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Sconfitta dei lavoratori

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Il Job Acts è stato fatto passare come una manna del cielo, una rivoluzione epocale. Nel primo caso è falso, nel secondo è vero. Solo che è una rivoluzione in senso negativo, perché ha fatto perdere diritti, ma in termini di occupazione è cambiato poco o nulla. Infatti i tanto decantati numeri del governo non sono veritieri, mancano centinaia di migliaia di posti di lavoro, e i posti di lavoro nuovi non sono veri nuovi posti di lavoro, bensì contratti a tempo determinato già esistenti mutati nel nuovo contratto di lavoro a tempo indeterminato, quindi nessuna nuova assunzione. Ma c’è di peggio in tutto questo, perché tante ditte hanno fatto i furbetti, licenziando i propri dipendenti, riassumendoli poi a tempo determinato tramite società interinali, per poi assumerli a scadenza del contratto con il Job Acts, così da avere dipendenti con meno tutele, ma soprattutto usufruire degli sgravi di 8000 E a lavoratore dati dal governo (in questo modo non si guarisce l’occupazione, la si dopa e basta). Un incentivo che non aiuta a creare nuovi posti di lavoro, ma aiuta notevolmente gli imprenditori: di questo ne ha guadagnato ampiamente Marchionne, che con le nuove assunzioni a Melfi ha avuto un risparmio di svariati milioni di euro (11).
Proprio l’impianto Fiat di Melfi viene portato come esempio, modello d’industria da seguire, ma non si considera che sfrutta il bisogno di lavorare delle persone, costringendole a un lavoro estenuante, con turni continui senza stop, riducendo le pause, sempre in piedi, senza mai staccare perché non c’è neppure un secondo libero, il ciclo è sempre continuo. A Melfi, in ambito automobilistico, è dove si lavora di più, 20 turni, sette giorni su sette, un ciclo che non si ferma mai. I lavoratori sono spremuti, hanno un breve periodo di riposo dopo dieci giorni di lavoro a turni di fila; non riescono quasi più avere tempo di stare con i propri cari, spesso passando diverse ore in viaggio in aggiunta a quelle che si passano in fabbrica. Vivono per lavorare, nulla di più.
Si potrebbe fare diversamente (vedere quello che fa la Lamborghini, che ha tutto un altro approccio e non dimentica la dignità dell’individuo, sapendo che dallo stato del singolo dipendo il successo del gruppo), ma è stato fatto passare e si vuole fare passare che questo è indispensabile, che questo è un male necessario per un futuro migliore (una scusa usata nella storia infinite volte per giustificare il calpestare diritti e dignità, per avvantaggiare pochi). Presa DirettaIl mondo del lavoro è diventato una landa selvaggia, dove il Job Acts è solo una parvenza di tutele di diritti, mentre invece è un contratto dove di diritti quasi non se ne ha. Le cose non vanno meglio altrove, dove ci sono vere e proprie truffe, con le persone vengono assunte per lavorare nei call center e i porta a porta, istruiti con stage che sembrano lavaggi del cervello e mandati a vendere contratti, con modi che sono veri e propri raggiri, senza tutele, senza contratti: questo è quanto mostrato dalla puntata di Presa Diretta del 20 settembre (in questo articolo si approfondisce a quanto si è accennato).
Di fronte a questa realtà verrebbe da arrabbiarsi, da piangere, da angustiarsi, da pregare le persone di dire basta a questo sistema, di ribellarsi, di riprendere la loro dignità. Ma non servirebbe a nulla, perché la gente non vuole ascoltare, accetta e subisce passiva, perché questa è la realtà, questo è il mondo in cui vive e non si può fare nulla, si può solo accettare di subire e andare avanti alla peggio, perché non si può fare diversamente.
Una parola sorge dinanzi a tale quadro: sconfitta.
Sconfitta della dignità
Sconfitta della libertà.
Sconfitta dell’individuo.
Sconfitta. Sconfitta. Sconfitta.
Si è perso e ormai non si può più aiutare nessuno, come scrive Igor Sibaldi in Il Libro delle Epoche.
E tutto per arricchire pochi, dimenticando che quando un ricco diventa ricco le cose non vanno meglio, bensì peggiorano sempre e pure di brutto. Ma questa è la natura di un sistema che vuol far passare per eroi persone che non hanno assolutamente nulla degli eroi, ma solo una brama senza scrupoli di arricchirsi, dove ogni pretesto di guadagno è colto senza ripensamenti. Ancora una volta, la realtà supera la fantasia.

Dall’astuccio nero sotto la finestra si espandeva odore d’incenso, andando ad aleggiare in tutto l’ufficio dirigenziale. Sulla lucida superficie della spaziosa scrivania erano appoggiate cartelle colorate; il loro contenuto, prospetti, grafici e documenti di vario genere, era disposto a ventaglio davanti ai consiglieri seduti sulle poltrone di pelle.
«Quali sono le vostre conclusioni?» domandò il dirigente con l’ampia vetrata e le piante ornamentali alle spalle.
«Abbiamo esaminato i documenti un’altra volta» parlò l’uomo dalla giacca azzurro fumo che faceva a pugni con una cravatta color aragosta. «Il costo di quanto richiesto è superiore del trenta per cento rispetto ai nostri preventivi, con tempi di realizzazione che si aggirano sulle due settimane, rendendo inagibile per almeno una settimana metà dei reparti produttivi e per due giorni i server aziendali. Il fatturato avrà un calo del cinque per cento e questo soltanto perché in magazzino c’è a disposizione del materiale finito pronto per essere venduto.»
«Ancora magazzino alto» notò il dirigente. «Ordini dati che non sono stati rispettati. Sapete quanto costa tenere del materiale fermo?» Tamburellò le dita sulla scrivania. «Troppo!» Il palmo della mano si abbatté sulla superficie lucida. «Il materiale deve entrare solo quando c’è richiesta, essere lavorato all’istante e immediatamente spedito.»
«Signore, ci sono i tempi d’ordinazione e consegna: i fornitori cui ci rivolgiamo non lavorano solo per noi e tutti ormai, visto il periodo di crisi, fanno richiesta all’ultimo minuto, quando hanno ordini in vista» fece notare l’uomo calvo dal vestito cinerino. «Se il materiale non è presente al momento della richiesta e i tempi d’attesa per il ricevimento della merce si allungano troppo, ritardando la realizzazione del prodotto, il cliente può annullare l’ordine, con conseguente perdita di guadagno e immagine. Inoltre…»
«Tutte scuse» tagliò corto il dirigente. «Il guadagno si fa abbattendo i costi e tagliando le spese. A cosa servono i vostri master universitari, se non riuscite a eliminare gli sprechi? In questo modo non si fa economia, la si rovina solamente. Ma ora torniamo al nocciolo di questa riunione.»
«È un intervento ingente.» Prese parola l’uomo brizzolato in abito e cravatta neri. «Tuttavia necessario. La messa a norma degli impianti non può più essere rimandata, sia per il rispetto delle normative in vigore, sia per la sicurezza dei lavoratori: negli ultimi tre mesi la linea elettrica è già incorsa in due corti circuiti; fortunatamente non ci sono stati danni a cose o persone.»
«Per vent’anni gli impianti hanno svolto il loro compito egregiamente: non vedo per quale motivo occorra fare un intervento costoso che non porterà nessuna miglioria in fatto di produttività. Non c’è nulla che suggerisca che le cose, andate bene finora, debbano cambiare.» Il dirigente fissò uno a uno i consiglieri.
«Potrebbe non andare sempre così bene» ipotizzò a disagio l’uomo dalla cravatta color aragosta. «Qualcuno dei lavoratori potrebbe farsi male e allora ci sarebbero problemi con i sindacati, oltre a un ritorno d’immagine non certo positivo.»
«Tutti i giorni si sente parlare d’incidenti: ormai nessuno ci fa più caso» tagliò corto il dirigente.
L’uomo dal vestito cinerino si schiarì la voce. «Stiamo parlando di persone, non di merci» fece notare non riuscendo a nascondere una certa apprensione.
«Siamo una ditta, non dei buoni samaritani: che i lavoratori imparino a essere più attenti, se vogliono mantenere la salute. Il nostro scopo è il profitto, quello per cui lavoriamo e viviamo, quello che ci rende ciò che siamo. Piace anche a te avere uno yatch e spassartela con la tua famiglia nei mari caldi, vero?» lo provocò il dirigente. «Allora non perderti dietro simili discorsi. Investire in questo intervento significa meno soldi per noi e tutto solo per mantenere una buona impressione sull’opinione pubblica. I lavoratori non corrono alcun pericolo reale, quindi la richiesta sarà respinta e non si dovrà interrompere la produzione.»
«Sei sicuro di questa decisione papà?» fece notare il figlio seduto alla sua destra.
«Impara questa lezione: non ti piegare alle loro richieste, fallo solo quando è inevitabile e anche allora dai il meno possibile, o un giorno li ritroverai dietro la scrivania al tuo posto» lo ammonì padre.
«Al sindacato la cosa non piacerà» asserì l’uomo dalla giacca azzurra.
«Il sindacato non è un problema: ho raggiunto un accordo sul fatto che in questo tempo di crisi l’applicazione delle leggi sulla sicurezza non è di vitale importanza, a differenza di far lavorare le persone. Fintanto che sarà assicurato il posto lavorativo, il sindacato non muoverà lamentele.»
«C’è però sempre la questione di quei posti» notò l’uomo dal vestito cinerino, ricordando la prospettiva di aprire una procedura di mobilità.
«Seppur a malincuore, il sindacato appoggia la linea che abbiamo deciso di seguire: ha compreso che è meglio sacrificare qualche dipendente piuttosto che tutti perdano il posto.»
«Ai lavoratori non piacerà questa notizia» disse l’uomo in abito e cravatta neri.
«Naturalmente, ma noi dobbiamo pensare alle nostre priorità. Anche se può sembrare arrogante, va ricordato che siamo noi a far andare avanti la macchina dell’economia e da noi dipende tutta la società in cui viviamo. Siamo i protagonisti senza i quali l’opera non può essere messa in scena: tutti gli altri sono semplici comparse che possono essere tolte o sostituite in qualsiasi momento.»
I consiglieri si guardarono l’un l’altro, non del tutto convinti della linea d’azione intrapresa.
«Qual è il settore dove fare i tagli?» s’informò il figlio.
«Fosse per me, tutti: abbiamo esuberi in ogni reparto. Basterebbe meno personale, ma più efficiente e meglio utilizzato, per avere il rendimento che abbiamo adesso.» Il dirigente serrò pensieroso le labbra. «Dato però che una linea del genere non verrebbe accettata senza avere grane, l’intervento avverrà nel settore con il numero di dipendenti più elevato.»
«È proprio necessario?» interloquì l’uomo dal completo antracite, l’unico che fino a quel momento era rimasto in silenzio.
«No, non lo è» ammise il dirigente. «Ma effettuando dei tagli mostreremo che la ditta sta passando un periodo difficile e così otterremo delle sovvenzioni dallo stato. In questo modo avremo un’ulteriore entrata e le spese diminuiranno a seguito dell’eliminazione di una parte degli stipendi: la ditta andrà avanti benissimo senza qualche operaio senza problemi, ma avrà ottenuto un guadagnato. Questo, è fare affari» sentenziò. «Se non avete nulla da aggiungere, la riunione è terminata.»
«Questa scelta avrà ripercussioni: sarebbe meglio cercare un’altra via» continuò l’uomo dal completo antracite.
«Andremo avanti con questa politica» tagliò corto il dirigente. «La ditta è andata sempre bene grazie alle scelte fatte, anche se impopolari. E così continuerà a operare.»

3 commenti per La sconfitta dei lavoratori

  • Io non sono ovviamente contento di questo provvedimento del governo, dal momento che sono un lavoratore. Tuttavia, per quanto scomodo dirlo, devo anche ricordare che avere delle tutele da mondo perfetto e poi restare tutti quanti a casa disoccupati non è la soluzione di nessun problema. Il lavoro, anche quello duro, a turni che comprendono lavoro notturno, anche quello fatto sempre in piedi, anche quello faticoso, anche quello in cui si viene ricattati (succedeva anche prima, è sempre successo) permette invece di campare onestamente.

    Dopo decenni in cui si sono difesi “inflessibilmente” i diritti dei lavoratori l’Italia stava andando ormai a chiudere la saracinesca, le aziende fallivano, delocalizzavano. Io non so quanto siano vere le statistiche di una ripresa occupazionale, che potrebbe comunque essere dovuta a fattori congiunturali e non alle politiche governative, ma in qualche modo è inevitabile rendersi conto che il lavoro nel mondo, in questo caso il mondo inteso proprio come pianeta, è cambiato. Ne ho parlato anche di recente nel mio blog, non con molto piacere, ma è così.

    Per quanto riguarda il famoso diritto al posto fisso, che ovviamente mi piace e mi piace parecchio visto che ne ho uno, l’ho visto usare molto spesso da veri e propri parassiti per imporre, alle aziende ma anche ai colleghi, il proprio fancazzismo.

    Per quanto riguarda l’onestà dei sindacati e la tutela che ti offrono, in tanti anni di lavoro (in una cooperativa!) ho avuto modo di constatare che non sono santi nemmeno loro.

    Senza nessun entusiasmo per questi patti leonini del governo Renzi, tanto celebrati sui media, io temo che le cose non potessero comunque restare come erano prima.

    • Che il cambiamento avvenisse era inevitabile. Che ci siano delle persone che approfittino dei diritti per non fare nulla, è vero purtroppo. Che tra i sindacati ci sia chi non tutela i lavoratori e tenga la parte degli imprenditori, purtroppo è vero.
      Ma che per questo si tolgano i diritti ai lavoratori e li si faccia lavorare come fanno in Fiat (7 ore e mezzo di fila con pause di dieci minuti, di cui una è stata tolta, con pausa pranzo a fine turno), avvantaggiando l’imprenditore (vedere come il Job Act di Renzi abbia fatto guadagnare a Marchionne), non è il modo giusto di fare. I dati divulgati dal governo, come si è dimostrato, sono falsi, in Fiat si sarebbe assunto lo stesso, solo che così si sono regalati 11 milioni a Marchionne: certe assunzioni ci sarebbero state anche senza Job Act.
      Se diverse ditte hanno fatto le furbe per avere gli incentivi, altre, come la Lamborghini, hanno fatto contratti integrativi sulle assunzioni che non tengono conto del Job Act, perché hanno capito che il lavoratore, che è quello che fa funzionare la ditta, è il vero valore dell’impresa, rende di più se tutelato e incentivato, piuttosto che se spremuto e calpestato.
      La puntata di Presa Diretta, anche se già si conoscevano certe realtà, è stata un pugno nello stomaco.

  • […] (non in senso legale), ma dove si vive rassegnati, disposti ad accettare di tutto (a esempio nel mondo del lavoro), anche se si vive male, se le condizioni di vita peggiorano, se si perdono ogni giorno che passa i […]

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