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Archetipi - La grotta

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IMG_5232La grotta è un simbolo, un archetipo potente. Come la foresta, in tante culture e religioni è stato un luogo iniziatico dove avveniva il cambiamento, la maturazione dell’individuo che si addentrava al suo interno. Nella concezione comune occidentale, l’iniziazione è la cerimonia con cui nelle società arcaiche o antiche, gli adolescenti venivano ammessi alla cerchia degli adulti, oppure la cerimonia con cui, in ogni tempo, si viene ammessi a particolari culti, sette, ordini o a loro superiori gerarchie (1). Ma di un altro significato dell’iniziazione si trovano abbondanti tracce nelle Scritture, nelle fiabe, nei miti e anche in numerose opere narrative che alle Scritture Sacre e ai miti sono sorprendentemente affini. In queste altre iniziazioni il ruolo dell’infanzia appare ribaltato, l’io bambino non è ciò da cui occorre liberarsi, ma il fulcro di una rivelazione. Mai ne risulta un’integrazione dell’iniziato alla sua collettività, alla generazione precedente alla sua o alle gerarchie degli anziani. Egli diviene invece libero ed eccezionale, spesso ribelle, il più delle volte eroe e ogni tanto re; diverso, comunque, dagli adulti ordinari. (2)
E’ da questo punto che si può osservare che la grotta è uno di quegli elementi dove l’individuo affronta le proprie paure, incontra in un qualche modo una sorte di morte rituale e viene a contatto con un Aldilà dal quale impara verità, segreti, rivelazioni che lo portano a essere più di quello era prima. Tali luoghi hanno un forte fascino e attrazione verso l’individuo, che si sente spinto ad addentrarsi nelle sue tenebre, di scendere nelle sue profondità probabilmente perché è la materializzazione, la proiezione del meccanismo di conoscenza che l’uomo fa verso se stesso quando si addentra nel suo inconscio, nella parte di sé che non conosce e che è ancora oscura.
Secondo Carl Gustav Jung la grotta è una delle rappresentazioni dell’archetipo della Grande Madre: la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile. Spesso viene associata a uno dei luoghi di procreazione o di nascita, rappresentazione dell’utero femminile da cui sorge la vita. Non è un caso che in molte versioni del racconto della sua nascita, Gesù Cristo venga fatto nascere all’interno di una grotta, al freddo e al gelo, riscaldato dal fiato e dal calore del corpo di un bue e un asinello (altri simboli potenti): si tratta di una delle rappresentazioni più forti che stanno a rappresentare l’importanza della riscoperta del Bambino, del ritornare all’inizio (da qui il nome iniziazione), del riscoprire quanto è andato perduto durante l’esperienza di vita avuta.
Altra storia molto potente con al centro una grotta è quella di Aladino. Il giovane venne portato da un mago a una caverna perché vi entrasse (il varco era stretto e poteva passare qualcuno di piccolo, come un ragazzino) e riportasse la lampada in essa custodita; al suo rifiuto, venne rinchiuso al suo interno. Aladino rimase nella grotta al buio e in silenzio per tre giorni (proprio come Gesù rimase per tre giorni nel sepolcro, anche qui una grotta, dopo la sua crocefissione e morte prima di uscirne risorto), fino a quando riuscì a uscirne con l’aiuto di un jinn apparso dallo sfregare l’anello (un talismano) datogli dal mago per entrare, scoprendo che la lampada era un talismano altrettanto potente che evocava un jinn al suo servizio. Da questo momento il giovane vivrà molto avventure straordinarie, piene di portenti e magie, fino a quando diverrà sultano.
La storia, come altre storie simili, sta a indicare lo svelamento del proprio vero io, delle capacità nascoste di cui fino a quel momento si era ignorata l’esistenza, la scoperta, documentata dagli antichi testi sacri, del due che diventa uno, del mondo materiale e spirituale che collaborano per dare forma a un’energia che dà il via a creazioni e cambiamenti.
Facendo un altro esempio, anche Giuseppe d’Egitto, come Aladino, ebbe le sua iniziazione nell’adolescenza quando i fratelli maggiori lo buttarono in fondo a un pozzo (ha la stessa funzione della grotta) e poi venne venduto e condotto in Egitto, dove nella prigione (di nuovo, stessa funzione della grotta) scopre la sua capacità d’interpretare i sogni e da lì cresce poi in gloria e potenza, divenendo una delle figure più influenti del paese. Stessa cosa succede con Giona quando uscì dal ventre della balena che l’aveva inghiottito (identia cosa accade a Pinocchio), dove il buio altro non rappresenta che la maschera del non sapere. E quando si esce da questo buio, si è diventati qualcosa di nuovo.

Non va dimenticato il famoso mito della caverna che Platone nella Repubblica usò per spiegare il complesso concetto di idea, ovvero che le idee sono le forme eterne, immutabili di tutto ciò che ci circonda (dagli oggetti inanimati agli esseri viventi, a noi stessi). Sono idee anche alcuni concetti astratti come la Virtù, il Bene. Esiste un mondo delle idee (iperuranio), reale, immutabile, eterno. Il nostro mondo, fenomenico, è una “copia” imperfetta del mondo delle idee. Nel racconto, in una dimora sotterranea, in forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e larga quanto tutta la caverna,… uomini, che vi stanno dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, così che devono star fermi e possono vedere soltanto in avanti, incapaci, per la catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana, brilla alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corre rialzata una strada. Lungo questa… un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti agli spettatori per mostrare al di sopra i burattini… Platone, La Repubblica (L. VII, 514).
Platone paragona la situazione di noi uomini a quella di un gruppo di schiavi in una caverna; incatenati, essi non possono voltare il capo e vedono sulla parete di roccia ombre proiettate da figure mosse da burattinai; poiché i burattinai parlano tra loro, gli schiavi attribuiscono le voci alle ombre che di fatto considerano come oggetti reali. Lo schiavo liberato, che può uscire dalla caverna, è abbagliato dal Sole: se gli si mostrano gli oggetti di cui prima vedeva le ombre, dicendogli che essi sono reali, rimarrà assai dubbioso e tenderà a considerare più reali le immagini che ha per tanto tempo visto sulle pareti della caverna
(3).

1. Il Mondo Invisibile. Igor Sibaldi. Frassinelli 2006, pag.28
2. Il Mondo Invisibile. Igor Sibaldi. Frassinelli 2006, pag.29
3. Il grande libro della Grecia. Giorgio P.Panini. Arnoldo Mondadori Editore 1987, pag.176, 177

Archetipi - La Caduta

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Ogni civiltà, dopo l’ascesa, è soggetta alla caduta.
In alcuni casi può essere un evento catastrofico scatenato dalle forze della natura (un esempio è l’antica Creta, che non si riebbe più dopo un terremoto), in altri una guerra (di esempi la storia ne è ricca); più spesso però si tratta di un processo che parte dall’interno. Giunge un momento in cui gli individui di una popolazione, sicuri della posizione raggiunta e dei mezzi che gli hanno permesso di raggiungerla, si sentono arrivati sulla cima e ritengono di aver conquistato tutto quello che può essere conquistato. Un’illusione nata dall’arroganza e dalla presunzione, oltre che da una mente limitata e ignorante, dove non ci si è accorti del decadimento in cui si è finiti per una perdita che hanno sopravvalutato: quella dei valori.
caduta dell'uomo Gli antropologi hanno spesso descritto ciò che accade a una società primitiva allorché i suoi valori spirituali si trovano esposti all’influenza della civiltà moderna. Gli uomini perdono il significato della propria vita, la loro organizzazione sociale si disintegra ed essi stessi decadono moralmente. Noi ci troviamo attualmente nella medesima condizione senza però esserci mai resi conto di ciò che abbiamo perduto, poiché i nostri capi spirituali, sfortunatamente, erano più interessati a proteggere le loro istituzioni che a comprendere il mistero offerto dai simboli. Secondo me, la fede non esclude la ragione (che è l’arma più potente dell’uomo), ma disgraziatamente molti credenti sembrano così impauriti dalla scienza (e, incidentalmente, dalla psicologia) da essere completamente ciechi di fronte alle forze psichiche soprannaturali che dominano incessantemente il destino degli uomini. Abbiamo spogliato ogni cosa del suo mistero e del suo carattere soprannaturale; non c’è più nulla di sacro.
Nell’età primitiva, quando i concetti istintivi zampillavano nella mente dell’uomo, non era difficile per lui integrarli consciamente in una coerente struttura psichica. Ma l’uomo « civilizzato » non è più capace di ciò: la sua coscienza « avanzata » lo ha privato dei mezzi attraverso i quali è possibile assimilare all’inconscio i contributi ausiliari degli istinti. Questi organi di assimilazione e d’integrazione erano i simboli soprannaturali, da tutti considerati sacri.
Oggi, per esempio, si fa un gran parlare di « materia »: descriviamo le sue proprietà fisiche, conduciamo esperimenti di laboratorio per dimostrarne alcuni aspetti. Tuttavia la parola « materia » rimane un concetto arido, disumano e puramente intellettuale, privo per noi di qualunque significato psichico. Quanto diversa era l’antica immagine della materia – la Grande Madre -, capace di abbracciare e di esprimere il profondo significato emotivo della Madre Terra! Nello stesso modo, ciò che prima era lo spirito, ora viene identificato con l’intelletto, cessando così di essere il Padre di tutte le cose. Esso è degenerato al rango dei limitati pensieri soggettivi dell’uomo e l’immensa energia emotiva espressa nell’immagine del « Padre nostro » è svanita nella sabbia di un deserto intellettuale.
(1)
Così scriveva Carl Gustav Jung qualche decennio fa, ma le sue parole sono ancora attuali, forse molto più di allora, dato che la perdita di valori si è fatta più accentuata, portando l’umanità in una caduta  verso il baratro che si fa sempre più veloce. La società occidentale attuale (che non significa solo Europa e Stati Uniti, ma comprende tutte le nazioni dei continenti, comprese paesi come Cina, India che sono dell’Oriente) basa tutto il suo esistere sul denaro e il materialismo e gli effetti di tale mentalità sono ben visibili: l’uomo ha perso se stesso e sta impazzendo sempre di più.
Quanto più si è sviluppata la conoscenza scientifica, tanto più il mondo si è disumanizzato. L’uomo si sente isolato nel cosmo, poiché non è più inserito nella natura e ha perduto la sua « identità inconscia » emotiva con i fenomeni naturali…II suo contatto con la natura è perduto, e con esso è venuta meno quella profonda energia emotiva che questo contatto simbolico sprigionava. (2)
Ecco a cosa ha condotto il consumismo, il riversare tutte le energie alla macchina della produttività e dell’economia: a un inaridimento interiore che ha portato a dimenticare ciò che ha davvero valore, che ha lasciato solo ceneri e un senso d’amaro in bocca che non può essere cancellato, facendo sentire l’uomo un oggetto svuotato. E’ questo il risultato del freddo e calcolatore razionalismo che ha pensato solo al profitto e sta spingendo l’uomo verso la caduta.

1- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, pag. 76 Tea 2010
2- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, pag. 77. Tea 2010

Archetipi - Il Guerriero

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Un mio libro è sempre opera del destino. Quando si scrive si va incontro a qualcosa d’imprevedibile (1). Le parole di Carl Gustav Jung sono perfettamente comprensibili per chi si è cimentato nella stesura di un libro: c’è un’idea da cui nasce tutto e poi dopo ci si costruisce attorno un progetto che cresce man mano che si avanza, spesso andando dove si vuole che vada, ma anche alle volte conducendo verso punti che all’inizio non sarebbero stati presi in considerazione.
Carl Gustav JungQuesto vale sia per la saggistica, sia per i romanzi, per questi ultimi ancora più con forza, dato che si ha una maggiore libertà nel creare una storia.
Ma che cosa spinge a scrivere una storia?
I motivi possono essere tanti, uno per ogni individuo esistito, ma l’uomo ha sempre sentito il bisogno di raccontare esperienze vissute, fatti cui ha assistito, pensieri che ha realizzato: un modo per condividere con i suoi simili, per sentirsi parte di qualcosa, per trasmettere conoscenza e consapevolezza. Così abbiamo avuto dipinte scene di caccia sulle pareti per raccontare le imprese di gruppi di cacciatori; papiri, libri che narravano imprese di re e regine, ma anche storie di dei ed eroi, che per i popoli passati era un cercare di spiegare quello che vedevano, ma di cui non capivano il significato o l’origine, come accaduto nell’incontro tra Thor e Utgardaloki, il re del Recinto Esterno, dove attraverso il racconto venivano mostrati la natura del pensiero, delle maree e della vecchiaia.
Di racconti del genere, l’umanità è ricca e se si osserva, si può notare che ricorrono sempre le stesse figure, anche se appaiono con sembianze e nomi diversi: sono simboli che l’uomo utilizza per imparare a conoscere se stesso, parti di sé che proietta all’esterno per poterle osservare e comprendere. Si tratta degli Archetipi, stadi dell’inconscio umano che ogni individuo incontra nella propria vita e che gli sono da specchi e compagni nel percorso personale di crescita.
Uno dei più famosi e immediati che viene in mente è il Guerriero, spesso associato all’uomo in armatura, dotato di scudo e spada, come i famosi spartani (considerati i migliori combattenti dell’antica Grecia), gli uomini dei Medioevo che andavano in battaglia equipaggiati di tutto punto, ma anche i Samurai.
Gatsu, il Guerriero Nero del manga Berserk di Kentaro MiuraCon il passare delle epoche è stato normale che tale figura cambiasse sembianze, ma lo spirito è sempre rimasto lo stesso, comparendo in varie forme in ogni forma di storia: fumetti, film, libri.
Così abbiamo Kenshiro di Tetsuo Hara e Buronson (un connubio tra Mad Max di Interceptor, che oltre al personaggio prende ispirazione anche per l’ambientazione, e Bruce Lee), maestro della Scuola di Okuto (semplificando, una sorta di arti marziali), e Gatsu di Kentaro Miura, mercenario nel mondo inventato delle Midlands che ricordano Medioevo e Rinascimeto, per fare un esempio prendendo spunto fra due tra i manga più famosi. Visto che è stato citato come fonte d’ispirazione, non si può non parlare di Mad Max, che grazie alla sua trilogia cinematografica ha fatto conoscere e lanciare Mel Gibson nel mondo dello spettacolo: nessuna tecnica di combattimento speciale o armi magiche e mostri, ma pura e semplice sopravvivenza con ogni mezzo in un mondo impazzito.
Artù nel film Excalibur del 1981Per quanto riguarda la letteratura, un ottimo esempio è il personaggio di Arthur Pendragon mostrato nella trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay, conosciuto proprio come il Guerriero: è vero che Arthur incarna anche altri simboli (il Re, l’Eroe, il Cavaliere, anche se questo simbolo è rappresentato con molta più forza da Lancelot, altro personaggio attinto dai ciclo arturiani da Kay), ma in questa veste rappresenta in maniera molto chiara e forte l’archetipo che lo caratterizza.
Questi sono solo tre esempi di come può essere il Guerriero. Tre esempi uguali, ma allo stesso tempo con delle sfumature che li fanno essere differenti; una ripetizione si può pensare, ma una ripetizione importante e utile, perché usando la ripetizione, presentando lo stesso soggetto a varie riprese, ogni volta da un angolo visuale leggermente diverso dal precedente, fino a che il lettore, che non si è mai trovato di fronte a nessuna singola prova conclusiva, si accorge improvvisamente di avere abbracciato e accolto dentro di sé una verità più ampia. (2)
E’ questo che fanno gli archetipi nelle loro diverse manifestazioni: dare una maggiore consapevolezza di sé all’uomo per farlo crescere.
Ma esattamente, che cosa rappresenta il Guerriero?
Il coraggio, la risolutezza di raggiungere i propri obiettivi (quindi la conquista), la forza e i mezzi di difendere ciò che ha valore, la preparazione, la disciplina. E’ colui che combatte per le proprie idee e lo fa a tutti i costi, anche se questo può portare a sacrifici, perdite economiche e materiali, isolamento. Il Guerriero è una figura che bada al sodo, è pratica, razionale, concentra la sua attenzione e le sue energie nella realizzazione della sua ragion d’etre, eliminando ciò che ritiene superfluo; è uno stratega. Appare saldo, solido, ma anche duro e tagliente, con poco spazio per la tenerezza. Questo non significa che sia privo di sensibilità, gentilezza, ma i suoi modi senza fronzoli e abbellimenti che rimangono sempre legati al concreto non fanno scorgere i gesti di attenzione che rivolge agli altri. Spiccio e diretto, non ha tempo per perdersi in lunghi discorsi atti a comprendere gli altri ed essere di supporto come può fare il Saggio.
Il vero Guerriero combatte solo per quanto conta realmente, non combatte per il piacere di combattere; se questo avviene, se lotta per il piacere di distruggere, per dimostrare la sua forza e la sua superiorità, significa che si sta allontanando dal suo essere.
Anche lui, come tutti, possiede delle paure e quella che più lo spaventa è di essere sconfitto, di fallire, di non avere forza sufficiente per affrontare le sfide e i nemici e così non essere in grado di proteggere chi gli è caro, i suoi ideali.
Se riesce a superare le sue paure, le proprie zone d’ombra, se riesce davvero a essere se stesso, il Guerriero è una forza che lotta per il bene comune e non c’è nemico che lo possa piegare, ma combatterà fino all’ultima goccia di sangue, con tutte le sue forze.
Per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza di questo archetipo, in rete si possono trovare pezzi interessanti come L’archetipo del guerriero/eroe.

Come si evince da questo articolo (ma non solo, avendone già parlato altre volte sul sito), Guerriero (e di conseguenza il suo Archetipo) è il protagonista delle vicende di L’Ultimo Potere. Perché la scelta è ricaduta su un personaggio con tale caratteristiche?
Perché in un periodo come quello che stiamo vivendo, dove si lascia andare, dove si sacrifica tutto per i soldi e ci si adegua a un sistema che si sa che è sbagliato, ma dove non si fa nulla per cambiarlo (un po’ per pigrizia, un po’ perché fa comodo ai propri interessi, un po’ perché non si hanno più valori e un po’ perché non si hanno i mezzi e la volontà per vedere quello che non va), occorre avere l’esempio di una figura che lotta per qualcosa che va oltre la materialità, che cerca di migliorare la propria vita, uscendo da un’esistenza che non ha nulla da dare, che è solo capace di togliere e privare di tutto chiunque. Nel contesto attuale c’è bisogno di qualcuno che sia diverso, che si dia da fare, che combatta consapevole che ci saranno sì difficoltà nelle sue battaglie, ma che alla fine ne sarà valsa la pena, perché si otterrà molto, mentre invece c’è tutto da rimetterci a conformarsi o a lasciar fare a un sistema che ha mostrato tutti i suoi limiti e che ha solo da far perdere: la libertà in primis, ma soprattutto far perdere se stessi. I più sono convinti che la modernità abbia portato benefici, miglioramenti nella vita di ognuno; questo può essere in parte vero. Non voglio certo negare che siano risultati grandi vantaggi dall’evoluzione della società civilizzata, ma tali vantaggi sono stati ottenuti al prezzo di perdite enormi della cui entità abbiamo appena cominciato a renderci conto. (3) Ed è quello che viene fatto vedere in L’ultimo Potere: un modo per mostrare sì le caratteristiche dell’archetipo in questione, ma che da sole però non bastano a far comprendere e vivere tale simbolo. Perché essi sono contemporaneamente sia immagini che emozioni. Si può parlare di archetipi solo quando questi due aspetti si manifestino simultaneamente. Quando c’è solo l’immagine si tratta di una notazione di scarso rilievo, ma quando è implicata l’emozione, l’immagine acquista un carattere numinoso (o energia psichica)…Poiché tante persone hanno intrapreso a trattare gli archetipi come semplici parti di un meccanismo che può essere appreso a memoria, è necessario insistere che essi non sono né nome puri e semplici, né concetti filosofici. Essi appartengono alla vita stessa, sono immagini integralmente connesse con l’individuo vivente per il tramite di emozioni…Gli archetipi cominciano a vivere solo quando si cerca pazientemente di scoprire perché e in quali guise essi sono significativi per un determinato individuo vivente. (4)

1- Ricordi, sogni, riflessioni. Carl Gustav Jung, pag.6. Bur 2008
2- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, pag. X. Tea 2010
3- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, pag. 32. Tea 2010
4- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, pag. 79. Tea 2010

Archetipi -Simboli

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SimboliNel post precedente, attraverso il brano tratto dal libro di Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli, si è visto che cosa sono gli Archetipi: dei simboli. Che non sono la stessa cosa dei segni, dato che questi ultimi non hanno un significato particolare, ma sono utilizzati nell’uso comune per comodità per indicare o segnalare determinate cose (a esempio, cartelli stradali.)
Un archetipo è un qualcosa di universale, arcaico, che sta alla base di tutto, il mezzo per comprendere la vera natura delle cose, la forma preesistente e primitiva di un pensiero per indicare le idee innate e predeterminate dell’inconscio umano. Una parola o un’immagine è perciò simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato; essa possiede un aspetto più ampio (come a esempio la ruota e la croce), inconscio, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. (1) I simboli possono essere collettivi, riconosciuti da tutti (il Mago, Il Guerriero), ma possono anche essere diversi per ciascuno, dato che ogni singolo individuo crea i propri, con i suoi significati, i suoi valori, in base alle proprie esperienze, alla propria educazione; cosa che spesso avviene inconsciamente.
L’interpretazione dei sogni e dei simboli richiede intelligenza; essa non può essere ridotta a un sistema meccanico con cui imbottire cervelli privi di immaginazione. Essa richiede contemporaneamente una sempre più approfondita conoscenza dell’individualità del sognante e un corrispondente affinamento della personale consapevolezza dell’interprete…Quando tentiamo di interpretare i simboli ci troviamo di fronte non solo il simbolo in sé, ma l’intera totalità dell’individuo produttore del simbolo. Ciò implica lo studio della sua formazione culturale…Le risposte usuali possono rivelarsi pratiche e utili finché si studia la superficie, ma quando si affrontano i problemi di fondo è la vita stessa a imporsi in primo piano e…l’immaginazione e l’intuizione sono di importanza vitale per la nostra comprensione.(2)
Quello che l’uomo moderno ha dimenticato, reputandolo di nessuna importanza, è che tutto può essere simbolo, capace d’insegnare a crescere, a evolvere; ogni immagine che vede può essere rappresentazione di elementi che lo caratterizzano, negativi e positivi. Ma di questi tempi, crescita ed evoluzione paiono fattori inutili, come si fosse raggiunto il punto più alto, mentre invece si è finiti piantati in una palude.

1- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, 5. Tea 2010
2- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, 73. Tea 2010

Archetipi – L’uomo e i suoi simboli

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L'uomo e i suoi simboli di Carl Gustav JungSi sente spesso parlare di Archetipi, ritenendoli simboli che rappresentano lati dell’animo umano, modi per conoscere se stessi. Ma esattamente cosa sono?
La spiegazione migliore viene data da Carl Gustav Jung nel libro L’uomo e i suoi simboli:
La mia teoria sui « resti arcaici », da me definiti « archetipi » o « immagini primordiali », è stata sempre criticata da coloro che non hanno una conoscenza appropriata dei sogni e della mitologia. Il termine « archetipo » è spesso frainteso in quanto viene identificato con certe immagini definite o precisi motivi mitologici. Questi, in realtà, non sono altro che rappresentazioni consce; sarebbe assurdo pensare che tali rappresentazioni variabili fossero ereditarie.
L’archetipo è invece la tendenza a formare singole rappresentazioni di uno stesso motivo che, pur nelle loro variazioni individuali anche sensibili, continuano a derivare dal medesimo modello fondamentale. Esistono, per esempio, molte rappresentazioni del motivo dei fratelli nemici, ma il motivo rimane sempre lo stesso. I miei critici hanno sempre erroneamente sostenuto che io presupponga l’esistenza di « rappresentazioni ereditarie » e su questa base hanno liquidato l’idea di archetipo come mera superstizione. Essi non hanno preso in considerazione il fatto che se gli archetipi fossero veramente rappresentazioni create (o acquisite) dalla nostra coscienza, noi dovremmo essere sicuramente in grado di comprenderle senza trovarci stupefatti e perplessi quando essi si presentano alla coscienza. Essi, in realtà, sono tendenze istintive altrettanto marcate quanto lo è l’impulso degli uccelli a costruire il nido, o quello delle formiche a dar vita a colonie organizzate.
A questo punto è necessario chiarire la relazione fra istinti e archetipi. Quelli che noi chiamiamo propriamente istinti, sono costituiti da stimoli fisiologici e risultano percepibili dai sensi. Essi però si manifestano contemporaneamente anche in veste di fantasie e spesso rivelano la loro presenza solo per mezzo di immagini simboliche. Queste manifestazioni sono ciò che io chiamo archetipi. La loro origine è ignota e si riproducono in ogni tempo e in qualunque parte del mondo, anche laddove bisogna escludere qualsiasi fattore di trasmissione ereditaria diretta o per « incrocio ».
(1)

1- L’uomo e i suoi simboli. Carl Gustav Jung, pag. 52. Tea 2010