambito nazionale.
La causa di tutto ciò è solo dovuta alla crisi oppure c’è dell’altro?
La questione porta a riflettere e a fare un’analisi di quanto prodotto per poter esprimere delle opinioni sulle quali discutere.
La crisi ha portato sicuramente a un minor numero di vendite (con meno soldi a disposizione, la gente si concentra sul necessario e i libri, per quanto possono essere interessanti, non sono una necessità primaria) e di conseguenza a investimenti minori, soprattutto per quanto riguarda gli autori italiani; ma le cause di tale scelta sono anche altre e dipendono dal fatto che il periodo di boom del genere (che ha portato a una sua maggiore diffusione rispetto al passato) è stato un fuoco di paglia, che non solo non ha gettato le basi per un solido sviluppo e consolidamento del fantasy, ma ha bruciato la fetta di mercato che si era creato. A differenza dell’estero, dove si ottengono buoni risultati.
Che cos’è che crea questo divario? La grandezza delle case editrici? Il metodo di lavoro? La qualità di quanto producono gli scrittori? Perché il fantasy scritto in Italia ne esce male dal confronto con quello estero?
Prima però di addentrarsi nelle varie cause, occorre fare una doverosa precisazione: il fantasy non ha nazionalità, è di tutti e non appartiene a nessuno. Non esiste quello italiano, francese, inglese, tedesco, ma quello realizzato da autori di nazionalità differenti.
In Italia ci sono autori validi, ma si contano sulle dita delle mani di un uomo; i restanti dimostrano un livello mediamente basso: storie che ricalcano i cliché della moda del momento, propinando libri che sono cibo in scatola per gatti.
Questa scelta ha mostrato in breve tutti i suoi limiti; è logico che romanzi del genere possano essere solo comete, con un’esistenza della durata di una stagione, che non lasciano il segno. Segno inteso in senso positivo, perché in senso negativo invece c’è stato: a causa di essi il mercato è stato bruciato.
Com’è stato possibile tutto questo? E com’è invece che ci sono stati autori le cui opere sono rimaste e continuano a essere lette anche dopo la loro morte?
J.R.R.TolkienSi prenda uno degli esempi più famosi: J.R.R.Tolkien.
Lo scrittore inglese si è sempre lamentato e rammaricato che il suo paese non avesse una gran tradizione mitologica, al punto che ha voluto crearne una con la realizzazione del mondo in cui si svolge il suo romanzo più famoso, Il Signore degli Anelli. È partito dal principio, dalla creazione del mondo, dalla sua geografia, dandogli una storia millenaria, arrivando addirittura a creare le lingue delle varie razze. La sua professione certo l’ha aiutato (insegnante di lingua e letteratura anglosassone e inglese), ma si è dato da fare per ricercare e documentarsi delle favole e dei miti che possedevano altri paesi, una passione ereditata dalla madre.
Quello che ha conferito così tanta forza alla sua opera è stato il modo in cui è riuscito a riportare e far rivivere le sue esperienze di vita. L’amore per la moglie mostrato attraverso Beren e Luthien. Gli orrori delle battaglie, la perdita di compagni che tanto l’avevano segnato avendo partecipato alla Prima Guerra Mondiale. La consapevolezza di quanto la tecnologia e l’industrializzazione potessero essere dannose per la natura, come la distruggessero.
Tutte cose che la maturità raggiunta in una vita gli ha permesso di elaborarle e metabolizzarle e immetterle in un libro, facendole divenire così universali, comprensibili e vicine a chiunque.
Tutto ciò invece manca in molti dei libri prodotti dall’editoria italiana: si è di fronte a mancanza di conoscenza e mancanza di esperienza di vita. Di nuovo, si dà quello che si ha: in questo, parecchi degli autori italiani sono mancanti e il risultato si vede.
Il fantasy è più che mera commercialità, anche se va considerato che pure all’estero si ha la convinzione che il fantasy sia un sottogenere della letteratura, come ha denunciato Steven Erikson, autore di un fantasy adulto e maturo qual è la saga La Caduta di Malazan; una mentalità da questo punto di vista sbagliata, ma che nonostante ciò dimostra come ci sia da parte degli autori e degli editori una preparazione, un’attenzione che in Italia si è ancora ben lontani dall’avere.
Tutto questo è solo la punta di un iceberg di un modo di fare sbagliato che ha portato solo perdita in Italia, che ha radici molto più profonde, basti pensare al livello culturale e di conoscenza della sua popolazione (per farsene un’idea leggere questo pezzo). Per approfondire la questione, in questo articolo su FM ne parlo in maniera più ampia.

Di spade

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Le spade sono un elemento che è stato ben presente nella vita dell’uomo, sia nella realtà, sia nelle storie inventate.
Sono state oggetti ornamentali, fautori di violenza e morte. Sono state anche molto più di un’arma.
Per il loro essere lucenti, nell’antichità venivano usate come specchi. Non per niente un passo della Bibbia si riferisce proprio a questo: “il bagliore della spada che gira su se stessa” (Genesi 3,24) è appunto riferito a qualcosa che riflette, proprio come uno specchio. In questo caso naturalmente va inteso come un simbolo di un limite da superare.
Anche in altre culture la spada è qualcosa di più di un mezzo per difendersi o attaccare, specie per i samurai: nel periodo Tokugawa si diffuse l’idea che l’anima di un samurai risiedesse nella katana che portava con sé, a seguito dell’influenza dello Zen sul bujutsu. Senza contare che il possedere tali spade era simbolo di riconoscimento della casta di cui facevano parte.
Famoso simbolo di riconoscimento nell’immaginario collettivo umano è soprattutto la spada nella roccia (che alcuni associano a Excalibur, mentre altri le reputano due armi differenti), che avrebbe permesso di riconoscere chi sarebbe stato capace d’essere guida per il popolo e governarlo: è grazie a essa che si riconosce in Artù l’essere re del proprio paese.
Ma Excalibur non è la sola spada a essere usata come simbolo di riconoscimento. Anche Robert Jordan in La Ruota del Tempo ha fatto la stessa cosa con Callandor, la spada fatta di cristallo, la spada che non è una spada anche se può essere usata come tale, pur essendo molto di più: essa è un potente ter’angreal (residuo dell’Epoca Leggendaria che usa l’Unico Potere) che può essere liberata dal luogo dove è custodita solo dal Drago Rinato. Questo è uno dei segni che mostra il ritorno del Drago, perché solo lui è in grado di farla uscire dalla Roccia (in questo caso è la fortezza dove è stato custodito l’oggetto).
Ma di spade che sono più di una spada, la letteratura fantasy è ricca. Terry Brooks con la spada di Shannara crea un oggetto capace di mostrare la verità, di abbattere le illusioni e le menzogne (l’arma fu creata proprio per sconfiggere il druido rinnegato Brona, divenuto il Signore degli Inganni, dato che l’unica cosa in grado di sconfiggerlo era la verità su se stesso che tanto aveva cercato di non vedere). A parte Il Primo Re di Shannara dove l’arma viene creata, sia in La Spada di Shannara, sia nel ciclo degli Eredi, l’arma è custodita in un blocco di roccia; anche in questa storia, solo gli appartenenti a una determinata linea di sangue potranno usarla.
Oltre a queste si possono citare Tempestosa della saga di Elric creata da Michael Moorcock e Sanguinotte di Il Conciliatore di Brandon Sanderson, che benché non diano riconoscimenti o vengano estratte dalla roccia, sono molto più di un’arma: sono qualcosa di vivo e senziente, oltre che potente e pericoloso. Non va dimenticata Dragnipur, la gigantesca spada di Anomander Rake nella saga Malazan di Steven Erikson, contenente la Porta dell’Oscurità e capace di rinchiudere al proprio interno l’anima di chi uccideva.
Per non parlare della Spada Nera creata da Margaret Weis e Tracy Hickman nel ciclo Darksword capace d’annullare qualsiasi magia. O di Narsil, la spada che andò in frantumi tagliando il dito di Sauron cui era infilato l’Unico Anello nella famosa Terra di Mezzo creata da J.R.R.Tolkien. O Durlindana, la spada di Orlando, il paladino di Carlo Magno, narrata nella Chanson de Roland. O la gigantesca Ammazzadraghi di Gatsu nel manga Berserk di Kentaro Miura. O Gramr, la spada che Sigfrido usò per uccidere il drago Fáfnir (in I Nibelunghi è chiamata Balmung, mentre nella tetralogia L’anello del Nibelungo è chiamata Nothung).
Quale che sia il contesto in cui essa sia presente, racconto o fatto storico, una realtà è innegabile: chiunque, almeno una volta nella vita ha sognato di impugnarne una.