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Colpa

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Cosa…avevo fatto al mio cane?
Avrei dovuto giocare più con lui.
Avrei dovuto portarlo più spesso a passeggiare.
Avrei dovuto fargli respirare di più l’odore dei guardrail, dei cordoli e dei pali elettrici…fino a stancarsi e tirarlo…con la forza….
Avrei dovuto volergli bene senza paura…

Questi sono i pensieri di Okutsu, un personaggio di Il cane che guarda le stelle di Takashi Murakami, quando ritorna a pensare al cane che ha avuto da giovane, nati soprattutto al momento della sua morte. Chi non ha vissuto con un cane, non ha passato del tempo con lui, non è stato legato a lui, difficilmente può comprendere i sentimenti che si provano alla sua scomparsa, ma anche quando sta male, quando non si può passare con lui il tempo che meriterebbe.
I cani ci amano in modo sincero, da farci quasi sentire in colpa, è scritto sulla quarta di copertina riprendendo una frase del manga: questa è una cosa vera. Spesso ci si trova a sentirsi in colpa per non esserci quanto si vorrebbe, per non essere riusciti a fare di più per lui.
Ho affrontato questa tematica anni fa in un brano di Non siete intoccabili: il romanzo non era abbastanza maturo per sviluppare a dovere la trama che avevo intenzione di narrare (sarebbe maturato dopo la stesura di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone) e quindi molte parti sono state revisionate e riscritte. Tuttavia ce ne sono alcune che sono state mantenute: quella che segue è una di quelle.

Il viaggio durò tutto il pomeriggio e la sera scese presto, trovandoli ancora sulla strada.
«Ci dobbiamo fermare» disse dopo un lungo mutismo Mark.
«Perché?» chiese Masha colta alla sprovvista.
Mark indicò una spia sul cruscotto. «L’acqua del radiatore.»
«Un guasto?» Masha si mosse a disagio sul sedile.
«Te lo saprò dire fra due minuti.»
Immessosi nella corsia d’emergenza, Mark attivò le quattro frecce e scese a controllare. Con il cofano sollevato, Masha non riusciva a vedere nulla, ma non se la sentì di scendere e guardare.
Trascorsero pochi attimi. Il cofano si richiuse e Mark tornò a bordo.
«Allora?» chiese ansiosa.
«Nulla di grave: il livello dell’acqua è basso. Occorre aggiungerne un po’.» Mark tolse il freno a mano e ripartì.
Un cartellone pubblicitario sfrecciò alla loro destra.
«Il prossimo autogrill è fra quaranta chilometri. Come facciamo?» fece notare Masha preoccupata.
Mark azionò la freccia direzionale. «Prendiamo quest’uscita e ci dirigiamo verso quel gruppo di luci. Forse troveremo quel che ci serve.»
La rampa li condusse in un lungo viale alberato dove i pioppi si alternavano ai lampioni. Ampi spazi aperti si scorgevano ai lati delle corsie.
Il gruppo d’abitazioni, non più di una decina di piccole palazzine, comparve dietro la curva. Solo quando entrarono nel piazzale del parcheggio, si accorsero del boschetto che cresceva alle sue spalle. A parte la bolla di luce in cui si trovavano, tutto il resto era tenebra. L’autostrada da poco lasciata non era altro che rumori indistinti e lontani.
Si guardarono intorno, notando che erano gli unici nei paraggi.
Masha fissò l’insegna presente su una delle palazzine, non riuscendo a distinguere la scritta a causa della nebbia. «E adesso? Dove la troviamo l’acqua? E soprattutto dove la mettiamo?»
«Quella bottiglia di plastica lì per terra è perfetta. E per trovare il resto, potremmo provare là.» Indicò la porta a vetri sotto l’insegna. «È una clinica veterinaria. Avranno sicuramente dell’acqua.»
«Ma sarà aperta?»
Dalla clinica uscì un uomo che tra le braccia trasportava un grosso fagotto avvolto in un sacco nero del pattume; lentamente raggiunse l’auto parcheggiata in fondo al piazzale. Sostenendo con una sola mano il peso, aprì il bagagliaio e con cura adagiò quanto aveva trasportato.
«Direi di sì» disse Mark. «Vai tu: faccio fare due passi al cane.»
«Ok.»
Mark la osservò mentre scompariva all’interno dell’edificio, riportando poi la sua attenzione sull’altro uomo nel parcheggio. “È l’individuo che quel branco di balordi voleva pestare.” Rimase a guardare mentre sistemava il bagaglio all’interno dell’auto, cercando di dargli la migliore sistemazione possibile. Solo allora si accorse che in un angolo del bagagliaio era riposto un coniglio di peluche, spostato poi mestamente vicino al sacco nero. Ogni azione era fatta con garbo e gentilezza, o forse era dovuta alla stanchezza che traspariva dallo sguardo dell’uomo. Quale che fosse lo stato delle cose, in quell’angolo di parcheggio si respirava un’atmosfera fatta di commiato triste e ineluttabile. Sotto cieche stelle risuonavano un dolore e una tristezza che ammutolivano bocca e mente, facendo chinare il capo in segno di rispetto.
Mark abbassò lo sguardo, osservando il cucciolo che fissava intensamente la scena. L’animale volse il muso verso di lui per qualche istante prima di riportare l’attenzione sull’altro uomo.
«Salve.» Mark ruppe il silenzio avvicinandosi all’uomo. «Serata uggiosa.»
Il corpo dell’altro ebbe un guizzo per la sorpresa. «Già, non è delle migliori.» Rimase a fissare con sguardo vuoto il vano dell’auto.
Mark seguì la direzione dei suoi occhi, anche se non ce n’era bisogno: aveva capito quello che era successo non appena l’altro era uscito dalla clinica. «È stato qualcosa d’improvviso, non è vero?»
«Già.» C’era tristezza e rimorso nelle parole dell’uomo. «Pancreatite fulminante» disse a fatica. «Tutto sembrava come sempre: le passeggiate, i giochi. Poi ha preso a mangiare meno e a bere sempre di più; ha perso peso. Dopo ha cominciato a rigettare tutto quello che mandava giù.»
Era chiaro che gli faceva male parlarne, ma continuò. «L’ho portato in clinica per farlo visitare ed è stato subito ricoverato per la patologia riscontrata dagli esami. Lui non voleva restare, voleva tornare a casa: non è mai stato lontano da noi, c’era sempre qualcuno della famiglia con lui. Si sentiva abbandonato, glielo leggevo negli occhi, ma non potevo fare diversamente. Anche se mi si spezzava il cuore, lo facevo perché si salvasse. Credevo di fare la cosa giusta, che con la corretta cura poteva tutto tornare come prima. Credevo di stare facendo tutto il possibile per il suo bene, invece mi sbagliavo.» Un groppo alla gola lo costrinse a interrompere il discorso; prese alcuni respiri profondi per calmarsi. «Tutte le sere negli orari di visita andavo a trovarlo e stavo con lui il tempo che era consentito. Era uno strazio vederlo sdraiato in quel piccolo vano dietro la rete metallica assieme ai macchinari per monitorare e immettere nell’organismo le sostanze per curarlo. Per buona parte del tempo non mi riconosceva, lo vedevo nei suoi occhi da sedato, ma quando i calmanti finivano il loro effetto ritornava in sé e si metteva a uggiolare, lamentandosi in continuazione. Sembrava continuamente dirmi “portami a casa, portami a casa”, ma io non potevo farlo, perché portarlo a casa sarebbe significato farlo morire di sicuro. Io avevo ancora speranza.» Strinse i pugni impotente. «Mi hanno telefonato questa sera dicendo che non era riuscito a superare una crisi cardiaca sopravvenuta a causa di uno scompenso.» Chiuse gli occhi. «Lui sapeva che stava morendo e l’unica cosa che voleva era tornare a casa e morire vicino alla sua famiglia. Non l’ho capito. Non l’ho voluto capire, aggrappato alla mia speranza. Così è morto, magari anche ammazzato, in un luogo estraneo, in compagnia d’estranei, abbandonato. Ora so cosa si prova a tradire qualcuno.»
«Non avresti potuto far nulla per salvarlo. So che è uno strazio vedere il proprio cane soffrire in quella maniera: ci si sente morire dentro e la cosa che non ci si riesce a perdonare è l’impotenza di fronte agli eventi. Purtroppo è il prezzo di essere solo uomini» disse Mark a voce bassa.
L’uomo fece cenno di sì.
«Gli piacevano i conigli.» Mark abbozzò un sorriso indicando il peluche.
«Erano i suoi preferiti. Gliel’avevo portato pensando che così non si sentisse abbandonato, che sapesse che gli eravamo vicini.» L’uomo sospirò stancamente. «Adorava osservare i conigli che stavano nei prati vicini a casa: sarebbe rimasto a guardarli per ore. Non ha mai fatto del male a uno solo di loro, anzi una volta s’è preso un morso sul naso da una femmina perché era andato a guardare la sua cucciolata.» Per un attimo nel suo sguardo comparve un sorriso. «La sera prima che lo portassi in clinica è rimasto a fissarli diversamente dal solito, come sapesse che non li avrebbe più rivisti.»
Mark sentì il cucciolo appoggiargli una zampa sul piede: chinandosi, lo prese in braccio, mentre i loro sguardi s’incontrarono per un’ultima volta.
«Tieni.» Porse il cane all’uomo. «L’ho trovato per strada, in cerca di qualcuno: penso che tu sia la persona adatta.» Osservò mentre l’altro titubante lo prendeva. «Non dimenticherai la perdita, certe cose non si dimenticano, ma supererai questo periodo: lui saprà esserti d’aiuto, vedrai.»
L’uomo guardò il cucciolo, accarezzandogli il pelo della schiena. «È un animale stupendo; somiglia un po’ a un lupo.»
Mark sorrise. «Forse in lui c’è un po’ del suo spirito.»
L’uomo gli porse una mano. «Grazie di tutto.»
Mark gliela strinse. «Grazie a te per occuparti di lui.» Con un ultimo cenno di saluto si accomiatò.
«Perché gli hai dato il cane?» gli chiese Masha rimasta ferma nei pressi dell’auto a osservare la scena.
«Quel cucciolo non ha parte nella storia cui noi due stiamo ora andando incontro» spiegò Mark cominciando a versare l’acqua della bottiglia nel radiatore.
«Ho immaginato che questa fosse la ragione, ma perché proprio a lui?»
«Ha rispetto per la vita.» Mark chiuse il cofano.
«Come fai a essere così sicuro di uno sconosciuto?»
«L’ho capito dal modo in cui ha trattato il corpo del cane che ha perso da poco.»

2 commenti per Colpa

  • Gli animali non possono essere disonesti, o bugiardi, per questo li amiamo. Però sono avvantaggiati, perché sono limitati dalla loro natura.

    • Hanno una parte razionale meno sviluppata della nostra, ma mi domando alle volte se questo sia per noi un vantaggio: abbiamo creato molte cose che ci facilitano la vita, ma abbiamo creato anche molte cose capaci di distruggerci. Temo che siamo l’unica specie capace di distruggersi da sola.

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