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Imaginaerum - Nightwish

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Imaginaerum dei Nightwish potrebbe essere considerata colonna sonora dell’esistenza. Naturalmente questo non va inteso che l’album è un capolavoro assoluto, anche se possiede bei testi e buone sonorità (specie per chi apprezza il genere metal), con canzoni che spiccano più delle altre, quanto che ogni brano parla di una tappa della vita che nell’ordine naturale delle cose ogni individuo incontra; ciascuna età è rappresentata con una musica appropriata.
La calma e la dolcezza con cui Taikatalvi apre l’album sono una ninna nanna dolce che vuol cullare il neonato da poco venuto al mondo, rassicurarlo e proteggerlo, cercando ancora per un poco di tenerlo in un mondo sereno e sognante, dove niente possa scuotere la sua anima ancora immacolata: una foresta vergine dove il mondo non ha ancora messo piede, ma che presto lo farà. Una realtà che si percepisce attraverso le sfumature malinconiche di chi la canta, conscio che questo stato, questa sorta di paradiso terrestre, sarà di breve durata e presto verrà il suo allontanarsi da esso, come miti e religioni così tanto hanno parlato: è tipico dell’uomo perdere questo stato, salvo poi cercare in ogni modo di ritrovarlo per tutta la sua vita; ma la vita è una forza che non può essere fermata, che spinge per scorrere, per crescere, lasciandosi in fretta alle spalle il periodo innocente e beato della culla per dare spazio alla dirompente velocità con cui il bambino cresce. L’atmosfera è ancora sognante, si è ancora nel mondo dell’immaginazione dove tutto è possibile (basta pensare alla fiaba di Peter Pan), dove tanti sono i mondi che si possono creare e visitare, ma già si comincia ad avvertire che le cose presto staranno per cambiare, come già fa pensare l’immagine che nel libretto affianca il testo di Storytime: chi ha visto Edward Mani di Forbici di Tim Burton non può non far andare la mente alla scena con cui si apre il film, dove la nonna seduta sulla sedia racconta alla nipote la propria storia, una storia dolce e struggente, una storia d’amore per sempre rimasta viva, ma che si è potuta vivere solo nell’immaginazione e nel perpetrarsi del ricordo di pochi momenti felici.
E’ su questi temi, sui toni rabbiosi di Ghost River, che angoscia, paura, incertezza e anche dolore vengono fatti scorrere sulle note graffianti delle chitarre che si alternano con quelle più melodiche e melanconiche dell’orchestra: i primi amori, le prime paure, la fiducia tradita, il bisogno di essere accettati e di comprendere chi si è in un periodo come quello dell’adolescenza dove tutto è cambiamento, dove la magica dell’infanzia e la curiosità della fanciullezza stanno facendo posto (alle volte con violenza) all’età adulta, lasciando incerti e scombussolati, causando quella rabbia mista a tristezza e incomprensione che tutti hanno conosciuto.
E sullo scemare della rabbia si giunge alle atmosfere più calde e avvolgenti della sensualità e della passionalità, della scoperta del sesso e della lussuria, che con insistenza voluttuosa reclamano la loro parte in Slow, Love, Slow; un canto di sirena che azzittisce ogni cosa e blandisce sensi e pensieri, un caldo abbraccio che non si vorrebbe che mai smettesse di teneri stretti.
Come in un film di Burton s’avanza e al momento fiabesco s’alterna quello della perdita, così presente nell’ètà adulta; con I Want My Tears Back ci si sofferma a pensare dove sono finiti le illusioni, i credo, i sogni, le domande che ci si faceva da bambini; si avverte che crescendo, vivendo in un mondo duro e crudo s’è perso qualcosa d’importante: la sacralità dell’esistenza. E senza questo elemento ci si ritrova scoperti, privi di protezione, in balia del circo creato dagli uomini, dove tutto appare senza senso e il vero orrore è la realtà in cui si è immersi, una follia vera e propria, che alle volte strappa un sorriso e che altre spaventa e inquieta, come fanno i clown, se si avesse il coraggio d’ammetterlo (e in Scaretale il pensiero non può non andare all’ormai noto pagliaccio di Stephen King, che in IT è vera e propria incarnazione della pazzia).
Poi, prima di quanto si possa pensare, con Turn Loose The Mermaids arriva il momento in cui ci si appressa a giungere alla fine del fiume ed è tempo di fare bilanci: si vede sé stessi come la somma delle scelte fatte, di tutti gli io che si è stati durante il cammino intrapreso dalla nascita; è in questi istanti, più che in altri, che si comincia ad avere paura della morte, quella nera signora che prima o poi tutti arrivano a incontrare, che prende e porta via. E in un disperato anelito, come se questo servisse a continuare a esistere dopo essere scomparsi, si spera che la gente mantenga il suo ricordo.
Dalla disperazione, così angosciosa in Rest Calm, arriva il punto in cui si accetta questa oscura presenza come elemento della vita, come parte di essa: e da questa presa di coscienza sgorga una sorta di tranquillità che assopisce timori e ansie. Resta soltanto un’ultima cosa da fare: dare un lascito. E questo lascito viene sentito con forza, con intensità che brucia quasi volesse marchiare a fuoco: dalle note lente di The Crow, The Owl And The Dove , la musica incalza potente con Last Ride Of The Day in un crescendo che vuol ribadire urlando di cogliere l’attimo, di non farsi sfuggire le occasioni che la vita offre, perché non ci sarà una seconda volta: meglio fare, commettere degli errori, piuttosto d’avere il rimpianto di parole non dette, scelte non fatte.
E poi si giunge all’ultimo atto e in Song of Myself si tirano le fila di tutti gli insegnamenti che la vita ha voluto offrire e fare incontrare, prima che cali il sipario una volta per tutte e l’ultima tappa del viaggio venga raggiunta, un porto che accoglie il ritorno della vita che è stata data.

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