Strade Nascoste – Racconti

Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste

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Il magazzino dei mondi 2

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Le origini della violenza

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Il brano che segue è tratto dall’intervista di Alessandro Gisotti – Città del Vaticano a Padre Renato Chiera.

Secondo alcune stime recenti… in Brasile avviene il 13 per cento degli omicidi commessi in tutto il mondo, nonostante i brasiliani rappresentino solo il 3 per cento della popolazione del pianeta. Il Brasile ha inoltre purtroppo raggiunto, nel 2014, il triste primato del numero assoluto di omicidi: oltre 59 mila persone uccise. Per padre Luis Ferndando da Silva, segretario esecutivo della Campagna di Fraternità, “il superamento della violenza” è la condizione necessaria per “una società e una cultura di pace” e “richiede impegno e azioni che coinvolgono la società civile, la Chiesa e le istituzioni”.
Proprio su questo fronte di impegno contro la violenza si trova fin dagli anni ’80 padre Chiera che, grazie all’attività della “Casa do Menor”, ha salvato dalla violenza della strada migliaia di bambini e ragazzi, abbandonati ad un tragico destino di abusi, prostituzione, criminalità e tossicodipendenza. A margine dell’udienza generale, padre Renato Chiera si è soffermato con Vatican News sulle radici di questa violenza che sempre più sta scuotendo il Brasile, non risparmiando nemmeno i bambini. “La violenza – sottolinea il missionario – ha molte cause: è il risultato di qualcosa che si spacca. La violenza è un grido che qualcosa non va bene”. I nostri ragazzi, ammonisce, “sono violenti perché mostrano il dolore che hanno, la sofferenza che hanno, le spaccature che ci sono state. Adesso, la violenza ha delle cause, delle radici molto profonde, innanzitutto nei rapporti ingiusti tra le persone. Quindi c’è un problema sociale, una struttura violenta che violenta la gente e che, come conseguenza, ha una reazione violenta”.
Nel suo Messaggio per la Campagna di Fraternità, Papa Francesco sottolinea che il perdono, per quanto difficile, è l’unico strumento per vincere la rabbia e la violenza, per ridonare la pace. Un’esperienza che padre Chiera vive ogni giorno con i suoi “ragazzi di strada”. “Cosa vuol dire il perdono? Che io devo darti possibilità. Tu – afferma il sacerdote – puoi avere sbagliato, ma io ti do possibilità di recuperarti, io credo nella tua bontà. Oggi, non si crede più nella bontà dell’essere umano”. Noi, prosegue, “capiamo questo con i ragazzi. I ragazzi che noi accogliamo sono colpiti quando noi li accogliamo come sono, non li giudichiamo, non vogliamo nemmeno sapere il loro passato! Loro non credono di aver valori, non credono che hanno delle possibilità. Loro accettano di essere uccisi perché dicono: `Lo merito. Ho preso questa strada … lo meritò. Quindi neppure si perdonano”. Quando vedono che noi li perdoniamo, sottolinea padre Chiera, “li aiutiamo a perdonarsi, quando riescono a perdonare papà e mamma, a perdonare quelli che hanno fatto loro del male, perdonare se stessi, allora riescono ad andare avanti”.
Il fondatore di “Casa do Menor” risponde infine sul dilagare della violenza giovanile in Italia, che sembra solo ora scoprire il drammatico fenomeno delle baby gang. “Vorrei dirvi questo: ascoltiamo il grido di questi ragazzi! Cosa ci vogliono dire? Non diciamo solo: `Sono dei banditi”. Per padre Chiera, quando “abbiamo detto questo”, “non abbiamo risolto nulla”. “Ecco il problema. Tuo figlio si droga, tuo figlio comincia una vita sbagliata. Chiedigli un po’ il perché! Chiedigli due cose: ti senti amato? Don Bosco diceva: `Non è sufficiente amare il figlio; bisogna vedere se lui si sente amato’. Seconda cosa: cosa stai soffrendo per fare così? Due domande chiave – sottolinea il missionario in Brasile – che aprono il cuore, perché tu ti avvicini, non per giudicare; tu ti avvicini anche per lasciarti giudicare”.

Dalla strada alla vita. Anno XVII – Numero 56 – Aprile 2018, pag. 13

Kafka sulla spiaggia

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Kafka sulla spiaggiaKafka sulla spiaggia è un’opera di Haruki Murakami realizzata nel 2002. Un romanzo particolare e non solo per la storia che racconta, ma anche per la struttura usata: i capitoli si alternano narrando le vicende dei due protagonisti, Kafka e Nakata. Non è questa però la vera particolarità, ma l’uso di due punti di vista differenti: per il giovane Kafka, Murakami usa la prima persona, per il vecchio Nakata, la terza.
Il romanzo inizia con la fuga di casa di Kafka per sfuggire non solo da un ambiente che non sente suo, dove non è amato, ma anche per evitare la profezia fatta da suo padre, che ricalca il mito di Edipo (l’eroe greco uccide il padre e giace con la madre). Ma la storia inizia prima della sua nascita, quando qualcuno ha aperto la pietra dell’entrata, cambiando così il corso degli eventi. Toccherà all’anziano Nakata rimediare a questo. Anche se abitano vicino, i due non s’incontreranno mai di persona, non sapranno nulla l’uno dell’altro, ma i loro destini sono correlati e le azioni di uno avranno influenza sulla vita dell’altro.
Più di altre opere di Murakami, Kafka sulla spiaggia gioca sul mistero e sulle cose non dette e non chiarite. Rimane un mistero quello che è successo a Nakata da bambino, con quell’incidente particolare dove lui e tutti i suoi compagni sono svenuti per alcune ore, ma con lui che è l’unico rimasto incosciente per diverse settimane e al risveglio aveva perso la capacità di leggere e di scrivere e metà della sua ombra, ma aveva acquisito la capacità di parlare con i gatti. È un mistero il ragazzo chiamato Corvo che ogni tanto appare a consigliare Kafka: non si tratta di un personaggio creato dalla mente del ragazzo, ma non è neppure un essere della realtà materiale; forse si tratta di uno spirito o di qualcosa del genere.
Kafka sulla spiaggia è un romanzo pieno di personaggi particolari. Il signor Oshima, la signora Saeki, gatti che parlano, Johnnie Walker, il colonnello Sanders. Come in altre opere di Murakami ci sono dei temi ricorrenti: la casa isolata sulle montagne dove per un certo periodo un personaggio vi si rifugia, la musica che accompagna e ha un ruolo importante per i protagonisti, un luogo dove il tempo non scorre; anche Kafka sulla spiaggia prende il titolo da una canzone che il protagonista ascolta (ma il titolo questa volta è riferito anche a un dipinto che ha un ruolo importante nelle vicende del ragazzo).
Come già detto, un’opera particolare, capace di lasciare un segno, facendo riflettere sul restare ancorati al passato e non riuscire ad andare avanti: per quanto difficile e amara, la vita va vissuta, rifugiarsi in luoghi immaginari o nel ricordo non fa ritornare quanto è trascorso.

Sacrificare tutto per la connessione

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“Tutto può essere sacrificato alla crescita della connessione.” Questo emerge da un memorandum di Facebook del 2016 di Bosworth, collaboratore di Zuckerberg, a seguito dello scandalo che ha colpito Facebook. sacrificare tutto per la connessioneOra tutti si meravigliano, ma era scontato che sarebbe andata a finire così: troppi dati, troppe informazioni per non essere sfruttate la connessione per fare soldi, per non acquisire potere. Sì, dati e informazioni sono divenuti un grande potere che era impossibile non venisse utilizzato per ottenere importanza e avere un ruolo fondamentale sul mondo.
Le persone si sono fidate, hanno condiviso, quando invece avrebbero dovuto non farlo.
Perché?
Perché non erano chiare le condizioni cui sottostare.
Perché non bisogna mai fidarsi dei grandi gruppi, dato che perseguono sempre i propri fini e non sono mai quelli dei singoli individui.
Le parole di Bosworth dovrebbero mettere in allarme e far riflettere su che cosa c’è dietro certi prodotti e che mentalità viene usata per gestirli: tutto è accettabile pur di raggiungere gli obiettivi prepostisi. Tutto ciò non è solo allucinante, ma è qualcosa che non ha più nulla di umano. Libertà, diritti, rispetto: tutto sacrificato. Si possono accettare violenza, morte, pur di ottenere maggiori fette di mercato, maggior potere, più soldi.
La cosa peggiore, nonostante la portata di questo scandalo, è che la gente non ha ancora capito come sta venendo spiata, usata, sfruttata. E se lo ha capito, non gli importa e continua a stare in un certo sistema, contenta di esserci.
Tutto questo avrebbe bisogno di una regolamentazione, di tutele; tanti stanno usando fiumi di parole nel dire questo, ma la verità è che si farà poco o niente per cambiare lo status quo delle cose. Ormai siamo alla deriva. Come dice V nell’opera V for Vendetta di Alan Moore “questa è la terra del prendi ciò che vuoi” non è anarchia perché “anarchia vuol dire senza capi; non senza un ordine… Non è anarchia questa. Questa è caos”. (1)

1. V for Vendetta. Alan Moore, David Lloyd. Magic Press Vertigo 2006, pag. 195.

Riflessi sull'acqua

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fiori di primavera

fiori di primavera

fiori di primavera

Sognando un altro tempo

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Questa notte ho fatto un sogno. Ho sognato un altro tempo. Nel sogno avevamo entrambi quindici anni. Prati e boschi erano verdi, il sole batteva sui vetri delle finestre. Il canto degli uccelli accompagnava i nostri passi, uno al fianco dell’altra.
Esco da casa e respiro profondamente. La pioggia ha portato via l’afa, facendo tornare l’estate una bella stagione e non un inferno cocente.
Il cielo è di un limpido azzurro. All’orizzonte ci sono nuvole bianche grandi come montagne. Una lieve brezza soffia sui campi.
Il sole fa brillare le gocce di pioggia sulle foglie.
“È davvero una bellissima giornata: fa pensare che tutto sia possibile.”
Mi sento rinvigorito. Anzi, ringiovanito: mi sembra di essere tornato all’adolescenza. Sono senza pensieri, come se tutto il mondo fosse a mia disposizione per essere scoperto. La sensazione è così forte che quasi intimorisce: è qualcosa di straordinario, si può dire addirittura magico.
Fischietto percorrendo il vialetto. Apro il garage e prendo la bicicletta. Infilo gli auricolari dell’iPod nelle orecchie, inforco i pedali e parto. Il sogno della notte continua ad accompagnarmi; forse è lui a guidarmi e io lo lascio fare.
La strada scorre veloce sotto di me. Le colline si fanno più grandi mentre mi ci avvicino. I boschi e i prati sono di un verde vivo. L’aria è permeata del profumo di erba appena tagliata e del fieno lasciato nei campi a seccare.
All’incrocio svolto a sinistra. Il rettilineo si stende dinanzi a me. Lo stesso tragitto di allora. È come se il tempo non fosse andato avanti: le stesse case, gli stessi alberi. Nulla è cambiato, come nel sogno.
Spingo con più forza sui pedali, guadagnando velocità.
“Marika, sto arrivando.”
Provo le stesse sensazioni di quando la andavo a trovare: l’attesa dell’incontro, la fretta di arrivare, il cuore che accelera nel vederla…
So che lei non abita più in questa zona, ma questo non ha importanza: sono tornato indietro nel tempo, quando le cose possono ancora andare diversamente. Sono felice. Il mondo mi appare un luogo magnifico dove stare.
Imbocco una strada laterale costeggiata da villette. Casa sua è in fondo alla via. Tutto è come allora: il cancello di legno, le aiuole con i lillà, le tapparelle del primo piano sempre abbassate. Mi avvicino e guardo il campanello: c’è ancora il cognome dei suoi genitori.
Sono tentato di suonarlo, ma lascio stare: lei non è più qui, dice una parte di me. Ma per un’altra parte di me lo è.
Guardo oltre la siepe e vedo il me più giovane che l’abbraccia; lei gli sorride. Un sorriso solare, che riscalda il cuore. Sento il profumo dello shampoo che usa, la morbidezza della sua pelle e le risate che facciamo prendendo in giro i professori.
Nella via non passa nessuno. Resto seduto sulla bicicletta, ascoltando le nostre confidenze, i silenzi mentre stiamo sdraiati sotto l’albero tenendoci per mano, gli sguardi che ci lanciamo mentre aiutiamo sua madre a sistemare il giardino.
Riprendo a pedalare, con calma: non ho fretta di tornare. Imbocco la via più lunga, percorrendo il viale alberato che costeggia il centro sportivo, dove risuonano le grida di ragazzi che giocano a calcio. Proprio come allora, quando Marika mi accompagnava per un pezzo di strada. Sento di nuovo il profumo del suo shampoo. Mi volto e vedo lei e il me più giovane passeggiare mano nella mano sul marciapiede.
“Oggi è davvero tutto possibile.”
Alzo lo sguardo al cielo: lo stesso azzurro di allora. Lo stesso…

Apro gli occhi e vedo il cielo davanti a me. Solo che non è lo stesso di un attimo fa: è più scuro. Mi rendo conto d’essere sdraiato per terra. Provo ad abbassare la testa. Qualcuno mi dice di non muovermi, di stare calmo.
“Perché dovrei agitarmi?” vorrei dire, ma mi accorgo di non riuscire a parlare.
Un luccichio mi colpisce gli occhi: mi volto lentamente verso di esso. Il sole si riflette sul telaio della mia bici a pochi metri da me.
Lì vicino ci sono due carabinieri che parlano con alcune persone: dicono che il ragazzo che mi ha investito, e che è scappato, non si è fermato al semaforo rosso, che sono stato mandato a schiantarmi contro un albero.
Arriva l’ambulanza, i paramedici scendono e si avvicinano di corsa, invitando la piccola folla sul marciapiede a stare lontana. S’inginocchiano accanto a me e chiedono se riesco a sentirli.
Sto per rispondergli di sì, ma poi la vedo.
Ha i capelli più corti, il viso si è fatto più affusolato, ma non posso sbagliarmi.
Marika.
È a pochi passi da me, tra le persone ferme a guardare; uomini, donne…ci sono due ragazzini che mi stanno facendo un video. Tutti hanno occhi per me, ma io li ho solo per lei.
Osservo il suo volto: preoccupazione, dispiacere…le emozioni che si provano quando si vede una persona che ha avuto un incidente. Nient’altro: non mi ha riconosciuto.
Sorrido. Forse penso solo di farlo: mi sembra di avere il volto paralizzato.
Sento che il mio cuore per un attimo si è fermato e poi ha ripreso a battere, quasi con più forza di prima. Ho cercato per tanti anni di dimenticare questo sentimento, ma certe cose non possono cambiare e oggi la vita ha voluto dimostrarmelo.
Sento i paramedici parlarmi. «Resta con noi!»
Mi verrebbe da dirgli «Dove volete che vada?» ma non m’interessa: la mia attenzione è tutta su Marika.
Il freddo che provavo si sta dissipando, sostituito da un lieve tepore che pian piano si diffonde nel mio petto.
Ora usi il rossetto e non il lucidalabbra, hai qualche ruga vicino alle palpebre, un piercing al naso, ma sei sempre la stessa…
Sento una fitta al cuore.
No, non lo sei.
E non è per l’anello che porti all’anulare sinistro. O perché ti appoggi alla spalla di tuo marito. No, non è questo che mi ha fatto capire che sei diversa: una parte di me sapeva che ti saresti sposata. È una cosa normale: tanti lo fanno.
Ma io no e ora so perché, come so perché le mie relazioni sono tutte fallite. In fondo l’ho sempre saputo, solo che non l’ho mai voluto ammettere. In tutti questi anni ho cercato di lasciarmi questo sentimento alle spalle, convinto che si sarebbe sciolto se mi fossi impegnato ad avanzare, facendo spazio a qualcos’altro. La mia volontà, così forte in tanti aspetti della mia vita, nulla ha potuto contro di lui: mi sono illuso di poterlo vincere. Ma lui è sempre stato con me: alle volte sopito, alle volte solamente silenzioso, ma sempre in attesa del momento in cui ti avrei rivisto, perché in lui era riposta la speranza che incontrandoti di nuovo le cose sarebbero andate diversamente rispetto al passato.
Ora la speranza è sparita, sostituita dalla consapevolezza che tutto ciò nel presente è irrealizzabile. L’ho capito guardandoti gli occhi: sono cambiati, non c’è più quella luce che ricordavo.
È incredibile come in certi momenti si riescano a cogliere così tanti particolari, percependo tutto più chiaramente.
Tu sei andata avanti. Io mi sono illuso di fare lo stesso, quando invece mi sono fermato, aggrappato a un tempo che non c’è più. La verità è che per tutti questi anni non sono rimasto innamorato di te, ma del periodo in cui siamo stati insieme, legato alle emozioni di allora. Ho sempre sperato di poterlo rivivere.
Un sorriso mi affiora sulle labbra.
Forse questa volta lo faccio davvero, ma non deve essermi riuscito bene, visto come si agitano i paramedici: devono averlo scambiato per una smorfia di dolore.
«Non sto soffrendo» vorrei rassicurarli se ne avessi la forza.
Lancio un ultimo sguardo a Marika: vedo che socchiude le labbra e le sue pupille si dilatano.
Sento gli occhi chiudersi e i paramedici scuotermi con forza, più agitati di prima. “Tranquilli, va tutto bene.”
Mi lascio andare, scivolando in un tempo in cui io e lei siamo ancora giovani e stiamo al fianco uno dell’altra.

Promozione aprile

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Dal 6 al 20 aprile, L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone, Strade Nascoste e Strade Nascoste – Racconti saranno in promozione sui vari store con uno sconto del 25 % (ovvero saranno in vendita a 1.49 E).

Un po' di primavera (finalmente)

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E’ stato un inverno lungo, ma ora la primavera comincia a fare capolino, finalmente.

fiori di primavera

fiori di primavera

fiori di primavera

fiori di primavera

fiori di primavera

fiori di primavera

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Il mestiere dello scrittore

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Il mestiere dello scrittoreDi Il mestiere dello scrittore di Haruki Murakami ho già parlato in due precedenti articoli (Sull’importanza dell’educazione e Il fallimento del boom del fantasy). Occorre chiarire subito una cosa: non si tratta di un manuale di scrittura. Non vengono dati insegnamenti su come scrivere un romanzo, non c’è la ricetta magica per divenire scrittori di successo che tanti aspiranti autori ricercano: questa è un’illusione che occorrerebbe togliersi subito dalla mente se si vuole intraprendere questa strada.
Tuttavia, c’è tanto da imparare da Haruki Murakami, dal racconto che fa delle sua esperienza. Il rapporto che ha con la scrittura, con i premi letterari, il suo modo di lavorare: lo spirito di Il mestiere dello scrittore è far riflettere, rendere consapevoli di tante cose: dell’impegno che ci vuole per migliorarsi, dell’importanza del leggere tanto, su che cos’è l’originalità, sulle cose che non vanno nella società.
Haruki Murakami ha tanto da dire al lettore, ma la cosa principale che chi vuole essere scrittore deve comprendere è che ognuno deve trovare la propria strada da solo, non può ripercorrere quella percorsa da un altro perché per lui potrebbe non essere valida: questo è un errore che in tanti commettono cercando di andare per imitazione e che va assolutamente vietato. Certo, possono esserci dei punti in comune, ma deve avvenire naturalmente, non essere qualcosa di voluto.
Come fatto per On Writing di Stephen King, è una lettura che consiglio caldamente.