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L’Ultimo Potere – Secondo Atto – XX L'Essenza del Nome (parte 1)

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I livelli più bassi delle dimore dei Figli della Cenere, come si erano definiti gli abitanti della città sotterranea, erano alle spalle da ore. In lontananza cominciò a prendere forma uno spiraglio di luce. La penombra che aleggiava nell’ambiente si rischiarò a ogni passo, restituendo i colori agli occhi dei tre uomini.
Il passo di Guerriero s’accorciò, le membra percorse da una tensione crescente, lo sguardo che andava sempre più frequentemente all’uscita che si avvicinava. Nervosamente controllò la posizione delle pistole, tenendosi pronto a estrarle; le possibilità di un nuovo incontro con il Demone erano tutt’altro che remote. Poteva già essere all’imboccatura del tunnel, in attesa del suo arrivo. Il rimpianto di aver abbandonato la sicurezza del sottosuolo s’intensificò.
«Lascia stare le preoccupazioni.» Lo rassicurò Maestro. «Se in zona c’è un Demone, i miei compagni ci avviseranno del pericolo: non correremo il rischio d’incontrarlo.»
Guerriero continuò a fissare la luce con apprensione. Nessuna delle parole dell’altro poteva dissipare le sensazioni impresse nel suo animo. Maestro diceva che dalla loro avevano il Potere per contrastare la forza dei Demoni, ma finora non aveva avuto nessuna dimostrazione di quanto affermato: soltanto bei discorsi, piacevoli da ascoltare quando si era al sicuro, ma inutili quando si stava per incontrare il pericolo.
Certo, quanto visto nella mente dell’uomo che li seguiva come un cagnolino non metteva in dubbio la portata delle energie che si potevano sprigionare in combattimento.
Osservò la schiena di Maestro che lo precedeva. Forse quell’uomo meritava davvero di essere seguito, ma non poteva modificare quanto provava: l’esperienza l’aveva forgiato in quella maniera. Ma la verità era che in quel caso non si trattava di avere fiducia verso qualcuno, cosa che mai aveva fatto: bruciava ammetterlo, ma aveva una paura del diavolo. L’aveva sempre avuta. L’aveva affrontata, l’aveva repressa, scacciata, ma non era mai riuscito a superarla, a lasciarsela alle spalle. L’incontro con un Demone non aveva fatto altro che portare a galla nella sua smisurata grandezza un elemento che era stato una costante della sua vita, anche se aveva preferito non ammetterlo.
E si era stancato di provare quella sensazione.
Allungò il passo per ridurre la distanza con Maestro, tenendo le mani il più vicino possibile alle pistole. Se vincerla significava combatterla, che così fosse: nessun sogno si poteva realizzare se si scappava sempre. A furia di fuggire si perdeva quanto si aveva di più caro.
L’aria rovente e arida del deserto investì le narici, costringendolo a respirare lentamente per far adattare i polmoni al nuovo clima.
Maestro seguì una stretta strada che s’insinuava in mezzo a palazzi ricoperti di ruvida sabbia tagliente, come se i granelli si fossero attaccati al cemento come migliaia di zecche. Guerriero si mise di retroguardia, scrutando ogni anfratto, pronto a estrarre le armi. L’uomo catatonico se ne stava in mezzo ai due completamente rinchiuso nel proprio mondo.
Continuarono a camminare per buona parte della mattinata, seguendo vicoli stretti e riparati dall’ombra. Solo quando raggiunsero un grande magazzino semi-sotterrato da dune di sabbia si concessero una pausa. Nella penombra del luogo, lontano da possibili occhi indiscreti, consumarono un pasto frugale.
Guerriero fissava l’uomo con il libro sbocconcellando distrattamente il cibo.
«Il fatto che non abbia bisogno di cibarsi è sempre una conseguenza dell’uso della Porta del Paradiso?»
Maestro fissò a lungo il custode del segreto che tanto aveva cercato. «Il passato si ciba di se stesso: non ha bisogno di sostentamento per il presente, perché non lo vive, né per il futuro, perché non esistono prospettive. È come in una fotografia, dove il momento viene immortalato per sempre, congelato: è statico come la pietra, non cambia, non muta. Non c’è vita e solo la vita ha bisogno di essere alimentata.»
Guerriero guardò oltre il varco del rifugio: era una realtà che non riusciva a comprendere. Mosse su una scacchiera che gli era chiusa. E lui era un pezzo su di essa.
Un pezzo.
Tornò a voltarsi verso Maestro.
«C’è una cosa che non ho capito.»
«Dimmi.»
«Riguarda la prima volta che ci siamo incontrati. Mi hai chiesto in quale pezzo degli scacchi mi riconosco: perché?»
Maestro sorrise. «Quando hai dei dubbi sul carattere di una persona, fagli questa domanda: ti aiuterà a capire molte cose di lei.»
Guerriero rifletté sulla risposta. «E cosa hai compreso su di me?»
«Che eri adatto ad accompagnarmi.» Maestro gli batté una mano sulla spalla, alzandosi in piedi. «Andiamo, ormai i nostri amici sono vicini.»
Ripresero a muoversi tra strade invase dal deserto. Il vento arido soffiava sulle cime dei grattacieli spezzati.
Maestro si muoveva con disinvoltura in mezzo alla città morta. E soprattutto non mostrava il minimo cenno di nervosismo e timore.
La svolta della stretta via li condusse in un piccolo spiazzo attorniato da alti cumuli di macerie. Tre teste si voltarono mentre mettevano piede sul lastricato lasciato libero dalla sabbia; non sembravano sorprese del loro arrivo.
«Riecco il figliol prodigo.» Disse l’uomo più grosso, vestito con abiti della tonalità del cemento. «Te la sei presa comoda.» Sbuffò sollevando il ciuffo biondo cenere che gli era scivolato sulla fronte.
«E hai pure portato un ospite.» Aggiunse la donna seduta con una gamba penzoloni su un blocco granitico.
«Come se non ne avessimo già abbastanza.» Bofonchiò l’uomo accoccolato sulla cima del cumulo di detriti.
«Che accoglienza.» Maestro scoppiò in una risata. «Cercate per lo meno d’essere più gentili con il nuovo arrivato.»
Guerriero lasciò che lo sguardo si soffermasse alcuni secondi su ciascuno dei tre.
«Lo sai che la gentilezza di questi tempi è cosa rara.» Disse la donna senza mutare l’inflessibile espressione del volto.
«E poi se fossimo più gentili, rischieremmo di assomigliare ai Posseduti o ai Demoni.» Commentò scherzoso l’uomo massiccio appoggiato al pilastro arenato di fronte all’ingresso del vicolo.
«Ne dubito.» Commentò l’uomo vestito di nero, mettendosi a passeggiare lungo una passerella di cemento sopra la testa dell’altro. «Per lo meno è capace?» Domandò volgendo lo sguardo verso Maestro.
Guerriero sobbalzò trovandosi l’individuo al fianco. Come aveva fatto a spostarsi fino a lui in quella maniera? Era sfuggito alla sua attenzione, eppure era sempre stato nel suo campo visivo.
«Non mettere a disagio il nuovo compagno, Spazio.» Lo redarguì bonariamente Maestro.
«Si diverte a stupire.» La donna sbuffò. «A ostentare.»
Spazio girò attorno a Guerriero. «Né l’uno né l’altro. Se deve far parte del gruppo, deve essere valutato.» Si fermò di fronte a lui. «Le capacità di combattimento, lo spirito d’adattamento, le sue reazioni.» Si voltò verso gli altri. «Dobbiamo essere certi che è pronto per quello che affrontiamo.»
Il sorriso di Maestro si smorzò. «Ha affrontato un Demone in questa città. Da solo.»
L’uomo massiccio lo fissò con interesse. «Solo con quelle?» Indicò le pistole. «Notevole.»
«O soltanto sciocco.» Borbottò la donna.
Spazio lo guardò pensieroso. «Tuttavia è riuscito a sopravvivere: qualche capacità la deve possedere. O forse si è trattato solo di fortuna.» Incrociò le braccia al petto. «Potrebbe essere utile.»
«Come no.» Sbottò la donna. «Se ha combattuto con delle semplici armi, significa che non ha la benché minima conoscenza dei Poteri: non ha nessun mezzo per contrastare i Demoni. Come puoi pretendere che si unisca alla lotta, Maestro? Il tuo è un azzardo. O una crudeltà: lo stai condannando a una fine sicura.» Scalciò un ciottolo. «Non che le cose cambino nel mondo in cui si vive: prima o poi incorrerebbe nello stesso destino. Ma ciò non cambia lo stato delle cose.»
«Sempre solare, Ombrosa.» Commentò l’uomo massiccio.
«Non è una questione di carattere.» Ribatté la donna. «Maestro, lui non è preparato. La scelta di prenderlo nel gruppo equivale a una condanna. Non pensi a lui, alla fine cui lo mandi incontro?»
«Penso a lui allo stesso modo in cui penso a voi.» Rispose Maestro.
«Ma la nostra è stata una scelta!» Sbottò la donna.
«Anche la sua.» Rispose senza scomporsi Maestro. «Anche se è solo all’inizio, le qualità non gli mancano: ha determinazione e coraggio. Ha volontà.» Calcò con forza le ultime parole. «Non verrà meno di fronte alle difficoltà. E anche se consciamente era privo dei mezzi per combatterlo, ha tenuto testa a un Demone in questa città.»
Guerriero sollevò un sopracciglio: le cose non erano andate in quella maniera.
«Allora è stato lui a creare tutto quel pandemonio nei quartieri occidentali.» Commentò Spazio. «Un bello scontro, vero Tempo?»
Il gigantesco uomo assentì con il capo. «Anche se non è stato tutto merito suo. Sono rimaste tracce di Potere in gran quantità.»
Un guizzo comparve negli occhi di Maestro. «Di che tipo?»
«Demoniaco.» Commentò Tempo. «Uno scontro tra simili.»
«Due Demoni nello stesso posto.» Mormorò Maestro.
«Ce n’era anche un terzo, ma non ha partecipato allo scontro.» Precisò Spazio salendo senza sforzo una ripida pira di calcinacci. «È rimasto in disparte a guardare. Ma la pista del suo Potere era ugualmente forte.»
L’espressione di Maestro si soffermò pensierosa su Guerriero. «Sono ancora nei paraggi?» Chiese rivolto agli altri tre.
«Lo sconfitto se n’è andato subito dopo lo scontro; il Necrofago che l’ha battuto girovaga senza meta tra le rovine della città, ma non sembra avere intenzioni ostili.»
«E il terzo?»
«Forse è ancora nei paraggi, ma non siamo mai riusciti a individuarlo: elude sempre le nostre ricerche. Ma il suo puzzo persiste con forza dove è passato.»
«Dunque abbiamo nelle vicinanze la presenza di due Demoni.» Costatò Maestro.
«Avete detto un Necrofago.» Intervenne Guerriero rimasto a osservare l’evolversi della discussione. «Che razza di creatura è?»
«Un Demone che si nutre di carne morta.» Spiegò Maestro. «Solitamente non molto pericolosi, ma da quel che ho capito, questa volta siamo di fronte a un individuo parecchio rognoso, se si prende la briga di attaccare un suo simile. Per lo più sono degli spazzini, ripuliscono i luoghi dove i loro fratelli sono passati.»
«Allora mi ha seguito anche lui.» Costatò pensieroso Guerriero.
Spazio fermò la passeggiata sulle macerie. «Come sarebbe a dire “anche lui”?»
«Il Demone con cui mi sono scontrato mi ha dato la caccia nella città in cui mi ero rifugiato prima di giungere qui.» Spiegò Guerriero. «Credevo di essere riuscito a far perdere le mie tracce, ma non mi ha mai mollato. Quell’altro, il Necrofago, l’ho incontrato per caso.»
Spazio sbuffò. «Un Demone non molla mai una preda quando vi ha piantato gli occhi addosso.» Commentò caustico. «Brutto affare quando si colpisce la sua attenzione. Peggio ancora quando sono due.» Scosse il capo. «Altro che fortuna: tu hai la capacità d’attirare i Demoni.»
«Altra ragione per non coinvolgerlo nelle nostre vicende.» Intervenne Ombrosa contrariata. «Come se non ci fossero abbastanza difficoltà: adesso dobbiamo fare da balia anche all’ultimo arrivato.»
«Non ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me.» Ribatté Guerriero. «Me la sono sempre cavata da solo.»
«Ah, davvero?» Lo provocò Ombrosa.
«Davvero.» Guerriero sostenne il suo sguardo senza scomporsi.
«È stato allevato da Vecchio.» Intervenne Maestro.
I tre si zittirono di colpo.
«Vecchio, hai detto.» Tempo appoggiò le palme delle mani al pilastro. «Questo spiega come sia riuscito a sopravvivere da solo così a lungo e a cavarsela con quel Demone.»
Guerriero rimase sorpreso dalla familiarità che avevano con quel nome. «Lo conoscevate anche voi?»
Spazio ebbe un accenno di riso. «E chi non lo conosceva alla Cittadella? Ha addestrato la maggior parte dei combattenti usciti dalle sue mura, compresi molti degli Usufruitori di Poteri dell’Essenza.» Si batté una mano sulla coscia. «Nella conoscenza delle Porte sei più avanti di quanto tu riesca a rendertene conto: Vecchio ti ha addestrato all’uso dei Poteri. Sei un Usufruitore senza sapere di esserlo.» Scosse il capo divertito.
«Se mi avesse addestrato a questi Poteri di cui parlate, lo saprei.» Ribatté Guerriero.
«Non necessariamente.» Spiegò Tempo osservandolo attentamente. «Vecchio deve aver usato il Potere per farti dimenticare di averti addestrato a esso. Tuttavia, quanto hai imparato non è andato perduto ed è saltato fuori nel momento del bisogno.»
«Perché fare una cosa del genere?»
Spazio scrollò le spalle. «Forse per darti una possibilità di sopravvivenza: i Demoni percepiscono chi usa il Potere e vanno alla sua ricerca per eliminarlo. Probabilmente voleva che restassi al sicuro.»
«Perché?»
Spazio sorrise. «Questa è una domanda che tanti si sono fatti alla Cittadella quando avevano a che fare con quell’uomo.»
«Cos’è questa Cittadella che continuate a nominare?»
La domanda si perse nell’intervento aspro di Ombrosa. «Questo non cambia le cose: deve star fuori da questa storia.»
«Perché ti scaldi tanto?» Spazio la fissò con disinteresse. «La decisione appartiene a Maestro e mai una sua scelta si è rivelata sbagliata.»
Ombrosa lo fulminò con lo sguardo. «La decisione deve appartenere soltanto a lui, non a un altro.» Si voltò verso Guerriero. «È questo ciò che vuoi? Entrare nella lotta ai Demoni?»
«Certo.» Rispose l’uomo senza esitazione.
«Perché vuoi combattere una guerra che non ti appartiene?» Lo incalzò Ombrosa.
«Questa guerra mi appartiene.» Disse freddamente Guerriero. «I Demoni hanno un debito da saldare nei miei riguardi. E stanno intralciando il mio sogno: per questo lotto.»
Ombrosa s’alzò indispettita. «Voi uomini volete sempre combattere.»
«Anche tu combatti: perché lo fai?»
La donna se ne andò senza rispondere.
«Dovremmo chiamarla Scontrosa anziché Ombrosa.» Borbottò Spazio.
Tempo osservò la compagna allontanarsi tra i resti dei palazzi prima di riportare l’attenzione sul gruppo appena arrivato. «Sei riuscito a trovarlo.» Costatò.
Maestro guardò l’uomo tanto cercato. «Ma ancora non siamo arrivati al nostro obiettivo.»
Spazio fu al suo fianco. Guerriero rimase di nuovo sorpreso della subitaneità del suo spostamento.
«Nessuna traccia della Porta?»
Maestro scosse il capo. «Di tracce ce ne sono in abbondanza, chiare come il sole. Ma trovare una cosa non significa anche comprenderla. Anche se ho visto gli effetti del Potere, e ho constatato che non si tratta solo di una leggenda, ancora mi sfugge la comprensione per attivarlo.»
«Allora il nostro lavoro in questa città è finito.» Spazio si mosse nella direzione in cui era sparita Ombrosa. «Vieni Guerriero: è tempo di muoversi.»
Tempo s’avvicinò a Maestro e all’individuo che li aveva mossi a intraprendere la ricerca. Entrambi fissarono la figura più alta che seguiva quella più bassa.
«Cosa ne pensi di Guerriero?» Chiese Maestro.
«Le doti non gli mancano: altrimenti Vecchio non l’avrebbe preso con sé.» Tempo osservò la figura che avanzava dinoccolata. «E penso che anche mio fratello sia dello stesso avviso: scommetto che ha già intenzione d’iniziare il tirocinio d’apprendimento.»
«Imparerà in fretta.» Commentò Maestro. «E sarà un bene: ci sarà bisogno del suo aiuto.»
«Pensi di metterlo alla prova?»
«Ci penserà il cammino che abbiamo intrapreso. C’è da augurarsi che sia pronto al momento giusto.» Un’espressione pensierosa corse sul volto di Maestro mentre s’andava a fissare sull’uomo che teneva stretto il libro. «Speriamo di esserlo tutti.»

1 comment to L’Ultimo Potere – Secondo Atto – XX L’Essenza del Nome (parte 1)

  • […] La grotta è un simbolo, un archetipo potente. Come la foresta, in tante culture e religioni è stato un luogo iniziatico dove avveniva il cambiamento, la maturazione dell’individuo che si addentrava al suo interno. Nella concezione comune occidentale, l’iniziazione è la cerimonia con cui nelle società arcaiche o antiche, gli adolescenti venivano ammessi alla cerchia degli adulti, oppure la cerimonia con cui, in ogni tempo, si viene ammessi a particolari culti, sette, ordini o a loro superiori gerarchie (1). Ma di un altro significato dell’iniziazione si trovano abbondanti tracce nelle Scritture, nelle fiabe, nei miti e anche in numerose opere narrative che alle Scritture Sacre e ai miti sono sorprendentemente affini. In queste altre iniziazioni il ruolo dell’infanzia appare ribaltato, l’io bambino non è ciò da cui occorre liberarsi, ma il fulcro di una rivelazione. Mai ne risulta un’integrazione dell’iniziato alla sua collettività, alla generazione precedente alla sua o alle gerarchie degli anziani. Egli diviene invece libero ed eccezionale, spesso ribelle, il più delle volte eroe e ogni tanto re; diverso, comunque, dagli adulti ordinari. (2) E’ da questo punto che si può osservare che la grotta è uno di quegli elementi dove l’individuo affronta le proprie paure, incontra in un qualche modo una sorte di morte rituale e viene a contatto con un Aldilà dal quale impara verità, segreti, rivelazioni che lo portano a essere più di quello era prima. Tali luoghi hanno un forte fascino e attrazione verso l’individuo, che si sente spinto ad addentrarsi nelle sue tenebre, di scendere nelle sue profondità probabilmente perché è la materializzazione, la proiezione del meccanismo di conoscenza che l’uomo fa verso se stesso quando si addentra nel suo inconscio, nella parte di sé che non conosce e che è ancora oscura. Secondo Carl Gustav Jung la grotta è una delle rappresentazioni dell’archetipo della Grande Madre: la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile. Spesso viene associata a uno dei luoghi di procreazione o di nascita, rappresentazione dell’utero femminile da cui sorge la vita. Non è un caso che in molte versioni del racconto della sua nascita, Gesù Cristo venga fatto nascere all’interno di una grotta, al freddo e al gelo, riscaldato dal fiato e dal calore del corpo di un bue e un asinello (altri simboli potenti): si tratta di una delle rappresentazioni più forti che stanno a rappresentare l’importanza della riscoperta del Bambino, del ritornare all’inizio (da qui il nome iniziazione), del riscoprire quanto è andato perduto durante l’esperienza di vita avuta. Altra storia molto potente con al centro una grotta è quella di Aladino. Il giovane venne portato da un mago a una caverna perché vi entrasse (il varco era stretto e poteva passare qualcuno di piccolo, come un ragazzino) e riportasse la lampada in essa custodita; al suo rifiuto, venne rinchiuso al suo interno. Aladino rimase nella grotta al buio e in silenzio per tre giorni (proprio come Gesù rimase per tre giorni nel sepolcro, anche qui una grotta, dopo la sua crocefissione e morte prima di uscirne risorto), fino a quando riuscì a uscirne con l’aiuto di un jinn apparso dallo sfregare l’anello (un talismano) datogli dal mago per entrare, scoprendo che la lampada era un talismano altrettanto potente che evocava un jinn al suo servizio. Da questo momento il giovane vivrà molto avventure straordinarie, piene di portenti e magie, fino a quando diverrà sultano. La storia, come altre storie simili, sta a indicare lo svelamento del proprio vero io, delle capacità nascoste di cui fino a quel momento si era ignorata l’esistenza, la scoperta, documentata dagli antichi testi sacri, del due che diventa uno, del mondo materiale e spirituale che collaborano per dare forma a un’energia che dà il via a creazioni e cambiamenti. Facendo un altro esempio, anche Giuseppe d’Egitto, come Aladino, ebbe le sua iniziazione nell’adolescenza quando i fratelli maggiori lo buttarono in fondo a un pozzo (ha la stessa funzione della grotta) e poi venne venduto e condotto in Egitto, dove nella prigione (di nuovo, stessa funzione della grotta) scopre la sua capacità d’interpretare i sogni e da lì cresce poi in gloria e potenza, divenendo una delle figure più influenti del paese. Stessa cosa succede con Giona quando uscì dal ventre della balena che l’aveva inghiottito (identia cosa accade a Pinocchio), dove il buio altro non rappresenta che la maschera del non sapere. E quando si esce da questo buio, si è diventati qualcosa di nuovo. […]

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