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Reinor. Sottoterra. Parte 4

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Non ci furono intoppi. Le donne non sollevarono obiezioni sulla fuga: svegliarono i bambini e si apprestarono a seguirli. Distribuite loro alcune pietre che si erano portate appresso, si rimisero in marcia, ripercorrendo la fenditura. L’intero percorso richiese più tempo dell’andata a causa della presenza dei bambini.
Guardandosi alle spalle, Reinor osservò la lunga fila di teste senza volto: gli diede l’impressione di tante pecore che seguivano il pastore per essere condotte all’ovile.
Lo stretto passaggio terminò, aprendosi sul vasto spiazzo dove avevano lasciato gli altri.
Fermo al limite della fenditura, Reinor scrutò le tenebre, assicurandosi dell’assenza di pericoli con il suo Potere. Soddisfatto, fece il segnale concordato.
Un minuto trascorse senza che niente accadesse. Il timore che fosse successo qualcosa prese a insinuarsi dentro di lui. Ripeté la segnalazione.
Un piccolo bagliore si accese a poca distanza, seguito a ruota da un altro e un altro ancora. Simili a stelle che sorgevano al calare dell’oscurità, le luci si andarono moltiplicando, trasformandosi in un’alba biancastra con lievi sfumature blu. Le forme delle stalattiti furono di nuovo visibili e dal loro riparo uscirono con passo incerto i primi uomini; viste le donne e i piccoli, si riversarono nello spazio della grotta, andando incontro ai loro cari. Famiglie furono riunite, bambini poterono di nuovo sentire l’abbraccio caloroso di entrambi i genitori; sorrisi estasiati e lacrime di commozione si mescolarono in quella ricongiunzione insperata.
Con rimorso, Reinor interruppe la felice ricongiunzione: a ogni istante la loro evasione poteva essere scoperta e la caccia al loro inseguimento aperta. Dirigendosi verso l’uscita della caverna, diede dei colpetti sulla spalla d’ogni uomo che era sulla sua direzione, facendogli cenno che era ora di andare; visti alcuni muoversi, tutti gli altri gli andarono dietro.
Più di una volta Reinor si fermò, mettendosi in ascolto di ogni rumore percepito, scrutando ogni anfratto sospetto. Non furono né la vista né l’udito ad avvertirlo del pericolo: fu qualcosa di simile a un sussurro, un piccolo pizzicore che era andato a sfiorare una parte recondita del suo inconscio. O forse si trattò solo di fortuna nel ritornare a passare la luce su un cunicolo che aveva già controllato: qualcosa di brunastro scivolò sulla pietra, così veloce da far pensare a uno scherzo della mente.
Ripresosi dal momentaneo stupore, Reinor s’inoltrò nel cunicolo, oltrepassando l’angolo che oscurava la sua visuale: c’era soltanto la nuda roccia ad aspettarlo. Con rapidi passi perlustrò la zona per una cinquantina di metri e poi tornò indietro, sollecitando gli uomini ad accelerare il passo.
Se fino a quel momento le creature avevano celato la loro presenza, adesso non facevano nulla per nascondersi: una zampa che spuntava da dietro una roccia, un artiglio che sfregava sulla pietra, l’ombra di un paio d’antenne stampata su una parete.
“Ci mancano ancora due caverne da attraversare, gli unici punti in cui possiamo subire un attacco di massa; se le superiamo, sarà semplice fermarli, bloccando l’entrata delle gallerie. Se solo…”
In mezzo alla via stava una delle creature, il ritmico oscillare delle antenne l’unico movimento del corpo. Reinor concentrò la sua attenzione si di esse: si trattava di movimenti lunghi e corti, alcuni mossi a scatti, altri portati a termine dolcemente. Lasciò che il suo pensiero si espandesse: in un istante nella sua mente si riversarono immagini che mostravano la posizione in cui si trovavano i prigionieri scappati, seguite dall’ordine d’intervento immediato.
“Possono comunicare con la mente come gli Usufruitori più esperti” scoprì stupito. Scattò in avanti, costringendo la creatura a ritirarsi e interrompere quello che stava facendo. «Muovetevi!» urlò senza voltarsi e correndo verso l’uscita ormai prossima.
I prigionieri si precipitarono in avanti, urtando le pareti e i loro vicini. Le donne presero tra le braccia i più piccoli, proteggendoli dalla calca che rischiava di schiacciarli. Le loro urla e quelle dei bambini fecero tornare la ragione agli uomini, calmandoli e facendoli stare attenti a non calpestarli. La corsa verso la salvezza riprese priva della frenesia che l’aveva caratterizzata inizialmente.
Tutti i ricettacoli di Potere di Reinor scattarono alla massima efficienza, pronti a captare ogni movenza del nemico. Percepì un lontano brusio simile al frinire di cicale, ma il contatto era troppo distante perché potesse distinguerlo chiaramente.
La fuga continuò e il brusio si trasformò in un assiduo mormorio che andava stringendosi attorno al suo cervello: sentiva le creature lanciate all’inseguimento incitarsi a vicenda in quella che ormai era una caccia aperta.
“Devo sapere quanto sono vicine.” Cercò d’isolare uno tra le centinaia di canali telepatici. Stretto in una morsa di dolore, con la testa sul punto di scoppiare, lanciò il suo pensiero in un attacco disperato. Le difese della sua mente scattarono a proteggerlo, interrompendo il collegamento instaurato.
Il contraccolpo della rottura fece ondeggiare il mondo attorno a lui. Ricacciò indietro i capogiri che lo assalivano, costringendosi a continuare ad avanzare. “Abbiamo soltanto un chilometro di vantaggio.”
La galleria si aprì su una conca costellata da stalagmiti e stalattiti, con un vasto corridoio nel mezzo che permetteva il passaggio di un numeroso gruppo di persone. Appena superò l’apertura, Reinor scartò di lato, fermandosi presso l’imboccatura; quelli che lo seguirono rallentarono, voltandosi a guardarlo perplessi.
«Non fermatevi!» gli urlò contro. «Imboccate il tunnel di fronte a voi e percorretelo fino alla prossima grotta. Superatela e prendete la strada che sale, seguendola finché non arrivate in superficie. Muovetevi!» tuonò vedendoli tentennare.
Quando l’ultimo uomo lo superò, si portò davanti all’apertura nella roccia. Anche senza il legame telepatico sapeva che erano vicini: poteva sentire il loro zampettare crescere d’intensità. Scagliò strali d’energia contro la volta dell’apertura. La terra tremò mentre macigni occludevano il passaggio. La polvere e i detriti si depositarono, permettendo di nuovo di vedere. Nonostante i metri di roccia che lo separavano dagli inseguitori, continuò a percepire il loro avvicinarsi: era come se stessero giungendo da tutte le direzioni.
Reagì d’impulso. Nella mano creò una sfera bianca e la scagliò contro il soffitto della grotta, inondandola di luce.
Su tutte le pareti e il soffitto si stagliavano decine e decine d’aperture: da ognuna giungeva lo zampettare assordante che li stava avvolgendo.
Prese a indietreggiare.
Una marea compatta e brulicante sciabordò nella grotta, vomitata dalle viscere della terra con violenza e rabbia: le creature con il secco scattare delle mascelle si riversarono in ordinata furia sulle pareti e sulle stalagmiti, nascondendone il colore con i loro corpi d’insetto. Come un esercito ben addestrato giunsero sul suolo della caverna, disponendosi ad arco, creando tre fronti serrati che si muovevano a velocità diverse.
Con il mantello che sbatteva contro le gambe, Reinor corse verso il gruppo che lo precedeva. Sorretto dal Potere, superò gli esseri formica, allargò le braccia verso l’esterno, portandole perpendicolarmente al proprio corpo e aprendo il palmo delle mani. Una sottile iridescenza aleggiò attorno agli arti superiori, esplodendo in un lampo di luce bianca: veloce come il pensiero, l’energia accumulata nelle mani andò a impattare contro le stalagmiti e le pareti.
Una pioggia di macigni cadde sul terreno, rompendo le file compatte degli attaccanti. La nube di polvere e detriti nascose alla vista gli inseguitori, mentre il rombo dei crolli copriva l’incessante zampettare.
Una rapida occhiata alle spalle gli confermò che gli uomini erano ancora lontani dall’uscita. Dalle mani scaturì un’ondata d’energia di potenza superiore alle scariche generate fino ad allora.
Quando le ultime rocce smisero di cadere, solo metà della grotta era stata risparmiata dall’attacco. La coltre di polvere aleggiò densa nell’aria, andando lentamente a depositarsi sul terreno. Una linea d’ombra scura emerse nel mare di foschia detritica.
Per un fronte di trenta metri Reinor si trovò a fronteggiare file e file di creature che continuavano a uscire dal muro di polvere. Lanciò rapide occhiate a destra e a sinistra: ripetere il crollo avvenuto prima era materialmente impossibile, stalattiti e stalagmiti si andavano diradando fino a scomparire e non credeva di avere la forza necessaria per far crollare l’intero soffitto. “Rimane solo una cosa.”
Veloce come il pensiero, l’energia fluì nell’area.
Gli esseri formica avanzarono imperterriti, andando a impattare contro una barriera invisibile. Negli occhi neri comparve incertezza e perplessità, anche se solo per un attimo. Con metodo presero a sondare la solidità della barriera, facendo scorrere su di essa gli artigli, cercando fessure in cui fare breccia. Non trovandole, aggredirono il muro di forza con ondate di energia celebrale.
L’impatto fu devastante e la barriera, come una barra di metallo, si piegò paurosamente. In un ultimo disperato tentativo Reinor inviò l’energia che ancora disponeva per rafforzarla.
L’arrivo simultaneo delle due forze ruppe l’equilibrio finora mantenuto: sovraccaricato, il muro invisibile esplose e una violenta onda d’urto si propagò fino ai lati della caverna.
Stordito dal colpo, Reinor rimase disteso al suolo, avvolto da un improvviso silenzio; mille luci danzarono davanti ai suoi occhi. Strinse le palpebre, resistendo all’impulso di lasciarsi andare all’oblio che lo stava chiamando.
Prese a strisciare verso una bassa sporgenza, aiutandosi con i suoi affioramenti a issarsi in piedi. Una fitta alla gamba destra lo costrinse a fermarsi al primo passo. Dallo strappo dei pantaloni vide il sangue scorrere da una lacerazione sotto il ginocchio. Zoppicando, si mosse verso l’uscita.
II tipico zampettare prese a risuonare nella caverna. Reinor aumentò l’incedere del suo passo. La volta della galleria incombeva su di lui, con le pareti grigie che gli si stringevano attorno.
Troppo tardi le creature capirono le sue intenzioni, lanciandosi a capofitto per fermarlo. Arrivarono presso la soglia nel momento in cui le prime pietre cominciarono a staccarsi dal soffitto, occludendo il passaggio.
“Spero di essere riuscito a fermarle.” Reinor fece per dare le spalle alla frana, avviandosi lungo la via che l’avrebbe portato in superficie.
Un sassolino lo superò rotolando. Un rivolo di polvere cadde su uno spigolo frastagliato, creando una piccola cascata di fini granelli.
“Non c’è niente che li fermi?”
Svoltato l’angolo dell’ultima curva prima dell’uscita, si trovò davanti a qualcosa d’inaspettato.
I fuggitivi erano fermi in mezzo alla caverna, sparsi in piccoli gruppi. Dal modo in cui si comportavano non sembrava fosse accaduto qualcosa di grave: le madri tenevano in braccio i bambini più piccoli, gli uomini stavano vicini borbottando tra loro.
Occhiate fugaci e bassi mugugni accompagnarono il suo passaggio. In ogni gruppo vedeva sempre le stesse cose: attesa e preoccupazione.
Nei pressi della parete alla sua sinistra scorse un gruppo d’uomini discutere animatamente a bassa voce. Senza essere visto si appostò dietro una stalagmite alle loro spalle.
«Non possiamo continuare a scappare. Non sappiamo dove andare e potremmo perderci o peggio. Dobbiamo fermarci.» La voce bassa e roca giungeva nitida e chiara alle sue orecchie.
«Così perderemo solo del tempo e vanificheremo gli sforzi di Reinor. Dobbiamo seguire le sue indicazioni.» Riconobbe in Tgwaren chi aveva preso la parola.
«Ti fidi di quell’uomo? Perché dovremmo credere alle parole di uno sconosciuto?» Ancora la prima voce simile a un ringhio.
«Perché sta rischiando la vita per noi. E credo che il suo piano per fuggire possa riuscire.»
Brontolii sommessi si levarono per dissentire sulle parole di Tgwaren, ma furono messi a tacere da un secco ammonimento. «È la prima volta che riusciamo a essere così vicini alle nostre case. Sono stanco di condurre una vita da schiavo, stanco di non sapere se sono ancora un uomo. Ci viene data una speranza e non voglio rinunciarci.»
Sportosi un poco, Reinor vide che gli uomini si stavano guardando l’un l’altro incapaci di controbattere.
«È da un pezzo che non lo vediamo» prese parola una terza persona. «Per quel che ne sappiamo potrebbe essere morto; potrebbero averlo ucciso.»
«Non credo che uno capace di trovarci sottoterra, eludendo la guardia di quelle bestie, possa essere ucciso tanto facilmente» fu la risposta pungente di Tgwaren.
«Quello che dici non ha senso.» Di nuovo il ringhio. «Come puoi esserne sicuro? Ti do io una sicurezza: se continuiamo a seguirlo ci faremo ammazzare tutti. Dobbiamo fermarci.»
«Così facendo le creature ci saranno addosso e ci cattureranno di nuovo» protestò Tgwaren.
«Certo.»
«Verremmo di nuovo costretti a lavorare!»
«Ma saremo ancora vivi!» sbottò con veemenza quello che più di tutti si accaniva contro Tgwaren. «Non capisci che se continuiamo su questa strada rischiamo davvero di farci uccidere? Se esageriamo, quelle bestie possono farci fuori tutti!»
«Possono farlo anche se restiamo qui!» ribatté stizzito Tgwaren.
«No, hanno bisogno di noi: per questo non c’elimineranno. Se ci mostreremo sottomessi, si limiteranno a rimetterci al lavoro.» La voce ringhiante si fece più conciliante.
«E cosa succederà quando non avranno più bisogno di noi? Chi ti dice che non si libereranno di noi?»
Altri borbottii si levarono questa volta a favore di Tgwaren.
«Che motivo avrebbero di fare una cosa del genere? Alla fine ci lasceranno liberi» disse l’odiosa voce.
«Dici questo da te, Arden, perché è una tua speranza o è quello che ti hanno fatto credere loro?» La domanda ammutolì ogni altra bocca. «Non hai mai rischiato in prima persona, hai sempre mandato avanti gli altri, appoggiandoti al più forte per avere vantaggi. Non mi sorprenderei di scoprire che tutte le fughe sono fallite perché c’era qualcuno che informava quegli esseri dei nostri piani. E che quel qualcuno fossi tu» Tgwaren sputò la sentenza come veleno.
L’imprecazione che uscì dalla bocca dell’altro diede il via alla colluttazione: le voci si alzarono di tono, seguite da strattoni e spintoni mentre i due contendenti venivano separati.
«Cosa state facendo?» sibilò una fredda voce alle loro spalle.
Più efficaci delle mani, le parole di Reinor misero fine alla disputa: tutte le facce si voltarono a guardarlo. Occhi brucianti di gelo s’inchiodarono su di loro, bloccando ogni reazione.
«Sembrate dei lupi che si azzannano per avere il primo morso della preda.»
Nessuno ebbe il coraggio di incrociare il suo sguardo.
«Dovevate pensarci prima di intraprendere la fuga: ora ogni ripensamento è inutile. Non si può tornare indietro. Tornate ai vostri posti: si riprende la marcia.»
La voce simile a un ringhio si fece di nuovo sentire. «Non sei il nostro capo per decidere quello che dobbiamo fare.»
Reinor puntò nella sua direzione. Piccoli occhietti verdastri saettavano da una parte all’altra senza mai soffermarsi su chi gli stava di fronte. Tutta la baldanza avuta finora dall’uomo si era volatilizzata. Arden spostò il peso del corpo da un piede all’altro, aprendo e chiudendo spasmodicamente le mani.
«Se hai qualcosa dilla ora o taci. Non abbiamo altro tempo da sprecare» disse freddamente Reinor. «E quando parli con me guardami in faccia.»
L’uomo sollevò lo sguardo, ma come sospettava, non riuscì a sostenerlo, focalizzandolo alle sue spalle, nella speranza che qualcuno lo sostenesse nel confronto. «Ci farai uccidere tutti, maledetto! Tu e i tuoi atti d’eroismo! Che c’entri con noi? Torna alla tua strada e lasciaci risolvere i nostri problemi da soli!»
«Anche se questo comporta la schiavitù?»
La faccia di Arden si contorse in un ringhio. «Non ci si può fare niente. Sono troppi e troppo forti. Dobbiamo stare buoni e tranquilli, perché se scateniamo la loro furia, non uno di noi rimarrà vivo» lo sfidò. «Tutto andava bene fino al tuo arrivo: bastava eseguire gli ordini e un giorno saremmo tornati liberi. Ma grazie a te abbiamo voluto fare i furbi e ora la tragedia si abbatterà su di noi. Ma c’è un modo per evitarla» un sorriso cattivo illuminò il suo viso rivolgendosi a chi gli stava attorno. «Consegniamolo alle creature quando ci raggiungeranno! Diciamogli che sotto la sua minaccia siamo stati costretti a seguirlo e che non potevamo fare nulla contro i suoi poteri! Capiranno e non ci faranno alcun male» enfatizzò il discorso puntando il dito su di lui.
«Anche facendo così, tornerete a essere schiavi; la vostra condizione non migliorerà.»
«Ma saremo vivi!» schizzò Arden. «E un giorno saremo di nuovo liberi.»
«È quello che credi o che ti è stato fatto credere. La realtà è che lavorerete per loro fino a quando la morte non vi coglierà. Solo allora sarete liberi» le parole di Reinor fecero impallidire molti volti.
«Si sbaglia! Si sbaglia!» parlò frenico Arden per timore che la sua presa sugli uomini svanisse. «Dobbiamo supplicarli e inginocchiarci: è l’unico modo. Non abbiate timore di lui. Siamo in di più, possiamo sopraffarlo.»
«Non credo proprio» fu l’atona risposta che uscì dalla bocca di Reinor.
Arden tentò di saltargli addosso. Si ritrovò la gola serrata dalla mano dell’altro, il respiro bloccato.
Negli occhi dell’Usufruitore bruciava una furia appena controllata. «Non sopporto chi non fa niente per proteggere ciò che possiede ed è disposto a farselo prendere senza reagire. Chi striscia e serve il più forte non ha dignità. E chi non ha dignità, non vale niente» sibilò a denti stretti. «Pur di salvarti venderesti tutti quelli che conosci» lo sbatté a terra. «Volete vivere da schiavi? Fatelo pure» disse rivolto agli altri. «Ma abbiate il coraggio di dire la verità ai vostri figli quando vi chiederanno il motivo di quest’esistenza, e cioè che non avete avuto il coraggio di combattere per la libertà e per coloro che amate. Se lottate c’è il rischio di morire, ma anche la possibilità di ottenere la libertà. Altrimenti continuate a strisciare. Ma qualsiasi cosa volete fare, fatela ora.»
Uno per volta sfilarono davanti a Reinor, dirigendosi alle proprie famiglie. Alla fine rimase il solo Arden, fermo nel punto in cui era stato sbattuto.
«Andiamo» gli intimò freddamente.
Come il più mite degli agnellini obbedì all’ordine, lo sguardo basso.

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