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L’Ultimo Potere – Atto Primo – VIII Luna Azzurra (parte 2)

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Seduto su una panca di pietra, sfogliava velocemente il tomo tra le mani. Ancora qualche minuto e andò ad aumentare la pila di libri che aveva a fianco.
Si passò una mano sugli occhi stanchi, sollevandosi e andando a passeggiare lungo le scalinate che portavano al piano superiore. Arrivato al pianerottolo, si fermò a guardare oltre la vetrata che dava sulla piazza; attraverso il vetro sporco, segnato dalle piogge acide cadute sulla terra, osservò i segni della decadenza che su tutto regnava. Un vero peccato non averla vista al tempo dei suoi giorni migliori: doveva essere stato un bel luogo, con il viale alberato che adombrava la lunga piscina dal basso fondale azzurro. Ora degli alberi rimanevano moncherini tarlati e del grande specchio d’acqua un reticolo di crepe tale da farlo sembrare la pelle morta di un serpente.
Proseguì la salita fino ad arrivare alle sale di lettura, passando in mezzo a tavoli squadrati. La luce già fioca a causa del cielo nuvoloso, stava scemando con il calare della sera.
L’uomo osservò le file di librerie addossate alle pareti. Piani e piani di libri, la cui conoscenza gli uomini avevano dimenticato. Doveva esserci stato un tempo in cui quei luoghi erano gremiti di gente, dove lo sfogliare delle pagine si alternava ai rintocchi delle suole sul pavimento. Studiosi, intellettuali, giovani: fiumi d’umanità erano passati in quelle stanze. Di loro non restava più traccia: non un’immagine, nemmeno i fantasmi dei loro ricordi. Erano morti definitivamente, ora che non c’era più nessuno che potesse rammentare l’esistenza che avevano avuto. I loro sogni, i loro ideali, svaniti in uno sbuffo portato via dalla grigia eminenza del trascorrere delle ere, dissolti nel silenzio.
Era quanto rimaneva quando non c’era più niente? Gli sforzi d’intere generazioni si riducevano così? Un vuoto che permeava involucri vuoti, esequie di quanto andato perduto?
Dall’alto dei ripiani, le lunghe file di libri sembravano scrutarlo con severità, ammonendolo spigolosi che quello non era un posto per lui: era un intruso addentratosi in un luogo che non gli apparteneva. Avvertiva l’ambiente ostile e non c’era niente che potesse togliergli dalla mente quella sensazione; per tutte le ore della sua ricerca, l’impressione di costante disapprovazione che giungeva dalle pareti e dagli scaffali non lo lasciava. Un rigetto avvertito fin da quando aveva alzato lo sguardo sulla cupa facciata dell’austero edificio, con la grande vetrata che sembrava un occhio ciclopico e le ali del corpo centrale che gli conferivano la fisionomia di un gatto che mugolava inferocito.
Con la sensazione opprimente sulle spalle, aveva trascorso ore e ore in consultazioni, l’ennesimo carico di tempo impiegato in una cerca che durava da anni, di città in città, senza mai trovare un riscontro, un cenno a conferma di essere sulla strada giusta; un continuo vagare nella speranza che fosse la volta buona.
Si lasciò cadere su una panca.
Perché quello a cui più si teneva e si cercava di raggiungere, pareva fuggire, scivolare lontano e non essere mai raggiunto?
Perché più ci si affannava, più si desiderava qualcosa, più sembrava che sorgessero ostacoli? Era forse così impossibile quello che stava cercando?
Sapeva che ci sarebbero state difficoltà; non esisteva nulla che non presentasse impedimenti. Ma in quel caso gli sembrava sempre di andare a sbattere contro un muro, di essere fermo allo stesso punto, senza mai riuscire ad andare avanti.
Dove stava sbagliando? C’erano segnali che non riusciva a cogliere o interpretare?
Doveva esserci qualcosa perché non riusciva a raggiungere l’obiettivo, ma non sapeva che cosa. E il timore che sorgeva sempre, e che rigettava lontano scrollandoselo di dosso con forza, era di dover continuare ad attendere invano per tutta la vita o morire senza essere riuscito a realizzare la ricerca. Per un compito come quello che si era scelto occorreva pazienza, ma la frustrazione si faceva più opprimente, come se il tempo stesse correndo via e ogni giorno passato fosse un’occasione perduta. Stava cominciando a mordere il freno, a sentirsi come un animale in gabbia.
Una risposta.
Sarebbe bastata una risposta, un minimo cenno che lo sbloccasse da quella situazione. Invece niente: sempre il solito nulla pronto a rinfacciargli il fallimento. Pure Vecchio aveva subito la stessa sorte: che avesse ereditato il medesimo destino? Anche se non era stato il suo vero padre, era la figura che più gli si era avvicinata ed era consapevole che il fato non realizzato di un genitore poteva trasmettersi a un figlio.
C’era da farsi travolgere da simili pensieri e l’unica cosa di cui non aveva bisogno era perdere la calma.
Lentamente estrasse dal taschino la custodia plastica, sfilando i fogli attentamente conservati e cominciando a leggere. La tensione s’allentò, lasciandosi andare alla realtà descritta nelle pagine che aveva in mano.
La quiete delle pareti montane di Luna Azzurra era lontanissima, come se appartenesse a un altro pianeta; l’immagine delle grandi catene di neve che si coloravano di blu all’apparire delle stelle erano un sogno a occhi aperti, talmente vivido che poteva distinguerlo in ogni dettaglio. Era come vedere il mare dalla cima di una montagna: un quadro di pace e calma, un’utopia, se paragonata all’incubo delle realtà, dove tutto correva impazzito, dove non c’era mai tempo per fermarsi per non essere perduti, non come accadeva nelle stanze e nei corridoi dei palazzi di Luna Azzurra dove la vita procedeva fluida e regolare, senza pressioni, con quella quiete che faceva apprezzare l’esistenza.
Perché non aveva avuto la fortuna di nascere in quel luogo, finendo invece in mezzo a strade caotiche?
Non ricordava nulla della sua infanzia, né dei suoi genitori, né come era arrivato in città. Rammentava solamente le scatole di cartone che fungevano da box e che si ribaltavano appena si appoggiava contro le pareti, lasciandolo libero di gattonare in tunnel fatti di reti metalliche e assi di compensato. La prima immagine avuta del mondo quando era uscito dal piccolo regno in cui era stato confinato era stata una strada piena di pozzanghere in un vicolo di case dalle pareti di nero ammuffito.
Non ricordava altro di quei giorni, se non mani grandi che lo prendevano sotto le ascelle e lo mettevano nell’angolo più lontano dell’improvvisata culla. Da lì i ricordi passavano a immagini confuse di posti sempre diversi e un sobbalzare continuo, come se qualcuno si stesse muovendo portandolo sulle spalle.
La cronologia della sua memoria aveva cominciato a farsi attendibile quando era comparso Vecchio. Si vedeva seduto attorno a un tavolo insieme a lui, il buio della stanza rischiarato dalla semplice luce di una lampada, intento a fissare rapito pezzi duri e freddi di metallo disposti ordinatamente davanti a lui. Ammirato, vedeva Vecchio che li puliva e li montava insieme. In quei ricordi sentiva la sua voce bassa e tranquilla che accompagnava ogni gesto, anche se non riusciva a capire le parole. Solo quando imparò ad avere la padronanza del linguaggio, comprese che gli stava insegnando l’uso e la manutenzione delle armi: anche se Vecchio era conscio che un bimbo così piccolo non poteva capire quei discorsi, voleva che quegli insegnamenti s’impregnassero nella sua mente il prima possibile, in modo da divenire naturali come il camminare e il respirare.
L’uso della parola aveva significato la fine dell’infanzia. Per Vecchio era già adulto: in un pianeta senza più società e ordine, non si poteva rimanere bambini a lungo; prima si cresceva e più a lungo si poteva vivere.
Una crudeltà per i pochi anni che aveva, ma un atto necessario: il mondo in cui si era dovuto muovere fin dai primi passi era follia, degradazione, violenza. Le strade erano un campo di battaglia, i palazzi fortezze o prigioni. Non esisteva un luogo sicuro: perciò erano sempre in movimento, sempre all’erta. Una vita difficile, ma erano liberi, esseri umani capaci ancora di scegliere, non come quelle persone che aveva visto rinchiuse nell’immenso fabbricato che Vecchio gli aveva mostrato: vicine a macchine enormi e rumorose, passavano ore e ore a ripetere gli stessi identici movimenti, giorno dopo giorno. Vecchio gli aveva spiegato che erano operai che lavoravano per una fabbrica che produceva armi.
Impietrito, era rimasto a fissare quelle tristi figure, mogie e sconsolate.
Quello non poteva essere un lavoro, nessuna persona libera poteva vivere in quelle condizioni: non potevano muoversi, c’erano sempre individui che sorvegliavano accanitamente che svolgessero il loro compito; alle volte sentiva urla e vedeva quei personaggi sempre nervosi scagliarsi con rabbia contro i lavoratori. Ma erano soprattutto i volti degli operai a mostrargli la verità. Il loro sguardo era spento e rassegnato, avanzavano a capo chino e spalle piegate, camminando lentamente. Non li vedeva mai sorridere, erano sempre tristi.
No, quelli non erano lavoratori: erano soltanto schiavi.
Esseri umani schiavizzati da altri esseri umani.
Per giorni erano rimasti nelle vicinanze dello stabile, studiando la sorveglianza, gli accessi e i cambi di turno alle macchine, aspettando il momento giusto per entrare in azione.
Era stato un sollievo quando erano riusciti a prendere i pezzi che servivano e si erano spostati in un’altra zona della città. Un vero sollievo, dato che la semplice sagoma grigia della fabbrica gli provocava un disgusto, un rigetto tali da fargli avvertire il gusto della bile sulla lingua. Meglio vivere alla giornata, nell’incertezza come un randagio, piuttosto che avere la sicurezza di un pasto e di un tetto sulla testa se il prezzo da pagare era la libertà.
Ripiegò i fogli e li rimise nella busta di plastica.
Ormai pochi erano gli individui liberi; la maggior parte erano schiavi. Schiavi dei Demoni o dei Posseduti o più semplicemente schiavi delle circostanze e delle paure, rinchiusi in prigioni che si erano costruiti da soli e dalle quali non si poteva più uscire.
Sospirò. Era stanco di essere circondato da carceri che non aspettavano altro che imprigionare. Ci doveva essere un mondo diverso da quello.
E c’era: Luna Azzurra.
E in un modo o nell’altro, l’avrebbe trovata.

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