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Il futuro nel passato e il passato nel futuro

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Sesto racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata lo scarto temporale, ovvero costruire una trama intorno a una discrepanza di tempo o di epoca storica, dove ci sia un forte contrasto oppure un paradosso, obbiettivo o soggettivo, sul tempo vissuto o testimoniato dai personaggi.

 

 

“Oggi è proprio una bella giornata” pensò Mark beandosi del caldo sole estivo e della brezza che lo rinfrescava dopo la lunga pedalata. “Quella salita è davvero dura, non importa quanto si è allenati.”
Bevve dalla borraccia e si distese sulla panchina. Infilò una mano nello zaino e tirò fuori il pallone da basket. Stette a osservarlo alcuni istanti prima di cominciare a farlo girare tra le mani. Sorrise soddisfatto.
“Mi riposo dieci minuti e poi comincio ad allenarmi.” Dio, quanto gli piaceva il basket, specialmente tirare da tre punti. Il pallone che disegnava una traiettoria come un arcobaleno, il ciaf di quando frustava la retina…chi non amava quello sport non poteva capire le sensazioni che lui provava. La prospettiva di fare trecento tiri dall’arco non lo spaventava per niente, anzi. “Ancora cinque minuti e…”
Il rumore di un ramo secco che si spezzava lo fece voltare verso gli alberi a poca distanza dal campo di basket. Sentì foglie secche che venivano calpestate, poi un uomo sbucò dal fitto della vegetazione.
“Santo cielo…” Mark si mise seduto senza pensarci: quell’uomo stava fumando da tutto il corpo.
«Signore…sta…sta bene?» chiese non senza provare un brivido.
L’uomo stava con lo sguardo rivolto verso l’alto, fissando le chiome degli alberi che ondeggiavano.
«Signore?» tornò a chiamarlo più forte.
L’uomo si diresse verso di lui, sedendoglisi accanto sulla panchina.
Mark deglutì. «Sta bene?»
L’uomo fece un cenno d’assenso. «Non ti preoccupare, il fumo passerà. Stavo facendo un lavoro.»
«Bruciava rami secchi?» Le cicatrici che lo sconosciuto aveva sul volto lo intimorivano e non poco.
L’uomo parve sul punto di sorridere, o almeno così credette Mark: le labbra avevano avuto un tremito appena percettibile.
«In un certo senso.» L’uomo si sistemò la manica del braccio sinistro.
Mark fece per spostarsi un poco di lato, ma poi si fermò, credendo di risultare maleducato così facendo.
L’uomo scosse la testa. «Non ti preoccupare: è normale reagire in questo modo. Fanno tutti così quando vedono la protesi.»
«Ah» fu tutto quello che riuscì a dire Mark.
L’uomo tornò a fissare assorto gli alberi. Era come se…
«Sembra che non veda da tanto un albero» fece Mark.
«Nel luogo da cui vengo non ce ne sono quasi più. Né case, né strade. La guerra ha spazzato via tutto.»
«È lì che ha perso…»
«Esatto.»
Mark abbassò lo sguardo sul pallone. «Mi spiace.»
«Sono altre le cose di cui dispiacersi.»
Mark rimase colpito dalla frase: era un rimprovero perché gli aveva fatto una domanda inopportuna? O si stava riferendo ad altro? «Tipo?» si azzardò a chiedere, sperando di non essersi spinto troppo oltre.
«Quelle che non vengono fatte.»
Non si aspettava una risposta del genere. “Cosa vuol dire? Non riesco a capire.” Per quanto si sforzava, non ne riusciva a saltare fuori.
«La comprensione con il tempo arriva; quello che conta è che arrivi con il giusto tempismo.»
Mark fece un cenno d’assenso. Prese a palleggiare per scaricare il nervosismo. Poi si fermò. «Non le dà fastidio, vero?»
Volse il capo verso l’uomo quando non lo sentì rispondere: l’altro teneva lo sguardo fisso davanti a sé. La sua espressione era indecifrabile. Era un insieme di tante emozioni e nessuna. Eppure non un solo muscolo del volto si era mosso.
«Sta aspettando te.»
«Eh?»
Mark seguì lo sguardo dell’uomo. Oltre il perimetro del campo di basket c’era Mya ferma sulla sua bicicletta; quando vide che la stava guardando, lo salutò.
«Oh, mi scusi.» Imbarazzato, Mark si alzò, andando verso di lei.
L’uomo li osservò mentre parlavano, poi volse lo sguardo al pallone da basket rotolato contro un piede della panchina. Si sporse di lato e lo prese, cominciando a farlo girare tra le mani. “Quanto ho amato questo sport; quante ore ho passato su campi di gioco come questo. Tirare a canestro mi rasserenava; era quasi un modo per spiccare il volo.” Fermò il pallone. “Non me ne rendevo conto, ma allora ero davvero felice, davvero spensierato. Non ho sputo godermi appieno quei momenti. Non ho saputo cogliere l’attimo.”
Alzò lo sguardo verso Mark e Mya. Il suo sguardo s’indurì. Le sue membra si tesero. Lei se ne stava andando. Come ben sapeva. E come ben sapeva che cosa doveva fare. Serrò le labbra, preparandosi.
Mark tentennò alcuni istanti, osservando la ragazza pedalare lentamente lontano da lui, poi tornò verso la panchina. S’inchiodò di colpo quando l’uomo si alzò in piedi e si mise di fronte a lui, quasi piantandogli il pallone nello stomaco; titubante, lo prese tra le proprie mani. L’uomo lo fissò dritto negli occhi: erano azzurri come i suoi, solo con sfumature più grigie, più dure, come d’acciaio.
«Tu sei un bravo ragazzo. Troppo bravo. Troppo ligio alle regole. Sempre a cercare d’essere perfetto, sempre a cercare d’essere un modello per gli altri: troppo rigido, troppo incanalato in certi ideali. L’eccesso non è mai un bene: finirai così per bloccarti. Lasciati un po’ andare.»
Mark lo fissò a bocca aperta.
L’uomo sbuffò dal naso. “Si può essere così lenti?” Sbuffò di nuovo. “Certo che si può.” «Maledizione, cerca di tirare fuori un po’ più di palle.»
«Eh?» fece Mark ancora più sorpreso.
L’uomo preso lo zaino e glielo cacciò sul pallone. «Valle dietro: è venuta qui per te.»
Il viso di Mark prese fuoco.
«Vai!» ordinò seccamente l’uomo.
Mark mise in fretta il pallone nello zaino e salì in sella alla bici.
«Ehi.»
Mark si voltò timoroso verso l’uomo.
«Vedi di baciarla, cazzo: non vuole altro.»
Mark si allontanò pedalando con forza.
“Fallo. Fallo per davvero. Salva te stesso. Salva me. Salvaci tutti.” Aprì il comparto nel braccio sinistro e premette i simboli sul display per programmare il ritorno. Se le cose non fossero andate come sperava, gli avrebbero tolto ogni autorizzazione e addio Colonnello Mark Detroy. Quello però sarebbe stato il minore dei mali. Avrebbero mandato un altro a eseguire gli ordini cui lui aveva disubbidito. Era stato più forte di lui: nonostante fossero passati quarant’anni, i sentimenti che provava per Mya esistevano ancora. Non lo riteneva possibile, ma quando l’aveva vista sul bordo del campo di basket aveva scoperto la verità.
Vide il se stesso più giovane raggiungerla. “Dicevano che era rischioso che venissi io, che potevo riconoscermi e far impazzire il me giovane, incasinando tutto. Ma io mi conosco bene: su certe cose sono lento a capire ed ero sicuro che non mi sarei riconosciuto. E come avrei potuto? Sono cambiato così tanto che io stesso stento a credere che ero quel ragazzo che oggi ho incontrato.”
Ora Mya e il suo se stesso del passato erano scesi dalla bici e camminavano fianco a fianco. “Fallo. Cambia il tuo presente. Cambia il mio passato. Cambia il nostro futuro. Non voglio vivere in un mondo ormai morto, devastato dalla guerra. Perché se non lo farai, la prossima volta verrà qualcuno che la ucciderà, perché è lei che creerà ciò che ci porterà alla rovina. Ma se sta con te, forse questo non avverrà. Non ci sarà risentimento, delusione, e allora non incanalerà le sue energie nel dare vita a qualcosa di distruttivo.” Strinse i pugni. “Mi hanno detto che ucciderla era l’unica soluzione per salvarci; per una volta non ho voluto obbedire, ho voluto usare la mia testa. Ho voluto credere che c’era un’altra possibilità. Cerca di non deludere la mia fiducia e incasinare tutto come ho fatto io allora.”
Vide che si erano fermati, ma oramai la visuale era sfocata: si stava smaterializzando per tornare nel tempo dal quale era giunto. “Fa che sia un futuro migliore” pensò mentre tutto diveniva bianco e sentiva la protesi cominciare a staccarsi.

Reinor. Sottoterra. Parte 2

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Arrivarono al villaggio quando la luce solare non lambiva più i tetti delle case.
Attesero inutilmente che qualcuno uscisse dalle abitazioni per accoglierli. Alcuni mercanti andarono a bussare alla porta del primo edificio sulla strada. Non ottenendo risposta, passarono a quello successivo. Soltanto al quarto qualcuno si degnò di affacciarsi alla finestra e ascoltare le loro richieste, indirizzandoli all’abitazione dell’autorità di Knader, un edificio nei pressi della piazza. Fu permesso loro di accamparsi vicino al villaggio, ma delle altre questioni se ne sarebbe parlato il giorno successivo.
I viaggiatori trascorsero una serata tranquilla attorno ai falò, mentre nelle case non riluceva alcuna luce. I discorsi calarono di tono e i fuochi cominciarono ad affievolirsi, lasciando la piana rischiarata solamente dalle stelle del cielo.
L’albeggiare del nuovo giorno giunse e un gallo cantò. Il fumo prese a uscire dai camini. Gli abitanti di Knader uscirono senza fretta dalle case per andare ai propri lavori.
“C’è qualcosa che non va.” Reinor vedeva i volti delle persone troppo abbattuti e timorosi per rientrare nella quotidianità. Inoltre parte della popolazione non partecipava alla vita del villaggio: metà delle porte erano rimaste chiuse, senza che un filo di fumo uscisse dai rispettivi camini.
Dopo aver osservato per qualche minuto la scarsa attività del villaggio, si ritirò verso la campagna, lontano dalla carovana dove i lavori infervoravano, per portare avanti gli studi senza essere disturbato. La parte di regione dove si trovavano non presentava bellezze particolari: era una vasta piana coltivata, puntellata qua e là da boschetti di faggi e pioppi, con numerosi torrenti che nascevano dal sottosuolo. Un paesaggio monotono, interrotto a est da una catena montuosa.
Lontano dai rumori, giunse a una muraglia quadrata fatta di sassi e malta, non più alta di un uomo; dietro allo sciupato cancello di legno si scorgevano ordinate fila di lapidi di pietra.
“Non sono state scavate fosse di recente.” Il fatto sconfessava il suo ragionamento iniziale, quando aveva pensato a un’epidemia per giustificare la mancanza di tanta gente.
Arrivò sulla sommità di una bassa collina. Alla sinistra c’era il villaggio con i contadini che lavoravano la terra; davanti a sé e alla destra si stendevano ampie distese intervallate da abitazioni rurali. Aguzzando gli occhi notò che nelle loro vicinanze non c’era nessuno occupato a lavorarli.
S’incamminò in quella direzione, dimentico dei suoi studi.
In una delle case scorte dall’alto si presentò la stessa scena vista al villaggio: dalle finestre vide che le camere erano in ordine, ma deserte. Nessuno rispose ai suoi richiami. La porta non era sprangata. Dalla soglia gettò una rapida occhiata all’interno: i piatti sulla tavola erano ricoperti da un sottile strato di polvere, così come le fette di pane indurito. Dalla pentola sul fuoco spento giungeva l’odore di cibo andato a male. Chi aveva abitato lì se n’era andato all’improvviso.
Richiuse la porta e tornò al campo.
“Come può metà della popolazione sparire o andarsene senza lasciare traccia, abbandonando tutto?” Fare domande in giro non sarebbe servito a chiarire il mistero: la gente non avrebbe risposto. Sguardi guardinghi, corpi sempre tesi a scattare. Glielo leggeva negli occhi: conviveva con la paura di avere a che fare con qualcosa di sconosciuto e di poterne essere colpita in qualsiasi momento.
Passò il pomeriggio dedicando la sua attenzione a un libro, sperando che questo lo aiutasse a rilassarsi e a chiarirsi le idee. Nelle sue pagine erano riportati esperimenti su come ricercare e trovare nuove vie per liberare i poteri reconditi dell’individuo. La lettura era affascinante e coinvolgente, ma non perse mai d’occhio quanto succedeva attorno a lui. Arrivò la sera e la gente di Knader ritornò dai campi per riposarsi dalle fatiche della giornata. Non sfuggirono al suo sguardo i gruppetti in cui le persone si riunivano, discutendo frettolosamente a voce bassa. Non c’era traccia di cordialità nei loro sguardi, traspariva soltanto agitazione e paura. Senza salutare si rintanavano nelle case sbarrando le porte. Quella sera un camino in meno levò la sua spirale di fumo verso il cielo.
Le ombre si allungarono fino a confondersi con l’oscurità. Reinor fissò la pagina del libro che stava leggendo: sapeva come trovare indizi per svelare l’arcano.

La giornata cominciò come la precedente: i mercanti che lavoravano ai carri e i contadini che si avviavano ai campi con gli attrezzi in spalla. Sembrava di assistere a gente che veniva deportata o doveva finire sul patibolo: avevano gli stessi occhi dei condannati, rassegnati a un destino inevitabile.
Senza farsi notare, Reinor li seguì, dirigendosi verso i campi lasciati liberi, scegliendo l’appezzamento più lontano dalla visuale dei contadini e camminando fin dove la terra era stata lavorata.
Un piccolo bagliore colpì i suoi occhi.
Ascoltando un imprecisato istinto evitò di giungervi in linea retta, seguendo la linea invisibile di una larga curva. Giunto sulla terra ancora vergine si accoccolò sui talloni a mezzo metro dall’oggetto che aveva attirato la sua attenzione. Con cautela allungò la mano per raccoglierlo, come se si aspettasse che qualcosa uscisse dal terreno e l’afferrasse. Non successe niente, ma il senso d’allarme che lo attanagliava non accennò a lasciarlo. Ripulì l’oggetto e l’esaminò: una semplice forcina per capelli.
Le immagini lo aggredirono all’improvviso.
Stava camminando nel campo. Sentiva sulle spalle il sole al tramonto; con una mano scostò una ciocca di capelli scuri che era finita davanti agli occhi. Con le gambe pesanti per la giornata lavorativa, avanzò stancamente verso la brocca d’acqua posta sotto gli alberi, i passi intralciati dalla lunga gonna. Provò un sussulto quando sentì la terra mancare sotto i piedi. Il terreno sotto le sue scarpe si mosse con violenza crescente, facendo sprofondare una gamba fino al ginocchio. Il panico la colse e cercò di tirare fuori l’arto, afferrandolo con le mani, ma anche l’altra gamba prese a essere risucchiata nel terreno. La terra le brulicò addosso, formicolante come una moltitudine di ragni che avanzava inesorabilmente. Cercò di afferrarsi a qualcosa mentre la sentiva salire fin sopra la vita, le braccia che annaspavano come un naufrago sballottato dalle onde. Bloccata dallo choc e dal panico, tentò di lanciare un grido, ma il sapore della terra andò a riempirle la bocca, mentre il sole si oscurava. L’ultima cosa che sentì fu qualcosa che la trascinava sotto.
Reinor si riscosse, sentendo la forcina entrargli nelle carni per quanto forte la stava stringendo. Respirò a pieni polmoni, tornando in possesso delle sue capacità. “Quel libro mi è stato davvero utile.” Ma non era il momento di pensare alla scoperta di un nuovo lato dei suoi poteri.
Impugnata la zappa dalla parte metallica, prese a spingerla con cautela oltre il terriccio dove aveva trovato la forcina. Il manico, sempre con maggiore facilità, prese a scendere in profondità. A metà della sua lunghezza, Reinor prese a far leva. Il terreno implose su se stesso, aprendo un buco capace di contenere una mucca. Guardò all’interno del piccolo cratere: fondo quasi due metri, si trasformava in una galleria capace di far passare un uomo, inabissandosi nel sottosuolo.
“Ecco come sono sparite quelle persone. Rimane da scoprire chi ha creato questi tunnel.”
Discese fino ad arrivare all’imboccatura della galleria. La luce del giorno rischiarò ancora per qualche metro i suoi passi nel passaggio; sollevò una mano, creando una piccola sfera luminosa che dissipò le tenebre.
L’aria si fece pregna dell’odore della terra e la temperatura aumentò mentre si addentrava nel tunnel, avvolgendo il corpo in un sudario soffocante; poche centinaia di metri e aveva gocce di sudore che gli scorrevano sulla schiena.
Osservò il divincolarsi di grossi lombrichi nel terreno. “E se avessimo a che fare con i loro fratelli maggiori?” L’immagine di un lombrico di svariati metri che torreggiava su di lui non era per niente piacevole.
La lenta discesa continuò monotona, le pareti intervallate da radici simili a vene sporgenti, fino a quando si trovò dinanzi a un bivio. Prese la via di destra.
Seguendo le svolte del tunnel continuò a scendere, il terreno molle d’umidità. Senza preavviso la pendenza della galleria cominciò a salire bruscamente, costringendolo a usare le mani per inerpicarsi. L’arrampicata durò quindici metri e il terreno tornò in piano, permettendogli di continuare senza difficoltà. La temperatura si fece più mitigata, con l’odore della terra meno penetrante e persistente. Provò un senso di sollievo quando una zaffata d’aria fresca gli arrivò alle narici. Seguendo la scia si ritrovò davanti un muro di terra: il passaggio terminava in quel punto. L’aria percepita proveniva da un’apertura grande come un pugno sopra la sua testa; con le mani l’allargò, ritrovandosi a guardare il cielo limpido. Era arrivato nel punto in cui la voragine si era aperta sotto i carri.
Girò i tacchi e tornò alla deviazione, imboccando l’altro passaggio. Le radici incontrate fino a quel momento sparirono, solo qualche macigno interrompeva l’omogeneità della terra.
Percepì un cambiamento nella temperatura quando la galleria si fece più alta e larga, le pareti compatte e lisce, come se la terra fosse stata colpita con il piatto di una pala.
Dopo l’ennesima svolta trovò numerose impronte di piedi sul terreno, tutte rivolte nella stessa direzione: delle persone erano passate da lì, affiancate in ordine di quattro, come un plotone militare. Non erano gli unici segni lasciati sulla terra, un’altra serie d’impronte camminava vicino alle pareti: avevano la forma di piccoli fori, come se tante lance acuminate fossero state appoggiate al suolo. Le tracce erano più fonde e ravvicinate di quelle degli uomini, la conformazione simile a quella degli insetti, ma, stando alla loro grandezza, dovevano essere creature della stessa altezza di un umano.
Con la luce della sfera che apriva il cammino s’addentrò sempre più nella terra. La presenza di rocce aumentò, andando a costituire completamente la formazione del tunnel e rendendo l’ambiente meno umido. In mezzo alla dura pista trovò un braccialetto di fili colorati.
Tenne l’oggetto disteso sul palmo della mano, aspettando che gli venisse mostrata la visuale avuta dalla persona che l’aveva indossato: doveva solo agganciare l’ombra d’energia psichica inscritta in esso e vedere, anzi rivivere, quanto accaduto alla persona che l’aveva posseduto.
I minuti passarono senza che accadesse qualcosa.
Provò a passare le dita sul tessuto, a tenerlo serrato tra le mani: qualsiasi cosa facesse non risvegliava la visuale custodita nel bracciale.
“Perché la prima volta la visione è giunta senza neanche pensarci?”
Stava per abbandonare i tentativi quando le immagini arrivarono come un torrente in piena.
L’illuminazione della galleria era soffusa, rischiarando l’area quel tanto che bastava per seguire l’irregolare corridoio di pietra. Figure lo precedevano, serrate in ordine compatto, poco più d’ombre con qualche accenno di lineamenti umani. Accanto a sé sentiva il calore del corpo di chi lo affiancava e il rumore dello sfregamento degli abiti. Nessun gemito o imprecazione si levava dalla massa: solo il ritmico alzarsi e abbassarsi dei loro passi e lo snervante zampettare di chi li sorvegliava. Erano sempre accanto a loro, una presenza costante, pronti a castigarli qualora contravvenissero agli ordini.
Con lo sguardo fisso davanti a sé non si azzardava a volgere il capo di lato: il timore di essere punito, come già era accaduto ad alcuni, era troppo grande.
La luce aumentò un poco, riuscendo a vedere con maggiore chiarezza la linea degli individui che lo precedevano. Con il cuore che accelerava i battiti e la sudorazione che si faceva più copiosa, si sporse un poco in avanti, guardando oltre le persone al suo fianco: riuscì a scorgere una forma della grandezza di un pony, il corpo snodato terminante con un aculeo; una serie di zampe sottili e scattanti si muoveva senza difficoltà. Un brusco movimento dell’essere e un suo repentino dietro front lo costrinsero a tornare nella sua posizione.
Reinor si trovò di nuovo avvolto nella chiara luce della sfera, il piccolo oggetto tra le mani.
S’affrettò a riprendere il cammino, continuando la discesa nelle viscere della terra.

Life is a game

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Quinto racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata IL FILMATO. In questo caso si doveva selezionare liberamente un breve videoclip da internet (durata massima: 5 minuti), che secondo la propria inclinazione personale si ritenevate particolarmente suggestivo; ispirandovi a questo, elaborare il proprio racconto (piccola precisazione quanto realizzato non si può definire un racconto, ma è stata l’unica idea che mi è venuta con il poco tempo a disposizione quando l’ho scritto).

 

 

Life is a game dice Takeshi Kitano in Battle Royale. Del film sono riuscito a vedere solo qualche spezzone presente in rete: trovare il dvd ormai è difficile. Colpa mia che su certe cose arrivo tardi, ma non mi piace correre dietro qualcosa che fa molto parlare di sé; così sono arrivato a darci uno sguardo dopo più di dieci anni dalla sua uscita. In molti paesi questa pellicola è stata censurata per l’estrema violenza di certe scene; sinceramente ho reputato la cosa come il solito polverone sollevato per niente. Certo, alcune di esse possono colpire vista la giovane età dei protagonisti, ma se volete vedere davvero qualcosa che urta, provate a guardare qualche spezzone di Cannibal Holocaust; personalmente, dopo aver visto certe sue scene, ho avuto un certo rigetto per la violenza e per una settimana sono andato avanti a leggere poesie di prati e fiori. Se potete, evitatelo.
Life is a game, dice Takeshi Kitano nel film Battle Royale ispirato all'omonimo romanzoMa torniamo a Battle Royale. Se siete interessati al film, guardate il video su youtube con tutte le morti presenti nella pellicola (basta che cerchiate con Google “Battle Royale all deaths” o qualcosa di simile); evitate come la peste quelli con la dicitura di film completo: ne rimarreste altamente delusi.
Visto che finora non ho parlato che di violenza e di morte vi starete chiedendo se il film è solo questo: in effetti lo è. Eppure è anche qualcosa di più.
Andiamo con ordine. Il film è tratto dall’omonimo romanzo del 1999 di Khousun Takami: qualche piccola differenza c’è, ma nel complesso la trama e lo spirito del libro sono mantenuti. Qual è la storia che ha suscitato tanto scalpore? In questo caso mi riferisco al libro, che conosco bene, a differenza della versione cinematografica.
La vicenda è ambientata nel 1997 nella Repubblica della Grande Asia dell’Est (una versione totalitaria del Giappone), una nazione governata da un sistema nazionalsocialista guidato da un’autorità esecutiva chiamata il Dittatore (il fascismo vittorioso, come viene definito da uno dei personaggi); di esso non si sa molto altro. I contatti con le altre nazioni sono estremamente limitati. Molto cose sono vietate. Ogni anno, gli studenti di una classe terza di scuola media selezionata a caso, sono sottoposti al Programma e sono costretti a combattere tra loro e a uccidersi finché non rimane un solo sopravvissuto. Se si rifiutano di combattere, vengono tutti uccisi; al loro collo è stato messo un collare che segue i loro spostamenti e che può esplodere se cercano di toglierselo, se fanno qualcosa che non va e se si trovano in zone dove non devono accedere. Se qualcuno non muore entro ventiquattro ore, tutti vengono uccisi. Per costringerli a uccidere, il “gioco” ha un limite di tempo, oltre al fatto che durante il suo svolgimento, con il passare delle ore, alcune aree diventano vietate e sostare e passare in esse fa esplodere il collare. A ognuno è dato uno zaino con una mappa, una bussola, acqua, cibo e un’arma scelta casualmente, per non fare favoritismi: si va dalle armi da fuoco a quelle bianche, a quelle totalmente inutili.
Tutto questo non è molto carino? Certo che lo è; naturalmente si deve essere pazzi per ritenere in questo modo una cosa del genere. E appartenere a un sistema impazzito; di sistemi impazziti noi ne dovremmo sapere qualcosa, dato che ogni giorno assistiamo a robe da chiodi. Eppure, nel modo di fare di quel governo inventato c’è una logica, ed è qualcosa da genio del male allo stato puro. Tutto ruota attorno alla fiducia, in qualsiasi tipo di rapporto; ma se viene a mancare? Questo spiega lo spietato ragionamento che si nasconde dietro le scelte del regime e come possa continuare a funzionare senza che nessuno si ribelli a esso. Perché senza la fiducia nei propri simili non ci si può unire e creare un movimento capace di opporsi a una dittatura: se nella gente s’insinua il sospetto che non ci si può fidare di nessuno, allora si è ottenuta una vittoria schiacciante, a cui nessuno mai si opporrà. E per ottenere questo, gli individui vanno spezzati nel momento di maggior vulnerabilità, quando sono giovani, il periodo in cui si hanno maggiori speranze e ideali: se si riescono a eliminare questi elementi, non resta spazio che per rassegnazione, sfiducia, opportunismo ed egoismo. Tutte cose che non vanno a far altro che rafforzare il regime e a mantenere ferrea la presa sulle persone, che non vedono possibilità di cambiare le cose, restando ferme a subire, anche se trovano tutto ingiusto, convinte che nessuna ribellione possa andare a buon fine, che non ci possa essere nessun cambiamento.
Bene, adesso viene il bello. Finora abbiamo parlato di una storia inventata; ma provate a pensare se una cosa del genere fosse toccata a noi. Se fossimo stati prelevati insieme ai nostri compagni di classe e portati in un luogo dove dovevamo uccidere o essere uccisi. Di chi ci saremmo potuti fidare? Avremmo avuto delle sorprese. Life is a game, ma in giochi come questi gli errori si pagano a caro prezzo. Avrebbero le nostre capacità di giudizio valutato correttamente chi frequentavamo da anni? In un modo o nell’altro avremmo scoperto la vera natura degli altri. Ma avremmo scoperto anche la nostra vera natura, quella che teniamo nascosta, quella che non vogliamo ammettere di avere, quella non vogliamo vedere perché abbiamo paura di scoprire la verità.
Provate a riflettere su questo: le cose appaiono sotto una nuova luce, non è vero? Sconvolgente, non trovate? Oltre naturalmente a essere inquietante e a far veramente paura. Forse è proprio per questo che libro e film hanno dato tanto fastidio. Una cosa è sicura: c’è da meditare. Su tante cose.

Sottoterra. Parte 1

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Tutte le lampade della Caraffa Schiumosa erano accese, rischiarando la pietra delle pareti e il legno del soffitto. Uomini sorseggiavano birra al bancone, accompagnati dall’odore di stufato che proveniva dalla cucina. Le cameriere sgusciavano tra i tavoli con piatti fumanti sulle mani.
Seduto in un angolo del locale, Reinor era in compagnia dei resti della cena. Era nella locanda da un’ora prima del tramonto, orario convenuto con Darden per incontrarsi; vedendo il suo ritardo, aveva ordinato: sicuramente era stato trattenuto dai suoi impegni.
La figura corpulenta dell’amico comparve nella sala. Con alcuni cenni attirò la sua attenzione.
Il mercante arrivò al tavolo trafelato, sedendosi con un sospiro di sollievo e asciugandosi con un fazzoletto il sudore che scendeva dalla fronte.
«Che corsa per arrivare.» Le parole gli uscirono in uno sbuffo.
«Potevi evitartela, visto che l’ora dell’appuntamento era passata» commentò Reinor.
«L’ingratitudine non ha limiti a questo mondo. Uno si preoccupa, fa di tutto per mantenere i propri impegni e viene ripagato con risposte pungenti e incomprensione» rispose melodrammatico Darden.
Reinor sorrise: cercando di sdrammatizzare ogni cosa, Darden riusciva ogni tanto a farlo sorridere. Un evento raro, specie negli ultimi tempi.
Darden continuò la filippica con fare sconsolato. «Sei ancora giovane per capire gli impegni gravosi che comportano gli affari e non sai ancora cosa significa portare avanti con dedizione e passione il lavoro di una vita…»
«Risparmiami: non ho fatto nulla di grave per meritarmi una simile punizione» lo fermò Reinor prima che l’amico mettesse in atto una commedia, chiamando al tavolo una cameriera. «Un piatto di stufato e una birra» ordinò. «Speriamo che con la bocca piena la smetterai di lamentarti» borbottò.
«Guarda che ti ho sentito!» Darden si raddrizzò sulla sedia. «Dovresti avere più rispetto per gli anziani.»
«Hai ragione, ma c’è un piccolo particolare da considerare: tu non lo sei» puntualizzò Reinor.
Darden alzò le mani in segno di resa. «Devi sempre avere l’ultima parola, vero? Speriamo che la cena sia buona, visto che la compagnia non è delle migliori.»
Reinor rise davanti alla sua faccia teatralmente immusonita.
Non parlarono più finché Darden non ebbe consumato il pasto. Reinor s’immerse nei suoi pensieri, estraniandosi dai rumori della folla. Come alle volte accadeva, mentre teneva lo sguardo fisso davanti a sé, una sensazione strana fece capolino: era come se la sua mente fosse attirata in una spirale e più vi si addentrava, più perdeva contatto con la realtà e con se stesso, come se stesse per dissolversi. Ma prima che iniziasse una discesa che ben conosceva, fu riportato alla realtà dal sospiro compiaciuto di Darden che aveva terminato la cena.
«Quello che ci voleva dopo una dura giornata di lavoro.» Darden si massaggiò l’addome sporgente.
«Quale lavoro?» lo punzecchiò Reinor.
«Caro ragazzo, devi sapere che per portare avanti buoni affari occorre dimestichezza nella contrattazione. Occorre pazienza e tatto, trovare le parole giuste al momento giusto. La mente è sempre sotto pressione, sempre allerta, e richiede un gran dispendio di energie» spiegò il mercante con sicumera.
«Non metto in dubbio l’intellettualità del tuo lavoro, anzi direi che il tuo essere rispecchia pienamente il lavoro che pratichi.» Reinor fece cadere lo sguardo sull’addome prominente.
Darden sorrise compiaciuto, convinto per una volta che fosse riconosciuto un suo ragionamento: quando si accorse dell’allusione che Reinor stava facendo, assunse uno sguardo offeso.
«Quando la smetterai di prenderti gioco di me, ragazzo?»
«Quando la smetterai di prenderti troppo sul serio» rispose serafico Reinor.
«Senti chi parla di non prendersi sul serio: quello che affronta ogni situazione come se fosse una guerra. Non sei la persona adatta a fare queste osservazioni.»
Reinor non ribatté, sapendo che c’era verità in quella battuta.
«A proposito di cose serie» Darden assunse il tono pacato che riservava a particolari occasioni. «Non potrò accompagnarti nel proseguimento del viaggio.»
Reinor accolse la notizia senza scomporsi, lasciando l’amico proseguire.
«Dagli incontri avvenuti in questi giorni sono scaturiti nuovi contatti che paiono essere promettenti.» Bevve un sorso di birra. «È un risvolto inaspettato, ma benvenuto: il cosiddetto colpo di fortuna che noi mercanti aspettiamo sempre. Gli affari andranno in porto, ne sono sicuro, tuttavia non si concluderanno velocemente. Potrebbero occorrere diverse settimane e non credo tu sia propenso a stare fermo così a lungo.»
«Non c’è niente che questa cittadina possa darmi, a parte un pasto caldo e un letto. Restare sarebbe solo uno spreco di tempo» disse con calma Reinor.
«Sapevo che avresti risposto così.» Darden batté la mano sul tavolo, con un sorriso compiaciuto. «Ed è per questo che ho già trovato una soluzione: sono venuto a sapere che fra due giorni una piccola carovana partirà per Womb Rendin. Ho fatto domande e non hanno nulla in contrario ad avere con loro un altro viaggiatore.» Tamburellò le dita sul legno. «Avrei preferito accompagnarti, ma gli eventi non sono andati come programmato. Però arriverai a poca distanza da Hatieven senza fatica Allora, che ne dici?»
Reinor soppesò la proposta. «Va bene: è la soluzione più conveniente per entrambi.»
«Davvero non ti dispiace che non riesca ad accompagnarti?»
«Da quando esiste un mercante che antepone i sentimenti agli affari?» s’informò Reinor.
«Ecco il risultato di essersi preoccupato per qualcuno: malignità e diffidenza.» Darden riprese a recitare la parte drammatica.
«Va bene, basta che non ricominci a fare la vittima» rispose divertito l’Usufruitore. «Piuttosto dimmi l’ora e il luogo dove dovrò trovarmi per unirmi alla carovana.»
«Avrai tutte le informazioni che ti servono, ma per il momento godiamoci la serata. Ragazza, altra birra!» esclamò levando il boccale vuoto mentre una cameriera passava dalle sue parti.

La mattina di due giorni dopo Reinor era su una larga strada che conduceva alla porta nord di Nhal, il ritrovo della carovana. I carri erano allineati vicino ai palazzi, con gli uomini intenti a terminare i preparativi per la partenza. Rimanendo presso l’angolo della strada, evitò di essere risucchiato in quella che ormai era una scena familiare: nell’arco di un mese era la terza volta che assisteva alla partenza di una carovana.
Una mano gli scosse la spalla. «Aspetti che partano, per poi corrergli dietro? O hai cambiato idea e deciso di rimanere a tenermi compagnia?»
«Nessuna delle due» rispose alzando lo sguardo su Darden. «Aspetto che si calmi il trambusto.»
«Si vede che non hai la stoffa per diventare un mercante: tutto questo è la nostra linfa vitale.»
«Non ho mai detto di volerlo diventare» si schernì Reinor.
Una sonora risata scosse il corpo dell’omone. «Seguimi, ti faccio conoscere la persona con cui viaggerai.»
Si fecero largo fra la folla di mercanti e lavoratori, arrivando all’inizio della colonna, fermandosi vicino a un carro coperto da un pesante telo cerato. Un uomo con larghi pantaloni bianchi e una blusa indaco che metteva in risalto la carnagione olivastra stava sistemando il carico di botti.
«Mastro Cander» chiamò Darden.
Un volto sulla cinquantina, con capelli crespi e folti baffi, si voltò a osservarli.
«Signor Darden.» L’uomo porse la mano al mercante.
«Ecco l’amico di cui le ho accennato qualche giorno fa.» Darden presentò l’Usufruitore.
«Giusto in tempo per la partenza; puoi sistemarti sul sedile del conducente o nel retro se vuoi dormire durante il viaggio.»
«È ora di salutarci» disse Darden. «Ti raggiungerò a Hatieven una volta conclusi i miei affari.»
«Bada di non diventare troppo ricco» Reinor accennò un sorriso.
«E tu accantona per un po’ gli studi e lasciati vivere» controbatté il mercante. «E non cacciarti in qualche guaio.» La sua risata risuonò mentre si allontanava.
Reinor andò a sistemarsi sul carro, mentre la colonna lentamente si avviava verso la porta. Si voltò a dare un ultimo sguardo alla città: nel punto dove era stato pochi istanti prima vide Darden che assisteva all’allontanarsi della carovana. Con un cenno della mano lo salutò prima che le mura lo celassero alla vista.

La giornata, la quinta dopo aver lasciato Nhal, era cominciata come al solito all’alba, con l’odore dei fuochi che andava a risvegliare i viaggiatori ancora sotto le coperte. Subito dopo la colazione, la carovana s’inoltrò nella piana che si stendeva oltre la zona collinare circostante Nhal.
Reinor non si unì alle conversazioni dei compagni di viaggio, restando all’interno del carro a studiare sui libri e a meditare. Uscì quando la calura del giorno cominciò ad attenuarsi, portandosi a fianco del conducente. Il villaggio che avevano scorto due ore prima stava scorrendo alla loro destra, uscendo dal campo visivo.
«Credevo che ci saremmo accampati per la notte nei pressi di quel piccolo centro abitato.»
«Avremmo anticipato la sosta, perdendo tre ore di marcia inutilmente» spiegò Mastro Cander. «La regione è tranquilla: possiamo fermarci in qualsiasi luogo senza correre pericoli.»
Stava per perdersi nelle sue riflessioni quando vide sporgere oltre la linea della carovana la sagoma di uno dei carri più avanzati: la struttura di legno rimase per una frazione di secondo sospesa in un’inclinazione innaturale, poi si piegò di lato, andandosi a schiantare al suolo e accartocciandosi su se stessa. Le assi del piano si divelsero, andando a mescolarsi con la merce rotolata sul manto erboso.
Il carro subito dietro seguì la stessa sorte.
La carovana si trasformò in una cacofonia d’urla e nitriti spaventati. I passeggeri dei mezzi ribaltati furono aiutati a riprendersi, i cavalli liberati dai finimenti ingarbugliati. L’incidente non aveva causato ferite ad animali e persone. Gli unici a riportare danni erano stati i carri: le assi dei pianali, i semiassi e i raggi delle ruote erano spezzati; niente d’irreparabile, ma occorreva tempo per rimetterli in sesto.
Reinor rimase a fissare la voragine che si era aperta al loro passaggio mentre le merci venivano recuperate. “Delle semplici piogge non possono causare un simile fenomeno, a meno che sotto il terreno non ci sia uno spazio vuoto, come delle tane di animali. Ma quali bestie possono scavare simili buche sotto il suolo?”
Con sua sorpresa la carovana ripiegò verso il villaggio.
«Non possiamo trasportare per tutto il tragitto la merce degli altri mercanti» disse Mastro Cander anticipando la sua domanda. «I carri devono essere riparati, ma ci manca il materiale per farlo: al villaggio possiamo procurarcelo, così da poter ripartire nell’arco di qualche giorno.» Fece una smorfia di disapprovazione. «Un ritardo non preventivato.»
Reinor accolse la notizia restando in silenzio.

Sottoterra (un estratto di un racconto del mondo di Asklivion)

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Quarto racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata Dentro al pozzo. Pozzi, caverne, segrete, cantine: tutti posti bui, claustrofobici, dove far sentire la sensazione di stare laggiù, al buio. Tale racconto è una parte di una storia più ampia dedicata a Reinor, uno dei protagonisti di Strade Nascoste. Nell’idea della prima stesura tale storia doveva fare parte del romanzo, ma allontanava il lettore dalle vicende principali, risultando purtroppo dispersiva; nulla vieta però ora, dopo averla elaborata, di proporla per arricchire il mondo di Asklivion. Le vicende in esse narrate sono antecedenti i fatti di Strade Nascoste, e vanno collocate prima che il gruppo si formi a Womb Rendin.

Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto.
Alzare e abbassare. Abbassare e alzare.
Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare.
Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero.
A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi.
Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano.
Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava.
Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti.
Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano.
Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere.
Era rimasto tutto nella sua mente.
L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro.
Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare.
Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso.
Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa.
Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo.
Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati.
Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia.
La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri.
Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti.
Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole.
Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio.
Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti.
Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere.
Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine.
Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo.
Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto.
Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano.
Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata.
Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.

Fiori d'estate

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Fiori d'estate

Senza scampo

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Terzo racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata Closed Circles. Un Closed Circle è una situazione nella quale uno o più personaggi si trovano bloccati da qualche parte e isolati dal resto del mondo: ecco come ho affrontato il tema.

Non mi ero sbagliato. Questa non era una mia fobia. O un’allucinazione. Non erano le ossessioni che hanno preso il controllo della mia mente. Non ero io ad aver perso il controllo. Avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. E nessuno mi ha voluto credere. Dicevano che stavo cominciando a dare i numeri, che il cervello mi era andato in pappa; dicevano che dovevo essere curato, anzi, hanno provato a farmi ricoverare. “Per farti avere l’aiuto di cui hai bisogno: vedrai che poi starai meglio. Tu ora non stai bene: lo capisci che lo facciamo nel tuo interesse?”
Idioti. Non hanno voluto vedere. Io avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. Ma nessuno ha voluto ascoltarmi.
Idioti. Idioti. Ora è troppo tardi. Ora non c’è via di uscita.
Hanno colto tutti alla sprovvista. Nessuno di loro se lo aspettava. Ho tentato di scappare, ma sono riusciti a tagliare ogni via di fuga. L’accerchiamento si è fatto sempre più stretto. Prima non si facevano vedere. Poi uscivano solo di notte. Alla fine si mostravano anche di giorno. Non avevano nessuna paura di noi. Sono arrivati a legioni; anche se il loro numero è sconfinato, non mi sorprende che siano giunti senza che nessuno se ne accorgesse: si potevano nascondere ovunque, i maledetti bastardi. Sono più intelligenti di quanto si pensasse. Hanno pianificato, si sono organizzati. Ci hanno studiato per secoli: ci spiavano al lavoro, mentre passeggiavamo, mentre dormivamo. Hanno appreso tutto sulle nostre abitudini, sulle nostre debolezze.
Da idioti quali siamo, abbiamo voluto vedere del buono in loro, abbiamo voluto umanizzarli. Accidenti ai film, alla televisione, che li rappresentava così carini e simpatici. Accidenti a quei deficienti che si sono messi a lottare per riconoscergli dei diritti; ma la storia questi mentecatti l’hanno mai studiata? Non hanno visto quanti danni hanno fatto, che razza di disgrazie hanno attirato su di noi?
I rumori fuori dalla porta si fanno più forti.
Ora sono sulle pareti. Stanno cercando un varco tra gli scuri delle finestre. Presto raggiungeranno il tetto. Ci vorrà del tempo, ma riusciranno a entrare. Loro riescono sempre a entrare: trovano sempre un modo per superare qualsiasi barriera creiamo. Non mi piace ammetterlo, ma sono più intelligenti di noi. Sono più letali di noi. Cani e gatti sono stati i primi a essere eliminati. Poi è toccato ai rettili. I volatili, se hanno un minimo d’intelligenza, se ne sono volati il più lontano possibile, anche se non so se esiste ancora un posto sicuro nel mondo. Sicuramente resisteranno più di noi: non li possono raggiungere in cielo. Ma prima o poi la fame prenderà il sopravvento e dovranno riavvicinarsi al terreno per trovare da mangiare: allora la preponderanza numerica avrà la meglio.
Mi si accappona la pelle sulla schiena: li sento grattare le pareti. Stanno cercando di creare delle aperture nel cemento: hanno capito che la porta blindata è più difficile da forare. Se solo fossi riuscito a raggiungere il bunker: sarei stato più al sicuro. Ma i bastardi hanno fatto fuori l’impianto elettrico dell’auto e sono rimasto bloccato qui. Forse sono davvero impazzito: avrei solo ritardato l’inevitabile. Forse è meglio così: non ne posso più di vivere sempre in stato di allarme, sempre a preoccuparmi, sempre a cercare di tenere tutto sotto controllo. Ora m’è tornata in mente la parola che non mi ricordavo: ipercontrollo. Chi ne è affetto fa una vita davvero d’inferno. Per un pezzo ho pensato di esserne colpito. Purtroppo mi sbagliavo: quello di cui avevo timore era davvero reale.
I rumori fuori dalla casa si fanno più forti: è come se ci fosse uno sciame d’insetti che preme per entrare. Ma ciò che vuole entrare è molto peggio. Ora sono dentro le pareti: li sento muoversi. Sono anche sul tetto. Chi di loro mi raggiungerà per primo?
Poi sento un scricchiolio nella stanza. Forse mi sbaglio, ma mi è sembrato di avvertire un tremito sotto i miei piedi. Lo scricchiolio si fa più forte. Mi sembra di scorgere un lieve sobbalzo in una mattonella del pavimento.
Il sobbalzo si ripete, questa volta più forte. La mattonella si alza per un attimo, poi viene sbalzata via. Diversi musi appuntiti si levano dal buco nel pavimento, annusando tutt’intorno, prendendosela con calma.
Stringo la spranga d’acciaio con forza. Cazzo, quanto odio i topi.

Quartieri lontani

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Quartieri lontani di Jiro TaniguchiQuartieri lontani è una graphic novel di Jiro Taniguchi realizzata tra il 1998 e il 1999. L’avventura del quarantottenne Hiroshi comincia il 9 aprile 1998 alle ore 9 e 12 del mattino: a causa di un mal di testa da dopo sbronza si perde nella stazione ferroviaria di Tokyo e prende il treno sbagliato, che lo riporta nella cittadina in cui è nato. In quel momento gli ritorna in mente la madre morta ventidue anni prima, alla sua età, stroncata da un infarto dopo una vita logorante, e si ritrova a riflettere se mai è stata felice. Nell’attesa di riprendere il treno che lo riporti a Tokyo, Hiroshi ripercorre la strada in cui è nato e cresciuto. Di quel che conosceva non è rimasto niente: la casa natale è stata venduta e ora è abitata da estranei. Con gran sofferenza si accorge che non ha più un posto dove tornare e senza rendersene conto si ritrova davanti al monastero Genzen, dove è situata la tomba della madre. Ed è mentre prega su di essa che accade qualcosa d’inspiegabile: Hiroshi si ritrova nel corpo e nel tempo dei suoi quattordici anni, il 1963, quando frequentava le scuole medie. Il tempo in cui sua nonna e sua madre sono ancora vive e suo padre non se n’è ancora andato di casa. Sconvolto, Hiroshi pensa che sia tutto un sogno, un postumo della sbornia, ma presto si rende conto che quello che sta vivendo è fin troppo reale: così si trova a rivivere una parte della sua adolescenza, solo questa volta con la consapevolezza e la maturità di un adulto. Hiroshi ha così una seconda primavera e la vive assaporandola meglio della prima volta, sapendone cogliere i suoi lati più spensierati, privi delle responsabilità da adulto. Tuttavia non può evitare la nostalgia e la tristezza nel rivedere persone del suo passato, sapendo come sarà il futuro: la morte di suoi compagni e amici, il non rivederli più perché le loro vite hanno preso strade diverse. Le cose vanno però in modo un po’ diverso rispetto alla sua “prima” adolescenza, come il frequentare la bella Nagase Tomoko (quando in precedenza non gli era mai capitato neppure di parlarci), e in lui si fa largo la convinzione di poter cambiare il futuro, impedendo a suo padre di andarsene e così evitare la morte della madre, stroncata dalla fatica dei lavori per poter mantenere lui e la sorella. Hiroshi scoprirà diverse cose della sua famiglia, segreti che lo porteranno ad acquisire una consapevolezza che lo porterà alla comprensione e al cambiamento, anche se non sarà quello che si era aspettato.

Hiroshi e Nagase in una tavola di Quartieri lontaniQuartieri lontani propone un tema già visto (il ritorno al passato con la possibilità di poterlo cambiare), ma lo fa con una delicatezza, una profondità davvero notevoli. Jiro Taniguchi sa mescolare nostalgia, malinconia, spensieratezza, leggerezza, creando un magnifico contrasto tra i sentimenti da adulti e da adolescenti: il suo Quartieri lontani è un capolavoro di storia, caratterizzazione dei personaggi. Hiroshi non solo rivive la sua adolescenza avendo una seconda possibilità unica, ma ha modo di vedere i suoi genitori oltre il ruolo che hanno ricoperto: li vede come individui che hanno avuto aspettative, delusioni, sogni, sentimenti, che hanno fatto delle scelte, dei compromessi rinunciando alle cose a cui tenevano e per cui hanno dovuto pagare un prezzo. Attraverso questa esperienza, Hiroshi acquisisce una comprensione più profonda degli eventi del passato, portandolo a capire che anche lui sta commettendo degli errori che ha vito fare: in un qualche modo il suo strano viaggio è una sorta di specchio che rivela come anche lui cerchi di fuggire da una realtà che non gli piace e che sente come un peso pieno di responsabilità e doveri, ricercando la libertà. Questo gli permetterà di modificare il suo presente da adulto e così giungere a capire se l’esperienza che ha avuto è stata solo un sogno o qualcosa di reale che ha davvero avuto influenza sui fatti avvenuti.
Quartieri lontani non solo presenta una bellissima storia, ma bellissime sono anche le tavole realizzate dall’autore, evocative, poetiche e ricche di dettagli. Lettura assolutamente consigliata sia per chi ama l’autore, sia per chi ama le graphic novel, sia soprattutto per chi vuole leggere storie intense e profonde (per chi fosse interessato, si consiglia l’edizione di Coconino Press, che ha un buon rapporto qualità/prezzo: 22 E per 416 pagine).

 

Destino? No (e senza il grazie).

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Secondo racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata Sliding doors – il destino. In questo caso occorreva realizzare un testo in cui il destino la fa da padrone o in cui il protagonista riesce a raggirarlo: ecco come ho affrontato il tema.

«I figli di operai non si devono permettere di andare meglio degli altri. Ai figli di operai non dovrebbe essere permesso nemmeno di andare a scuola.»
Questo mi disse quel figlietto di papà prima di colpirmi in faccia con un pugno. Incassai senza fiatare. Avrei potuto tranquillamente evitare il colpo. Avrei potuto stenderlo con facilità: ero più forte, più resistente, il mio fisico temprato dai duri lavori. Lui, solo per aver dato un pugno, aveva già il fiatone: non era abituato alla fatica, allo sforzo fisico. Aveva tutto e l’aveva ottenuto semplicemente chiedendo, non si era mai dovuto impegnare, non aveva mai dovuto sudare, fare sacrifici. Non valeva un decimo di me. Eppure lo lasciai colpire. Non fu codardia la mia, solo buon senso. Quelli come lui erano dei codardi; infatti si era portato con sé sei amici. Ne avrei potuti battere due, tre, ma poi le avrei prese e pure di brutto, quindi cercai di limitare i danni. Me la cavai con un occhio nero.
Il gruppo di ragazzi che ho davanti se ne va alla svelta; ho riconosciuto subito cosa sono. Ogni tanto si voltano, lanciando qualche rapido sguardo, ma subito tornano a guardare avanti. Allungano il passo. Hanno paura di quelli come me, perché non sanno a cosa possono andare incontro, non sanno se nascondiamo qualcosa sotto i nostri abiti, se siamo degli squilibrati. Passano gli anni ma certe cose non cambiano: i figlietti di papà sono sempre dei codardi. Sembra quasi che si adeguino a un copione già scritto, seguendo delle direttive fatte apposta per loro, come se non potessero scegliere diversamente.
La mancanza di scelte. Ho sempre ritenuto idiota questa cosa: c’è sempre possibilità di scelta. Ma chissà perché sono così in pochi a capirlo.
Obblighi. Morale. Pare che in molti vogliano far percorrere strade già preparate e conosciute: qualcosa di diverso per loro è inconcepibile.
Anche mio padre apparteneva a questa categoria: per lui dovevo fare la sua stessa vita. Non è riuscito (o non ha voluto) finire le medie, quindi si aspettava che io facessi lo stesso: per lui era una cosa normale, anzi dovuta, dato che nessuno nella sua famiglia è mai andato oltre quel livello. Ogni anno scolastico passavano a stento con la sufficienza, quando non erano bocciati, tirando avanti fino a raggiungere l’età per andare a lavorare. Per loro avere un lavoro era tutto quello che si poteva ottenere dalla vita. Guadagnare soldi per poi spenderli al bar, in discoteca, comprare un motorino, poi un’auto; poi trovare una e mettere su famiglia: questo era tutto quello che per loro la vita aveva da dare. Questo doveva valere anche per me. Sono passato tutti gli anni con il massimo dei voti. Mi sono laureato. Questo non gli è mai andato giù; non sono mai riusciti ad accettare che fossi più in gamba di loro. Non me l’hanno mai perdonato, hanno cercato di ostacolarmi in ogni modo; non ci sono riusciti. Avrei dovuto odiarli, disprezzarli; li ho solo compatiti. Poi li ho lasciati perdere.
A un certo punto diventa anche divertente scombinare le aspettative, i piani che gli altri hanno per noi. Come ho fatto con la mia maestra delle elementari: era una patita della poesia e pretendeva che lo fossero anche i suoi alunni. Io da piccolo ero esuberante, scalmanato, com’è normale che sia per un bambino: quello che allora m’interessava era correre dietro un pallone. Lo facevo tutte le volte che potevo e non facevo altro che pensare a quando avrei fatto la prossima partita di calcio. Inutile dire che non m’importava nulla della poesia. Questo alla maestra non andava giù.
«Gli sportivi sono dei violenti. Tu sei un violento: prima dei diciotto anni sarai in galera» mi ripeteva in continuazione. «A correre sempre dietro un pallone non imparerai mai a scrivere e a parlare in italiano.»
Poveretta, non capiva che quella davvero violenta era lei: ogni volta che pronunciava quelle parole così rancorose mi aspettavo che le venisse la bava alla bocca. Morì pochi anni dopo per un infarto; se fosse ancora viva penso che schiumerebbe rabbia sapendo che nei quaranta e passa anni della mia vita non ho mai preso una multa; senza contare che ho pubblicato due libri e tenuto decine di seminari. Alla faccia di quello che non doveva saper scrivere e parlare in italiano.
Sono stato tante persone e di me si è detto di tutto, sempre una cosa diversa, ma c’è una costante: ho sempre scombinato i progetti secondo i quali, per gli altri, io ero destinato.
Destino. Una parola per gente limitata, per chi non ha coraggio. Un termine usato da chi vuole condizionare e sfruttare gli altri.
Non credo al destino. Credo nelle capacità personali. Credo nelle possibilità e nell’opportunità di poterle cogliere. O non cogliere. Ogni porta che si apre o si chiude conduce a strade che possono farci cambiare ed essere diversi, magari migliori di quello che eravamo o potevamo essere.
In viaggio per allontanarsi da un destino che non si sente proprio
Anni fa potevo diventare un dirigente, un capitano d’industria; per quello che era il mio capo allora, ero destinato al successo, a divenire ricco e potente. Non mi piacque quello che potevo diventare. Ad andare con lo zoppo s’impara a zoppicare e io non volevo divenire come gli esempi che avevo davanti: individui che trattavano in malo modo gli altri e li facevano soffrire.
«Così va il mondo: c’è chi è destinato a comandare, chi a obbedire» mi disse il mio capo.
«Devi accettare i compiti che la nuova mansione richiede. Potrà non piacerti, ma tutti dobbiamo fare sacrifici. Che razza di destino vuoi far vivere ai nostri futuri figli? Vuoi che siano degli stupidi figli di operai?» mi disse la mia fidanzata.
Destino. Destino. Non mi piacquero quei discorsi. Non mi piacque il tono con cui furono pronunciati. Non mi piacque il loro senso e quello che in essi era nascosto ma che per me era evidente.
Mi licenziai. Lasciai la mia fidanzata.
Non fu solo quello: mollai tutto quello che avevo e gli voltai le spalle.
Per molti sono un pazzo. O un fallito. Non ho più un posto dove tornare. Non ho più un ruolo in società. Sono sempre in viaggio, non dormo mai nello stesso posto. Questo a tanti spaventerebbe, ma per me anche vivere sotto un ponte è qualcosa di bello; è difficile spiegare il senso di leggerezza che provo. A parte me stesso non ho nulla, ma sono libero e non devo niente a nessuno. E questo per me è tutto.