Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

L'Ultimo Potere

Strade Nascoste

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Inferno e Paradiso (racconto)

Non Siete Intoccabili (romanzo)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

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L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

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Il magazzino dei mondi 2

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Scelte d'autore

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Ogni autore, quando realizza un libro, fa delle scelte: quale stile utilizzare, quale storia raccontare, quali personaggi usare e come mostrarli. Qualcuno potrebbe obiettare che, a parte lo stile, l’autore non è poi così libero di scrivere e di ideare, come ha voluto mostrare Stephen King nella serie della Torre Nera, rivelando che lo scrittore è un semplice osservatore che riporta le vicende di mondi su cui apre una finestra e guarda. Queste sono realtà che ogni autore deve scoprire da solo: ognuno ha una propria verità da trovare e lo può fare solo scrivendo.
Quale che sia lo stato delle cose, ogni scrittore, una volta prese le sue decisioni, non può che aspettare il risultato delle sue scelte, che dipende dal giudizio dei lettori. Una premessa va fatta prima di andare avanti e che ogni scrittore dovrebbe avere chiara fin da subito: non si può piacere a tutti e non tutti possono essere accontentati. Chi vorrebbe che la storia andasse in un certo modo, chi vorrebbe un finale diverso, chi vorrebbe che un personaggio avesse avuto un altro ruolo o avesse avuto maggiore spazio: sono davvero tanti gli elementi che andrebbero cambiati se si ascoltasse tutti, al punto che alla fine si rimarrebbe bloccati.
Quello che un autore dovrebbe fare è andare avanti per la sua strada, ascoltando i suggerimenti che gli permettono di migliorare il suo lavoro, ma restando fedele alla propria idea se crede in essa.
Quando ho scritto L’Ultimo Potere sapevo come iniziare, come avanzare e come finire; sapevo che tipo di storia volevo raccontare. Ma sapevo anche che non volevo raccontare solo una storia d’azione, non volevo mostrare solo la rovina di un mondo: volevo creare un testo che rendesse il lettore consapevole di alcuni aspetti dell’essere umano. I vizi e le virtù sono alcuni degli elementi che ho trattato, ma non sono stati certo gli unici.
Niente di strano in questo, si potrebbe far notare. La scelta strana è che con L’Ultimo Potere ho voluto creare un’opera che unisse narrativa e saggista: visto che mi piacciono entrambe, ho deciso di usarle nello stesso lavoro. L’obiezione che si può fare è che o si utilizza l’una o si utilizza l’altra, ma visto che a me piace sia l’azione, sia l’introspezione, sia la riflessione, averle in un’unica opera è qualcosa che ho ritenuto apprezzabile. Sono consapevole che è stato un rischio agire in questa maniera, che non a tutti può piacere vedere mischiati i due elementi (certi dialoghi non sono degli “spiegoni” come si usa dire tra gli addetti ai lavori, ma sono il modo in cui ho immesso la parte saggistica), ma questa è stata la mia scelta d’autore.

Estremismi e follia

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I fatti di Macerata sono noti non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Già è stato grave il fatto che una ragazza sia stata uccisa e fatta a pezzi, ancora di più che una persona non legata alla vittima abbia deciso di farsi giustizia sparando su persone di colore che nulla avevano a che fare con la sua morte, ma che dovevano pagare solamente per avere la pelle dello stesso colore di chi è colpevole di un atto criminale.
Se possibile la situazione si aggrava ulteriormente con tanti attestati di stima e solidarietà all’uomo che ha sparato, cui sono seguiti inneggiamenti al duce, al fascismo e alla morte di chi è di colore, ma anche dei comunisti e di chi non è di destra. Chiari esempi di estremismi che stanno prendendo sempre più piede.
Che l’Italia sia nel caos lo si sa da tempo, come si sa che da tempo il fascismo sta sempre più prendendo piede, ma che ci siano forze politiche che speculano sull’immigrazione, che facciano leva su questo clima d’odio per ottenere voti e spingano sugli estremismi, fa preoccupare non poco. Perché è così che nascono cose come il nazismo: la storia ha insegnato che i tedeschi di allora prima colpirono gli ebrei, poi altre etnie, zingari, avversari politici, persone con handicap.
Qua, purtroppo, si teme che non andrà diversamente. Adesso gli africani, poi toccherà a sudamericani, orientali, chi non è della stessa appartenenza politica, disoccupati, anziani, handicappati.
La storia si ripeterà. E pare proprio che si voglia che si ripeta, dato che si lascia fare. Ci si domanda che fine ha fatto il reato di apologia di fascismo. Ci si domanda perché si permetta tranquillamente sui social di fare dei fotomontaggi dove si decapitano persone che politicamente la pensano diversamente. Ci si domanda perché un estremista di destra che ha sparato su persone innocenti venga difeso dando la colpa dell’accaduto agli immigrati perché sono in Italia.
Ci si pone molte domande, ma non si è meravigliati di quello che sta accadendo perché si sapeva che si sarebbe arrivati a questo punto. Era qualcosa di già scritto. I segnali erano chiari e vedendoli si poteva evitare di arrivare a questo punto; sono stati visti e si è voluto continuare lo stesso, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Studiando la storia ci si sarebbe accorti che di copioni simili ce n’erano già stati tanti, anche recenti, come fascismo e nazismo hanno insegnato con la Seconda Guerra Mondiale e tutto il periodo precedente che ha fatto giungere a essa.
Non è stato un caso, e non è stata certo fantasia, quando ho scritto di certi argomenti in L’Ultimo Potere: il contesto può essere differente, ma il copione è lo stesso. Chi ha letto il romanzo sa cosa è seguito dopo: si vuole fare la stessa fine?

Shangri-La

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Shangri-LaShangri-La è una graphic novel di Mathieu Bablet del 2016 appartenente al genere distopico/fantascientifico. La Terra è divenuta un luogo inabitabile in seguito alla Grande Catastrofe del XXI secolo; di questa catastrofe si sa poco: c’è chi pensa che sia la guerra che ha portato il divieto di praticare le religioni, e c’è chi crede che sia il disastro avvenuto quando la siccità ha impedito il raffreddamento delle centrali nucleari. Quale che sia la realtà, ciò che resta dell’umanità vive in un grande satellite artificiale che gravita attorno al pianeta, obbedendo ai dettami della Tianzhu Enterprises, una multinazionale che impartisce ordini e direttive che devono essere eseguiti senza pensare né protestare. Molta della popolazione accetta lo status quo passivamente, credendo che avere un posto di lavoro con il quale comprare i prodotti della multinazionale sia il massimo della vita; una vita tranquilla, sicura, dove tutto è stabilito e controllato; ma c’è chi non accetta una vita del genere, avendo chiaro che la Tianzhu nasconde qualcosa e mente su molte cose, essendo riuscita a plagiare la mente delle persone con un consumismo sfrenato.
All’inizio Scott, il protagonista della storia, è tra le persone che ritengono che il sistema di Tianzhu sia giusto, ma lentamente comincia ad aprire gli occhi quando la multinazionale non gli vuole rilevare informazioni sulle anomalie su cui sta indagando: in varie Tianzhu Atomic Research stanno avvenendo esplosioni sferiche prive di tracce di combustione. Sfere fantasma al posto dei laboratori dove si facevano esperimenti sulla materia, portate avanti dal gruppo di ricerca “L’ambizione del secolo”, che vuole creare dal nulla la vita, proprio come avvenne alle origini della creazione dell’universo: gli scienziati di tale gruppo vogliono creare attraverso l’uso dell’antimateria l’Homo Stellaris, una nuova specie umana che andrà a vivere nelle pianure di Shangri-La, una zona di Titano, il più grande satellite di Saturno, che da 300 anni viene terraformato (macchine gigantesche sono state mandate per rendere il luogo vivibile, rendendo l’aria respirabile, facendo comparire l’acqua e poi permettendo la proliferazione di flora e fauna). Nonostante la pericolosità, Tianzhu lascia fare gli scienziati perché è ricattabile: infatti questi ultimi sanno che da tempo la Terra è di nuovo abitabile e la multinazionale lo tiene celato per poter controllare meglio l’umanità.
Uno scienziato di L'ambizione del secoloDi fronte a questa realtà, Scott e i suoi amici decidono di unirsi alla resistenza guidata da Mister Sunshine per saperne di più su quello che sta succedendo e cercare di cambiare le cose. Quello che scopriranno su ciò che vuole fare la resistenza e come agisce Tianzu non li soddisferanno per nulla.
Le vicende prendono una piega sempre più brutale quando la verità viene rivelata: la violenza dilaga in tutto il satellite, portando caos e distruzione. Il gruppo di ricerca “L’ambizione del secolo” riesce nel suo intento, creando dal nulla una nuova razza umana e mandandola su Titano: dopo essersi sbarazzato di Dio, ora l’uomo è riuscito a divenire lui stesso Dio. Creando la vita dal nulla si sente sopra di tutto e di tutti, il massimo cui può giungere l’umanità.
Ma il suo più grande successo risulta essere anche la sua stessa rovina. Scott e il fratello cercano di fermare la reazione instabile dell’antimateria. Una parte degli abitanti della stazione riesce a raggiungere la Terra, ma la loro è una felicità di breve durata. Per i protagonisti e la vecchia razza umana non c’è un lieto fine: le loro scelte li hanno portati a una fine inevitabile. Per l’homo stellaris invece si tratta di un inizio, senza essere controllato da nessuno, con la speranza che gli errori di chi li ha preceduti non si ripetano.

Shangri-La (che si rifà al luogo immaginario descritto nel romanzo Orizzonte perduto di James Hilton del 1933, un Eden materiale e spirituale in cui l’occupazione degli abitanti è quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell’evoluzione della conoscenza interiore della scienza e nella produzione di opere d’arte) è un’opera lucida che, anche se ambientata in un futuro distante secoli, denuncia la società del presente: è impossibile non accorgersi della forte critica che Mathieu Bablet lancia contro il sistema attuale.
Le multinazionali che con i sistemi creati da loro vogliono controllare la massa attraverso la mentalità del consumo.
La verità celata e l’attenzione distolta attraverso lo spettacolo, i social e l’illusione che il parere della gente conti qualcosa.
Il bisogno creato a tavolino che spinge le persone ad avere sempre le ultime novità e a seguire le mode decise dai media.
L’insensibilità degli uomini di non chiedersi come i prodotti sono realizzati, disposti a tutto pur di averli, anche se essi sono ottenuti con la sofferenza altrui; molto potenti sono le immagini che mostrano come sono sfruttati gli animoidi (l’uomo con la sperimentazione ha dato la parola agli animali): intubati, senza la possibilità di muoversi, menomati, sono costretti a lavorare in piccoli box all’interno di enormi fabbriche di montaggio per realizzare i tanto ambiti TZ-phone. Impossibile non vedere in questo il riferimento alle condizioni di lavoro cui sono costretti coloro che lavorano nella produzione degli I-phone, trattati come delle bestie.
Robot di Shangri-LaCome è impossibile non accorgersi della denuncia di come il corpo della donna viene usato nella pubblicità per influenzare la mente delle persone all’acquisto (emblematica l’immagine che pubblicizza il TZ-phone, con una donna completamente nuda messa a novanta gradi con la scritta “Approfittate” messa in diagonale a poca distanza dal suo di dietro in un chiaro atto di penetrazione).
Per non parlare dell’odio e delle ingiustizie perpetrate verso le minoranze e i diversi da parte di chi si considera superiore (in questo caso gli umani che angustiano, denigrano e pestano gli animoidi, come succede nella nostra storia, basti pensare a quello che hanno fatto fascismo e nazismo).
Contenuti e storia non mancano di certo in Shangri-La: si è di fronte a un’opera matura, dal potente impatto, molto cruda e amara, e non potrebbe essere diversamente vista la realtà che mostra, ovvero di un’umanità chiusa in se stessa, persa dietro il superfluo e il banale (l’accumulo materiale, la mania di fare selfie e condividere tutto quello che fa e pensa).
Mathieu Bablet dimostra non solo di sapersi destreggiare bene nella sceneggiatura, ma di sapersela cavare altrettanto bene nell’uso dei colori e nei disegni: grande cura è data ai mezzi, agli interni della stazione, ai mezzi tecnologici e agli esterni, sia nello spazio, sia sui vari pianeti. L’unica cosa che non a tutti può piacere è la scelta stilistica usata per i volti umani, che li raffigura un po’ troppo piatti.
Shangri-La è una lettura consigliata, soprattutto a coloro che non si rendono di come stanno vivendo e di cosa fa e dove sta andando la società attuale.

Andrà tutto bene

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Ferma sulla collina, Katrin fissava la città. Sulla pianura sembrava uno stretto imbuto, ma lei non ci fece caso, la sua attenzione rapita dall’intreccio dei palazzi, lunghe sagome affilate che facevano apparire la città un immenso campo di lance. Un campo inquietante, sulla cui sommità incombeva una densa foschia giallognola alimentata dalle colonne di fumo che nascevano dalle zone centrali.
Erano soprattutto le rovine d’acciaio e cemento della periferia, simili a lame smussate e dentellate, a renderla restia ad avanzare. Stava per tornare sui suoi passi, ma un gorgoglio dello stomaco le ricordò che da due giorni non mangiava. Alzò lo sguardo di nuovo sulle colonne giallo/grigie che salivano al cielo.
“Dove c’è fumo, c’è fuoco” pensò. “E se c’è fuoco, ci sono anche esseri umani, che sicuramente hanno del cibo con sé.”
Si fece coraggio e riprese il cammino.
Dopo un paio d’ore raggiunse i primi edifici della periferia, casermoni sventrati o collassati su se stessi. Tenendosi lontana da loro, proseguì lungo la strada principale per un pezzo, ma quando cominciò a trovare tracce di animali, piegò alla sua sinistra, percorrendo strade più strette e invase dai cadaveri di auto arrugginite.
Spaurita e disorientata, avanzò in mezzo a palazzi che sembravano volersi chiudere su di lei. Presto iniziò a sentire versi che non aveva mai udito; aggredita dalla loro durezza, fu presa dal panico, cominciando a svoltare a destra e a sinistra come un animale in fuga. Saltò sul marciapiede quando un forte sbuffo risuonò vicino a lei.
Fissò per alcuni secondi la nuvoletta di gas che si levava dal tombino; poi, disgustata dall’odore, tornò a camminare sulla strada.
Gli umori acuti e penetranti dei peti dei tombini la circondarono, invadendole le narici e impregnando gli abiti e la pelle con la loro malsana emanazione. In pochi istanti si sentì sporca, provando l’impellente bisogno di lavarsi.
“Questo è troppo.” Ritornò sui suoi passi, decisa a lasciare quel letamaio. Quando raggiunse l’incrocio, si rese conto di non sapere quale direzione prendere per tornare alle colline.
“Mi sono persa.” Il panico crebbe ancora di più.
Con uno sforzo cercò di calmarsi.
Andrà tutto bene, te lo prometto.
Si ripeté la frase che le diceva suo padre quando doveva affrontare qualcosa che le faceva paura.
“Se solo fosse qui con me. Se solo lo avessi fermato quando è partito con mio fratello alla ricerca di cibo. Perché non ho dato retta al mio istinto?” Ma già conosceva la risposta: perché aveva avuto paura, perché voleva sentirsi dire da suo padre quelle parole.
Andrà tutto bene, te lo prometto.
Si costrinse a calmarsi. Con lo sguardo al cielo, usò le volute di fumo come punti di riferimento, come se fosse un marinaio che seguiva le stelle.
Continuando a schivare i vapori sulfurei che uscivano dai fori dell’asfalto, finì in quartieri sempre più sporchi, dove le pareti dei palazzi degradavano in colorazioni che passavano dal grigio al marrone al nero e tutto sapeva di fumo.
Le strade si mutarono presto in budelli tortuosi, dove ogni buco era stato trasformato in fortificazione: istrici di spranghe e lamiere, rafforzate da auto ribaltate e mobili d’appartamenti depredati. Volti sporchi di cui s’intravedevano solo gli occhi la scrutavano dalle fessure delle barricate.
Cominciò a sentire un vociare soffuso, che presto si fece più vicino, accompagnato dal sottofondo di metallo che veniva divelto e di corpi che cozzavano contro i muri. Rallentò il passo.
Quando raggiunse l’incrocio, vide alla sua destra quello che era stato un negozio bruciare con furia, soffiandole contro una densa fumana nera che sapeva di carbone e plastica fusa.
Si allontanò da quel luogo, continuando a seguire il vociare. Vide di nuovo il fumo giallo/grigio che aveva scorto dalla collina salire da dietro un basso caseggiato. Dimentica di ogni timore, si affrettò a raggiungerlo.
Superato l’angolo dell’edificio, si bloccò.
Il fumo non apparteneva a falò da campo, dove il cibo era cotto: era l’esalazione di roghi d’esseri viventi che venivano gettati all’interno di profondi crateri e lasciati bruciare fino a che non ne rimaneva che ossa.
La sua mente si chiuse dinanzi al quadro d’orrore che aveva davanti.
Prese a correre all’impazzata, dimentica di tutto, se non che doveva allontanarsi il più possibile da quell’inferno. Poi, quando le forze scemarono, con i polmoni e le gambe in fiamme, dovette rallentare; continuò solo per disperazione, non aveva le energie nemmeno per alzare lo sguardo dall’asfalto.
Si sentì afferrare per un braccio, costretta a muoversi in fretta. Per un pezzo si lasciò guidare, ma poi la mente cominciò a schiarirsi. Lentamente si voltò verso chi la teneva: si vide riflessa nelle lenti scure di una maschera di gomma gialla.
L’uomo grugnì qualcosa che non riuscì a comprendere.
Katrin strabuzzò gli occhi, guardandosi attorno.
Un altro uomo con una maschera identica spuntò da dietro un palazzo e si diresse verso di loro; alle sue spalle saliva al cielo un’altra colonna di fumo giallo/grigio.
Lo vide avvicinarsi e solo allora si accorse che aveva quattro gambe.
“Questi non sono uomini…”
Riuscì a divincolarsi, ma si girò troppo in fretta e cadde a terra. Le due creature l’afferrarono per le gambe, trascinandola verso il fumo.
Camminando sgraziatamente a gambe aperte, i due esseri avanzarono a testa bassa, strattonandola senza pietà.
Katrin tentò di afferrarsi a qualsiasi appiglio trovasse lungo il marciapiede.
«Aiuto!» urlò disperata mentre veniva trascinata.
Stizziti, i due intensificarono gli sforzi, sballottandola di qua e di là con più violenza.
«Aiuto!» continuò a strillare Katrin, dimenandosi con tutte le forze.
Il fumo si avvicinava sempre di più.
«Aiutatemi!» I muscoli si tesero sul collo sottile e denutrito, scavando una fossetta sopra lo sterno mentre cercava di liberarsi. «Per favore, che qualcuno mi aiuti!» Katrin s’inarcò cercando d’avvinghiarsi attorno a un palo di metallo. «Io non voglio morire!»
Katrin lanciò uno sguardo verso il vicolo scuro alla sua destra prima di perdere la presa sul palo e tornare a essere trascinata verso la sua fine.
Improvvisamente le sue gambe furono libere.
Sentì un cozzo.
Si voltò appena in tempo per vedere un uomo afferrare le maschere delle due creature e strapparle dalle teste adunche. Le facce cadaveriche si contorsero come carta che bruciava, la pelle raggrinzì e si riempì di vesciche in pochi istanti. Un gemito strozzato uscì dalle bocche prive di denti, come di chi non riusciva a respirare. Una serie di spasmi violenti e i due giacquero immobili a terra, il volto che si liquefaceva in una poltiglia biancastra.
«Cosa stai aspettando? In piedi, sei libera!» si sentì intimare. «Forza! Potrebbero arrivarne altri!»
La prospettiva di una nuova cattura le diede la scossa di tornare a muoversi.
Seguì l’uomo che la precedeva a passo spedito.

Sdraiata sul letto della casa nella quale si erano rifugiati, Katrin guardava la nebbia che vorticava fuori dalla finestra e ripensava alle parole di Guerriero, l’uomo che l’aveva salvata.
Alle volte c’è qualcosa di strano in quel grigio: non è una nebbia normale. È viva: sembra un gigante che respira, che non riesci a vedere, ma che è vicino a te. Quando c’è, la realtà cambia. È come se si aprissero delle porte, delle finestre che si affacciano su altri mondi, facendo arrivare il loro alito sulla Terra. Un sospiro capace di mutare la realtà. Le persone spariscono in mezzo a essa.
All’interno dei palazzi erano al sicuro, le aveva detto, dato che la nebbia non passava oltre ciò che era chiuso.
“Ma sarà davvero così?” pensò con un tremito. “Era meglio se fossi rimasta sulle colline, a patire la fame, piuttosto che finire in questo inferno.” Si raggomitolò su se stessa, come se questo potesse proteggerla da un mondo dove tutto era ostile.
Andrà tutto bene, te lo prometto.
“Non ne sono sicura, papà.” Si strinse con forza le braccia al petto. “Non ne sono per niente sicura.”

Intervista su Leggere Distopico.

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Per chi fosse interessato, segnalo che sul sito Leggere Distopico c’è una mia intervista inerente L’Ultimo Potere e L’ultimo Demone.
E già che ci si è, se interessa il genere distopico e post-apocalittico, suggerisco di dare un’occhiata agli altri articoli di Leggere Distopico: sono interessanti.

Promozione d'ottobre

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Per tutto il mese di ottobre Strade Nascoste, L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone e Jonathan Livingston e il Vangelo saranno in promozione sugli store con uno sconto del 50%, ovvero potranno essere acquistati a 0.99 E anziché 1.99 E.

Colpa

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Cosa…avevo fatto al mio cane?
Avrei dovuto giocare più con lui.
Avrei dovuto portarlo più spesso a passeggiare.
Avrei dovuto fargli respirare di più l’odore dei guardrail, dei cordoli e dei pali elettrici…fino a stancarsi e tirarlo…con la forza….
Avrei dovuto volergli bene senza paura…

Questi sono i pensieri di Okutsu, un personaggio di Il cane che guarda le stelle di Takashi Murakami, quando ritorna a pensare al cane che ha avuto da giovane, nati soprattutto al momento della sua morte. Chi non ha vissuto con un cane, non ha passato del tempo con lui, non è stato legato a lui, difficilmente può comprendere i sentimenti che si provano alla sua scomparsa, ma anche quando sta male, quando non si può passare con lui il tempo che meriterebbe.
I cani ci amano in modo sincero, da farci quasi sentire in colpa, è scritto sulla quarta di copertina riprendendo una frase del manga: questa è una cosa vera. Spesso ci si trova a sentirsi in colpa per non esserci quanto si vorrebbe, per non essere riusciti a fare di più per lui.
Ho affrontato questa tematica anni fa in un brano di Non siete intoccabili: il romanzo non era abbastanza maturo per sviluppare a dovere la trama che avevo intenzione di narrare (sarebbe maturato dopo la stesura di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone) e quindi molte parti sono state revisionate e riscritte. Tuttavia ce ne sono alcune che sono state mantenute: quella che segue è una di quelle.

Il viaggio durò tutto il pomeriggio e la sera scese presto, trovandoli ancora sulla strada.
«Ci dobbiamo fermare» disse dopo un lungo mutismo Mark.
«Perché?» chiese Masha colta alla sprovvista.
Mark indicò una spia sul cruscotto. «L’acqua del radiatore.»
«Un guasto?» Masha si mosse a disagio sul sedile.
«Te lo saprò dire fra due minuti.»
Immessosi nella corsia d’emergenza, Mark attivò le quattro frecce e scese a controllare. Con il cofano sollevato, Masha non riusciva a vedere nulla, ma non se la sentì di scendere e guardare.
Trascorsero pochi attimi. Il cofano si richiuse e Mark tornò a bordo.
«Allora?» chiese ansiosa.
«Nulla di grave: il livello dell’acqua è basso. Occorre aggiungerne un po’.» Mark tolse il freno a mano e ripartì.
Un cartellone pubblicitario sfrecciò alla loro destra.
«Il prossimo autogrill è fra quaranta chilometri. Come facciamo?» fece notare Masha preoccupata.
Mark azionò la freccia direzionale. «Prendiamo quest’uscita e ci dirigiamo verso quel gruppo di luci. Forse troveremo quel che ci serve.»
La rampa li condusse in un lungo viale alberato dove i pioppi si alternavano ai lampioni. Ampi spazi aperti si scorgevano ai lati delle corsie.
Il gruppo d’abitazioni, non più di una decina di piccole palazzine, comparve dietro la curva. Solo quando entrarono nel piazzale del parcheggio, si accorsero del boschetto che cresceva alle sue spalle. A parte la bolla di luce in cui si trovavano, tutto il resto era tenebra. L’autostrada da poco lasciata non era altro che rumori indistinti e lontani.
Si guardarono intorno, notando che erano gli unici nei paraggi.
Masha fissò l’insegna presente su una delle palazzine, non riuscendo a distinguere la scritta a causa della nebbia. «E adesso? Dove la troviamo l’acqua? E soprattutto dove la mettiamo?»
«Quella bottiglia di plastica lì per terra è perfetta. E per trovare il resto, potremmo provare là.» Indicò la porta a vetri sotto l’insegna. «È una clinica veterinaria. Avranno sicuramente dell’acqua.»
«Ma sarà aperta?»
Dalla clinica uscì un uomo che tra le braccia trasportava un grosso fagotto avvolto in un sacco nero del pattume; lentamente raggiunse l’auto parcheggiata in fondo al piazzale. Sostenendo con una sola mano il peso, aprì il bagagliaio e con cura adagiò quanto aveva trasportato.
«Direi di sì» disse Mark. «Vai tu: faccio fare due passi al cane.»
«Ok.»
Mark la osservò mentre scompariva all’interno dell’edificio, riportando poi la sua attenzione sull’altro uomo nel parcheggio. “È l’individuo che quel branco di balordi voleva pestare.” Rimase a guardare mentre sistemava il bagaglio all’interno dell’auto, cercando di dargli la migliore sistemazione possibile. Solo allora si accorse che in un angolo del bagagliaio era riposto un coniglio di peluche, spostato poi mestamente vicino al sacco nero. Ogni azione era fatta con garbo e gentilezza, o forse era dovuta alla stanchezza che traspariva dallo sguardo dell’uomo. Quale che fosse lo stato delle cose, in quell’angolo di parcheggio si respirava un’atmosfera fatta di commiato triste e ineluttabile. Sotto cieche stelle risuonavano un dolore e una tristezza che ammutolivano bocca e mente, facendo chinare il capo in segno di rispetto.
Mark abbassò lo sguardo, osservando il cucciolo che fissava intensamente la scena. L’animale volse il muso verso di lui per qualche istante prima di riportare l’attenzione sull’altro uomo.
«Salve.» Mark ruppe il silenzio avvicinandosi all’uomo. «Serata uggiosa.»
Il corpo dell’altro ebbe un guizzo per la sorpresa. «Già, non è delle migliori.» Rimase a fissare con sguardo vuoto il vano dell’auto.
Mark seguì la direzione dei suoi occhi, anche se non ce n’era bisogno: aveva capito quello che era successo non appena l’altro era uscito dalla clinica. «È stato qualcosa d’improvviso, non è vero?»
«Già.» C’era tristezza e rimorso nelle parole dell’uomo. «Pancreatite fulminante» disse a fatica. «Tutto sembrava come sempre: le passeggiate, i giochi. Poi ha preso a mangiare meno e a bere sempre di più; ha perso peso. Dopo ha cominciato a rigettare tutto quello che mandava giù.»
Era chiaro che gli faceva male parlarne, ma continuò. «L’ho portato in clinica per farlo visitare ed è stato subito ricoverato per la patologia riscontrata dagli esami. Lui non voleva restare, voleva tornare a casa: non è mai stato lontano da noi, c’era sempre qualcuno della famiglia con lui. Si sentiva abbandonato, glielo leggevo negli occhi, ma non potevo fare diversamente. Anche se mi si spezzava il cuore, lo facevo perché si salvasse. Credevo di fare la cosa giusta, che con la corretta cura poteva tutto tornare come prima. Credevo di stare facendo tutto il possibile per il suo bene, invece mi sbagliavo.» Un groppo alla gola lo costrinse a interrompere il discorso; prese alcuni respiri profondi per calmarsi. «Tutte le sere negli orari di visita andavo a trovarlo e stavo con lui il tempo che era consentito. Era uno strazio vederlo sdraiato in quel piccolo vano dietro la rete metallica assieme ai macchinari per monitorare e immettere nell’organismo le sostanze per curarlo. Per buona parte del tempo non mi riconosceva, lo vedevo nei suoi occhi da sedato, ma quando i calmanti finivano il loro effetto ritornava in sé e si metteva a uggiolare, lamentandosi in continuazione. Sembrava continuamente dirmi “portami a casa, portami a casa”, ma io non potevo farlo, perché portarlo a casa sarebbe significato farlo morire di sicuro. Io avevo ancora speranza.» Strinse i pugni impotente. «Mi hanno telefonato questa sera dicendo che non era riuscito a superare una crisi cardiaca sopravvenuta a causa di uno scompenso.» Chiuse gli occhi. «Lui sapeva che stava morendo e l’unica cosa che voleva era tornare a casa e morire vicino alla sua famiglia. Non l’ho capito. Non l’ho voluto capire, aggrappato alla mia speranza. Così è morto, magari anche ammazzato, in un luogo estraneo, in compagnia d’estranei, abbandonato. Ora so cosa si prova a tradire qualcuno.»
«Non avresti potuto far nulla per salvarlo. So che è uno strazio vedere il proprio cane soffrire in quella maniera: ci si sente morire dentro e la cosa che non ci si riesce a perdonare è l’impotenza di fronte agli eventi. Purtroppo è il prezzo di essere solo uomini» disse Mark a voce bassa.
L’uomo fece cenno di sì.
«Gli piacevano i conigli.» Mark abbozzò un sorriso indicando il peluche.
«Erano i suoi preferiti. Gliel’avevo portato pensando che così non si sentisse abbandonato, che sapesse che gli eravamo vicini.» L’uomo sospirò stancamente. «Adorava osservare i conigli che stavano nei prati vicini a casa: sarebbe rimasto a guardarli per ore. Non ha mai fatto del male a uno solo di loro, anzi una volta s’è preso un morso sul naso da una femmina perché era andato a guardare la sua cucciolata.» Per un attimo nel suo sguardo comparve un sorriso. «La sera prima che lo portassi in clinica è rimasto a fissarli diversamente dal solito, come sapesse che non li avrebbe più rivisti.»
Mark sentì il cucciolo appoggiargli una zampa sul piede: chinandosi, lo prese in braccio, mentre i loro sguardi s’incontrarono per un’ultima volta.
«Tieni.» Porse il cane all’uomo. «L’ho trovato per strada, in cerca di qualcuno: penso che tu sia la persona adatta.» Osservò mentre l’altro titubante lo prendeva. «Non dimenticherai la perdita, certe cose non si dimenticano, ma supererai questo periodo: lui saprà esserti d’aiuto, vedrai.»
L’uomo guardò il cucciolo, accarezzandogli il pelo della schiena. «È un animale stupendo; somiglia un po’ a un lupo.»
Mark sorrise. «Forse in lui c’è un po’ del suo spirito.»
L’uomo gli porse una mano. «Grazie di tutto.»
Mark gliela strinse. «Grazie a te per occuparti di lui.» Con un ultimo cenno di saluto si accomiatò.
«Perché gli hai dato il cane?» gli chiese Masha rimasta ferma nei pressi dell’auto a osservare la scena.
«Quel cucciolo non ha parte nella storia cui noi due stiamo ora andando incontro» spiegò Mark cominciando a versare l’acqua della bottiglia nel radiatore.
«Ho immaginato che questa fosse la ragione, ma perché proprio a lui?»
«Ha rispetto per la vita.» Mark chiuse il cofano.
«Come fai a essere così sicuro di uno sconosciuto?»
«L’ho capito dal modo in cui ha trattato il corpo del cane che ha perso da poco.»

Limiti e paure

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In L’Ultimo Demone c’è un brano, postato anche su Le Strade dei Mondi sotto forma di racconto con il nome di Il Dio del LimiteMuro, un modo per tenere lontana la paura, che parla di muri, di limiti e confini; è messo sotto forma di favola, ha una connotazione fantastica, ma di fantastico, se ci si pensa, ha solo l’aspetto, perché parla di realtà. La realtà che viviamo ogni giorno. Anche se a tanti non piace ammetterlo, ormai la vita delle persone è dominata dalla paura; anche se assume tanti aspetti (la paura degli altri, la paura di perdere il lavoro, i diritti), essa è sempre la stessa e sta divenendo sempre più forte, si allarga a macchia d’olio. Se si osserva si ha sempre meno fiducia negli altri, si guarda con sospetto chi è diverso, spesso lo si vede come una minaccia. E quando ci si sente minacciati, spesso una delle reazioni che si attuano è quella di aggredire. Emblema sotto gli occhi di tutti di tale realtà è il presidente degli Stati Uniti, Trump (ma si potrebbe dire lo stesso di Erdogan per quanto riguarda la Turchia), con i muri fisici e non (basti pensare al muro con il Messico o ai limiti d’accesso per le persone agli Stati Uniti o ai dazi commerciali per quanto riguarda le merci di altri paesi) che vuole ergere. Trump non è un dio, anche se con il modo che ha di fare si può pensare che lui si ritenga davvero tale, ma di certo è un creatore di limiti, oltre che un creatore di paure, tensioni e anche conflitti; il fatto che non sia l’unico, ma che ci siano altri potenti come lui che fanno alla stessa maniera, non fa presagire a nulla di buono. Arroganza, presunzione, mania di controllo, sete di potere, dimostrare la propria superiorità, disprezzo e mancanza di rispetto per gli altri: tutti questi sono elementi che vanno a spiegare questo modo di fare. Se però ci si pensa, questo agire è dettato dalla paura; una paura di fondo che magari non è neppure riconosciuta, ma che ha il controllo dell’individuo, le cui conseguenze si ripercuotono anche sugli altri. Finché ci sarà paura, non ci sarà modo che si possano creare e sviluppare elementi positivi. Questo contesto ben è rappresentato da una frase presente in L’ombra dello scorpione di Stephen King: “L’amore non cresce bene in un posto dove c’è solo paura, così come la piante non crescono bene in un posto dove c’è sempre buio.”

L'Ultimo Demone revisionato.

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Sugli store online è stata caricata la versione corretta e rivista di L’Ultimo Demone, secondo romanzo della serie I Tempi della Caduta. La revisione effettuata è andata a correggere quei refusi che erano stati segnalati nella recensione fatta da Annalisa Sutto, che ancora ringrazio per aver così permesso di migliorare il lavoro fatto; qualcuno potrebbe obiettare che erano piccoli dettagli, ma spesso sono proprio i dettagli a rendere migliori le cose. Spero di essere riuscito a trovarli tutti; di certo ora ce n’è un numero minore che nella precedente versione.