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Norwegian Wood

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Norwegian WoodNorwegian Wood di Haruki Murakami, è un romanzo intenso e delicato, un romanzo di crescita che affronta temi come la malattia (fisica e mentale) e la morte (specie il suicidio), ma lo fa in maniera non pesante, seppur dandogli il dovuto rispetto che si meritano. Scritto nel sud dell’Europa, è stato iniziato il 21 dicembre 1986 in una villa di Mykonos in Grecia ed è stato terminato il 27 marzo 1987 in un appartamento alla periferia di Roma (1); tra le varie note dell’autore, c’è la dedica a tutti i suoi amici che sono morti e leggendo il romanzo non si può non notare, come già accennato all’inizio, che la morte sia una delle protagoniste della storia. La cosa può sembrare cupa, ma se ci si pensa, non si può parlare di vita senza parlare della morte, perché fa parte di essa, è un elemento che prima o poi tocca a tutti, e che tutti in un modo o nell’altro incontrano; pensare diversamente sarebbe qualcosa di sciocco, un voler chiudere gli occhi e cacciare la testa sotto lo sabbia. Per quanto la si possa ignorare, prima o poi farà la sua comparsa, e lo farà all’improvviso, oppure si farà annunciare da lontano, permettendo così di prepararsi al suo incontro, anche se in verità, per quanto ci si prepari, non si sarà mai pronti.
Questa è una delle realtà che Watanabe incontra nel passaggio da adolescenza a età adulta, in un periodo in cui cerca un senso alla sua vita, una direzione da seguire; il suo è un cammino instabile, come lo era il periodo in cui viveva, quello della fine degli anni ’60. Un periodo di cambiamenti, dove tutto pareva possibile, dove le cose potevano essere modificate e andare per il meglio se lo si voleva; un periodo che era pervaso dal sogno, ma che poi ha portato a un brusco risveglio, mostrando la cruda faccia della realtà. In un lungo flashback fatto all’età di trentasette anni, Watanabe ripercorre quel periodo della sua vita cercando di fare ordine nei suoi pensieri, fare chiarezza con quello che è accaduto. Tutto inizia con lui e Naoko, la fidanzata del suo migliore amico, che prendono a frequentarsi dopo la morte di quest’ultimo; entrambi sono appena entrati all’università (lui vive in un collegio maschile, lei in un appartamento) e iniziano una relazione non facile, dovuto alle difficoltà che la ragazza incontra sempre di più nel comunicare e nel pensare. A un certo punto lei sparisce e Watanabe per diverso tempo non ha sue notizie, fino a quando non gli giunge una sua lettera nella quale gli spiega che è ricoverata in una clinica tra le montagne per ritrovare il proprio equilibrio; la va a trovare e, grazie anche all’appoggio di Reiko, una donna che lavora nella clinica, comincia a prendere coscienza dello stato di Naoko. Nel mentre cerca di portare avanti gli studi universitari, anche se lo fa per inerzia, frequentando saltuariamente altre ragazze che incontra grazie al compagno di collegio Nagasawa; fino a quando nella sua vita non entra Midori, una ragazza che frequenta un suo stesso corso. E lui trova i suoi pensieri divisi tra queste due ragazze, che sono all’opposto. Una fragile e una forte, una introversa e una estroversa. Watanabe prova forti sentimenti per entrambe, ma non sa quale scegliere tra le due. Sarà la vita a farlo per lui.
Norwegian Wood (che prende il nome da una canzone dei Beatles e si riferisce alle atmosfera malinconiche che la musica crea) è uno dei romanzi più intensi di Murakami, quello che ha lasciato una traccia profonda nel modo di scrivere dell’autore giapponese e che verrà ritrovata nelle sue opere successive (basti pensare a A sud del confine, a ovest del sole e L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio). Un romanzo da leggere.

1. Norwegian Wood. Haruki Murakami. Einaudi Super ET 2013, pag. 376

A sud del confine, a ovest del sole

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A sud del confine, a ovest del soleA sud del confine, a ovest del sole è un romanzo di Haruki Murakami del 1992. Un libro sulla solitudine, su tutto quello che è nascosto in una persona e che non può essere conosciuto se non viene condiviso volontariamente. E anche se condiviso, è difficile da capire. Un libro sulla distanza che c’è tra gli individui, spesso incolmabile, soprattutto dopo certe esperienze, dalle quali non si può tornare indietro.
Il romanzo racconta la storia di Hajime, dalla sua nascita (avvenuta il 4 gennaio 1951) fino all’età di trentasei anni. Figlio unico in un periodo in cui essere figlio unico era una rarità, si sente diverso, avvertendo un senso d’inferiorità nei confronti degli altri; almeno fino a quando, dodicenne, non conosce Shimamoto, una ragazza figlia unica come lui con una leggera zoppia alla gamba sinistra a causa di una poliomielite avuta da piccola. Fin da subito s’intendono reciprocamente e tra loro nasce un bel rapporto; rapporto che s’interrompe quando Hajime si trasferisce in un’altra città. Si perdono di vista; Hajime va al liceo, all’università, si sposa e gestisce due jazz bar nel quartiere di Aoyama. In un’occasione gli sembra di rivedere Shimamoto: la segue, ma l’insicurezza che sia proprio lei lo blocca. Quando decide di avvicinarsi, un misterioso signore interviene a fermarlo e impedirgli di continuare a seguirla.
Poi un giorno, grazie a un articolo sui suoi locali comparso su una rivista, Shimamoto ricompare ed è lei ad avvicinarlo. Il rapporto riprende come se non si fosse mai interrotto, i sentimenti mai dimenticati riaffiorano e s’intensificano. Hajime, nonostante non sappia nulla di Shimamoto, che rimane sempre un mistero, è disposto a lasciar perdere la moglie, i figli, il lavoro, pur di stare con lei; anche Shimamoto vuole restare con lui, vuole prendere tutto di lui. Tutto. Un legame intenso, totale, che prenderà a un certo punto una piega inaspettata. O forse no, se si è riusciti a comprendere il fatto che Shimamoto non accetta compromessi, la piega non è poi così sorprendente.
A sud del confine, a ovest del sole è un romanzo malinconico, che mostra il senso d’inadeguatezza che si prova verso un mondo dove comunicare con gli altri appare così difficile, dove si è soli e la solitudine pare essere l’unica compagna che mai abbandonerà l’individuo. Come in altre opere di Murakami,  anche in A sud del confine, a ovest del sole la musica ha un ruolo fondamentale nella vita dei personaggi e nel dare nome (o almeno a una parte) al titolo del romanzo (ma questo spetta al lettore scoprirlo da solo, dato che è una cosa che si rivela verso il finale, a differenza di L’incolore Tazuki Tzukuru e i suoi anni di pellegrinaggio dove lo si rivelava all’inizio e non c’è timore di fare spoiler nel parlarne), così come in esso emergono esperienze personali dell’autore e la morte. Sì, la morte, perché è anch’essa parte della vita, ne è parte integrante e nessuno non può che fare esperienza con essa, venendone toccato, ferito, stravolto. Chi ha letto altre opere di Murakami si sarà accorto che il modo di sviluppare la storia si ripete come in altri volumi (ma se si sa osservare, è così per quasi tutti gli scrittori, ognuno ha il suo marchio di fabbrica che lo contraddistingue), questo però non toglie che l’autore riesca a coinvolgere il lettore nelle vicende di Hajime: non importa se si sono capiti i meccanismi di scrittura di Murakami, si vuole scoprire come andrà a finire  la storia del protagonista,  in che direzione lo condurrà la sua scelta. Murakami in questo non delude e tocca nel profondo l’animo di chi legge, soprattutto con quello che non scrive, ma che si fa intuire, dando a A sud del confine, a ovest del sole un velo di mistero e dubbio che dona ulteriore spessore all’opera.

 

Fantasy: un genere ancora sconosciuto.

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Nonostante tutti i mezzi d’informazione e la diffusione che si è avuta negli anni passati, ancora oggi non si ha del tutto chiaro che cosa sia il fantasy. Purtroppo vige in tanti la mentalità che sia un genere di serie b, adatto a un pubblico adolescenziale; un giudizio questo limitato e si sta ancora andando bene, perché certi danno un giudizio ancora più negativo.
Ho scritto diversi pezzi sia su Le Strade dei Mondi, sia su Fantasy Magazine su questo argomento (qui e qui due articoli dedicati a esso), ma non sono stato certo l’unico. Ma nonostante in tanti si siano impegnati a far conoscere il fantasy, tanti pregiudizi continuano a perdurare.
Per questo, il tempo dedicato alla conoscenza non è mai troppo: suggerisco la lettura dell’articolo scritto da Domenico Russo, Il genere fantastico, questo sconosciuto: oltre a proporre definizioni e storia del fantasy, dà anche una classificazione dei vari rami in cui questo genere si suddivide. Un articolo ben fatto, che dovrebbe chiarire le idee a chi ancora ha dei dubbi sul fantasy e sul fantastico.
Nel caso ci fossero però dei Tommaso che non credono a quanto scritto finché non toccano con mano, allora non resta che suggerirgli di leggere alcuni libri e mostrare che il genere non è roba solo per bambini e adolescenti.

Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien.

It e la serie della Torre Nera di Stephen King.La Torre Nera, la famosa serie di Stephen King: ottimo esempio di opera fantasy e non solo

La storia infinita di Michael Ende.

1Q84 di Haruki Murakami (qui e qui per saperne di più).

La fattoria degli animali di George Orwell.

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach.

Io sono leggenda di Richard Matheson.

La casa del tempo sospeso di Mariam Petrosjan.

Di letture valide per capire quanto sono validi e di spessore il fantasy e il fantastico ce ne sono tante altre, ma per cominciare i libri sopra riportati vanno più che bene.

La fine del paradiso

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Quando erano liceali, loro cinque andavano d’accordo in tutto e per tutto. Si accettavano reciprocamente così com’erano, si comprendevano l’un l’altro. In questo, ognuno di loro trovava una profonda felicità. Ma quella beatitudine non poteva continuare in eterno. Il paradiso, prima o poi lo si perde. Le persone crescono ognuna a velocità diversa, e prendono strade diverse. Col passare del tempo si era creata un’inevitabile disarmonia. Erano apparse le prime crepe. Crepe che alla fine non si potevano più considerare tanto sottili. (1)

 

Nella sua brevità, questo è un brano molto emblematico di L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Haruki Murakami, che ben mostra cosa si perde quando si cresce e la distanza che si crea tra le persone, anche con quelle a cui si era più legati. Un brano toccante e significativo, che diventa ancora più intenso se letto con sottofondo Le mal du pays, la musica che ha fatto da colonna sonora alla vita di Tsukuru; a un primo ascolto il pezzo può non coinvolgere, ma se lo si riascolta si riescono ad apprezzare le sue sfumature e la sua profondità.
Non vuole essere un paragone con Murakami, ma in L’Ultimo Demone ho fatto una riflessione simile: penso che tanti, prima o poi giungono a fare simili considerazioni. In fondo, questo è parte della vita.

 

Appollaiato su una roccia, Sanjuro osservava Mangusta, Fiamma e Lettore impegnati a costruire un piccolo castello con dei ramoscelli secchi. Un’immagine che sarebbe stata bella mantenere immutata nel tempo, perpetrandola per l’eternità: ma quel momento sarebbe divenuto presto solamente un ricordo e con il tempo il ricordo si sarebbe logorato per poi finire dimenticato.
“È così che va la vita: ci si lascia indietro sempre qualcosa di prezioso che non può essere recuperato. Anche la loro età, così bella e unica, passerà e non saranno più bambini innocenti ma uomini e donne con il loro carico di rimpianti, con il peso delle scelte a segnarli.”
Si poteva solo sperare che potessero crescere insieme, fare lo stesso percorso per avere qualcosa da condividere, per aiutarsi a vicenda fino a diventare degli adulti capaci di generare nuove vite e poterle crescere. Ma era una speranza vana, le cose sarebbero andate diversamente: crescendo si sarebbero separati prendendo ognuno strade differenti, allontanandosi non solo fisicamente, ma in una maniera che, se si fossero rincontrati, non si sarebbero più conosciuti; la complicità e l’empatia avute nel periodo vissuto insieme da bambini sarebbe stato qualcosa di morto, impossibile da riportare in vita. Sarebbero stati degli estranei con il ricordo di aver condiviso delle esperienze passate, ma così sbiadito che si sarebbero domandati com’era stato possibile aver avuto qualcosa in comune.
“È così che va la vita: non ci si può fare nulla. Accade e basta ed è difficile trovare un perché. Ci si può arrabbiare, spaccare la testa sopra, ma non si troverà una risposta.”

 

  1. Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Einaudi Super Et 2017, pag. 270.

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

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L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggioL’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è un romanzo di Haruki Murakami del 2013. Innanzitutto occorre comprendere la scelta di usare questo titolo per il libro. Con gli “anni di pellegrinaggio” non s’intende il girovagare del protagonista, ma è il titolo di una serie di tre suites per piano solo composte da Franz Liszt che vengono spesso ascoltate da Tsukuru, a cui è molto legato, che gli ricordano un particolare periodo della sua vita che non è mai riuscito a dimenticare e che l’ha profondamente segnato; si può dire che è la colonna sonora della sua vita, la musica che ben rappresenta il suo modo di vivere e l’atmosfera che sempre l’ha pervasa. “L’incolore Tazaki Tsukuru” gioca sul fatto che nel gruppo di amici di cui Tsukuru faceva parte ai tempi del liceo, lui era l’unico che non aveva un colore nel proprio nome; per capire cosa s’intende occorre capire un poco la lingua giapponese e il significato degli ideogrammi che la compongono. Akamatsu, Oumi, Shirame e Kurono: ognuno di loro aveva un colore nel nome e i loro soprannomi erano la forma tronca degli aggettivi akai, aoi, shiroi e kuroi che significano rosso, blu, bianco, nero (come spiega la nota a pag.7 del romanzo). Aka, Ao, Shiro e Kuro prendevano alle volte in giro bonariamente Tsukuru per questa cosa (il suo nome è scritto con l’ideogramma “costruire”), senza cattiveria, ma il non avere un colore nel nome gli dava una certa sensazione di estraneità al gruppo.
Come dice Tsukuru, non esiste nessuna relazione tra il carattere di una persona e il nome che porta, eppure leggendo il romanzo si capisce che i nomi hanno un’importanza più rilevante di quel che si può pensare e in un certo modo rivelano il carattere dei personaggi. Aka è esuberante, estroverso, sportivo, quello che più si mette in mostra, che trascina: elementi ben associati al colore rosso. Ao è più riflessivo, ponderato, attento a osservare le cose, come suggerisce il colore blu. Shiro, legata al bianco, è per la purezza, ma in Giappone il bianco è legato alla morte, al lutto. Kuro, amica intima di Shiro, si può dire che è il suo opposto e insieme vanno a formare il simbolo tanto famoso del Tao: lei ha il colore della notte, profondo, misterioso, in cui si celano segreti e misteri. Tuskuru, che come visto ha l’ideogramma “costruire”, progetta e realizza stazioni ferroviarie, sua passione da sempre: è lì che va quando ha bisogno di pensare, di chiarire le idee, di calmarsi: gli piace osservare l’andare e il venire delle persone e dei treni. In fondo, lui è come una stazione: un punto fermo, statico, che non cambia, quello dove la gente si ferma per un po’ prima di ripartire. Anche se inconsciamente, è così che lui si sente:  un qualcosa dove la gente che lo frequenta vi si ferma per un po’ per poi andarsene. Lui ritiene che questa avvenga perché vuoto, perché non ha niente da dare. Ma avviene anche perché non si espone mai troppo, per non farsi coinvolgere emotivamente e così poter essere ferito: un comportamento sorto dopo un’esperienza del passato che l’ha profondamente segnato, facendo cadere per mesi in depressione e a fargli pensare seriamente alla morte. Dopo una simile esperienza non è più stato lo stesso e solo a trentasei anni, spinto da Sara, la ragazza che sta frequentando, è costretto ad affrontare quella questione a lungo irrisolta del suo passato. Un trauma nato nel secondo anno d’università: per seguire gli studi che gli avrebbero poi permesso di progettare stazioni ferroviarie, si era trasferito a Tokyo, lasciando Nagoya, dove era rimasto il gruppo di amici cui era fortemente legato. Nonostante la distanza, il legame era perdurato, fino a quando, di punto in bianco, gli altri quattro decidono di non voler più avere a che fare con lui. Nessuna spiegazione è data. Talmente è forte è lo choc che nessuna spiegazione è richiesta; purtroppo questa è una cosa che quando si è giovani si fa: se la ferita è profonda, si rimane inermi, non si reagisce, non si cerca di capire le ragioni di certe scelte. Ma è una cosa che ci si porta dietro per anni, rimanendone condizionati.

Murakami con il suo stile delicato accompagna il lettore in un viaggio di scoperta, per ritrovare se stessi e far chiarezza su questioni irrisolte. Un viaggio pieno di malinconia per incomprensioni, cose perdute, per cose che passano, cambiano e non potranno più tornare; un viaggio che mostra come crescendo tante cose ritenute importanti quando si è giovani, specie gli ideali, i legami con le persone, cambiano e si perdono, anche se sono stati forti e importanti. Un viaggio malinconico come lo è Le mal du pays, brano appartenente ad “Anni di pellegrinaggio”, ma anche liberatorio, che aiuta a risanare, come scopre Tsukuru quando uno a uno rincontra gli amici del gruppo cui era tanto legato e scopre la verità che ha portato al suo allontanamento. Una verità choccante, che sembra assurda per come si è verificata, ma che avanzando nella scoperta mostra la complessità dell’anima umano e dei suoi lati oscuri, di cui spesso s’ignora l’esistenza e che se non si viene a patti con essi possono distruggere, sia se stessi, sia gli altri.
L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è un romanzo molto denso e toccante, struggente e delicato; come in altre opere di Murakami, l’elemento onirico è presente e sottilmente s’insinua nella trama, lasciando la sua impronta in modo misterioso e indefinito, ma ben presente. Un romanzo che ha tanto da dare, anche se non dà certezze, ma che spinge alla comprensione, all’accettazione e a capire che la vita e le persone sono davvero tante cose, alle volte buie, alle volte luminose; alle volte morbide, alle volte taglienti. Dure e fragili, capaci di far sanguinare.
Un libro profondo e intimo: L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio è davvero qualcosa che merita di essere letto.

La ragazza dello Sputnik

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La ragazza dello SputnikLa ragazza dello Sputnik è un romanzo del 1999 di Haruki Murakami ed è incentrato sul legame e l’intreccio di vicende che si crea tra tre personaggi: il protagonista (la voce narrante, di cui non si conosce il nome), la giovane Sumire e Myu, una donna sui quarant’anni bella, ricca e affascinante. Di base la storia è qualcosa che da sempre si ripete: il protagonista è innamorato di Sumire, ma lei ama Myu, che a sua volta è sposata, ma non è certo questo il motivo per cui non corrisponde, bensì a seguito di un evento del passato che l’ha cambiata, l’ha fatta divenire “metà” di quella che era.
Una storia quotidiana, nata come nascono tante storie quotidiane, con incontri imprevisti e legami instauratisi frequentando gli stessi ambienti, ma già dal titolo (Sumire si riferisce in questo modo a Myu perché in una conversazione che loro due hanno avuto, la donna, volendosi riferire agli scrittori appartenenti alla corrente letteraria Beatnik, si è sbagliata e l’ha chiamata Sputnik, il satellite mandato in orbita negli anni Cinquanta dall’Unione Sovietica) si capisce che si ha a che fare con qualcosa che va lontano, che si spinge in profondità oscure e sconosciute.
Come già in altri suoi romanzi, Murakami, con la sua delicatezza fatta di gesti semplici e quotidiani, ma ricchi d’interiorità, mostra la sua passione per la musica (soprattutto quella classica), per la lettura e la scrittura (Sumire aspira a divenire scrittrice e ha una forte ammirazione per Kerouac), usando per il protagonista il ruolo d’insegnate come fatto già altre volte e raccontando quella che è una storia d’amore. Ma un amore che non è corrisposto, che è vissuto interiormente, dove si avverte con forza la solitudine che ogni individuo deve affrontare dinanzi alle esperienze della vita.
Un romanzo che parla del reale, ma in La ragazza dello Sputnik non può mancare l’elemento bizzarro che scivola nel fantastico, in ciò che non può essere spiegato con la logica, facendo incontrare atmosfere oniriche, dove sembra di essere in un luogo diverso dalla Terra, con la Luna che sembra avere un particolare potere nel far vivere esperienze fuori dal comune (come capita a tutti e tre i personaggi). Una lettura sottile e delicata, che parla di perdere se stessi, di una realtà dolorosa, che lacera, a cui si può solo sfuggire rifugiandosi nei sogni oppure divenire dei gusci vuoti; un rifugiarsi che, almeno da quanto si è letto, in alcuni casi può essere inteso alle volte in senso letterale. Questa però è una visione che ogni individuo può avere solamente da sé.

Nel segno della pecora

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nel segno della pecora Erano gli anni dei Doors, dei Rolling Stones, dei Byrds, dei Deep Purple, dei Moody Blues. C’era qualcosa di esaltante nell’aria, si aveva l’impressione che bastasse una spallata per far crollare tante cose. Bevevamo cattivo whisky, facevamo goffamente sesso, ci perdevamo in discussioni sconclusionate, ci scambiavamo libri… cosí passavamo le nostre giornate. E intanto su quei maldestri anni Sessanta calava scricchiolando il sipario. (1)

Con queste poche parole Haruki Murakami in Nel segno della pecora riesce a descrivere l’atmosfera che si respirava alla fine degli anni ’60. E il protagonista, pubblicitario trentenne (di cui non si conosce il nome, perché i nomi sono per le cose fisse, come l’autore fa dire a un personaggio, mentre l’uomo è un costante mutamento) ben rappresenta l’andare alla deriva e il perdersi di quel periodo. Se si osserva, di nessuno dei personaggi si conosce il nome, tranne che di Jay, proprietario di un bar; si può dire che è l’unico punto fermo, l’unico punto dove il protagonista e il suo amico Sorcio sanno di poter trovare rifugio.
La vita che conduce il protagonista è un tirare avanti giorno per giorno, senza sogni, senza obiettivi, con un matrimonio fallito alle spalle, una fidanzata con cui non ci sono progetti in atto e un lavoro che gli permette di vivere ma che non lo esalta. Murakami con il suo tratto tipico mostra la quotidianità della gente comune, fatta di gesti che si ripetono, che va avanti uguale, con al massimo qualche scossone o imprevisto.
Ed è proprio l’inaspettato che giunge a stravolgere l’esistenza monotona che conduce il protagonista, facendolo nel modo più strano: una foto di un paesaggio montano, dove pascolano delle pecore. Nulla d’eccezionale, se non che tra quelle pecore ci sia una pecora che non appartiene a nessuna specie, una pecora speciale, ricercata a lungo da un potente uomo politico conosciuto come il Maestro. Il protagonista così si troverà coinvolto nella sua ricerca, intraprendendo un viaggio difficile accompagnato dalla sua fidanzata (dotata di un particolare sesto senso che lo porterà sulla strada giusta) che lo porterà in un vecchio hotel a conoscere il Professor Pecora e la sua particolare storia, fino a giungere all’arrivo e a scoprire la verità in mezzo al silenzio e alla solitudine delle montagne.
Quella solitudine che tanto è cara a Murakami, che sempre è presente nelle sue opere e fa affrontare ai suoi personaggi un confronto con se stessi e come si rapportano con il mondo, un mondo che spesso appare lontano ed estraneo, di cui non ci si sente parte e che per questo è facile abbandonare.
Nel segno della pecora è un ottimo libro, con un ritmo calmo e introspettivo, con il soprannaturale che è presente nella vita quotidiana o vi entra lentamente; una presenza, come quella della pecora, capace di stravolgere la vita di quelli che incrociano il suo cammino.

1. Nel segno della pecora. Haruki Murakami. Einaudi 2013, pag. 5

1Q84 - Libro tre. Ottobre-Dicembre di Haruki Murakami.

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Ovvero la seconda parte pubblicata in Italia dell’opera dello scrittore giapponese.
A differenza del volume precedente, i capitoli non s’alternano più solo con i punti di vista di Tengo e Aomane, ma viene aggiunto quello di Ushikawa, l’investigatore privato già incontrato lungo le vicende dei due protagonisti. Figura sfuggente e inquietante, non tanto per l’aspetto fisico non proprio aggraziato, quanto per il suo agire subdolo, il suo muoversi nell’ombra; ingaggiato dal Sakigake, è l’incarnazione della minaccia “concreta” che aleggia sulla storia (quella non visibile è, ovviamente, dei Little People).
Tuttavia non va inteso come il “cattivo” di turno: sarebbe un errore, perché Murakami non delinea in modo affettato il bene e il male. Anzi, non lo delinea affatto. Con il suo modo di scrivere delicato e sfumato, mostra come il confine tra i due elementi sia davvero labile, spesso relativo, solo una questione di punti di vista: il mondo è un campo dove sono in gioco diverse energie e ognuna di esse cerca di avere la sua fetta, di ricavarsi il proprio spazio. Proprio come fanno i protagonisti della storia, impegnati a sopravvivere, a ricercare uno scopo per la propria esistenza, una ragione d’esistere.
E’ così che pagina dopo pagina si scopre il passato di Ushikawa, delle vicende che l’hanno reso l’uomo razionale, in apparenza privo di sentimenti, che é: ed è normale che sia così, dato che è uno dei tanti bambini cresciuti in un ambiente, familiare e scolastico, privo di affetto, di amicizia, quegli aspetti che avrebbero permesso di sviluppare la propria parte emozionale. Lentamente l’antipatia provata inizialmente per questo personaggio sfuma perché si conoscono le sue miserie, una vita priva di veri contatti umani: si capisce che non è altro che un pezzo che viene usato da qualcosa che lavora dietro le quinte e che non vuole essere scoperto. Da persona intelligente qual è, Ushikawa ne è cosciente e non gli dà neppure troppo importanza: l’unica cosa che gli importa è dimostrare il proprio valore, le capacità che lo rendono in certi frangenti utile, perché le persone comuni non hanno simili capacità. Un distinguersi che lo rende un isolato, un emarginato: un individuo che è lontano dai suoi simili, con i quali non riesce a provare empatia, a stringere legami.
Quello che fa Murakami con 1Q84 è raccontare le vicende di diverse solitudini che per un caso del destino trovano a intrecciarsi tra loro. Aomane, Tengo, Ushikawa, Tamaru e la signora per la quale lavora: sono persone sole, che hanno creato un modo di vivere che ha fatto da corazza ai colpi inflitti dagli altri. Protagonisti
di un copione che sembra preparato da tempo, come se il Karma spingesse con forza verso un punto prestabilito. Niente di tutto quello che accade, accade per caso: anche il dettaglio più banale ha il suo significato e le coincidenze non esistono.
La narrazione di Murakami procede fluida e piacevole come un torrente montano. Nella sua placidità rivela un mondo nascosto che si nasconde dietro le semplici azioni di una persona: un mondo, quello dei pensieri, che rimarrebbe segreto, sconosciuto, se non ci fosse una penna a descriverlo. E Murakami sa farlo magnificamente sia quando narra la vita ripetitiva che Tengo fa al capezzale del padre malato d’Alzhaimer (un tocco di poesia la similitudine che l’uomo fa tra il mondo in cui vive e il paese dei gatti), sia quando descrive la monotonia della vita isolata cui Aomane è costretta dopo l’omicidio del Leader: una quieta dolcezza che delicata va a mostrare le miserie, le apatie, la ripetitività del vivere comunitario, dove l’individuo non è nulla agli occhi degli altri, solamente uno dei tanti che s’incontra per strada.
I colpi di scena non mancano, anche se non sono esplosivi, ma vengono mostrati con una calma serafica. Fossero altri a descrivere certi eventi, si rimarrebbe perplessi o si storcerebbe il naso per certe svolte inverosimili. Niente che tuttavia che si sia già visto: Stephen King ha fatto qualcosa di molto simile nella serie della Torre Nera. Ma dopo l’iniziale spaesamento, ci si accorge che tutto ha un senso e che non è stato creato tanto per fare sensazione. Scelte che non rovinano l’atmosfera magica di un mondo che presenta due lune e forze misteriose di cui si riesce solamente a sfiorare la loro vera natura: la daugther e la mother, gli oscuri Little People la cui presenza non deve essere svelata perché continuino a elargire i loro servigi.
Un volume che conclude degnamente la storia ideata da Murakami con due nei, ma che non riguardano l’autore, quanto la realizzazione italiana. Il primo riguarda la divisione in due parti: l’attesa di mesi per poter leggere la conclusione spezza l’atmosfera, facendo perdere parte del gusto della lettura; un modo di fare in Italia ormai tristemente consolidato, spiegabile solamente con il voler guadagnare quanto più possibile con l’opera di un autore. Il secondo, il gigantesco spoiler messo dall’Einaudi nella sinossi del libro: praticamente rivela un evento che si trova verso il finale del libro, determinante per l’epilogo. A simili livelli, non si possono compiere errori così macroscopici: denotano mancanza di professionalità.

Prossime uscite

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che rientrano nei miei interessi.
La prima riguarda la pubblicazione della seconda parte di 1Q84 di Haruki Murakami: sono curioso di leggere la conclusione di un romanzo che ho trovato coinvolgente e veramente ben fatto, con storia e personaggi davvero molto belli.
La seconda riguarda il film Imaginaerum realizzato dai Nightwish: ho apprezzato molto l’album e adesso aspetto di vedere cosa è saltato fuori con la pellicola cinematografica.
La terza è l’ormai attesissima conclusione di La Ruota del Tempo con A Memory of Light, iniziata da Robert Jordan e portata a termine da Brandon Sanderson: una storia epica che ha saputo mostrare un mondo vasto che affonda nel mito e nella leggenda, con personaggi che lasciano un segno in chi legge.
Concluso il monumentale lavoro, Sanderson potrà dedicare le sue energie al secondo capitolo di Le Cronache della Folgoluce: in questo caso ci sarà da attendere un pò di più, visto che lo scrittore americano deve terminare il lavoro, pubblicarlo e cosa non da poco venire tradotto in Italia.
Attesa che si spera giunga presto a risoluzione anche per l’edizione italiana dell’ottavo volume della saga Malazan di Steven Erikson, Toll the Hounds: lo scrittore ha concluso da un anno la serie e sarebbe tempo che Armenia, la casa editrice che ha pubblicato in Italia finora le sue opere, cercasse di mettersi in pari, magari evitando di spezzare come ha già fatto in tre occasioni i volumi in due parti. Un’attesa che risponde agli studi fatti sul mercato interno, ma che, di fronte alla bontà dell’opera, risulta ingiustificata. Come sempre la qualità a discapito del guadagno: ma in questo caso non si è di fronte a un esordiente su cui si hanno timori che non dia i risultati sperati, bensì a uno scrittore di livello internazionale che ha dimostrato quanto il suo lavoro possa dare guadagno.
Che sia tempo di cambiare modo di fare è evidente; che lo si sia capito invece è un altro paio di maniche.