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Libertà Condizionata

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La libertà è un valore importante, attorno al quale ruota l’essere di ogni individuo; senza di essa la vita perde sapore, alle volte divenendo insipida, alle volte amara. Gli individui si credono liberi, ma chi si può dire realmente libero? Tutto condiziona o tenta di condizionare: famiglia, amicizia, media, istituzioni. Una persona potrà dirsi libera quando sarà semplicemente se stessa, senza dipendere da giudizi esterni, seguendo il proprio essere, una forma di rispetto sia per ciò che è, sia per gli altri.
Questo discorso è molto ampio da affrontare, ma voglio soffermarmi su una sua parte: la libertà artistica. Può riguardare la scrittura, la musica, la pittura: l’arte ha molte forme per manifestarsi. Un artista dovrebbe essere libero di esprimere la creatività che lo permea, senza briglie, senza confini. Certo va modellata, perfezionata, curata, ma va lasciata scorrere liberamente. Spesso si sente parlare di censure, di limitazioni, dove l’arte viene piegata a interessi economici o politici; così è anche per l’informazione, come spesso le cronache quotidiane riportano. Non è un male solo del paese in cui viviamo, esistono altre nazioni con questo problema, dove molti artisti criticano questa limitazione alla libertà, perché impoverisce, toglie nutrimento. E si sa che se a una pianta questo viene a mancare, può andare incontro solo a un triste destino.
Ormai si conosce, non è solo di adesso, cosa ha comportato un sistema basato solo sul guadagno sfrenato: uno snaturamento dell’essere umano, a partire dal rapportarsi con gli altri e con se stessi, allontanandosi dal centro dell’esistenza. Questo ha comportato danni (il numero di patologie fisiche e psichiche è sempre in aumento) non solo agli esseri umani, ma anche all’ambiente: la perdita di rispetto ha colpito duramente la natura. Forte è il messaggio che arriva da autori come Hayao Miyazaki, che spesso nelle suo opere ha mostrato la relazione dell’uomo con la natura e la dimensione spirituale.
Parlo di Miyazaki perché ricercando notizie su di lui sono arrivato a questo: Intervista a Dai Sato. Un articolo interessante, sul quale mi voglio soffermare su due punti, anche se ci sarebbe tanto di cui discutere.
“Purtroppo credo che i fan stiano perdendo la propria alfabetizzazione sui media, l’abilità di leggere la narrativa e le storie, d’intuirne i significati nascosti tra le righe, e persino la curiosità d’interrogarsi su di essi”…Sato si è cimentato in un dibattito piuttosto spinoso per quanto riguarda il ruolo delle storie all’interno degli anime giapponesi, dolendosi del fatto che i propri lavori siano stati etichettati come “difficili” (muzukashii-kei), all’opposto di quelli di “blanda atmosfera” (kuuki-kei): nei titoli kuuki-kei non accade mai nulla di rilevante, non esiste alcun sviluppo narrativo, nessuna trama significativa. Sono opere che tendono a focalizzarsi su personaggi carini o moe, riuscendo ad essere molto popolari tra i fan di quest’ultimo genere.
Un fattore che si sta vedendo anche nella letteratura occidentale; fare un paragone tra manga e libri non è proponibile, dato che si tratta di due cose differenti, ma questo per far capire che manga e anime hanno in Giappone la stessa diffusione che in occidente hanno romanzi e film, e che stanno risentendo : basare tutto sull’apparire, senza ricercare la profondità. Spesso ci si lamenta di trame piatte o banali, superficiali: pochi sono i prodotti che si discostano da questa linea. Ma se è vero che il mercato produce questo, è altrettanto vero che è il pubblico a volerlo.
“Nessuno vuole saperne di conoscere i NEET, o disoccupati. Piuttosto, tutti preferiscono guardare un gruppo di studentesse liceali che creano un complesso musicale e si chiedono “come si suona questa nota?”
Non è forse quello che succede nei paesi occidentali, dove vanno per la maggiore certe tipologie di libri o serie televisive? Non che questo sia di per sé un male; lo diventa se diventa solo ciò che si vuole.
“Se stiamo sempre a fuggire dalla realtà e dai suoi problemi, quando mai li affronteremo?”
Il divertimento, l’avere storie per alleggerire i pensieri, servono ma non si può basarsi solo su queste cose. Le storie, perché questo sono manga, libri, film, devono essere anche mezzi per mostrare la realtà e farne avere consapevolezza. I mondi, reali o immaginari, hanno il compito di far apprendere: non devono essere privati di questo scopo. Pare che tutto ciò adesso sia messo da parte. Ne parla Shuho Sato, rivelando il mondo che si nasconde dietro alle pubblicazioni dei manga.
Spesso si pensa che chi pubblica un libro abbia grandi guadagni: così non è. Spesso invece deve fare dei compromessi o adattarsi a regole poco gradevoli, come ad esempio adattare le tematiche delle proprie storie all’onda del mercato: così o restarne fuori. Oppure fare come Shuto Sato di distribuire i propri lavori via web, per dissociarsi dal complesso editoriale ritenuto fondato su pratiche poco etiche e disoneste nonché poco rispettose della dignità degli autori.
La creatività non può e non deve essere condizionata, come non si può rinunciare alla dignità e alla libertà; farlo significherebbe rinnegare se stessi. Ma vale davvero la pena farlo per restare in un sistema che non guarda in faccia a niente e nessuno?

La Caduta dell'Illusione delle Cause

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Era finita. Due scheletri sepolti sotto una città morta. Non esisteva tumulo più opportuno per un guerriero dell’Apocalisse e un soldato Malazan. Sembrava una cosa giusta, perfino poetica. Non avrebbe protestato e, in piedi accanto a quel sergente davanti alla Porta di Hood, sarebbe stato fiero della sua compagnia.
Era cambiato profondamente. Non credeva alle cause, non più. La certezza era un’illusione, una menzogna. Il fanatismo era veleno per l’anima, e la compassione la prima vittima sulla sua lista inesorabile, sempre più lunga. Chi poteva parlare di libertà, avendo l’anima in catene?
Pensava, finalmente, di comprendere Toblakai.
E quella grande rivelazione giungeva troppo tardi. Così, muoio da saggio, non da sciocco. C’è qualche differenza? Sempre morire devo.
Eppure c’è. La sento. La differenza: ho gettato via le catene! Le ho gettate via!

Cacciatori di Ossa-Parte prima. Steven Erikson

Steven Erikson ha la capacità di perforare la realtà attraverso il fantastico, affondare nella consapevolezza e mostrare i percorsi che tutti prima o poi arrivano a percorrere, non importa il come, non importa il quando: si arriva sempre a prendere coscienza di certe cose.
E si comincia davvero a vedere la verità.

(dialogo tra Kenshin e Hiro Seijiro, suo maestro)
“La tecnica Mitsurugi non va forse utilizzata per proteggere gli altri proprio in momenti come questi?”
“Stupido, non hai imparato niente. Cosa credi di ottenere andando a sfidare da solo il caos? Mirando a cambiare questo mondo in tempesta finiresti per affiliarti a qualche fazione, ma ciò significherebbe lasciarti sfruttare da un potere. E non è certo per questo che ti ho insegnato la tecnica Mitsurugi. Non badare a quello che accade all’esterno: impegnati negli allenamenti e basta.”
“Ma davanti ai miei occhi io vedo solo gente che soffre, tanta gente implorante dallo sguardo afflitto: come posso ignorarla?”
“Quella di Hiten Mitsurugi è una tecnica di combattimento senza pari, una nave nera calata sulla terraferma.”
“Appunto per questo è ora di usare la sua forza per difendere i deboli oppressi da quest’epoca di guerra, la scuola Mitzorughi esiste…”
“Quella di Mitsurugi è un’arte mortifera e omicida: puoi nasconderla con belle parole, ma è questa la verità. Salvi una persona e ne sventri un’altra, perché uno viva un altro viene ucciso. Questo è il principio dell’arte della spada. Quando ti ho salvato non ho forse sterminato a colpi di spada decine di banditi? Eppure anche loro erano persone; cercavano solo di vivere in questo mondo dissoluto. Fuori da questa montagna ti aspetta solo un infinito spargimento di sangue, dove ognuno dei contendenti crede di essere nel giusto, ma se ti lasci imprigionare da questa logica, la scuola di Mitsurugi farà di te soltanto un massacratore.”

Kenshin, Samurai Vagabondo-Memorie del Passato

Bisogno

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Alle volte è difficile poter spiegare l’avvertire dentro di sè un vuoto che non dà tregua, che non fa vivere e apprezzare appieno quanto l’esistenza ha da proporre. Una mancanza che rende inquieti, insoddisfatti, sempre in cerca di qualcosa che lo possa colmare. Una mancanza che spesso ha origini in ambito familiare, una ferita che si subisce nell’infanzia o in giovane età e che può segnare tutta la vita; una ferita che può essere curata, ma mai guarita, che può continuare a sanguinare senza posa, come figurativamente viene mostrato nell’anime Kenshin, Samurai Vagabondo – Memorie del Passato. Una ferita che finchè non si sarà risolta e dissolta la causa che l’ha generata non potrà essere rimarginata.
Da dove nasce tale bisogno?
Spesso dal sentirisi isolati, emarginati, avvertendo la necessità d’essere accettati, di venir riconosciuti dagli altri: si sente la spinta d’essere importanti per qualcuno, vedendo l’altra persona come chi è capace di dissolvere quel vuoto, quel senso d’incompletezza e abbandono che s’avverte interiormente. Alle volte basta un gesto gentile per vedere una persona come un salvatore, un’ancora cui aggrapparsi per non sprofondare e si è disposti a tutto pur di non lasciarla andare.
Spesso però si utilizza il modo sbagliato, si arriva ad umiliarsi, a strisciare, facendo di tutto per avere il consenso, l’approvazione, l’attenzione di chi si vede come la risoluzione del proprio stato interiore. Si cambia la propria natura, la si stravolge, pur di non perdere ciò che è tanto importante.
Ma facendo così non si è altro che un’ombra di ciò che si dovrebbe essere: una forma indefinita, senza fattezze, come viene mostrato da Senza Volto della Città Incantata di Hayao Miyazaki, una figura ombrosa che porta una maschera perchè non ha un viso che lo caratterizzi e lo distingua, simbolo dell’annullarsi per compiacere gli altri; un modo per far capire che chiunque può essere così.
Queste persone si mettono a disposizione degli altri, cercando di soddisfare le loro necessità, dando a chi hanno vicino quello di cui in quel momento stanno ricercando (come succede con Chihiro quando nei bagni ha bisogno di un pass per i sali o quando gli altri inservienti ricercano oro). Un modo all’apparenza altruistico e generoso, ma sbagliato perché è un mendicare, perché così facendo si cerca di comprare l’affetto altrui, ma è soltanto uno sfruttamento reciproco, un fare per avere, non qualcosa di spontaneo e gratuito: non ci sono veri sentimenti, ma solo tornaconti personali.
E questo genere di rapporti sono portati a dare un sollievo solo momentaneo che si sviluppa poi in attaccamento, a non aver mai a sufficienza di quanto viene dato. Il vuoto che si prova s’acuisce e si cerca di colmarlo con cose materiali, come il cibo (in questo casi si sviluppano casi come la bulimia) o l’accumulo d’oggetti (come succede nello shopping compulsivo), ma non basta mai ed è a questo punto che possono scaturire vere e proprie ossessioni, portando a sviluppare comportamenti morbosi verso gli altri che ne limitano la libertà, ne risucchiano l’energia soffocandoli o inglobandoli (nel film d’animazione di Miyazaki alcuni personaggi vengono fagocitati all’interno di Senza Volto mutato in una sorta di ragno, simbolo di voracità e di non aver mai abbastanza di nulla, ma nella realtà questo va inteso come un togliere ogni spazio alle altre persone, cercando d’annullare la loro libertà perché siano soltanto a propria disposizione, soddisfacendo i propri bisogni e mancanze).
Questa è la dipendenza, l’appoggiarsi e l’aspettare che gli altri risolvano i propri problemi. Un atteggiamento sbagliato, certo, ed è compito dell’individuo risolvere lo stato in cui si trova, dato che ha una parte di responsabilità nel non essersi accorto di certi comportamenti e averli lasciati sviluppare.
Ma ancora una volta c’è da chiedersi qual è la causa di questo malessere.
E ancora una volta la risposta è la società, l’ambiente che circonda l’individuo. Una società con i suoi vizi e le sue manie, un costrutto alimentato dai singoli, generatore di malattie che inquinano lo spirito di tutti quelli che tocca.

Declino

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“Quando sulla Terra le acque si prosciugarono, la gente disse:“la fine dell’umanità è prossima”. Ciascuno allora si preoccupò della propria sorte, trascurando ogni pensiero sull’immensità dell’universo, deridendo anzi quei pochi che confidando in un futuro migliore salparono verso gli spazi immensi del cosmo alla ricerca di altri mondi. Li chiamarono avventurieri a caccia d’illusioni, fuorilegge senza scrupoli, pazzi. La nostra storia risale a tanti anni fa, al lontano 2977.
Gli abitanti della Terra, in quei tempi lontani, vivevano in un clima di prosperità; pazienti e puntuali, numerosi robot emigravano su altri pianeti per ricavarne le più svariate risorse e trasportarle sulla terra. Il governo forniva gratuitamente alla popolazione tutto il necessario e nessuno aveva più bisogno di lavorare; per prevenire agitazioni e sommosse, il governo faceva trasmettere in ogni abitazione radiazioni ipnotiche, manipolando opportunamente le onde radio televisive. Di conseguenza, quasi tutti i terrestri erano mantenuti in uno stato di serenità incosciente.”

Così, nel 1976, comincia Capitan Harlock, manga di fantascienza creato da Leiji Matsumoto, dal quale nel 1978 è stato tratto un anìme.
Questa non vuole essere una disamina sul fumetto o la serie televisiva: serve a prendere spunto per una riflessione. E cioè come l’arte (in questo caso l’animazione, in altri casi la scrittura) possa essere un modo per mostrare a strada che certe scelte possono portare. In Capitan Harlock, come si vede dall’introduzione, le persone vivono indifferenti rispetto a quello che gli sta attorno e la loro avidità ha fatto sprecare tutte le risorse del pianeta: i mari sono stati prosciugati e molti beni vengono attinti da altri pianeti, perché ormai la Terra non è più produttiva. Oltre all’avidità, vivono in un perenne stato di accidia, non hanno più stimoli e bisogni: hanno tutto pronto, non devono nemmeno lavorare perché le macchine hanno sostituito l’uomo nei lavori più comuni. Vinti dalla noia, passano l’esistenza con il solo pensiero di come vincerla.
Come ormai sempre più spesso sta accadendo nella nostra realtà. Il livello di tecnologia non è al livello di quello mostrato nell’animazione e la gente ha bisogno di lavorare per mantenersi, ma, almeno nell’occidente ricco, ha più tempo libero e spesso non sa come impiegarlo; questo, unito a un calo di stimoli e mete da raggiungere (tutto si è standardizzato, compresi i sogni e desideri) ha portato a uno stato di noia e apatia che si cerca di vincere in ogni modo possibile. Dipendenze del passato si sono rafforzate (alcool, droga, gioco), altre sono sorte (sesso, internet), il tutto per sedare, anestetizzare, il malessere presente negli animi delle persone. Nell’anìme si parla di radiazioni ipnotiche mandate attraverso il segnale televisivo; non siamo a questo punto, ma una certa tipologia di trasmissioni televisive ha un certo potere sedante, più che altro appiattente, che abbassa il livello dell’energia e della consapevolezza delle persone, conformizzandole su uno stesso piano.
Fantascienza? Forse.
Ma anche Verne e Mary Shelley ai loro tempi erano considerati dei visionari. Influenzati dalle scoperte della scienza dell’epoca, realizzarono opere che trascesero la scienza stessa, quasi fossero casi di preveggenza; si trattava invece di un livello di consapevolezza tale che gli ha permesso di vedere oltre il recinto del loro periodo. Si può dire che Verne ha “predetto” lo sbarco sulla Luna e lo scandagliare gli abissi marini con decenni di anticipo. Mary Shelley ha “predetto” i trapianti di organi: in un qualche modo il ridare la vita a ciò che è morto, il Potere che da sempre l’uomo ricerca, il creare la vita. Chi aspetta un trapianto non può forse, anche se è brutale dire così, essere considerato un morto che ancora vive, perché condannato a morire anzitempo se non riceve un organo nuovo? E il trapianto non è per lui una possibilità di vita? (certo su questo argomento ci sarebbe aprire un’altra riflessione di questione morale su come sono nati i trapianti, e gli orrori sopportati per giungervi, e le speculazioni che ci sono dietro, ma non è l’argomento che si vuole trattare ora).
Leiji Matsumoto ha previsto, come altri prima di lui d’altronde, l’influsso sedante della televisione sulle persone. Ha mostrato politici occupati solo a divertirsi e a pensare di essere eletti, senza preoccuparsi di fare politica, ovvero organizzare e far funzionare al meglio ogni ambito della società per un maggior numero di persone possibili. Questo è il liet motiv attuale e la fotografia fatta più di trent’anni fa da tale autore rispecchia perfettamente il nostro tempo.
La gente, conformizzandosi ai modelli proposti dal tempo, non si preoccupa più dei problemi, non si prende più responsabilità, occupata a non vivere e a seguire vicende sportive e talk show, provando emozioni attraverso gli altri e non in prima persona. Attori troppo belli sono gli unici eroi, cantavano gli 883 negli anni ’90, una canzone che indicava la caduta di valori e ideali.
Pochi, davvero pochi hanno il coraggio di essere sé stessi, di vivere veramente e prendersi responsabilità verso l’esistenza.
Di tutto questo è esempio anche una vicenda presente nella Storia Infinita di Michael Ende. Bastiano, il protagonista delle vicende del libro, incontra gli Acharai, esseri vermiformi che vivono nel buio per la vergogna di mostrare il loro corpo, timorosi di offendere la vista di chiunque li veda. Vivono nel tormento e nel dolore, piangendo in continuazione. Un’esistenza triste e dannata, capace tuttavia di creare con le lacrime versate costruzioni di bellezza straordinaria. Oltre a essere un simbolo che la vera bellezza non è quella che appare, ma quella capace di costruire (e che nella sofferenza si possono trovare risorse stupende), sono anche un emblema di quelle generazioni che con sudore e fatica hanno ottenuto uno stile di vita migliore, perché senza sacrifici e impegni non si ottiene nulla (l’opposto di quelle che sono venute dopo, che hanno sperperato e rovinato tutto). Arrivati a questo punto, i tempi sono pronti per il cambiamento.
Bastiano, impietosito dalla condizione degli Acharai, i Perpetui Piangenti, avendo il potere di dare realizzazione a ciò che desidera, decide di cambiare la loro sorte, di renderla migliore (la stessa intenzione delle generazioni sopra citate, che purtroppo si scoprirà essere un male, anche se mossa da buone intenzioni). Le creature s’addormentano e al risveglio sono diventati gli Uzzolini, i Sempre Ridenti: esseri con ali da tarma colorate, vestiti con straccetti a quadri, a righe, tutti di misura sbagliata, messi insieme a caso. Niente era al posto giusto e dappertutto c’erano toppe. Le faccette erano dipinte come quelle dei clown, con nasi tondi e rossi o becchi ridicoli e bocche esagerate (cito alcuni brani del libro).
Una felicità finta; perché se è vero che la sofferenza è qualcosa di duro, è altrettanto vero che è un sentimento sincero. Mentre spesso, come la società dimostra, la felicità è qualcosa d’effimero, d’illusorio. Ed è così che si vive: nell’illusione. Come gli Uzzolini, si porta una maschera che simula felicità: una maschera dietro cui ci si nasconde per non essere se stessi, per non mostrarsi come si è realmente.
Questa è la generazione sorta dopo quella che tanto si è data da fare per ottenere qualsiasi cosa, che ha tentato di dare il meglio per chi veniva dopo. Ma se non si conosce il valore del conquistare con le proprie forze, tutto è destinato a essere perso. Lo insegna la storia, dove i successori di chi ha fatto grandi conquiste non hanno saputo mantenere quanto ottenuto perché non hanno consapevolezza di cosa si deve affrontare e superare per arrivare a certi punti.
Nel grande come nel piccolo.
Così gli Uzzolini (la nuova generazione nata dalla vecchia) non solo non sono capaci di costruire nulla, ma non sanno nemmeno mantenere, anzi distruggono quanto con tanti sforzi è stato costruito; sguaiati e sciocchi, pensano solo a divertirsi, rovinando quanto toccano.
Così è il presente che si vive.