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L’Ultimo Potere – Secondo Atto – XIV Ceneri (parte 3)

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«In un mondo di fantasia…» La voce da bambino lo precedeva di una decina di metri, una nenia che veniva ripetuta sempre con lo stesso tono, come se si stesse cantando un brano di una canzone; l’uomo girovagava per la città sotterranea senza una meta, senza guardare dove andava, attento solamente a non andare a sbattere contro niente e nessuno. Guerriero aveva provato a comunicare con lui, senza ottenere risultati: l’altro ero chiuso in sé stesso e non si faceva avvicinare in nessun modo.
Una musica soffusa lo raggiunse facendolo voltare. In un ripostiglio illuminato solo dal riverbero di uno schermo piatto, un giovane se ne stava con lo sguardo fisso su quello che doveva essere stato un televisore o un monitor di un qualche elaboratore; salvo il tempo per andare a fare scorta di cibo, se ne stava sempre a guardare le immagini che scorrevano sullo schermo. Anche quando dormiva lasciava acceso il terminale.
Passando accanto alla porta aperta di quel piccolo mondo, Guerriero aveva lasciato che la curiosità prendesse il sopravvento, soffermandosi a guardare per capire cosa ci fosse di tanto eccezionale da vedere sullo schermo. Quelli che vedeva su di esso erano esseri umani disegnati con colori vividi; aveva sentito parlare da Vecchio di qualcosa di simile: lo aveva definito cartone animato. Sorpreso dalle figure, lo avevano rapito facendogli perdere per qualche minuto ogni contatto con la realtà.
Allarmato, si era riscosso dallo stato in cui era caduto, rendendosi conto di aver abbassato ogni difesa. In altre circostanze una simile disattenzione gli sarebbe costata cara, ma lì nessuno faceva caso a nessuno. Prestando più attenzione, era ritornato a fissare il monitor, limitandosi a guardare le immagini, dato che il linguaggio che sentiva gli era sconosciuto. Da quel che poteva capire da esse, la trama girava attorno a un gioco dove si doveva far passare una sfera in un cerchio posto a una certa altezza; il tutto si svolgeva tra due gruppi che correvano su un campo rettangolare. Un gioco strano e ancor di più gli abiti che indossavano le figure umane, che lasciavano scoperte gambe e braccia. Tuttavia doveva ammettere che era divertente, specialmente grazie al personaggio dai capelli rossi.
Non sembrava però che il ragazzo davanti allo schermo si divertisse. Se ne restava con gli occhi fissi, senza nessuna espressione: anche la cosa più divertente e bella del mondo, se vista tante volte poteva perdere il suo fascino. Tuttavia era pronto a scommettere che non si trattava solo di questo: era di fronte all’ennesimo caso d’individuo che si aggrappava a qualcosa cercando una parvenza di normalità, di sicurezza. Come tutti lì sotto: a poca distanza da lui un ragazzo e una ragazza se ne stavano rannicchiati sotto una grossa tubatura rivestita di vernice d’argento, abbracciati uno all’altra.
Dovunque guardasse non vedeva altro. La dimenticanza che sembrava pervadere quel luogo era soltanto una parvenza nascondente un disagio sopito come un animale pericoloso e che a tutti i costi si voleva far continuare a dormire. Quella gente non aveva dimenticato: non voleva ricordare. E forse non avevano tutti i torti.
All’improvviso s’accorse di non essere l’unico a fissare i due abbracciati assieme. Dietro il pilastro più vicino si scorgeva un ragazzo alto, magro, l’occhio spento e rassegnato, che accarezzava con lo sguardo la coppia. Come un cane bastonato si trascinò lontano da loro, andando a sdraiarsi su un divano di stoffa grigio-marrane, sformato e con molle sbilenche che fuoriuscivano da guanciali e schienali. Allungando il braccio verso la sedia vicina, la trascinò davanti ai cuscini su cui era sdraiato, sistemandola con cura. Aprì il mobiletto sopra lo schienale e da un ripiano estrasse un piccolo riscaldatore elettrico color beige. Un sottile ronzio si levò nell’aria mentre dall’apertura posta sul davanti appariva una lieve incandescenza; con cura lo sistemò sulla sedia, voltandosi verso lo schienale e rannicchiandosi in posizione fetale, in modo che il flusso di calore investisse completamente la schiena.
Guerriero rimase a fissarlo perplesso. Che fosse in qualche modo malato?
Per quanto logico fosse il ragionamento, lo scartò. Niente in quel posto apparteneva alla normalità, nemmeno i gesti più banali e scontati: anche il riscaldatore era un oggetto feticcio, qualcosa cui aggrapparsi. Ma che cosa rappresentava?
«Quello è Jasper.» Disse una voce alle sue spalle. «Fa sempre così, sia con il caldo sia con il freddo. Il più è farci l’abitudine. Ma anche se sei nuovo, dovresti averlo ormai capito.»
Guerriero si voltò, ritrovandosi a fissare un individuo dai capelli e dalla barba bianchi, entrambi corti.
«Non credevo che delle persone abitassero ancora nella città di sopra.»
«Non vengo dalla città: ci sono solo passato.» Rispose Guerriero sulla difensiva.
«Capisco.» L’uomo fece un cenno d’assenso. «E come vanno le cose di sopra? Noi di giù non saliamo mai su.» Rise della rima involontaria.
«Ormai è tutto deserto.» Disse Guerriero senza mostrare alcuna enfasi.
«Ah, tutto deserto.» L’uomo non mostrò alcuna sorpresa. «Naturale che finisse così.»
«Perché dovrebbe essere naturale?» Chiese Guerriero sospettoso. «E’ per via dei Posseduti, dei Demoni?»
«E’ possibile.» Azzardò l’altro con una scrollata di spalle.
«Non mi sembri convinto.»
«Infatti non lo sono. Siamo venuti ad abitare quaggiù prima dell’avvento di quegli esseri. Oh, sappiamo che cosa sono, anche se non ci abbiamo mai avuto a che fare: le voci circolano e arrivano sempre, in qualsiasi posto.»
«Quindi non siete scappati con la loro venuta?»
«No, no.» L’uomo sorrise. «Noi siamo venuti via dall’inferno prima della loro venuta, se vogliamo, si può dire che gli abbiamo lasciato il posto: eravamo stanchi di vivere lassù, non ci andava più bene l’esistenza di sopra.»
«E siete venuti qua sotto.»
L’uomo fece spallucce. «Un posto valeva l’altro. Purché fosse lontano da dove eravamo cresciuti, purché non vi avessimo più a che fare. Qua sotto nessuno veniva a cercarci: tanto ci bastava.»
«E perché?»
«Perché c’eravamo rotti le palle, ecco perché.» Il sorriso dell’uomo si fece sardonico. «Perché continuare a vivere nel mondo di sopra era da pazzi, perché lo stile di vita era sempre più inumano.»
«Allora siete scappati.»
L’uomo fece uno schiocco con la lingua. «Ci siamo ritirati perché sentivamo che non avevamo più un posto in quella che era considerata civiltà: un’esistenza aberrante a cui abbiamo deciso di smettere di partecipare. Ci siamo ritirati perché odiavamo quella società.»
Guerriero abbracciò con lo sguardo i macchinari funzionanti. «Eppure continuate a usare ciò che quella società ha lasciato. Se la odiaste veramente, non vorreste avere a che fare con qualsiasi cosa che venga da lei o l’abbia solo toccata.»
«Sarebbe un atteggiamento da sciocchi non sfruttare la tecnologia. In fondo noi non ce l’abbiamo con essa, ma solo con le persone che l’avevano creata per i loro tornaconti. Si sono dati tanto da fare e poi non l’hanno potuta sfruttare: cosa che facciamo noi, proprio quelli che avevano scartati. Davvero buffa a volte la vita.»
«Perché scartati?»
L’uomo, che doveva arrivare a malapena alla sessantina d’anni, rise di gusto. «Vigeva una legge nella società in cui sono nato: un individuo è qualcuno solo se utile, solo se può arricchire il sistema. Altrimenti è fuori del giro, come se non esistesse. Puff, dimenticato.» Con la mano fece il gesto di qualcosa che esplodeva. «Si diventava emarginati, invisibili. E tutto per creare cose come quelle che vedi. Alla fine, la macchina che doveva aiutare a vivere meglio, fece ruotare tutta l’esistenza attorno a essa, schiavizzando chi l’aveva creata: costruzione, mantenimento, manutenzione. Noi abbiamo sovvertito la legge: sfruttiamo le macchine fino a esaurimento e quando non servono più le buttiamo. Facciamo come facevano loro.»
«E così trascinate l’esistenza senza fare niente, solo per vendetta.»
Il sorriso dell’uomo svanì. «All’inizio è stato così, ma le generazioni che sono cresciute qua sotto non lo sapevano: hanno ripetuto quello che vedevano fare. E molti dei primi hanno dimenticato. Ormai pochissimi ricordano il motivo che ci ha spinto a vivere in questo modo. Siamo i resti di una società che si è irrimediabilmente bruciata: siamo le ceneri del mondo che è stato. Guardaci e capirai che è la verità.» Allargò le braccia per abbracciare tutto quello che era lì sotto. «Viviamo cercando di non fare nulla d’utile, abitando in ambienti trasandati, non facendo niente per migliorare la nostra condizione, facendo accavallare i giorni nell’immobilismo e nella decadenza, muovendoci solo per trovare da mangiare e ricercare oggetti che attirino la nostra attenzione: piccole fiammelle che rischiarano l’esistenza grigia e apatica, reminiscenza del calore umano di cui siamo stati privati e che non siamo più riusciti a trovare. E che ormai non è possibile più avere. La razza umana è morta. Morta dentro.» Si toccò il petto. «Siamo soltanto ceneri.»
«Non potrete vivere per sempre in questa maniera. Prima o poi tutto questo finirà.»
L’uomo scrollò le spalle. «Tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine. Sappiamo che questo avverrà, ma non c’importa: ormai abbiamo lasciato andare. Non faremo più come i nostri predecessori, non ci consumeremo in un’unica, intensa fiammata. Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente, è stato il motto che tanto li ha guidati. Ma non è il nostro, siamo andati all’opposto e non certo per ripicca: semplicemente abbiamo riflettuto e siamo giunti alla conclusione che non vale la pena darsi da fare. Lo scopo della vita è morire e visto il fine del dissolversi in cenere, ogni sforzo è vano.»
Guerriero strinse gli occhi. «Dite che niente ha importanza, che siete come un masso che continua a rotolare per inerzia lungo una discesa e che si fermerà quando l’energia che l’ha messa in moto si estinguerà.» Guardò le persone che aveva intorno. «Eppure il comportamento dimostra che non vi siete rassegnati del tutto al destino scelto. Il vostro spirito di sopravvivenza, pur se sepolto in profondità, non è morto e vi tiene ancorati alla realtà, anche se sono delle sciocchezze, come gli oggetti a cui molta gente si attacca.»
«Un buon discorso.» Ammise l’uomo guardandolo con attenzione. «Ma si vede che non conosci l’ambiente.»
«Credo invece di capire abbastanza bene la vostra situazione e se fosse davvero come dite, vi sareste già tolti la vita o trovato un modo per farla finita alla svelta; invece eccovi qua. Perché allora non provate a ricostruire una nuova società, diversa da quella precedente? Avete tutto quello che vi occorre.»
«Darci da fare?» Rise amaro l’uomo. «Abbiamo visto cosa ha creato il “darsi da fare”.» Sputò per terra. «E poi chi ci ha preceduto ha creato talmente tanta roba da farci campare di rendita. Quello che doveva essere l’essenziale, è stato prodotto in tale quantità da divenire superfluo: c’è troppo di tutto. Perché dovremmo dannarci, quando c’è già tutto quello che ci serve, pronto per essere usato?» Scrollò il capo. «Maledetti loro e la loro ossessione d’essere efficienti e produttivi; il dover fare a tutti i costi qualcosa d’utile per aumentare il benessere della società. Guarda!» Allargò le braccia come se volesse abbracciare i cumuli d’oggetti che s’alzavano fino al soffitto del magazzino. «Non hanno fatto che continuare a produrre, non si sono mai accontentati. Volevano di più, accumulando ingordamente: non gli bastava mai quello che avevano, dovevano aumentare la ricchezza giorno dopo giorno, in un’ascesa che non doveva mai avere fine. Sciocchi!» Sbottò seccato. «La montagna che si sono creati gli si è rovesciata addosso e li ha travolti; preoccupati di avere sempre più cose, non hanno saputo apprezzare quello che avevano ottenuto, finché non l’hanno perso. Guarda tutto quel darsi da fare, la cupidigia e l’avarizia, che cosa gli ha portato: sono altri a godersi i frutti delle loro fatiche. Ma in un mondo in rovina, dove tutto è stato perso, che cosa vuoi che importi la ricchezza? Possediamo di tutto, ma che cosa può fregarcene? Abbiamo perso noi stessi. Siamo soltanto cenere, sparsa nel grigiore dei quattro venti. Noi siamo i figli dei figli dell’era dell’economia e malediciamo i nostri genitori per averci dato un mondo del genere. Loro e la falsa ideologia in cui credevano.»
«Che ideologia?» Chiese Guerriero.
L’uomo lo guardò con sorriso sardonico. «Sei giovane e conosci solo questa rovina di mondo; per te questa è la realtà, ma ce ne sono state altre. La madre di quella in cui vivi era ricca, ma anche frivola e crudele: non guardava in faccia a nessuno e per imbellettarsi e vestirsi sempre più sontuosamente non si curava di camminare sulle carni di chi si era spezzato la schiena per arricchirla. Era bella, ma senz’anima. Identificava il suo essere con ciò che aiutava a vivere: il potere, la notorietà, la ricchezza. Vi era attaccata così fermamente, che era arrivata a credere che senza queste cose la vita non potesse esserci. La sua mente rifiutava di comprendere che erano solamente degli accessori, che l’esistenza poteva andare avanti senza di essi: la sua paura era che scomparsi questi elementi, se ne sarebbe andata anche lei. Così ne fece la sua ossessione e pensò che per sconfiggere la sua paura avrebbe dovuto avere una ricchezza che non aveva fine. Era talmente forte che si trasformò in un credo a cui aderirono milioni di fedeli: popolazioni intere fecero propria la sua ideologia, creando una società spietata, dove le persone scalzavano, schiacciavano e sacrificavano il fratello per salire sempre più in alto nelle grazie della signora. Fu una competizione mortifera: gli individui si scannavano tra loro per avere sempre di più. E alla fine persero tutto.» Si massaggiò gli occhi, come se ricordare avesse portato una grande stanchezza. «Questa è la storia che ti ha preceduto e che ha portato al mondo in cui vivi. Nessuno te ne ha mai parlato?»
Guerriero scosse il capo. «Non c’è mai stato molto tempo per simili racconti: troppo impegnati a sopravvivere per guardare al passato e studiarlo. Farlo sarebbe significato morire nel presente.» Disse con indifferenza. «Ma forse le cose non sono tanto cambiate da allora: ognuno pensa per sé, cercando di arraffare quanto più possibile per vivere. Nel tempo che hai raccontato ci si azzannava l’un l’altro per vanagloria; adesso per sopravvivere. Cambia il fine da raggiungere, ma il risultato è sempre lo stesso: sopraffazione e follia. I due mondi sono gli stessi, rami cresciuti dal medesimo albero; hanno indossato semplicemente un abito differente. Proprio per questo non vi viene in mente di creare qualcosa di diverso?»
«Abbiamo perso la voglia, l’iniziativa. E anche se l’avessimo, a che servirebbe? E’ già stato fatto di tutto, non c’è nulla da scoprire. Se provassimo a fare qualcosa, faremmo sicuramente qualcosa di vecchio e riprenderemmo a far parte del sistema di prima. Noi abbiamo detto basta con il passato: non intendiamo riviverlo.»
«E vi accontentate di questo?»
«Non è poi tanto male. Abbiamo quello di cui abbiamo bisogno e viviamo senza patemi. Ti sembra poco, visto quello che c’è là sopra? Qua non dobbiamo guardarci sempre le spalle, non dobbiamo pensare a difenderci o a scappare. Non abbiamo assilli o patemi; non dobbiamo scervellarci per sapere se possiamo fidarci di qualcuno: siamo sulla stessa barca. Chi giunge qua ha rinunciato a ogni ambizione e aspettativa: si lascia vivere in un lento abbandonarsi, accontentandosi di quello che incontra. Vogliamo solo essere lasciati in pace.» Spiegò con calma. «Sei giovane e certe esperienze non le hai provate. Certo, avendo vissuto nel mondo di sopra hai imparato molte cose, specie sulla follia e sul lato peggiore delle persone. Ma questo non è sufficiente a far conoscere tutto; perciò, lascia che ti faccia una domanda.»
Guerriero assentì con il capo.
«Tu vieni da là sopra: hai mai visto dei caseggiati grandi come campi, squadrati, molto lunghi e privi di finestre? Di solito ci sono delle spianate ricoperte di simili edifici.»
Di nuovo Guerriero assentì.
«Quelle si chiamano industrie. La gente vi stava rinchiusa per ore a lavorare, facendo sempre le stesse identiche cose tutti i giorni della settimana.»
Un brivido di repulsione scosse Guerriero.
caseggiati grandi come campi, squadrati, molto lunghi e privi di finestreL’altro se ne accorse. «Dalla tua reazione noto che ce ne sono ancora e che le hai viste.» Grugnì soddisfatto. «Mi domandi perché non abbiamo intenzione di fare nulla? La risposta l’hai avuta sotto gli occhi. Una vita da reclusi, da schiavi e per che cosa? Per arricchire una sola persona che si gode i proventi del lavoro, dando agli altri una minuscola parte dei profitti dopo che hanno svolto una giornata di fatiche. Non ne vale la pena.» Scosse il capo. «Se c’impegnassimo di nuovo a creare qualcosa e ad averla tra le mani, si arriverebbe al punto che anche gli altri comincerebbero a desiderarla, a volerla anche per sé. Arriverebbero a sentirne il bisogno, a pensare che potrebbe essergli utile in un qualche modo. A questo punto ci sono due strade per riuscire a ottenere l’oggetto del desiderio. Si cercherebbe di rubarlo, magari arrivando a uccidere, innescando una reazione che porterebbe di nuovo a un periodo di violenza e sopraffazione. Oppure, cercando di seguire una via più civile, si cercherebbe di produrla in gran quantità. E per coprire grandi volumi, occorrerebbe effettuare una produzione in serie, coinvolgendo un gran numero di persone nel processo di lavorazione. Ma prima di arrivare alla produzione bisognerebbe ricercare il materiale di costruzione, costruire i macchinari per lavorarlo, trovare l’energia per far funzionare questi ultimi.» Le labbra si piegarono su un lato, in un sorriso sghembo. «Inevitabilmente tutto ricomincerebbe da capo. E sarebbe di nuovo schiavitù. A questa e alla violenza è preferibile quella che si chiama apatia; non ci va di sprecare la vita per accontentare altri, per un semplice capriccio. Non ci va di tornare in un inferno che abbiamo avuto la fortuna di lasciarmi alle spalle.»
«Ma voi quaggiù avete già macchinari ed energia. Non mi sembra che vi abbiano reso la vita impossibile.» Fece notare Guerriero.
«Perché la maggior parte degli abitanti qua sotto ne ignora l’utilità e il funzionamento. È l’ignoranza che ci protegge.» L’uomo calcò con forza sull’ultima frase. «I vecchi fanno finta di non ricordare; i giovani non sanno. Molte delle cose quaggiù non vengono usate e le poche che lo sono, sono sfruttate finché non si rompono. Anche se c’è qualcuno che sa come ripararle, le lasciamo rotte, fingiamo di non poterci fare nulla perché altrimenti, se si accorgessero che alcuni di noi hanno la conoscenza, verrebbero costretti a usarla e saremmo di nuovo da capo: sarebbe di nuovo schiavitù, il sistema risorgerebbe. Ha fallito una volta ed è sufficiente: non vogliamo che ritorni. Abbiamo raggiunto una sorta d’equilibrio e vogliamo che rimanga. Non ce ne frega niente dello sfarzo, della gloria; non vogliamo rimirarci nelle nostre opere per alimentare il nostro ego, convinti di aver plasmato il mondo e di aver lasciato un’impronta indelebile nel tempo. Tutto finirà e sarà cenere alla cenere e polvere alla polvere, perché è questo ciò che spetta a ogni cosa.»
«Questa non è vita.» Mormorò Guerriero.
«Qualcuno ha forse detto che lo è?» Il sorriso dell’uomo era faceto. «Ma siamo stati messi da parte e lo abbiamo accettato; che le cose restino tali. Noi non abbiamo più parte alcuna nella storia.» L’aria divertita si smorzò, come se ogni energia fosse scemata. «Non è stata vigliaccheria rinunciare al mondo, ma una presa di coscienza. Ero giovane, ma già vedevo come andavano le cose: non mi servivano le parole d’altri per convincermene. Sono stato tra i fortunati a essere nato alla fine di quell’epoca: non ne ho avuto la vita rovinata. Come è stato per mio nonno: lui l’ha vissuta e non si è tratto di una bell’esperienza. Certo, i Demoni e i Posseduti non si manifestavano alla maniera attuale, ma esistevano anche allora. Meno potenti, meno appariscenti, ma il loro influsso era già forte, pur se non espanso come adesso; avevano la stessa capacità di rovinare la vita delle persone, di renderle infelici, di renderle oppresse.» Si lisciò la barba meditabondo. «Anche allora c’erano i Minosse e i Minotauri.»
«Minosse? Minotauri?»
«Esseri mitologici di un’era perduta, utilizzati come guardiani carcerieri di quello che nella mentalità comune era considerato inferno.» L’uomo scosse il capo. «La gente non s’è mai accorta che l’inferno era la vita che conduceva. Carceri, carceri ovunque: una serie infinita di prigioni. Ogni giorno ne uscivano da una per entrarne in un’altra. Ogni legame, ogni rapporto era una prigione: amicizie, famiglie, associazioni. Tutto era una parvenza per coprire uno sfruttamento perpetrato così a lungo da divenire un meccanismo automatico, un vivere quotidiano. Per questo dove siamo noi adesso, non vedrai mai cose del genere: perché non si ripeta quanto è successo in passato. Per questo non ci sono, o sono rari, legami famigliari, d’amicizie o quant’altro: in questo modo si sono eliminate le dipendenze e gli sfruttamenti. Ognuno è lasciato libero di fare e gestirsi come meglio crede, purché non danneggi un’altra persona.»
«La gente non era libera neanche allora.» Mormorò cupo Guerriero.
«Non lo è mai stata: ha solo avuto la parvenza di esserlo. In realtà, appena si muoveva, si ritrovava incatenata da pesanti ceppi che ne limitavano i movimenti, che la soffocavano.» L’uomo fece una pausa. «E tutto a causa d’altre persone che non accettavano di avere a che fare con dei simili, ma che volevano considerarsi degli esseri superiori, volevano sentire il gusto di poter disporre a proprio piacimento della vita altrui. In ogni ambiente c’erano di questi guardiani-carcerieri, dotati di un piccolo frammento di potere che sfruttavano al massimo: figure angoscianti che angariavano con la sola presenza le persone con cui avevano a che fare.»
«Se era così tremendo, perché la gente non si è ribellata?»
«Perché non ne era più capace; perché ormai era diventata come un animale a lungo in gabbia: spezzato, incapace di vivere lontano dalle sbarre. Quando sei in pezzi, non sei più in grado di muoverti: vieni mosso dove e come vogliono gli altri.»
«Non ha senso.» Mormorò Guerriero.
«E invece ne ha. Non si è più se stessi, non si è più liberi. Credi che alla gente piacesse lavorare nelle fabbriche? Assolutamente no. Lo disprezzava. E allo stesso tempo pregava, desiderava di avere un posto di lavoro perché ne aveva bisogno per vivere, per mantenere la propria famiglia, per avere un posto nella società. Era un martoriarsi indicibile: desiderare di avere quello che si disprezzava, anche se faceva star male, anche se rendeva infelici, costretti ogni giorno a umiliazioni pur di sopravvivere in un mondo che sapeva d’inferno. Gli individui hanno cominciato a odiare gli altri individui, sempre di più. E poi hanno cominciato a odiare se stessi: non si riuscivano più a vedere come essere umani, ma come automi che facevano cose programmate. Alla fine non sapevano più che cosa erano e sono impazziti. Da quel punto è nato il mondo che ci sta sopra, il vero inferno, non quello dell’immaginario collettivo. O forse è stata proprio l’immaginazione a crearlo: che differenza fa?»
Guerriero guardò fisso davanti a sé. «Desiderare ciò che non si vuole. Che assurdità.»
«Il mondo che è stato, è stato assurdo. In ogni sua espressione. Per questo i Demoni e i Posseduti sono proliferati e si sono rafforzati, come se fossero stati in una cultura batterica, coltivati perché si moltiplicassero. Noi ci siamo ritirati sotto terra per non esserne contagiati, per restarne immuni.»
«E se ti fossi sbagliato?»
«Mi vuoi prendere in giro? Non ti bastano i risultati?»
«Tu non c’eri. Non hai prove a tuo favore: quanto è stato sarebbe potuto succedere lo stesso.»
L’uomo sorrise. «Non credi a una sola parola di quello che hai detto. Ma ti dirò cosa mi ha fatto prendere la decisione di scendere sotto terra. Mio nonno.»
«Tuo nonno.» Ripeté Guerriero come se fosse una parola astratta, priva di significato.
«Già. Era una persona pacifica, tranquilla, non ha mai perso la calma. Ma quando raccontava del periodo in cui aveva lavorato in quelle fabbriche, la sua voce cambiava: si faceva ansiosa. E sul suo volto vedevi l’umiliazione e la rabbia che aveva vissuto.» Scosse il capo. «Solo una cosa tremendamente sbagliata poteva far avere a un uomo una reazione simile.»
Guerriero fissò le montagne d’oggetti che lo circondavano. Dopo qualche istante s’allontanò dall’uomo senza dire una parola.

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